venerdì, dicembre 28, 2007

Nel frattempo, in Cisgiordania.

di Gideon Levy - Haaretz, 24/12/2007

Non lasciatevi ingannare dalla quiete: è immaginaria. Mentre tutti gli sguardi sono rivolti a Gaza, si è creata l'impressione, con l'ausilio dei media che chiudono un occhio, che la Cisgiordania sia tranquilla. Visto che qui comandano i “bravi ragazzi”, quelli con cui siamo andati ad Annapolis, quelli che riceveranno il denaro dai Paesi donatori, e la vita è splendida, così sembra.

Bene, non è il caso. Anche in Cisgiordania la vita dei Palestinesi è intollerabile, anche lì viene versato il sangue. Per l’esercito israeliano si tratta delle solite faccende, con un dito sul grilletto spaventosamente veloce. Lo spirito di Annapolis e le elevate parole del primo ministro qui non persuadono.
Negli ultimi mesi ho visitato abbastanza case in lutto, in Cisgiordania. In tutte si piangevano familiari uccisi senza alcuna ragione. Ogni settimana, persone innocenti vengono uccise in Cisgiordania, e nessuno ne parla. Fra le decine di Palestinesi uccisi recentemente, non tutti lanciavano Qassam o erano capibanda di Gaza. Se un giorno scoppierà una nuova rivolta in Cisgiordania, avrà origine da queste case in lutto.

La routine giornaliera in Cisgiordania è anche manifestamente disumana. La notte che, l'estate scorsa, ho trascorso nel campo profughi di Jenin mi ha aperto gli occhi: l'IDF entra nel campo ogni notte, e, persino quando non uccide, incute un gran terrore nei cuori di migliaia di famiglie, vittime dell'ansia. Pochi Israeliani possono immaginare la routine quotidiana dei residenti in Cisgiordania, durante il giorno e, ancor più, la notte. E non abbiamo detto una parola sulla povertà, i blocchi stradali e le demolizioni delle case.

La storia delle recenti uccisioni in Cisgiordania non è al nostro ordine del giorno, perché finora i Palestinesi non hanno risposto con attacchi di ritorsione per queste morti. Ma non è certo che la quiete continuerà.

Adib Salim, paralizzato sul lato destro, vendeva semi di lupini. Ha osato metter fuori la testa durante uno dei raid condotti dall'IDF a Nablus. I soldati lo hanno assassinato. Il portavoce dell'IDF ha sostenuto che aveva minacciato di sparare ai soldati, ma il venditore di semi, paralizzato, sarebbe stato assolutamente incapace di farlo.

Abdel Wazir, il 71enne cugino del leggendario Abu Jihad, era un contabile in pensione. Ha trascorso una notte terrificante in casa: per ore i soldati hanno sparato accanto alla sua finestra, mentre era seduto con la moglie sul sofà, entrambi impietriti dalla paura. Quando ha sentito l'ordine di uscire, ha lasciato la sua casa ed è stato colpito a morte all’istante.

Jihad Shaar, 19 anni, si stava recando dal suo villaggio, Tekua, ad iscriversi all'università. I soldati lo hanno ucciso per motivi non chiariti a colpi di manganello e a calci, mentre aspettava alla fermata dell'autobus. Il portavoce dell'IDF ha riferito che i soldati “si sono comportati in modo appropriato”.

Mohammed Salah era un poliziotto palestinese, dopo anni di lavoro come piastrellista nelle colonie. Durante il servizio, ha fermato un furgone commerciale palestinese sospetto che aveva cercato di evitare il posto di blocco palestinese a Betlemme. Salah ha aperto la porta, sospettando che il furgone trasportasse merce rubata, e i militari dell'IDF sotto copertura che erano all’interno (i famigerati "travestiti" della Duvdevan, n.d.t.) hanno sparato, uccidendolo. Il portavoce dell'IDF ha sostenuto che aveva cercato di sparare ai soldati, ma tutti i testimoni oculari hanno rigettato nel modo più assoluto questa versione.

Firas Kaskas, accompagnato dal fratello e dal cognato, era andato a fare un'escursione naturalistica vicino a Ramallah. Notato un branco di gazzelle che correvano verso lo wadi, si sono fermati a guardare. I soldati, apparsi improvvisamente, gli hanno sparato da lontano, senza preavviso. Il portavoce dell'IDF ha sostenuto che i militari pensavano stesse piazzando un ordigno esplosivo nel cuore della riserva naturale.

Tutte queste persone sono state uccise dall'IDF nelle ultime settimane, senza alcuna ragione. Aggiungete all’elenco Mohammed Askar, di Saida, a cui è stato sparato a distanza ravvicinata durante i disordini nella prigione di Ketziot; Kamela Kabha, di Bartaa, un'anziana donna che il figlio aveva tentato di portare di corsa all'ospedale di Jenin e che è stata bloccata al checkpoint di Reihan per tre ore, finché gli è morta fra le braccia, e altri episodi di assassinio: avrete così il vero quadro degli “sforzi di pace” israeliani.

E non abbiamo nemmeno menzionato la costruzione nelle colonie.

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giovedì, dicembre 27, 2007

Ma non sempre è Natale!

Quarantamila turisti a Betlemme e nei luoghi santi in questo Natale, una piccola boccata d’ossigeno per i Palestinesi.
Per l’occasione, i vincoli al movimento delle persone sono stati molto allentati dall’esercito israeliano, per permettere l’afflusso dei visitatori alla Chiesa della Natività.
Tutto bello, la Messa a mezzanotte, l’omelia, il “Concert for Life and Peace”, il ministro Di Pietro commosso in prima fila.
Sarebbe stato interessante osservare le reazioni dei turisti, dei pellegrini e del buon Di Pietro se, per arrivare alla piazza della Mangiatoia, avessero dovuto sopportare lo stesso trattamento che i Palestinesi, nei restanti mesi dell’anno, devono subire per passare al checkpoint di Betlemme, alle 4 del mattino, come bestie ammassate nei recinti.
Purtroppo per i Palestinesi, non sempre è Natale!

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giovedì, dicembre 20, 2007

La routine che uccide.


Si sente dire spesso che la routine quotidiana del lavoro uccide.
Questo è ancora più vero laddove si consideri lo sporco lavoro che sono costretti a fare i valorosi soldatini dell’esercito israeliano: una “routine” quotidiana che, però, uccide i Palestinesi.
Anche oggi, durante un’operazione militare tutt’ora in corso nel momento in cui scrivo, l’esercito israeliano è penetrato per circa due chilometri all’interno della Striscia di Gaza, nei pressi del campo profughi di Maghazi.
Il bilancio provvisorio, secondo Haaretz, parla di sei militanti palestinesi uccisi e di 5 soldati israeliani feriti, di cui uno in maniera grave, e tuttavia almeno uno dei Palestinesi uccisi, Abdelrazeq Nofal, era sicuramente un civile disarmato, colpito mentre stava facendo visita ad alcuni parenti nel campo profughi.
Numerosi altri civili, peraltro, sono stati feriti nel corso del raid, tra cui un bambino di sette anni, un tecnico del suono della Reuters Television e un reporter della tv palestinese al-Aqsa.
Anche in questo caso, un portavoce dell’Idf ha definito l’ennesima incursione nella Striscia come una “operazione di routine contro minacce terroristiche”.
Appena qualche giorno fa, tra il 17 e il 18 dicembre, una serie di raid aerei e di operazioni terrestri aveva lasciato sul terreno ben 13 Palestinesi; l’11 dicembre, l’ennesima operazione di routine era costata la vita ad altri otto militanti.
Da più parti, in Israele, si invoca una nuova massiccia operazione terrestre all’interno della Striscia di Gaza, anche se il Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano, Gabi Ashkenazi, si è fino ad ora mostrato contrario.
In poco più di una settimana, come abbiamo visto, sono stati uccisi una trentina di Palestinesi; secondo le statistiche recentemente fornite dall’OCHA (cfr. The Humanitarian Monitor, n.19), dal 1° gennaio al 30 novembre di quest’anno, Tsahal ha ucciso nella sola Striscia di Gaza ben 253 Palestinesi (su un totale di 344) e ne ha feriti 579 (su un totale di 1.706).
Ci chiediamo davvero con sgomento che cosa mai potrà succedere quando Ashkenazi cambierà idea e deciderà di passare dalla banale “routine” ad una invasione vera e propria!

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martedì, dicembre 11, 2007

C'è avamposto e avamposto!


L’area denominata E-1 (East-1), compresa tra Gerusalemme e la colonia di Ma’ale Adumim, è una delle più sensibili e controverse dell’intera West Bank.
Su questa terra (di proprietà palestinese, ma è quasi inutile ribadirlo), Israele progetta di costruire circa 3.500 unità abitative ed un insediamento industriale, mentre da poco è stata ultimato un edificio destinato ad essere sede della polizia locale.
Una volta realizzato il progetto, si creerà un continuus tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim, mentre, contemporaneamente, la West Bank verrà tagliata in due grossi tronconi e Gerusalemme Est separata dal resto dei territori palestinesi.
In quest’ottica, alla fine di settembre, Israele ha confiscato ai Palestinesi circa 110 ettari di terra, da destinare alla costruzione di una strada ad uso esclusivo dei Palestinesi (che gentili…), in modo da mantenere almeno un collegamento (sotto supervisione israeliana, naturalmente!) tra i due bantustan che si verrebbero in tal modo a determinare.
La “continuità territoriale” resterà così agli Israeliani, mentre i Palestinesi dovranno adattarsi alla bisogna attraverso ponti, tunnel, sottopassi e quant’altro, alla faccia delle promesse di assicurare loro uno Stato – come si usa ora dire – “viable”.
L’8 dicembre scorso, proprio nell’area E-1, alcuni attivisti dell’International Solidarity Movement (3 Palestinesi, 5 Israeliani e 3 Svedesi) hanno organizzato una fantasiosa manifestazione di protesta, erigendo una piccola costruzione abusiva e piantandovi sul tetto alcune bandiere palestinesi.
Naturalmente, in men che non si dica, è intervenuta in forze la polizia israeliana, con il supporto dell’esercito, demolendo la casa e arrestando gli attivisti.
Il comunicato dell’ISM relativo alla vicenda si chiedeva, retoricamente, se la stessa solerzia le forze di sicurezza l’avrebbero mostrata l’indomani, nell’affrontare le previste incursioni dei setter israeliani nella stessa zona e in altre parti della West Bank.
Neanche a dirlo, la polizia non è intervenuta affatto, nonostante l’evidenza delle opere messe su dai coloni e nonostante le aree in questione fossero state dichiarate “zone militari chiuse”.
C’è avamposto e avamposto, e che diamine!

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Operazione di routine.


L'incursione dei soldati dell'esercito israeliano nella Striscia di Gaza, svoltasi stamattina con l'appoggio di 10 carri armati (30 secondo fonti palestinesi) e vari veicoli corazzati, nonché con la copertura aerea della IAF, si è chiusa con un bilancio di 8 militanti palestinesi uccisi e di 4 soldati israeliani lievemente feriti.

I mezzi blindati di Tsahal sono penetrati all'altezza del valico di Sufa e si sono spinti all'interno della Striscia per circa due chilometri.

Si tratta delle operazioni preliminari alla massiccia incursione a Gaza di cui da giorni si parla in Israele?

Macché, secondo una portavoce dell'Idf si è trattato di una semplice "operazione di routine".

Operazione di routine che si è svolta il giorno successivo alle strombazzate dichiarazioni del premier israeliano Olmert, il quale si è detto pronto ad aprire uno "storico percorso" verso la pace con i Palestinesi.

Ora, le cose sono due: o Olmert e i comandi militari non si parlano, oppure stamattina Tsahal ha preso per "sbaglio" un percorso diverso.

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Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.

Ieri, 10 dicembre, è stata la Giornata Mondiale dei Diritti Umani, data che segna l'inizio delle celebrazioni per il 60° anno della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948.
Un anno di celebrazioni, dunque, in cui si spera che qualcuno trovi il tempo di spiegarci perchè l'art. 13 di questa Dichiarazione "universale", che sancisce l'esistenza in capo ad ogni essere umano del diritto al ritorno, trovi applicazione per i profughi delle guerre e delle violenze in tutto il mondo, ma sembri non valere per i profughi palestinesi.

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Annapolis, un successo per Olmert, un disastro per i Palestinesi.



Per chiudere il discorso sulla conferenza di Annapolis, si può rilevare come i media occidentali abbiano per la maggior parte propagandato questo evento come un decisivo rilancio del processo di pace tra Israeliani e Palestinesi, mentre molto più cauti se non pessimistici sono stati i commenti della stampa araba.
Del resto, al di là dei sorrisi e delle strette di mano, ciò che emerge è il fatto che nessuno dei temi fondamentali della questione palestinese è stato affrontato, né si intravede per alcuno di essi la possibilità di una risoluzione concordata.
Gli unici ad aver tratto vantaggio da Annapolis, soprattutto in termini di immagine, sono stati Bush ed Olmert, senza che quest'ultimo, peraltro, offrisse nulla di concreto alla sua controparte palestinese.
In questo senso, esemplare è l'articolo che voglio proporre, scritto il 1° dicembre da Hani al-Masri per la testata AMIN (Arabic Media Internet Network), nella traduzione offerta dal sito di Arabnews.
Dal 1° dicembre ad oggi, peraltro, la situazione - se possibile - è vieppiù peggiorata.
I sia pur minimi impegni assunti da Olmert, infatti, sono già svaniti appena il giorno dopo, e così il 31 dicembre del 2008 come termine per concludere il processo di pace è diventata una data meramente formale e indicativa, mentre la più volte strombazzata promessa di "congelare" lo sviluppo delle colonie è stata smentita dalla progettata costruzione di 307 nuove unità abitative nel sobborgo di Gerusalemme di Har Homa.
E, nel frattempo, il numero dei Palestinesi deceduti a Gaza per non aver ricevuto il permesso di curarsi all'estero è salito a 33: gli ultimi, un bambino di 13 mesi e un 55enne malato di cuore.
Mentre continua indisturbata la mattanza di Palestinesi ad opera della premiata ditta di assassini Tsahal: 20 morti e 22 feriti nella sola settimana compresa tra il 29 novembre e il 5 dicembre.


Essendosi ormai conclusa la conferenza di Annapolis, è possibile fare un bilancio a mente fredda dei profitti e delle perdite che questo appuntamento ha comportato.
Da una lettura oggettiva di ciò che è accaduto ad Annapolis segue che i palestinesi ed il presidente Abu Mazen hanno ottenuto quanto segue:
- La questione palestinese è tornata all’ordine del giorno a livello internazionale dopo aver sofferto un lungo periodo di emarginazione.
- L’ANP ha rotto il proprio isolamento politico a livello internazionale.
- E’ stata smentita la tesi israeliana che parlava dell’assenza di un partner palestinese.
- Le trattative hanno preso nuovamente il posto della contrapposizione, che aveva assunto le forme di uno scontro militare che ad Israele risultava conveniente.
- E’ stato indebolito Hamas, che nel giorno della conferenza di Annapolis sembrava effettivamente trovarsi in una posizione poco invidiabile.
- Il “successo” di Annapolis apre le porte all’afflusso dei finanziamenti nelle casse dell’ANP, che può risanare il deficit di bilancio e dare inizio alla ricostruzione delle istituzioni, ed in particolare dei servizi di sicurezza.
- La grande partecipazione araba ha fornito alla leadership palestinese una copertura politica a livello arabo che l’aiuterà a sostenere le conseguenze di Annapolis.
Tuttavia, i successi palestinesi ad Annapolis non appaiono in tutta la loro realtà – ed in tutta la loro limitatezza – se non guardiamo anche a ciò che ha ottenuto Israele, ed in particolare il primo ministro Ehud Olmert:
- Israele ed il suo primo ministro Olmert sono apparsi come dei costruttori di pace, invece di emergere per quello che realmente sono, ovvero dei produttori di guerra e distruzione, i fautori dell’assedio, degli insediamenti, del muro di separazione, dell’espansione e delle annessioni, come dimostra ciò che è avvenuto e che sta avvenendo quotidianamente nei territori occupati, sia prima che durante e dopo Annapolis. Anche Bush è apparso come un costruttore di pace sebbene le sue mani siano sporche del sangue degli iracheni e degli afghani.
- La partecipazione di Israele ad una conferenza condotta dagli Stati Uniti, il primo sostenitore ed alleato di Israele, sbarra la strada all’eventualità che emerga un vuoto che potrebbe essere riempito da altre iniziative a livello arabo ed internazionale, ed allontana da Tel Aviv il pericolo della legalità internazionale e delle risoluzioni dell’ONU, ma anche il pericolo rappresentato dall’iniziativa di pace araba e dalla possibilità di convocare una vera conferenza internazionale che dia luogo a delle trattative reali, ed i cui partecipanti abbiano la possibilità di intervenire realmente, e non siano soltanto dei testimoni privi di alcun ruolo.
- Ora Olmert è in grado di sfruttare la riapertura del processo di pace – e di trattative che in realtà sono prive di una cornice chiara e di obblighi precisi e vincolanti – per continuare a portare avanti la politica israeliana di imposizione del fatto compiuto. Il documento congiunto non contiene, infatti, alcuna richiesta di stop immediato delle aggressioni, e della costruzione del muro e degli insediamenti. Non vi è altra autorità di riferimento all’infuori della Road Map, e senza alcuna prescrizione di una applicazione simultanea degli obblighi e degli impegni presi.
- Il “successo” di Annapolis sancisce la divisione esistente fra i palestinesi, e potrebbe aggravarla ulteriormente, dopo che Olmert ha posto una nuova condizione ad Abu Mazen: i negoziati non possono andare avanti se non viene estirpato il terrorismo e se non vengono disarmati i gruppi paramilitari illegali. Questa condizione prevede, fra l’altro, che l’ANP riprenda il controllo di Gaza, una possibilità che non è certamente a portata di mano. Ciò dà ad Israele un’ulteriore carta di ricatto ed un’ulteriore possibilità di temporeggiare, a meno che le forze di occupazione non decidano di compiere questa missione per conto dell’ANP. Ma se ciò dovesse avvenire, l’Autorità Palestinese pagherà un prezzo altissimo.
- L’ampia partecipazione araba alla conferenza di Annapolis potrebbe aprire la strada ad un’alleanza israelo-arabo-americana contro l’Iran. Inoltre, tale partecipazione accresce le possibilità di successo degli appelli del ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni per una normalizzazione dei rapporti diplomatici fra gli arabi ed Israele parallelamente all’avanzamento delle trattative israelo-palestinesi, invece che dopo il ritiro israeliano dai territori occupati ed il raggiungimento della pace.
- La riapertura dei negoziati scongiura l’eventualità di un dissolvimento dell’ANP. Israele vuole infatti mantenere in vita l’ANP, a condizione che rimanga debole, e che resti vincolata alle trattative come unico mezzo di soluzione del conflitto. Infatti, l’esistenza dell’Autorità Palestinese libera Israele dalle sue responsabilità di stato occupante, e permette allo stato ebraico di continuare a trattare con essa sul lungo periodo, nel tentativo di “addomesticarla” al punto da farle accettare la soluzione che Israele vuole imporre. Tale soluzione è quella di uno stato palestinese dai confini provvisori, che sarebbe uno stato soltanto di nome. Per questa ragione, nel suo discorso di Annapolis Olmert ha messo l’accento su tutte le fasi della Road Map. La seconda fase della Road Map prevede infatti la creazione di uno stato palestinese dai confini provvisori.
- Il rilancio del processo di pace e dei negoziati senza che Olmert garantisse nulla in cambio – né per quanto riguarda le questioni del “final status”, né per quanto riguarda le questioni transitorie – potrebbe allungare la vita del suo governo, come indicano gli ultimi sondaggi. Olmert, infatti, non ha offerto nulla in cambio. Ed anche la scadenza temporale rappresentata dalla fine del mandato di Bush in realtà non è vincolante.
Sulla base di quanto abbiamo fin qui osservato, possiamo dire che Israele e gli Stati Uniti – che hanno organizzato la conferenza, e sono anche deputati a controllarne l’applicazione (un altro elemento a vantaggio di Israele, visto che l’amministrazione Bush non è affatto giusta ed imparziale) – sono quelli che traggono maggior vantaggio da Annapolis, poiché i palestinesi hanno ottenuto soltanto risultati limitati e di natura puramente formale.
Non è forse vero che Bush ed Olmert hanno parlato di Israele come dello “stato degli ebrei”? Non è emerso da ogni discorso e da ogni parola pronunciata ad Annapolis che la sicurezza di Israele ha la priorità su ogni altra cosa?
Qualsiasi trattativa che non abbia come proprio fondamento la delegittimazione dell’occupazione, e che non punti alle questioni dello stato finale non può essere una trattativa nell’interesse della vittima, ma solo nell’interesse dello stato occupante.
Negoziati di questo genere possono soltanto portare ad uno dei risultati seguenti: il fallimento ed il ritorno allo scontro, oppure il raggiungimento di un accordo molto peggiore degli accordi di Oslo, o l’esplosione della situazione interna palestinese, o una terza Intifada palestinese.
Hani al-Masri è un analista politico palestinese
Titolo originale:
مؤتمر أنابوليس في ميزان الربح والخسارة

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sabato, dicembre 08, 2007

Il "carattere ebraico" di Israele.

Nei numerosi commenti sul dopo Annapolis, pochi analisti si sono soffermati sulle gravi problematiche connesse all'affermazione e alla richiesta di riconoscimento, anche da parte del mondo arabo, del "carattere ebraico" di Israele.
Qui di seguito riporto, sull'argomento, un pregevole articolo apparso il 2 dicembre sul quotidiano egiziano al-Ahram, tradotto a cura del sito di arabnews.
Mentre – stando alla promessa di Annapolis – dovremo attendere un anno intero per giungere ad un accordo di pace fra palestinesi ed israeliani, rileggendo i documenti di tale conferenza scopriamo nuove insidie che mettono in pericolo il processo di pace, e che possono far sì che esso non arrivi a destinazione.
Nel suo discorso di Annapolis, il presidente Bush ha aggiunto allo storico impegno americano per la sicurezza di Israele un’ulteriore promessa: il riconoscimento di Israele come stato ebraico per il popolo ebraico, che ambisce ad essere riconosciuto ed accolto a livello regionale.
Dal canto suo, Olmert ha indicato con chiarezza nel suo discorso che lo stato di Israele è la patria nazionale del popolo ebraico. La somiglianza fra i due discorsi ha spinto qualcuno a domandarsi sarcasticamente dove questi discorsi siano stati scritti, ma l’interrogativo serio è se simili discorsi possano contribuire a costruire una pace vera fra le parti.
I riflettori di Annapolis hanno messo in ombra le minacce dei partiti della destra religiosa ed estremista all’interno di Israele, che sono partner del partito “Kadima” al governo. Essi avevano avvertito Olmert che, tornando da Annapolis, correva il rischio di ritrovarsi senza governo.
Ugualmente, il clamore dei media intorno a questo appuntamento ha impedito ad alcuni di rendersi conto che l’Iran si era contrapposto alla conferenza – considerata ostile alla Repubblica Islamica iraniana – e che i leader iraniani avevano detto che nella regione non c’è posto per lo stato di Israele. Essi avevano invitato la Jihad Islamica, Hamas, ed altre organizzazioni palestinesi ad una conferenza parallela a Teheran, ed a questo invito Hamas e la Jihad islamica hanno risposto positivamente. La Striscia di Gaza ha assistito a manifestazioni imponenti, che hanno riportato il conflitto arabo-israeliano ai tempi in cui si parlava di uno stato palestinese “dal mare al fiume”, della distruzione di Israele, e del carattere islamico di Gerusalemme.
Con affermazioni come quella del “carattere ebraico” dello stato, e del “carattere islamico” del conflitto, la destra cristiana a Washington, la destra ebraica estrema a Tel Aviv, e gli Ayatollah di Teheran, insieme alle loro controparti nelle piazze – i rabbini del partito Shas e di Israel Beytenu, Hamas, la Jihad Islamica, e la Guardia Rivoluzionaria – hanno disseminato nuove insidie sul cammino verso la pace. Parlare di uno stato esclusivamente ebraico non soltanto rallenterà il processo di pace, lo farà saltare in aria. Riconoscere il carattere ebraico dello stato significa infatti accettare una società settaria che accoglie i suoi cittadini sulla base della religione, e che priva dei diritti della cittadinanza coloro che non abbracciano la religione di stato.
Secondo le statistiche israeliane, il numero di abitanti di Israele raggiunge i 7 milioni circa, il 25 % dei quali è composto da non ebrei. Sono i cosiddetti arabi di Israele, coloro che non lasciarono la Palestina quando venne fondato lo stato israeliano. Il loro numero viene stimato intorno al milione e 600.000 persone, in maggioranza musulmani sunniti (1 milione circa), mentre la quota restante è composta da cristiani di diverse confessioni, arabi beduini, drusi, e circassi. Israele vive nella paura della crescita demografica araba. Sebbene gli arabi partecipino alla vita politica, essi vivono in condizioni di emarginazione, e vengono trattati come cittadini di seconda classe. Israele ha volutamente arruolato beduini, circassi, e drusi nell’esercito, escludendo invece musulmani e cristiani dal servizio militare.
E’ evidente che l’ambizione di Israele a veder riconosciuto il proprio “carattere ebraico” nasconde motivazioni politiche, di cui la più importante è certamente il rifiuto di riconoscere il diritto al ritorno dei milioni di palestinesi che vennero cacciati dal proprio paese a seguito delle guerre arabo-israeliane. Israele ritiene che il loro ritorno renderebbe gli arabi maggioritari all’interno del paese.
Sebbene lo stato ebraico abbia sempre dichiarato la propria laicità, ed abbia sempre affermato di essere uno stato democratico, esso ambisce con forza ad affermare la propria identità religiosa, e semmai a riconoscere l’esistenza di alcune minoranze all’interno della società israeliana. Inoltre, Israele sostiene alcune minoranze religiose e nazionalistiche all’interno della regione mediorientale, e vede di buon occhio la creazione di staterelli su base religiosa e settaria in Medio Oriente, poiché ciò permetterebbe allo stato israeliano di sostenere di non essere un’eccezione nella regione, ma di essere in compagnia di stati che a loro volta affermano di essere musulmani o cristiani.
Chi conosce la storia del conflitto nella regione sa che Israele ha sempre ambito a dipingere questo conflitto come un conflitto religioso. Lo stato israeliano non nasconde la propria soddisfazione quando i leader dei movimenti islamici ripetono questo concetto, poiché questo discorso va a vantaggio dell’idea di stato religioso. Forse ci ricorderemo come Israele fu colto dal panico quando alcune fazioni palestinesi proposero lo slogan di un unico stato palestinese laico che avrebbe incluso tutte le religioni. Israele cercò di colpire queste fazioni e di cancellare questo slogan che avrebbe significato la fine della sua esistenza basata sui fondamenti della Torà.
Dobbiamo renderci conto che la cancellazione dal documento di Annapolis della frase sul “carattere ebraico” dello stato non significa che Israele vi abbia rinunciato. Come ha detto il ministro degli esteri egiziano Ahmad Abul Gheit, dobbiamo stare molto attenti nel difendere i diritti giuridici, umanitari, e politici di quegli arabi che non lasciarono le loro case nel 1948.
Israele gioca col fuoco dello stato religioso, ma l’annuncio del “carattere ebraico” dello stato non gli garantirà la sicurezza e non assicurerà la pace né al suo popolo né agli altri popoli della regione. Al contrario, getterà benzina sul fuoco della contrapposizione religiosa in tutta la regione. L’emirato di Gaza guidato da Hamas e sostenuto dalla Jihad islamica è ormai una realtà che ha soltanto bisogno di un annuncio ufficiale per essere definitivamente sancita. La Repubblica Islamica dell’Iran non lesinerà i suoi missili ad alta tecnologia ad Hezbollah. La piazza araba è in subbuglio, e non crede più alla pace dopo aver visto i generali di Israele indossare il mantello dei rabbini.
Olmert ha attaccato l’intransigenza religiosa e l’estremismo nazionalista. Credo che questo possa essere l’inizio di un periodo di instabilità interna, di violenza, e di rancori che potrebbero scuotere i fondamenti stessi della vita comune. Si rende conto il primo ministro israeliano che l’annuncio del “carattere ebraico” dello stato rappresenta la fase più alta dell’intransigenza religiosa? Si rende conto che ciò susciterà amarezza e rancore in 1 milione e mezzo di arabi all’interno di Israele, e che la loro reazione all’intransigenza religiosa ebraica si tradurrà in intransigenza religiosa islamica ed in estremismo nazionalista arabo? Si rende conto che ciò potrebbe determinare l’esplodere di una violenza che potrebbe spazzar via le basi stesse della vita comune che tutti i popoli si augurano? Infine, si rende conto il primo ministro israeliano che annunciare il “carattere ebraico” dello stato di Israele aprirà la strada alla nascita di stati islamici, che dichiareranno la jihad per la vittoria dell’Islam e per rimpadronirsi della moschea di al-Aqsa e della Cupola della Roccia?
La regione non ha bisogno di stati religiosi: né di uno stato per soli ebrei, né di stati islamici.
Magdi Daqqaq è un analista politico egiziano; è caporedattore della rivista “al-Hilal”
Titolo originale:
يهودية إسرائيل وإسلامية إيران

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venerdì, dicembre 07, 2007

Le vittime dell'infamia di Israele.



I due bambini nella foto sono il piccolo Muhammad a-Shanti, due anni e mezzo, e il fratellino Mustafa, di quasi quattro anni.
Di tutta evidenza, non si tratta di pericolosi terroristi, eppure Israele impedisce a loro, e ai loro genitori, di recarsi all’Hadassah Hospital di Gerusalemme per ricevere le cure di cui hanno bisogno.
I due fratellini palestinesi, infatti, sono malati di fibrosi cistica e nella Striscia di Gaza, dove risiedono, non hanno la possibilità di ricevere le cure adeguate alla loro malattia e sono costretti ad andare una volta al mese a Gerusalemme per ricevere il necessario trattamento sanitario.
Prima di ogni visita, i genitori devono chiedere un permesso alle autorità israeliane, per uno di loro e per i due bambini, e i tempi di attesa per ottenerlo, negli ultimi sei mesi, si sono sempre più allungati.
L’ultima volta che a Muhammad e a Mustafa è stato concesso di recarsi in ospedale è stata a settembre, e da allora e fino adesso non sono più riusciti ad ottenere i necessari permessi di ingresso, con le ovvie conseguenze relative al deteriorarsi delle loro condizioni di salute.
Da quando, il 19 settembre di quest’anno, la Striscia di Gaza è stata dichiarata come una “entità nemica”, Israele ha adottato tutta una serie di vergognose punizioni collettive contro la popolazione residente, tra cui la più infame e brutale è probabilmente quella di negare ai malati gravi la possibilità di accedere alle cure mediche all’estero.
Secondo i dati forniti dall’OCHA (cfr. Gaza Strip Humanitarian Fact Sheet, 28 novembre 2007), dal 9 giugno di quest’anno, su 782 pazienti che hanno avanzato richiesta di poter accedere a cure specialistiche a Gerusalemme Est, in Israele o all’estero, soltanto 100 hanno ricevuto il necessario permesso, e in molti casi solo grazie all’intervento di benemerite organizzazioni umanitarie tra cui, soprattutto, Physicians for Human Rights.
La mancata concessione dei citati permessi, o il ritardo nelle operazioni di passaggio, ha portato alla morte di almeno 29 Palestinesi, tra cui tre donne e un neonato, mentre dei circa 900 Palestinesi di Gaza che hanno in corso le pratiche per ottenere il permesso, ben 350 sono malati gravi e rischiano seriamente di morire anch’essi, aspettando.
Spesso, peraltro, è accaduto che alcuni Palestinesi ammalati - che avevano già ottenuto il permesso di uscita – siano morti per ingiustificati ritardi ai valichi o – infamia nell’infamia – perché si erano rifiutati di fornire informazioni utili alla quotidiana caccia di Tsahal ai “terroristi” di Hamas.
Il 18 ottobre un 21enne malato di cancro giungeva in ambulanza al valico di Erez, accompagnato dal padre; dopo due ore e mezza di attesa, incredibilmente, i soldati israeliani richiedevano che il malato attraversasse il tunnel del checkpoint con un girello anziché a bordo dell’ambulanza.
Attraversato il tunnel, tuttavia, il malato veniva respinto indietro, mentre il padre veniva arrestato e successivamente trattenuto in carcere per 9 giorni.
Il 28 ottobre, finalmente, il povero ragazzo poteva entrare in Israele ed essere ricoverato in ospedale, ma la sera stessa era già morto.
Il 22 ottobre un Palestinese di 77 anni, sofferente di emorragia allo stomaco, era arrivato in ambulanza al valico di Erez alle quattro del pomeriggio ma, dopo due ore di inutile attesa, veniva rimandato indietro; il giorno successivo, durante l’enensimo “tentativo” di passaggio, l’anziano Palestinese moriva mentre era ancora al checkpoint.
La situazione sanitaria della Striscia di Gaza è ancor più aggravata dal fatto che l’embargo imposto da Israele, e colpevolmente tollerato dalla comunità internazionale, riguarda anche le medicine e le attrezzature mediche.
Alla fine di novembre, secondo l’OCHA, il 31% delle attrezzature mediche essenziali e il 20% delle medicine – inclusi i farmaci pediatrici e oncologici - risultano avere scorte pari a zero; una delle conseguenze è che il tasso di mortalità tra i neonati ospedalizzati si è accresciuto dal 5,6% al 6,9% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Nonostante ogni contraria e unilaterale dichiarazione, Israele continua ad essere “potenza occupante” nei confronti della Striscia di Gaza, in quanto ne mantiene un effettivo e ferreo controllo sui confini territoriali e marittimi, nonché sullo spazio aereo.
Come tale, Israele rimane soggetto alle disposizioni del diritto umanitario internazionale – e segnatamente della IV Convenzione di Ginevra – che impongono la protezione e la salvaguardia dei cittadini della Striscia, con particolare riguardo al diritto alla salute e a ricevere adeguate cure mediche; sarebbe in ogni caso proibita, del resto, ogni forma di punizione collettiva, quale è quella che Israele, nella sua spietatezza e nella sua infamia, continua a infliggere a un milione e mezzo di Palestinesi, uomini, donne, bambini, anziani, ammalati.
Ma che Israele consideri la IV Convenzione alla stessa stregua della carta straccia lo sapevamo, e non ci sorprende.
Quello che stupisce e indigna è che la comunità internazionale – che pure sarebbe impegnata a far rispettare le previsioni della Convezione “in ogni circostanza” – faccia finta di niente ed eviti accuratamente di intervenire, persino con una semplice nota di biasimo al governo israeliano.
Compreso, è ovvio, il nostro governo, che annovera tra le sue fila vari spregevoli politici la cui amicizia per Israele è evidentemente ben più forte della dichiarata ispirazione cristiana.

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giovedì, dicembre 06, 2007

Il cuore dolente della Palestina.

Lunedì 10 dicembre il Comune di Sorrento organizza una manifestazione sui diritti umani, nel corso della quale interverranno Souzan Fatayers, premio della Regione Campania per la Pace e i Diritti Umani, ed Adriana Sabbatini, responsabile per la Palestina dell’Associazione "Altri Mondi ”. Nel corso dell'evento verra' presentato il libro documento ”Non se ne parla: bambini palestinesi nelle carceri israeliane” della giornalista Ansa Alessandra Antonelli, edito dalla Biblioteca di Tolbà.
Il fenomeno dei minori incarcerati nelle prigioni israeliane costituisce una vera barbarie, una tra le tante che lo stato di Israele riserva al popolo palestinese, ed una vergogna che pesa sulle coscienze di noi occidentali, così bravi a far finta di non vedere.
Secondo i dati forniti da B'tselem, alla fine di settembre erano ben 341 i minori palestinesi detenuti nelle carceri dell'Idf e dell'Israel Prisons Service, senza contare i neonati e i bimbi piccolissimi detenuti insieme alle loro madri.
Dunque, chi si trovasse da quelle parti...
Giornata dei Diritti Umani: il cuore dolente della Palestina.
Lunedì 10 dicembre l’Assessorato alla Pace e ai Diritti Umani del Comune di Sorrento e l’Associazione Culturale Cypraea, in collaborazione con l’Istituto d’Arte di Sorrento, dedicano una particolare attenzione a questa giornata che esalta i valori inalienabili dei Diritti Umani, fra cui quello basilare della Pace.
La manifestazione di solidarietà è stata intitolata “Il cuore dolente della Palestina” e l’Assessore Rosario Fiorentino spiega che ”Si è deciso di dare risalto ai gravi avvenimenti della guerra che affliggono molte nazioni del mondo, in particolare la Palestina, e si è voluto accanto a noi l’Associazione Cypraea che collabora con le scuole Palestinesi e ne ospita delegazioni di studenti per creare nella coscienza dei nostri ragazzi che la Pace è un diritto di ogni essere umano e che ai bambini si deve offrire un futuro diverso perché non siano più vittime della politica dei potenti".
Cecilia Coppola, presidente della Cypraea, ha spiegato che “E' stata naturale l’adesione alla giornata della Pace dal momento che scopo della Cypraea è diffondere fra i giovani di diverse etnie nel mondo il desiderio di vivere in una nazione senza conflitti e fili spinati, in una terra dove l’amicizia e la convivenza nel reciproco rispetto siano pilastri fondamentali”.
Sede della manifestazione è l’Istituto Statale d’Arte di Sorrento “ F. Grandi”, la cui dirigente Clotilde Paisio ha evidenziato quanto sia necessario che le scuole diventino una palestra formativa per preparare le futuregenerazioni a seguire un percorso di solidarietà e sostegno verso chi è stato colpito da ingiustizie e dalla violenza della guerra.
La manifestazione si apre alle ore 10.00 nella sede storica dell’Istituto d’Arte di Sorrento nel Chiostro di San Francesco, Sala esposizione con l’inaugurazione della Mostra “Immagini del cuore dolente della Palestina” curata da Adriana Sabbatini.
Porteranno il saluto delle Istituzioni, tra gli altri, Marco Fiorentino, sindaco di Sorrento, Rosario Fiorentino, Assessore alla Cultura, alla Pace e ai Diritti Umani, Souzan Fatayer, premio della Regione Campania per la Pace e i Diritti Umani, che donerà alla città di Sorrento la bandiera della Palestina e riceverà lo stemma del Comune.
Alle ore 10.30 il trenino lillipuziano percorrerà le strade di Sorrento portando il messaggio di Pace delle delegazioni dei bambini e dei giovani della Palestina, della Somalia, dell’Eritrea, del Senegal e delle scuole sorrentine.
Alle ore 11.00 presso l’ Istituto d’Arte “ F. Grandi ” in vico 1° Rotaa Sorrento Angela Cortese, Assessore all’Istruzione della Provincia di Napoli, interverrà alla presentazione del dossier ”Non se ne parla: bambini palestinesi nelle carceri israeliane” della giornalista Ansa Alessandra Antonelli, editore la Biblioteca di Tolbà. Seguirà la proiezione del video “Arresti ”, curata da Adriana Sabbatini, responsabile per la Palestina dell’ “Associazione Altri Mondi ”.
Parteciperanno varie delegazioni studentesche campane e la rappresentanza palestinese, somala, senegalese ed eritrea, che porteranno la loro voce di pace attraverso il canto, la musica e vari momenti culturali, perché si comprenda come si possa elaborare in modo creativo la rinascita dei popoli nella pace e nella giustizia, in un percorso di solidarietà e sostegno, di cui la scuola deve essere la fucina.
Ricordiamo la frase di Nelson Mandela “A volte spetta a una generazione essere grande. Voi potete essere una grande generazione. Lasciate fiorire la vostra grandezza. Certo il compito non sarà facile. Ma non farlo sarebbe un crimine contro l’umanità….fate dellaguerra una storia passata”.

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