giovedì, febbraio 23, 2006

Cinque Palestinesi uccisi dall'esercito israeliano.

Stamattina, nel corso di un'operazione militare a Nablus e nel campo profughi di Balata che dura ormai da cinque giorni, l'esercito israeliano ha ucciso cinque Palestinesi, tra cui tre militanti delle Brigate al Aqsa e due civili disarmati.
Numerosi sono i feriti, due dei quali in gravissime condizioni, il 24enne Wisam Jumaa ed il 63enne Fereh Kuaa.
Il coprifuoco imposto alla città. peraltro, sta iniziando a creare seri problemi alla popolazione, a causa dello scarseggiare di acqua potabile, viveri e medicinali.
Dall'inizio dell'anno, salgono così a 47 i Palestinesi assassinati dall'esercito israeliano, mentre i feriti ammontano ad almeno 125; di contro, solo un Israeliano risulta essere stato ucciso per mano palestinese.
Eppure il Primo Ministro israeliano Olmert ha la faccia tosta di sostenere che l'Anp guidata da Hamas è divenuta una "autorità terrorista" , mentre i Paesi occidentali deliberano di bloccare ogni aiuto finanziario ai Palestinesi.
E chi li difende i Palestinesi da quella banda di assassini che prende il nome di Tsahal?

Condividi

mercoledì, febbraio 22, 2006

La dieta israeliana.

Nonostante Israele, in poco più di un mese e mezzo (dal 1° gennaio al 19 febbraio di quest’anno), abbia già assassinato ben 41 Palestinesi contro un solo Israeliano ucciso (in un accoltellamento a bordo di un autobus), i suoi governanti hanno avuto la bella faccia tosta di iscrivere sé stessi tra i buoni e l’Anp “targata” Hamas tra i cattivi.
E poiché l’Autorità palestinese è divenuta una “autorità terrorista”, e il terrorismo va combattuto con ogni mezzo, il Consiglio di Gabinetto presieduto dal Primo Ministro Olmert, nella seduta del 19 febbraio, ha deciso di adottare alcune misure punitive nei confronti dell’Anp (ma, soprattutto, del popolo palestinese), tra cui spicca la decisione di “congelare” ogni trasferimento di fondi da Israele all’Autorità palestinese.
Si tratta, in particolare, di dazi doganali, iva e imposte – per un ammontare complessivo pari a oltre 660 milioni di dollari (dati 2005) – che Israele raccoglie per conto dell’Anp e che successivamente, in base ad un accordo siglato a Parigi nel 1994, vengono ritrasferiti ai Palestinesi dopo aver dedotto i costi per l’elettricità, l’acqua e l’assistenza medica forniti da Israele, più un ulteriore 3% a titolo di compenso per il servizio svolto.
Sono somme ingenti, come si vede, ammontanti secondo la World Bank a circa il 30% dell’intero budget annuale dell’Anp, somme spettanti al popolo palestinese e che Israele non ha alcun diritto di trattenere.
Non sorprende, pertanto, che la decisione israeliana abbia sollevato le rimostranze non solo del Presidente Abu Mazen, secondo cui l’Anp va incontro ad una grave crisi finanziaria, ma anche dell’inviato speciale dell’Onu per il medio oriente Alvaro De Soto, dell’ex Presidente Usa Jimmy Carter e persino di alcuni deputati del Parlamento israeliano, come ad esempio Zahava Gal-On (Meretz-Yahad) che, giustamente, ha parlato di una “punizione collettiva” a danno del popolo palestinese.
Secondo il quotidiano israeliano Ha’aretz, a margine di una riunione del cd. “Team Hamas” (formato dal Capo di Stato Maggiore dell’Idf, dal direttore dello Shin Bet e da vari ufficiali) con il Ministro degli esteri Tzipi Livni, Dov Weisglass – Consigliere del Primo Ministro e capo del team – avrebbe commentato questa misura punitiva paragonandola ad un “appuntamento dal dietologo; i Palestinesi diventeranno un po’ più magri, ma non moriranno” (cfr. l’ottimo articolo di Gideon Levy “As the Hamas team laughs”, Ha’aretz 19.2.2006).
Weisglass non è nuovo a simili “battute”; fu lui, infatti, in un intervista di Ari Shavit su Ha’aretz (vedi http://palestinanews.blogspot.com/ “Il vero nemico della pace in Palestina” 6.10.2004), a dichiarare che il ritiro israeliano da Gaza non era altro che un espediente buono per congelare il processo di pace, almeno fino a quando “i Palestinesi non diventeranno Finlandesi”…
Sconcerta e indigna, tuttavia, anche da parte di un tipo come Weisglass, che si possa fare della stupida ironia sulle sofferenze e la miseria del popolo palestinese, che si possa paragonare il furto di parte delle entrate fiscali dell’Anp ad una dieta forzata, cui sottoporre una popolazione che vanta un tasso di disoccupazione del 23%, che per il 43% vive al di sotto della soglia di povertà, che per il 15% vive in estrema povertà, cioè non ha i mezzi economici sufficienti ad assicurarsi il mero sostentamento (World Bank report, dicembre 2005).
La comunità internazionale, del resto, fa ben peggio.
Il 16 febbraio la Camera dei Rappresentanti Usa, a schiacciante maggioranza (418 voti a 1), ha deliberato di fermare ogni aiuto finanziario all’Autorità palestinese, come conseguenza diretta della vittoria di Hamas alle elezioni politiche del 25 gennaio; e il Governo ha già chiesto indietro circa 50 milioni di dollari erogati per taluni progetti in infrastrutture.
Come se ciò non bastasse, il segretario di Stato Condoleezza Rice ha organizzato un vero e proprio tour per convincere gli altri Stati, segnatamente quelli arabi, a non finanziare un governo palestinese guidato da Hamas, minacciandoli delle “dovute” conseguenze; i risultati già si vedono dato che – è notizia di ieri – il Presidente egiziano Mubarak ha prontamente deciso di rifiutare un incontro con una delegazione di Hamas.
Considerato che anche la Ue, pur se con maggior riluttanza rispetto agli Stati Uniti, ha già deciso di bloccare ogni aiuto finanziario all’Anp, risulta chiara la gravità della situazione e il concreto rischio di un collasso economico dell’amministrazione palestinese; al riguardo, basterà rilevare che i singoli Paesi europei, l’Ue e gli Usa, nel periodo 1994 – 2005, hanno fornito il 65% del totale degli aiuti finanziari da donatori esteri, e che l’anno scorso il totale di questi finanziamenti ha costituito il 53% del totale delle entrate di bilancio dell’Anp.
E’ davvero sconcertante notare come l’esito di un processo pacifico e democratico come le elezioni palestinesi abbia determinato la totalità dei governi occidentali ad adottare una misura punitiva ingiusta e pericolosa come il blocco degli aiuti finanziari all’Autorità palestinese.
Hamas, peraltro, in questi giorni, sta disperatamente cercando fonti alternative di finanziamento, e probabilmente finirà per trovarle, almeno in parte, presso l’Iran e la Siria: se questo è il risultato che si voleva ottenere…
Se non ci fosse in ballo il destino e la vita stessa di una popolazione già abbastanza provata da una pluridecennale occupazione miliare, sarebbe pure curioso considerare la situazione che deriverebbe da un totale blocco degli aiuti finanziari stranieri; va considerato, infatti, che, a norma dell’art.55 della IV Convenzione di Ginevra, il dovere di assicurare alla popolazione palestinese sufficienti quantità di cibo, medicinali e altri generi indispensabili graverebbe per intero su Israele, la Potenza occupante, ma data l’alta considerazione che Israele ha per le convenzioni e, in genere, per la legalità internazionale, non pare comunque che sia il caso di arrivare a questi estremi.
Quello che disturba, comunque, è l’arroganza, lo spietato cinismo, l’insensibilità verso le sofferenze e la miseria della popolazione palestinese mostrata da Israele, così ben evidenziata dalla stupida ironia del Consigliere Weisglass, alla cui battuta pare abbiano riso di gusto tutti i partecipanti alla riunione del “Team Hamas”.
Ma se l’unico approccio che i governanti di Israele riescono ad adottare nei rapporti con l’interlocutore palestinese è quello degli atti unilaterali, delle forzature della legalità internazionale, degli assassinii mirati e non, ben presto non ci sarà più niente da ridere, per nessuno.

Condividi

martedì, febbraio 14, 2006

Donne e bambini, le vittime preferite dall'esercito israeliano.

Ieri notte ha avuto luogo l’ennesimo crimine dell’esercito israeliano, che evidentemente si sta specializzando nell’assassinio di donne e bambini.
Nella Striscia di Gaza, infatti, vicino al valico di Kissufim, i valorosi soldati di Tsahal hanno sparato contro una giovane Palestinese di 25 anni, Nayfa Abu Msa'ed, ferendola con numerosi colpi di fucile, soprattutto al torace; la sfortunata giovane, trasportata all’ospedale di Dir al-Balah, è morta successivamente a causa delle gravi ferite riportate.
Secondo fonti dell’esercito israeliano, i soldati hanno notato movimenti di “figure sospette” a circa 50 metri dalla barriera di confine (ma secondo i Palestinesi si trattava di alcune centinaia di metri), e si sono limitati a sparare delle salve di avvertimento, non direttamente indirizzate al “nemico”.
Fatto sta che la povera Nayfa adesso giace su un tavolo di obitorio, e che un altro soldato israeliano può incidere una tacca sul calcio del proprio fucile; dall’inizio della seconda Intifada a oggi, i morti Palestinesi salgono dunque a 3.808, mentre i feriti ammontano alla ragguardevole cifra di oltre 29.400.
Giovedì 26 gennaio, in un analogo incidente, i soldati israeliani avevano assassinato Aya al-Astal, una bambina palestinese di nove anni, il cui unico torto era stato quello di essersi troppo avvicinata al confine tra la Striscia di Gaza e Israele, nei pressi del Kibbutz Gan Hashlosha; anche in quel caso la piccola era stata fatta oggetto di numerosi colpi d’arma da fuoco che l’avevano colpita al collo e le avevano letteralmente squarciato lo stomaco (vedi "Le parole e i fatti").
Se assumiamo che un’azione terroristica è quella mirata a colpire indiscriminatamente obiettivi militari e civili, allora le gesta “belliche” di Tsahal possono senz’altro essere considerate alla stregua di un vero e proprio “terrorismo di Stato” (vedi I crimini di Israele e l'informazione negata").
L’uccisione deliberata di civili innocenti, peraltro, va considerata alla stregua di un crimine di guerra, e quando ciò avviene sistematicamente si è in presenza di un crimine contro l’umanità.
Secondo le statistiche dell’ong israeliana B’tselem, nel periodo compreso tra il 29.9.2000 ed il 31.12.2005, l’esercito israeliano ha ucciso complessivamente 3.386 Palestinesi (676 minori di 18 anni), ma solo 1.008 in situazioni di combattimento. Dunque nel 70% dei casi si è trattato di assassinii a sangue freddo, assolutamente barbari e disumani, e sembra proprio che si sia in presenza di quella “sistematicità” che varrebbe a qualificare le valorose gesta di Tsahal quali crimini contro l’umanità.
Ma, al di là della qualificazione giuridica, le ripetute e metodiche uccisioni di civili da parte dell’esercito israeliano stanno assumendo dei contorni di ferocia e bestialità assolutamente insostenibili.
Non è possibile che basti avvicinarsi al confine (restando pur sempre in territorio palestinese!) per essere ammazzati, non è possibile che venga letteralmente sventrata una bambina di 9 anni, di cui i soccorritori diranno che era così piccola da sembrare quasi una bambola, non è possibile che un’intera famiglia debba essere praticamente sterminata, in casa propria, da un incursione di lanzichenecchi tagliagole (per riprendere una fortunata definizione di Panebianco).
Ed è davvero un incredibile scandalo che la comunità internazionale assista a questo bagno di sangue con assoluta indifferenza, anzi peggio, minacciando di interrompere il flusso di aiuti finanziari ai Palestinesi se Hamas non deporrà le armi: ma è uno scherzo o cosa?
Ancora ieri Rutelli, in visita in Israele e in Palestina, ha annunciato che nulla cambierà nei rapporti con Israele anche se l’Unione andrà al governo.
Non posso credere che anche noi Italiani stiamo abbandonando il popolo palestinese ad un destino di devastazione e di morte.

Condividi

giovedì, febbraio 09, 2006

Diciotto morti in 5 giorni, ovvero la politica dell'assassinio.

Picchia duro l’esercito israeliano, approfittando della finestra di opportunità rappresentata dalle proteste legate alla pubblicazione delle vignette satiriche su Maometto, che evidentemente assorbono totalmente l’attenzione dei media e dei governi occidentali.
Assistiamo così, impotenti ed angosciati, ad una ripresa in grande stile della “politica dell’assassinio” israeliana, l’unico approccio che evidentemente questo grande e civile Paese riesce ad avere nei confronti del popolo palestinese.
Nemmeno il tempo di inserire l’ultimo pezzo ("Piovono missili", 7.2.2006) ed ecco che, alle quattro di mattina di martedì 7 febbraio, truppe israeliane sotto copertura hanno iniziato un’operazione di arresto nella cittadina di Nablus, circondando un edificio nel quartiere di Rafidya, a ovest della città e uccidendo dopo uno scontro a fuoco il militante che vi si nascondeva, il 32enne Ahmed Raddad, uno dei leader locali delle Brigate al-Quds, l’ala militare della Jihad islamica.
Secondo fonti mediche citate dal Palestinian Centre for Human Rights, il corpo di Raddad era crivellato da almeno 15 pallottole, alcune delle quali lo hanno letteralmente sfigurato.
Circa un’ora dopo, in località al-Sabra, a sud di Gaza City, un jet dell’aviazione israeliana ha lanciato due missili contro un’autovettura che trasportava due militanti delle Brigate al-Aqsa, il 34enne Mohammed Abu Sharia e il 29enne Suheil Abu Baker, uccidendoli sul colpo; in aggiunta, cinque Palestinesi che si trovavano nei pressi sono rimasti feriti, e due di essi, due bambini di sei e sette anni, attualmente versano in gravi condizioni.
Mercoledì mattina, 8 febbraio, le truppe israeliane hanno sparato contro due militanti delle Brigate al-Aqsa che cercavano di avvicinarsi al confine tra Gaza e Israele nei pressi del valico di Karni, uccidendo Mohammed al-Huer e ferendo gravemente il suo compagno; secondo fonti dell’autorità palestinese, i soldati hanno impedito l’arrivo dei soccorsi medici per circa un’ora.
Stamattina infine, 9 febbraio, in due separati scontri a fuoco nella Striscia di Gaza, nei pressi del valico di Erez, l’esercito israeliano ha ucciso tre militanti delle Brigate al-Aqsa e dei Comitati di Resistenza Popolare, ferendone un altro.
Martedì, peraltro, uno dei civili che erano rimasti coinvolti nel raid aereo, avvenuto domenica 5 febbraio, contro un club gestito da Fatah a Gaza City è morto in conseguenza delle numerose ferite da schegge che aveva riportato.
Oltre a questa vera e propria mattanza di militanti (ma anche di civili inermi), a merito dell’esercito israeliano vanno ascritti anche altri “incidenti” di minor rilievo:
lunedì 6, nel corso di un raid nel villaggio di Dora, a sud di Hebron (West Bank), l’Idf ha ferito sette civili residenti del villaggio, nel corso di un’operazione che, peraltro, non ha portato nemmeno ad un arresto;
martedì 7, truppe israeliane hanno fatto esplodere il piano terra di un edificio di 7 piani a Nablus, provocando seri danni alla struttura e causando vari feriti; in aggiunta, a Hebron, nel corso di un corteo di protesta, il 16enne palestinese Mohammed Makhamra è stato ferito ad una gamba dai colpi sparati ad altezza d’uomo dall’esercito israeliano contro i manifestanti;
mercoledì 8, infine, nel corso di un bombardamento effettuato dalla marina israeliana nel nord della Striscia di Gaza, è rimasto ferito il 15enne palestinese Yahya Bashir.
Nove assassinii “mirati” in tre giorni, 18 Palestinesi uccisi e almeno 37 feriti tra il 4 febbraio e le 12:00 a.m. di oggi, mentre, dall’inizio dell’anno, questi numeri salgono rispettivamente a 36 e a 67: si tratta di un vero e proprio bagno di sangue, che non mostra segni di dover cessare.
Stupisce e preoccupa, a parte l’informazione lacunosa o distorta fornita dai media sulle atrocità commesse da Tsahal, soprattutto il silenzio di tomba dei Governi occidentali di fronte all’escalation di violenza e di terrore scatenata da Israele e alle chiare violazioni del diritto internazionale e del diritto umanitario commesse dal suo esercito.
Martedì si è fatto vivo, con una dichiarazione ufficiale del suo portavoce, il solo Segretario generale dell’Onu Kofi Annan per rilevare con “preoccupazione … che negli ultimi giorni Israele ha condotto numerosi omicidi mirati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza”, sottolineando come queste esecuzioni espongano civili innocenti a gravi rischi per la loro incolumità e rappresentino delle vere e proprie “esecuzioni senza processo”.
Un po’ tardi e, soprattutto, un po’ insufficiente, considerato che Annan – ricordando i lanci di razzi Qassam verso il territorio israeliano – sembra mettere le due parti sullo stesso piano, esortandole al “rispetto del diritto umanitario internazionale”.
Ora, se su un piano formale il Segretario Onu ha certamente ragione, dovrà esserci pure una graduazione delle responsabilità tra chi, in neanche un mese e mezzo, ha ucciso 36 persone e chi, invece, una sola; e dovrà pure esserci un biasimo e una condanna maggiori (non si parli di sanzioni, per carità!) per chi quotidianamente commette crimini di guerra nei Territori occupati, sterminando famiglie e massacrando bambini innocenti.
Il vero è che l’unico risultato visibile della vittoria di Hamas nelle recenti elezioni legislative palestinesi sembra essere quello di aver determinato i Paesi dell’occidente “civilizzato” a lasciare interamente mano libera ad Israele nella sua brutale e disumana lotta al “terrorismo” come anche nella ridefinizione unilaterale dei propri confini.
Si spiegano così la totale assenza di reazioni di fronte all’escalation di omicidi messa in atto da Tsahal, ma anche alle recenti dichiarazioni di Olmert alla tv israeliana Canale 2, secondo le quali il governo israeliano avrebbe intenzione, nel prossimo futuro, di annettersi (illegalmente) la Valle del Giordano e i tre principali blocchi di insediamenti di Ariel, Gush Etzion e Ma’aleh Adumim.
Si tratta, come si vede, della condanna a morte (rectius: della certificazione ufficiale della morte) della road map e, insieme, la fine di ogni speranza per il popolo palestinese di poter ottenere un equo accordo di pace ed il riconoscimento dei propri diritti (che pure dovrebbero essere) internazionalmente garantiti.
Ma se la semina è questa, non dovremo poi stupirci dei futuri raccolti.


Condividi

martedì, febbraio 07, 2006

Piovono missili.

Quello tra Israeliani e Palestinesi è anche un confronto tra diverse tecnologie belliche; i Palestinesi possono contare, oltre che sulle cinture esplosive dei kamikaze, anche sugli artigianali razzi Qassam, mentre l’esercito israeliano, tra le altre cose, può fare affidamento su sofisticati missili aria-terra a guida laser, indifferentemente lanciati dai suoi jet, elicotteri o droni.
I razzi Qassam non hanno alcuna possibilità di essere guidati, e infatti solitamente cadono in terreno aperto senza causare alcun danno.
Capita, però, che ogni tanto riescano a fare il loro “mestiere”, e così venerdì 3 febbraio, nel pomeriggio, un Qassam ha colpito un’abitazione nel Kibbutz di Carmia, nel nord del Negev, ferendo lievemente tre dei suoi occupanti, tra cui un bambino di sette mesi.
La "risposta" israeliana non si è fatta attendere ed è stata, come al solito, moderata e proporzionata.
Domenica mattina, 5 febbraio, un aereo israeliano ha lanciato tre missili contro un club gestito da Fatah all’interno nel popolato quartiere di Tal al-Hawa, a sud di Gaza City, distruggendolo interamente e ferendo gravemente uno dei suoi membri, il 30enne Hani Tal’at al-Qayed; in seguito a questo primo attacco, altri due membri delle Brigate al-Aqsa, l’ala militare di Fatah, hanno cercato di portare il ferito in macchina verso il più vicino ospedale ma, giunti all’altezza del quartier generale del Servizio di sicurezza preventiva, l’automobile su cui viaggiavano è stata colpita in pieno da un altro missile della IAF.
Hanno così trovato la morte Nasser Marshoud, 28 anni, e Yassin Barghout, 25 anni, mentre altri 8 Palestinesi, inclusi due appartenenti alle forze di sicurezza, sono rimasti feriti dalle schegge; due di essi versano attualmente in gravi condizioni.
Domenica sera, nel quartiere di al-Zaytoun, a sud-est di Gaza City, un aereo israeliano ha lanciato due missili contro altrettante autovetture guidate da due membri delle Brigate al-Quds, l’ala militare della Jihad islamica, uccidendoli sul colpo: hanno trovato così la morte il 34enne Jihad al-Sawafeeri e il 38enne Adnan Bustan.
Lunedì sera infine, a est di Beit Lahia (Striscia di Gaza), un velivolo della IAF, probabilmente un drone, ha colpito un’autovettura su cui viaggiavano due membri delle Brigate al-Aqsa, successivamente identificati dagli israeliani come Rami Hanun e Hassan Asfour, uccidendoli; in aggiunta, almeno altri tre Palestinesi che si trovavano nelle vicinanze sono rimasti feriti.
Ben sette morti nel giro di due soli giorni, dunque, mentre in questi primi 40 giorni del 2006 il valoroso esercito israeliano ha già trucidato ben 27 Palestinesi e ne ha feriti almeno 45.
Israele ama definire questo bagno di sangue come una “legittima reazione” al lancio dei missili Qassam contro il territorio israeliano, ma si tratta di una bieca menzogna.
In realtà, a partire dall’operazione “blue skies” e con una semplice pausa in occasione delle elezioni legislative palestinesi, Israele ha trasformato la Striscia di Gaza in un vero e proprio poligono di tiro, in cui fare esercizio di tiro contro la popolazione civile e i militanti palestinesi (vedi, sul punto, "Mattatoio Gaza" 5 gennaio).
Già in precedenza, peraltro, l’allora vice premier israeliano Ehud Olmert, in una intervista ad Ha’aretz del 29 dicembre (“No limitations in Sharon’s war on Qassams), aveva tranquillamente ammesso che una delle motivazioni sottostanti al “disengagement plan” di Sharon era costituita dal fatto che “quando eravamo dentro Gaza … non potevamo condurre operazioni come “blue skies”, perché la popolazione ebraica stava nel cuore delle zone abitate dalla popolazione araba”.
Ma anche ammesso che si possa parlare di “risposta” israeliana ai Qassam palestinesi, certo non si tratta di una risposta “legittima”.
Le esecuzioni extra-giudiziarie, infatti, sono vietate dal diritto internazionale, ed a maggior ragione questa affermazione vale per i civili innocenti che in esse rimangono, loro malgrado, coinvolti.
Più volte, del resto, la comunità internazionale, e segnatamente l’Onu e l’Unione europea, hanno pubblicamente denunciato l’illegalità di questi crimini, ma a tali pronunciamenti ufficiali non è mai seguita alcuna condanna o sanzione nei confronti di Israele.
E questo è ancor più grave in un momento in cui si chiede ad Hamas di deporre le armi e di rinunciare alla lotta armata, pena tra l’altro la sospensione degli aiuti economici al popolo palestinese, mentre ad Israele tutto è consentito, ogni forma di bestiale violenza e di più brutale assassinio.
Se non si riuscirà a trovare in questi mesi un “honest broker” che possa dirimere il conflitto israelo-palestinese e portare ad un equo accordo di pace, se i Palestinesi si renderanno conto di essere ormai abbandonati a sé stessi, in balia di un nemico spietato, appare inevitabile che dovremo rassegnarci ad assistere ad una nuova escalation di violenza, di cui già purtroppo si intravedono le prime avvisaglie.

Condividi

mercoledì, febbraio 01, 2006

Le parole e i fatti.

Il computo finale dei seggi assegnati nel Consiglio legislativo palestinese (74 seggi ad Hamas, 45 a Fatah, 13 alle liste minori) segna una clamorosa affermazione del movimento islamico, al di là delle aspettative dei suoi stessi dirigenti; del voto del 25 gennaio, tuttavia, non abbiamo intenzione di occuparci in questa sede, data l’enorme mole di commenti e di analisi già esistente sui motivi dell’affermazione di Hamas e sui possibili scenari interni ed internazionali conseguenti al voto.
Degna di nota, tuttavia, è stata l’inusitata levata di scudi della comunità internazionale, e segnatamente degli Usa e dell’Unione europea, che hanno minacciato di tagliare i finanziamenti all’Anp se Hamas non adempierà sostanzialmente a tre condizioni: riconoscere Israele, deporre le armi, riconoscere gli accordi precedenti, ivi compresa la road map.
Minaccia non di poco conto, considerato che gli aiuti europei e statunitensi costituiscono circa l’85% del totale dei finanziamenti esteri dell’Anp; minaccia che appare strumentale, tuttavia, ove si consideri che anche Fatah ha una sua ala armata (le Brigate dei Martiri di al-Aqsa), responsabile di vari attentati terroristici, ma ciò non ha mai determinato alcuno a mettere in discussione gli aiuti umanitari e di sviluppo in favore dell’Autorità palestinese.
Il paradosso più assurdo, peraltro, è che da una parte la comunità internazionale (si veda, da ultimo, la dichiarazione del “Quartetto” del 30 gennaio) elogia il popolo palestinese per il clima di compostezza e di serenità in cui si sono svolte le elezioni e, dall’altra, anziché rispettare il libero e democratico responso delle urne, lo minaccia di una sanzione collettiva come la cessazione del flusso dei finanziamenti, le cui gravi conseguenze per una economia disastrata e per un popolo ridotto pressocché in miseria come quello palestinese si possono facilmente immaginare.
Ma altrettanto degna di nota, e non del tutto inaspettata, è stato l’unanime condanna ed esecrazione per il risultato elettorale palestinese proveniente dalla stampa di regime, ben evidenziata da un recente articolo di Angelo Panebianco sul Corsera (“Le maschere del fanatismo”), secondo cui i Palestinesi, avendo votato per un “partito di tagliagole” (sic!), dovranno pentirsene amaramente e saranno i primi a pagare per le scelte di Hamas, un partito razzista che odia gli israeliani in quanto ebrei e il cui unico scopo è la distruzione di Israele.
Ora, a parte l’assoluta mancanza di fondamento dell’accusa di razzismo e di odio verso gli ebrei, in effetti uno dei principali addebiti che la comunità internazionale e i media rivolgono ad Hamas è quello di contenere nel proprio Statuto l’esortazione a distruggere lo Stato di Israele.
In realtà, tuttavia, questa affermazione non risponde al vero, in quanto nello Statuto di Hamas si parla piuttosto di lotta al nemico sionista e, soprattutto, della liberazione della Palestina dall’occupazione; vista sotto questo profilo, questa teorizzazione ha invero miglior dignità concettuale dei temi della deportazione dei Palestinesi in Giordania (il loro vero Stato!) e della creazione del Grande Israele, ben presenti in Israele in buona parte del Likud e dei partiti della destra religiosa.
Ma è quando si passa dal piano delle parole e delle affermazioni di principio a quello dei fatti sul terreno che si denota, ancor di più, la strumentalità delle prese di posizione contro Hamas ed il doppio metro di giudizio adottato, more solito, nei confronti di Israele e del popolo palestinese.
Hamas, a partire dagli accordi di Sharm el-Sheikh del febbraio dello scorso anno, ha di fatto osservato una tregua nei suoi attacchi contro Israele, interrotta soltanto dall’uccisione di Sasson Nuriel; in questo inizio del 2006, peraltro, nessun attacco terroristico è stato portato contro Israele, e nessun Israeliano è stato ucciso per mano palestinese.
Di contro, invece, nei primi 28 giorni di gennaio, l’esercito israeliano ha ucciso ben 16 Palestinesi e ne ha feriti 29, senza peraltro che né il “Quartetto”, né gli Usa, né l’Unione europea trovassero il tempo di protestare e di intimare a Israele la cessazione dei suoi raid assassini nei Territori occupati.
Alcune di queste uccisioni, inoltre, per le modalità con cui sono avvenute e per l’età delle vittime, risultano oltremodo odiose e brutali, e di esse si è già parlato (vedi più sotto, “I crimini di Israele e l’informazione negata”).
Domenica 15 gennaio, nel villaggio di Roujib, nei pressi di Nablus (West Bank), truppe israeliane della Brigata Shomron hanno aperto il fuoco all’impazzata contro un edificio di civile abitazione, uccidendo il 21enne palestinese Fawazi Dwaikat e sua madre, la 47enne Nawal Dwaikat (crivellata da ben 15 pallottole!), ferendo gravemente il padre con quattro proiettili al torace e colpendo altresì, più o meno gravemente, altri tre componenti della famiglia.
Lunedì 23 gennaio, nei pressi del villaggio di Al Mogheer, a nord-est di Ramallah (West Bank), soldati israeliani dell’unità di fanteria Golani hanno sparato contro un gruppo di ragazzini, uccidendo sul colpo il 13enne Mundal Abu-Aliya e ferendo due suoi coetanei: erano stati scambiati, niente meno, per dei militanti che piazzavano una mina lungo la strada.
Giovedì 26 gennaio, i bravi soldatini dell’Idf hanno assassinato Aya al-Astal, una bambina palestinese di nove anni, nei pressi del confine tra la Striscia di Gaza e Israele.Cosa aveva fatto questa povera bambina? Assolutamente niente, si era soltanto avvicinata in maniera “sospetta” alla recinzione di confine, tanto da meritarsi come punizione diverse pallottole israeliane che l’hanno colpita al collo e le hanno letteralmente aperto lo stomaco.
In tutti questi casi, Israele si è sempre dimostrato “dispiaciuto”, ma ha sempre affermato, nel contempo, che si è trattato di semplici “incidenti” o di “errori”, quasi ci si trovasse davanti ad un banale incidente stradale o ad un infortunio frutto del destino cinico e baro, e non piuttosto ad assassinii atroci e bestiali.
Ma naturalmente si tratta di una menzogna, arte di cui Israele si dimostra il massimo specialista; a dimostrarlo senza ombra di dubbio bastano i dati forniti da B’tselem, relativi ai Palestinesi uccisi nel corso della seconda Intifada fino al 31.12.2005, secondo cui oltre il 70% dei 3.386 Palestinesi assassinati da Tsahal non stavano partecipando ad alcuno scontro o combattimento, erano semplicemente delle persone innocenti ed inermi.
In tutti i casi di cui abbiamo discusso, nessun Israeliano è stato ucciso o ferito, nessun Palestinese ucciso era ricercato dall’Idf; alcuni di questi barbari assassinii, peraltro, sono avvenuti in violazione non solo delle norme del diritto umanitario – che imporrebbero ad Israele di compiere ogni sforzo per salvaguardare l’incolumità dei civili – ma anche delle stesse regole di ingaggio dell’Idf, che consentono di sparare solo in situazioni di pericolo reale ed urgente.
Ma, ormai, nelle fila del valoroso esercito israeliano, prevale la regola di derivazione americana secondo cui prima si spara e poi si interroga il morto e gli si chiedono i documenti; ciò, peraltro, grazie anche alla totale impunità conferita ai soldati dalle autorità israeliane, che non conducono quasi mai indagini su tali “incidenti”, e anche quando le svolgono, esse si concludono invariabilmente senza alcuna punizione per i colpevoli.
In tal modo, è stata archiviata e digerita anche l’uccisione di Iman al-Hams, una bambina palestinese di 13 anni dapprima ferita e poi liquidata con un colpo alla nuca da un capitano dell’unità di élite Givati; l’autore di questo abominio, l’ormai famoso Capitano R., non solo è stato assolto dalla giustizia israeliana, ma il suo comportamento è stato definito perfettamente legittimo e “morale” dal Capo di Stato maggiore dell’epoca: eppure si tratta di una barbarie di cui probabilmente nemmeno i nazisti si sarebbero macchiati!
E non si tratta solo di morti palestinesi, perché anche noi europei (ma anche gli americani) abbiamo avuto le nostre vittime, i cui carnefici sono rimasti parimente impuniti.
Penso a Rachel Corrie, schiacciata da un bulldozer mentre cercava di impedire la demolizione di una casa palestinese; penso a James Miller, ucciso mentre girava un documentario a Rafah, ucciso mentre indossava una giacca con la scritta press a caratteri cubitali ed in mano stringeva una bandiera bianca; penso a Iain Hook, un dirigente dell’Unrwa ucciso sull’uscio di un compound dell’Onu, ucciso perché un soldato israeliano aveva scambiato il suo telefonino per una bomba; penso al nostro Raffaele Ciriello, ucciso mentre scattava fotografie in un momento in cui non erano in corso combattimenti.
E se la comunità internazionale ha rinunciato a chiedere giustizia per i propri morti, dove troverà la forza e la voglia di chiedere conto a Israele dei poveri morti palestinesi?
Capisco che Usa e Russia – in Iraq come in Cecenia come in tanti altri posti – abbiano fatto e facciano anche di peggio, ma quale pressione occulta, quale linea politica, quale debito che si presume si debba ancora pagare a Israele impedisce, ancora oggi, ai governi e alle cancellerie europee di fare almeno un serio tentativo per fermare la quotidiana violazione dei diritti umani e il massacro del popolo palestinese?
E qual misterioso virus sionista si è impadronito della carta stampata e della televisione, che battono e ribattono sullo Statuto di Hamas, ma negano ai cittadini ogni informazione sull’assassinio di povere donne e bambini innocenti?
Eppure – parafrasando Angelo Panebianco – la democrazia è una fragile scommessa, anche in Israele, e può essere cancellata se la maggioranza degli elettori condivide l’operato e appoggia un Governo che manda una banda di assassini e tagliagole a fare strage di innocenti nei Territori palestinesi.
E non è più possibile assistere inerti a questo scempio.

Condividi