mercoledì, gennaio 31, 2007

Fuori dal coro.

Piu’ volte abbiamo criticato l’atteggiamento della comunità ebraica italiana la quale, al pari di quelle presenti negli altri Stati dell’Occidente, per la sua gran parte tende a schierarsi acriticamente a fianco di Israele e a giustificarne “a prescindere” l’operato, anche quando si tratta dei crimini di guerra più spietati ed efferati.
Naturalmente – e non potrebbe essere altrimenti – all’interno del mondo ebraico esistono anche voci dissonanti, inclini ad una riflessione anche critica nei confronti di Israele e della sua pluridecennale occupazione dei Territori palestinesi, di cui i due documenti che qui sotto riporto sono una significativa espressione.
Si tratta in realtà di null’altro di più che di due testi basati sulla pacatezza e sulla ragionevolezza, in cui ancora una volta si ribadisce l’urgente necessità di arrivare ad un accordo definitivo tra Israeliani e Palestinesi che sia onesto ed equo, nella consapevolezza che la pace e la sicurezza dei popoli della regione non potrà certo essere raggiunta e garantita dalla forza delle armi, dall’oppressione e dalla violazione dei diritti.
Una necessità ed una urgenza ancora più ribaditi, se ce fosse stato bisogno, dall’attentato di lunedì mattina ad Eilat.

“Noi ebrei di sinistra e le critiche ad Israele” (da “La Repubblica”, 26.1.2007).
Il pensiero critico rappresenta un cardine della tradizione e di tutta la storia ebraica, prima e dopo la nascita dello Stato di Israele. Ma negli ultimi anni, a causa di eventi tragici, si è andato affievolendo sino a un ripiegamento del mondo ebraico su se stesso, che – comprensibile dal punto di vista emotivo – ha portato a una involuzione identitaria in cui sono saltate le distinzioni stesse tra ebrei, ad esempio tra ebrei di sinistra e di destra. Si sono riaffacciate paure di annientamento – la “distruzione di Israele” – che non valutano lucidamente il rapporto effettivo tra minacce gravissime, come quelle del Presidente iraniano Ahmadinejad, e le possibilità reali del loro avverarsi. Il terrorismo islamico, pericolo più immediato, si alimenta peraltro dal proseguimento dell’occupazione dei territori palestinesi da parte israeliana, che è la vera fonte di immani disgrazie non solo per i Palestinesi ma anche per Israele …
Nell’ebraismo il pluralismo è una condizione esistenziale. Questo pluralismo, oggi, ha bisogno di essere riconfermato anche rispetto alla differenza tra “ebreo” e “israeliano”. Perché se è ovvio, per noi, un legame tra la propria identità diasporica e Israele, tale legame non deve diventare una appartenenza sostanziale, che genera confusione e rischia di portare acqua al mulino di chi non vuole distinguere tra ebreo e israeliano. Noi vogliamo coltivare il nostro legame con Israele alla maniera lucida con cui lo coltivò Primo Levi, che di fronte alla prima “avventura in Libano” dell’esercito israeliano levò la sua voce insieme a quella di molti altri ebrei diasporici e israeliani contro la logica aggressiva e non più solo difensiva dell’esercito israeliano …
Riconosciamo alle parole di David Grossman, durante la commemorazione di Rabin a Tel Aviv il 4 novembre, quel carattere che serve oggi a noi ebrei di sinistra in Italia, in Israele e nel mondo, per riprendere l’iniziativa in un panorama segnato dal cosiddetto “scontro di civiltà”. In questo quadro, il conflitto israelo-palestinese è ancora, purtroppo, un centro di irradiamento dell’odio globale tra culture e religioni, oltre che luogo dove si continua a perpetrare un’ingiustizia costante nei rapporti tra i popoli.
E’ nostra intenzione contribuire a ricostituire il “Campo della Pace Ebraico” in Italia, e a questo scopo chiediamo a quanti nel variegato mondo ebraico sentono la stessa esigenza di confrontarsi con noi. (Paolo Amati, Marina Astrologo, Andrea Billau Ilan Cohen, Beppe Damascelli, Lucio Damascelli, Marina Del Monte, Ester Fano, Gisella Kohn, Dino Levi, Stefano Levi Della Torre, Tamara Levi, Patrizia Mancini, Marina Morpurgo, Moni Ovadia, Renata Sarfati, Sergio Sinigaglia, Stefania Sinigaglia, Susanna Sinigaglia, Jardena Tedeschi, Claudio Treves – per contatti
campodellapace@yahoo.it).

“Stop al boicottaggio contro i Palestinesi” (da “Il Manifesto” on-line, 28.1.2007).
Il 25 gennaio 2006 si sono svolte elezioni libere e democratiche per scegliere un nuovo Consiglio Legislativo Palestinese (Plc), lodate in tutto il mondo per il modo esemplare in cui sono state condotte.
Ne è risultato l’emergere di Hamas come il partito più forte, e quindi come il governo designato. A partire dalle elezioni, i governi degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e di Israele hanno attuato un boicottaggio paralizzante di Hamas, infliggendo una punizione collettiva all’intera popolazione palestinese della Striscia di Gaza e della Cisgiordania.
Con lo scopo dichiarato di ostacolare il governo Hamas, Israele, dal marzo 2006, ha trattenuto il denaro delle imposte raccolte nei Territori occupati, dovuto all’Autorità nazionale palestinese. L’Unione Europea e gli Stati Uniti trattengono anche le somme per mantenere i servizi pubblici e garantire un minimo di sicurezza sociale, sulle quali vi era un accordo basato sulla Quarta Convenzione di Ginevra.
Questo ha reso impossibile all’Autorità nazionale palestinese pagare i salari e mantenere anche solo i servizi di base. Tutti i dipendenti dell’Autorità nazionale palestinese, tra cui insegnanti, medici e poliziotti, sono rimasti senza paga per quasi un anno intero. Le donazioni dagli Stati arabi, da fonti internazionali e private non raggiungono la popolazione dei Territori occupati. Ne derivano fame, miseria e disperazione.
Non è stata concessa al governo eletto la possibilità di governare. Nel giugno 2006, 64 funzionari, tra cui 8 ministri e 20 altri parlamentari, sono stati arrestati dall’esercito israeliano. Altri funzionari, della politica e della società, vivono nascosti da allora. E’ evidente che Israele rifiuta di negoziare con ogni partner palestinese, qualunque sia il partito al potere. Sostenuti dai governi della Ue e degli Usa, gli occupanti israeliani hanno ora proceduto a negare ai Palestinesi anche un governo e leader politici da loro liberamente scelti.
Oggi, un anno dopo le elezioni palestinesi, il Comitato Esecutivo di European Jews for a Just Peace (Ebrei europei per una pace giusta) condanna il boicottaggio, l’assedio e la punizione collettiva dell’intera popolazione palestinese, che ha raggiunto livelli inumani e catastrofici in tutte le parti della Striscia di Gaza, di Gerusalemme Est e della Cisgiordania. Insieme a molti altri gruppi per la pace e la solidarietà, chiediamo ai governi europei e agli Usa di por termine al boicottaggio del governo palestinese ed alla punizione collettiva del popolo palestinese nei Territori occupati.
Solo con negoziati imparziali, onesti ed equi, fra tutte le parti coinvolte, e la fine completa dell’occupazione israeliana, si può raggiungere una soluzione al conflitto, che sarà vantaggiosa in egual misura per Palestinesi e Israeliani. L’Unione europea deve terminare il boicottaggio di un governo democraticamente eletto e chiedere la liberazione di parlamentari altrettanto democraticamente eletti. Ebrei europei per una pace giusta, che ha componenti e contatti in molti Stati della Ue, intende incontrare commissari e parlamentari europei per far pressione per queste richieste”.

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sabato, gennaio 06, 2007

Un focolare domestico ... sulla Luna.

La Repubblica del 5 gennaio, citando i quotidiani israeliani Maariv e Jerusalem Post, riferisce l’invero curiosa notizia secondo cui circa 10.000 Israeliani hanno “comprato” appezzamenti di terreno sulla Luna, per una estensione totale che arriva al 10% dei 40 milioni di km2 di terreno lunare messi in vendita dalla società Crazyshop (un nome che è tutto un programma…).
A meno di cento euro (480 shekels, per l’esattezza) questi fortunati riceveranno, a partire dal 1° febbraio, un “regolare” certificato di proprietà, una piantina lunare e una foto dell’appezzamento ottenuto ad un prezzo davvero da saldo: io consiglierei anche l’acquisto di un buon telescopio, così almeno ai loro terreni potranno ogni tanto darci un’occhiata, non si sa mai qualche intruso!
Evidentemente i nostri amici ebrei hanno un atteggiamento particolare e morboso verso la terra, non gli basta mai e non vanno mai troppo per il sottile quando si tratta di accaparrarsene anche un solo pezzetto, e ciò è specialmente vero per le terre di Giudea e Samaria.
Così, ogni tanto, nel disinteresse generale, capita di leggere qualche notizia relativa a nuove costruzioni illegali effettuate dai coloni israeliani nei Territori occupati o all’espansione delle colonie esistenti o addirittura alla costruzione di nuovi insediamenti.
E’ notizia recentissima, ad esempio, quella resa nota dalla Israeli Civil Administration (l’agenzia governativa che si occupa degli insediamenti), secondo cui, a partire dal mese di luglio, i coloni hanno “piazzato” circa 200 nuovi caravan e roulotte all’interno di colonie e avamposti siti nel West Bank, senza la benché minima autorizzazione: e questo, naturalmente, senza che, ad oggi, alcun avamposto illegale sia stato smantellato a cura del Ministro dell’Assassinio Peretz, nonostante le continue rassicurazioni fornite in tal senso dal Governo israeliano alla comunità internazionale e nonostante le previsioni della stessa road map.
Così può accadere di leggere che il Governo israeliano abbia approvato la costruzione di un nuovo insediamento nella Valle del Giordano, chiamato Maskiot, che accoglierà 30 famiglie di coloni provenienti dalla Striscia di Gaza, in particolare dall’insediamento di Shirat Hayam e da alcuni altri del blocco del Gush Katif: ecco la portata “storica” del “disengagement plan” di Sharon, sloggiare i coloni da Gaza e trasferirli … in Cisgiordania!
Ue e Stati Uniti hanno subito protestato contro questo nuovo piano di costruzioni, invero molto flebilmente, sostenendo che contrasta – come è palese – con le previsioni della sempre più mitica road map.
Gli Israeliani si sono difesi sostenendo che, in realtà, non si tratterebbe di un nuovo insediamento, dato che sul luogo già esisteva una installazione militare, ma i pinocchietti, come al solito, fanno finta di dimenticare che – anche considerato ciò – le nuove costruzioni rimangono illegali in quanto la road map vieta non solo la costruzione di nuove colonie, ma anche l’espansione dei siti già esistenti.
Ma la notizia più interessante – o sconcertante – è quella fornita a fine novembre da un report degli Israeliani di Peace Now, secondo cui il 38% delle colonie israeliane è costruito su terra di proprietà di privati palestinesi.
In particolare, su un area totale del West Bank su cui sono insediate le colonie che è pari a 15.700 ettari, 8.700 sono costituiti dalla cd. “state-owned land”, 6.100 da terra di proprietà privata palestinese e solo 200 (!) da terra acquistata da coloni ebrei.
Nel caso di due tra i più grossi insediamenti colonici, Ma’ale Adumim risulta costruito per ben l’86,4% su terreni di proprietà di Palestinesi, mentre Ariel “soltanto” per il 35,1%.
Attenzione, non stiamo parlando di violazione del diritto alla terra dei Palestinesi come popolo o della violazione del diritto internazionale, stiamo parlando della violazione del diritto di proprietà terriera dei Palestinesi come singoli e della violazione delle stesse leggi israeliane che regolano la materia!
Secondo Peace Now, ben 130 colonie sono state costruite, interamente o parzialmente, su terreni di proprietà privata palestinese e dunque sono state costruite in flagrante violazione della legge e non avrebbero dovuto essere in alcun modo autorizzate.
Viste le posizioni di forza, e considerate le difficoltà e le miserie della vita quotidiana dei Palestinesi, si tratta dell’ennesimo atto vile e spregevole compiuto da questo magnifico popolo che sono gli ebrei di Israele, e non a caso Peace Now ha parlato di “rapina alla luce del sole”, mentre Dror Etkes di Ha’aretz ha scritto il suo pezzo sull’argomento con l’eloquente titolo di "A settlements mafia".
La corsa all’acquisto dei terreni lunari, invece, può finalmente farci sorridere per un momento, così come si può sorridere della credulità e della bizzarria che unisce Israeliani e Americani in questa sorta di riedizione della conquista del West.
Almeno la Luna è disabitata e, dunque, che si scatenino pure, padroni di buttare al vento i propri soldi.
Resta la possibilità di fantasticare su un immaginario, malcapitato selenita che, un giorno, potrebbe vedere materializzarsi davanti ai suoi occhi un’orda di conquistadores ebrei, pronti a spiegargli (con le buone o con le cattive...) che la Luna è ed è sempre stata loro, che Dio gliela aveva promessa secoli e secoli addietro, che, insomma, cominciasse a prepararsi le valigie!

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