giovedì, febbraio 28, 2008

Fra Kosovo e Palestina.

La dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte del Kosovo ha suscitato reazioni contrastanti in seno alla comunità internazionale, con taluni Paesi che hanno subito riconosciuto ufficialmente la nuova entità statuale ed altri, al contrario, tra cui naturalmente la Serbia, che hanno avanzato vibrate e risentite proteste.
Anche nel mondo arabo, e all'interno della stessa Anp, si è aperto un dibattito sull'eventualità che i Palestinesi seguano la stessa strada del Kosovo, ed alcuni hanno sottolineato come si sia in presenza di una nuova manifestazione del doppio standard di comportamento utilizzato dai Paesi occidentali - Usa in testa - nei confronti della Palestina, avendo attivamente aiutato il popolo kosovaro a raggiungere quella indipendenza che fino ad oggi, e chissà per quanto ancora, viene negata al popolo palestinese.
In questo senso, si segnala l'articolo apparso il 20 febbraio sul quotidiano londinese in lingua araba al-Quds al-Arabi, qui riproposto nella traduzione offerta dal sito Arabnews.
Fra Kosovo e Palestina.
Facciamo i nostri auguri al popolo kosovaro, visto che per gli uomini non vi è cosa più meravigliosa del fatto di poter vivere su una terra che salvaguardi la loro identità ed assicuri la loro dignità, la loro libertà, e i loro diritti. L’atmosfera di gioia, mista alle critiche ed alle esitazioni che hanno accompagnato la nascita di questo nuovo stato all’interno dell’Europa, riporta alla mente ciò che accadde vent’anni fa con la dichiarazione della nascita dello stato palestinese, avvenuta il 15 novembre 1988 in Algeria. Ma nonostante quella dichiarazione, lo stato palestinese è ancora oggetto di aspirazioni non realizzate e di promesse non mantenute.

L’attuale clamore internazionale intorno all’indipendenza del Kosovo è espressione di una serie di differenze che distinguono la questione palestinese dal problema kosovaro. Tali differenze, paradossalmente, avrebbero dovuto far sì che la nascita di un vero stato palestinese fosse stata festeggiata ben prima dell’indipendenza del Kosovo.

La questione palestinese è molto più antica rispetto al problema del Kosovo. Fra meno di tre mesi, i palestinesi celebreranno il 60° anniversario della “nakba” e della cacciata dalla loro patria.
Se invece vogliamo basarci soltanto sulle autorità internazionali, che ormai si concentrano esclusivamente sull’occupazione israeliana del 1967, la questione palestinese si protrae comunque da più di 40 anni, mentre il problema del Kosovo si presentò in tutta la sua gravità soltanto alla fine degli anni ’90 del secolo scorso, ed in particolare con la guerra scatenata dalla NATO contro la Serbia.

Il Kosovo si è posto essenzialmente come la questione di un popolo che non ha più voluto vivere all’interno dello stato serbo a seguito della dissoluzione della ex Iugoslavia costruita da Josip Tito al termine della seconda guerra mondiale, dopo che aveva cominciato a sfaldarsi il patto che l’aveva costituita, in coincidenza con il crollo dell’Unione Sovietica e del cosiddetto “blocco orientale” che le gravitava attorno.
La questione palestinese fece la sua comparsa molto prima, o quantomeno con la guerra del giugno 1967, come la questione di un popolo sottoposto ad un’occupazione condannata a livello internazionale, e che attualmente è l’ultima occupazione militare diretta del mondo moderno.

Dietro la questione palestinese vi è una sfilza di risoluzioni internazionali, sia da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, sia da parte del Consiglio di Sicurezza, per non parlare delle posizioni espresse in proposito da numerose organizzazioni internazionali.
Dall’altro lato, i kosovari hanno dalla loro parte soltanto una quantità trascurabile di risoluzioni che peraltro sono state applicate con grande solerzia, e rispetto alle quali sono state designate commissioni dai compiti ben precisi e sono stati fissati termini di applicazione non privi di una certa severità, con il sostegno dell’amministrazione americana e dell’Europa.

Attualmente lo stato palestinese, privo della sovranità sui suoi territori, è riconosciuto da un numero di paesi che addirittura supera il numero di coloro che riconoscono Israele. Malgrado ciò, non vediamo una presenza reale di questo stato, mentre non appena il Kosovo ha creato uno stato indipendente ecco giungere a ripetizione i riconoscimenti da parte delle grandi potenze internazionali.

Potremmo continuare a fare molti altri paragoni di questo genere, ma il punto più importante a proposito della situazione palestinese sta nel fatto che gli Stati Uniti, che hanno sempre avversato le aspirazioni dei palestinesi ad uno stato indipendente, sono gli stessi che hanno appoggiato la creazione dello stato del Kosovo e che ne hanno garantito la necessaria copertura internazionale.
Perfino quando Washington afferma di sostenere la nascita di uno stato palestinese, lo fa in base ad una serie di condizioni e di calcoli, al punto che ciò di cui bisogna tenere più conto nelle sedi internazionali è l’umore dell’inquilino della Casa Bianca. Per non parlare poi dell’Europa, la quale si è posta al seguito degli Stati Uniti ed ha coordinato con Washington tutte le sue politiche relative al Kosovo, offrendo supporto logistico e civile all’amministrazione Kosovara.
Questa Europa è la stessa che ha assunto una posizione timida e impotente rispetto alla questione palestinese. A completare il quadro vi è il fatto che il Kosovo indipendente rappresenta un interesse americano ed europeo al fine di contenere qualsiasi influenza russa vera o presunta, mentre invece una Palestina indipendente, anche solo su un quinto del territorio della Palestina storica, significherebbe cominciare a limitare per la prima volta il progetto del “Grande Israele”.

E vi sono ancora molte altre ragioni, come quelle appena esposte, che sono in grado di cancellare qualsiasi stupore rispetto all’ipocrisia internazionale che l’indipendenza del Kosovo – a cui facciamo ancora una volta i nostri auguri – ha drammaticamente messo a nudo.

Muhammad Krishan è un giornalista tunisino; è stato corrispondente di numerosi quotidiani arabi; attualmente è anchorman del canale satellitare “al-Jazeera”, e collabora con il quotidiano “al-Quds al-Arabi”

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giovedì, febbraio 21, 2008

Il frutto amaro della politica dell'assassinio.

Benché ufficialmente il governo israeliano lo abbia negato, pochi nutrono dubbi sul fatto che vi siano i servizi segreti di Israele dietro l’assassinio, avvenuto il 12 febbraio scorso a Damasco, di Imad Mughniyeh, il responsabile militare di Hezbollah.

E’ infatti dai tempi dell’attentato all’ambasciata americana a Beirut nel 1983 e, soprattutto, dopo l’attentato del 1994 all’ambasciata israeliana in Argentina, che Imad Mughniyeh era divenuto il ricercato numero uno sia per i servizi segreti israeliani che per quelli americani.

Qualcuno sostiene, peraltro, come ad esempio il
Sunday Times, che lo stesso giorno dell’uccisione del capo militare di Hezbollah, il primo ministro israeliano Olmert si sia incontrato privatamente con il direttore del Mossad Meir Dagan, congratulandosi per la perfetta riuscita dell’operazione.

In ogni caso, le reazioni della stampa e degli analisti israeliani di fronte all’assassinio di Mughniyeh sono state pressoché unanimemente positive, e la morte di quello che era considerato uno dei più pericolosi nemici di Israele viene considerata l’ennesimo avvertimento nei confronti della Siria e, probabilmente, l’inizio di una nuova escalation contro Hezbollah e Hamas; se possiamo colpire a Damasco, possiamo colpire ovunque: questo è il chiaro messaggio inviato a mezzo autobomba dai servizi segreti israeliani.

In controtendenza, come sempre, è il commento sull’accaduto del giornalista di Ha’aretz Gideon Levy, in un articolo apparso nell’edizione on-line in lingua inglese che vi propongo nell’ottima traduzione del sito arabnews: la morte di Mughniyeh è l’ennesimo episodio della politica dell’assassinio tanto amata (e praticata) dai governanti di Israele, una politica che si è sempre dimostrata fallimentare e il cui frutto amaro consiste nell’allontanare sempre più
quella sicurezza che pure Israele – almeno a parole – bramerebbe raggiungere.

Liquidation sale (Ha’aretz, 17.2.2008)

E’ stata come una baldoria particolarmente sfrenata: prima la grande intossicazione dei sensi, poi l’amaro risveglio del giorno dopo. In poche ore, Israele è passato dalla celebrazione dell’assassinio di Imad Mughniyeh alla paura di ciò che sarebbe seguito. La “grande impresa dell’intelligence”, la “perfetta esecuzione”, l’ “umiliazione di Bashar al-Assad” sono state rimpiazzate in un batter d’occhio da un diluvio di terrorizzanti “consigli di viaggio” da parte dell’Ufficio dell’antiterrorismo – non viaggiare, non identificarsi, non riunirsi in gruppi, fare attenzione, prendere ogni precauzione – e da una serie di stati di allerta sul confine settentrionale, in tutte le ambasciate ed i consolati israeliani, e nei centri della comunità ebraica in tutto il mondo. Se questi sono i pericoli che ci attendono, c’è da chiedersi: avevamo bisogno di questo assassinio?

Chiunque abbia ucciso Mughniyeh ha giocato ancora una volta col fuoco più pericoloso di tutti: ha messo in pericolo la sicurezza d’Israele. Se è stato Israele, c’è da chiedersi se c’era un briciolo di senso in questa mossa. Se non è stato Israele, le nostre famose agenzie di intelligence farebbero bene a provarlo rapidamente, prima del prossimo disastro. La sicurezza dei cittadini d’Israele è stata forse rafforzata? E’ stato inferto un colpo definitivo al terrore? La storia, con la sua moltitudine di omicidi precedenti, insegna che la risposta è no. La serie di “condottieri del terrorismo” liquidati da Israele, da Ali Salameh ed Abu Jihad, passando per Abbas Mussawi e Yahya Ayyash, fino allo sheikh Ahmed Yassin e ad Abdel Aziz Rantisi – tutte “operazioni” che abbiamo celebrato con grande pompa per un dolce ed intossicante momento – ha finora portato soltanto duri e dolorosi attacchi di rappresaglia contro Israele e contro gli ebrei in tutto il mondo, e nuovi rimpiazzi non meno efficaci dei loro predecessori, ed a volte addirittura più “efficienti”. Di assassinio in assassinio, il terrore è soltanto cresciuto ed è diventato più sofisticato.

Non abbiamo mai realmente chiesto che i responsabili di queste “liquidazioni” rendessero conto delle loro azioni; siamo soltanto rimasti emozionati dalle loro “realizzazioni”. Come ci piace sguazzare in questi puerili racconti di eroismo! Yahya Ayyash è stato ucciso tramite il suo telefono cellulare? Questo va bene per un film d’azione, ma il nostro film si è concluso con un’ondata di attentati suicidi che hanno ucciso più di 100 israeliani. Qualcuno ha mai chiesto se ne valesse la pena? E chi è il colpevole?Ci siamo lasciati emozionare dal telefono cellulare che è esploso in faccia all’ “ingegnere” (il soprannome di Ayyash, il quale confezionava per Hamas gli ordigni esplosivi con cui venivano portati a termine gli attentati suicidi (N.d.T.) ), ma alla fine quel telefono è scoppiato in faccia a noi. Ora abbiamo Ehud Barak come ministro della difesa e Meir Dagan come direttore del Mossad, entrambi grandi fan degli assassini mirati e delle operazioni segrete alla James Bond. E così, ci sono buoni motivi per sospettare che anche questa volta Israele abbia fatto la sua parte in ciò che è accaduto.

In primo luogo, i festeggiamenti: è deprimente assistere alle celebrazioni di questa pseudo-vittoria. Per amor del cielo, cosa c’è da festeggiare, se non il più antico ed il più primitivo sentimento di tutti – la vendetta? La parata di generali e di esperti che sono stati intervistati in ogni programma immaginabile, esponendo insieme le proprie idee e dispensando sorrisi maliziosi, pieni della loro presunzione, insieme a generazioni di vittime del terrore che sono state invitate ad esprimere la gioia della loro personale vendetta, e l’interpretazione delle allusioni e degli indizi – Ehud Olmert che sorride nella Knesset e Ehud Barak con lo sguardo fiero ad Ankara – tutto questo ha dato un’immagine di ineguagliata disumanità. Anche i devoti fan del “genere” hanno bisogno di riflettere il giorno dopo. Anche per loro, la vendetta per amore della vendetta – occhio per occhio – nel miglior spirito dei nostri valori biblici, non può essere tutto. Oltretutto, una società che si rallegra e che va orgogliosa della propria vittoria mediatica dopo ogni uccisione è una società in cattive condizioni, mentre una guerra al terrore che incoraggia soltanto rappresaglie sempre più violente è una guerra persa.

Ma questa volta le celebrazioni sono state più brevi che mai. L’esecuzione è stata indubbiamente perfetta, ma gli interrogativi che dovevano essere posti prima dell’operazione sono sorti inaspettatamente subito dopo, in maniera spaventosamente tardiva. Ad esempio, la scelta del tempo e del luogo per portare a termine l’operazione: la scorsa estate, non molto tempo fa, ci hanno colmato di avvertimenti sull’esplosiva situazione esistente con la Siria. Poi, il 6 settembre, è giunto il misterioso bombardamento nel nord della Siria, ed ora l’assassinio, ancora una volta sul territorio di quello stesso pericoloso paese. Che interesse c’è nell’umiliare Bashar al-Assad? Per quanto ancora egli continuerà a reprimersi e ad incassare semplicemente queste umiliazioni? Tutto ciò lo porta più vicino a dei negoziati con noi – qualcosa che noi, ovviamente, abbiamo ostinatamente rifiutato – o non lo allontana, piuttosto, ancora di più da noi? E a proposito degli scopi dell’assassinio: esso impedirà nuovi attacchi terroristici, o invece li accrescerà? Mughniyeh era una di quelle rare persone che non possono essere rimpiazzate, oppure il suo sostituto sarà ancora più pericoloso di quanto non fosse lui?

Imad Mughniyeh è stato ucciso. Fantastico. Chiunque lo abbia liquidato ha fatto un “ottimo lavoro”, come dicono. Ma il giorno dopo, ulteriori pressanti interrogativi sorgono, al di là del modo in cui sono riusciti a mettersi sulle sue tracce e di come si sono fatti gioco di lui. “Il mondo è un posto migliore” ha declamato poeticamente un portavoce del Dipartimento di Stato americano dopo l’assassinio di Mughniyeh. Migliore? Possiamo dubitarne. Meno sicuro? Questo è certo.

Gideon Levy è un giornalista israeliano, membro del comitato di redazione del quotidiano “Ha’aretz”.

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venerdì, febbraio 15, 2008

Antisemitismo: la solita, indegna accusa.

Non è la prima, e non sarà l’ultima volta, che avviene: chi osa protestare contro Israele, l’occupazione illegale dei Territori palestinesi, la punizione collettiva di un milione e mezzo di persone innocenti, i quotidiani crimini di guerra commessi dal suo esercito è destinato a sbattere contro la trita e ritrita accusa di antisemitismo, la clava usata dagli apologeti di Israele per tacitare la libertà di critica contro l’operato di questo Stato-canaglia.

E tuttavia fa davvero impressione la generale levata di scudi contro il boicottaggio proposto alla partecipazione di Israele come ospite d’onore alla prossima Fiera del Libro di Torino, questo vociare becero e scomposto che, a partire dai quotidiani a maggior diffusione in Italia come il Corsera e La Repubblica, arriva addirittura ad accostare questa legittima, civile e pacifica dimostrazione alle leggi razziali italiane, all’odio antiebraico, all’antisemitismo.

Così come lascia sgomenti il fatto che queste anime belle si dimostrino, al contempo, indifferenti al trattamento a cui è sottoposta la popolazione della Striscia di Gaza, lasciata senza luce, senz’acqua, senza medicinali, affamata, massacrata.

Ed è davvero insopportabile, a breve distanza dalla ricorrenza in cui siamo chiamati, come ogni anno, a commemorare la Shoah e a batterci il petto gridando “mai più!”, che il cinismo e l’ipocrisia dei media e della politica di casa nostra giudichi assolutamente giustificata, se non opportuna, la condanna dei Palestinesi di Gaza a vivere nelle miserevoli condizioni di un campo di concentramento, dove, a somiglianza del campo di cui narra il film “Schindler’s List”, si rischia ogni giorno di morire per la casualità di un colpo di cannone o di un missile targato Israele.

In questo senso, mi pare opportuno segnalare il bell’articolo di Paola Canarutto recentemente apparso su Il Manifesto.



Il 24 gennaio, con il segretario di European Jews for a Just Peace, ho presentato all'Oms, a Ginevra, la nostra lettera contro l'assedio di Gaza.

Li abbiamo ringraziati per aver condannato il taglio dell'elettricità agli ospedali, sollecitandoli a trattare anche della mancanza di acqua potabile e dello sfascio delle fognature.

Poiché sono medico, ho suggerito di denunciare anche la carenza di cibo e l'impossibilità di scaldare le case (mentre Israele minaccia di far mancare, fra poco, anche il gas da cucina): anche questo nuoce alla salute.

L'alto funzionario ha commentato che le loro dichiarazioni sono sempre esito di faticose mediazioni: Israele fa parte dei comitati.

Tornando a casa, mi sono sentita scema: ero andata a Ginevra per dire all'Oms che la fame è nociva!
Alla riunione con gli organizzatori della Fiera del Libro, il consigliere regionale Chieppa del Pdci, il Comitato di solidarietà con il popolo palestinese di Torino ed io avevamo chiesto di porre gli scritti palestinesi sullo stesso piano di quelli israeliani.

La risposta è stata un No secco.

Al governo israeliano, la Fiera serve da autocelebrazione, per far dimenticare le atrocità compiute. Parteciparvi, anche con spirito «critico», vuol dire stare al gioco.

Non basta far credere al mondo intero che Yehoshua (che vuole il muro), Oz e Grossman siano pacifisti: ad Israele, gli oppositori servono per dimostrare la propria «democraticità». Non si finisce in carcere perché si è di B'Tselem. Halper può manifestare per i palestinesi: lui, non lo arrestano.

Chi è arrestato, torturato e ucciso senza processo, sono gli abitanti dei Territori Occupati, coloni esclusi: sono quelli della «razza» e della religione «sbagliata». Ma, poiché questi non hanno la cittadinanza, Israele si proclama «democratico». Lo è persino con i cittadini non ebrei. Sempre che non mettano in causa l'ebraicità dello stato: in tal caso, se sono importanti, rischiano di finire come Bishara, accusato - con una scusa - di tradimento, onde il suo partito, il Balad, finisse allo sbando (come puntualmente è avvenuto); o, se non lo sono, come i palestinesi cittadini israeliani, uccisi dalla polizia all'inizio dell'Intifada. Per queste uccisioni, Israele ha deciso che nessun poliziotto sarà processato.

Lo sterminio degli ebrei è un crimine incomparabilmente più grave della nakba. Ma Israele ne usa il ricordo, non per rifiutare alleanze con fascisti e simili (che dire dell'alleanza con il regime di Videla? del viaggio di Fini? dell'amicizia di Berlusconi, al governo con una Lega razzista?), ma per cacciare i palestinesi.

A compiere lo sterminio furono tedeschi (e polacchi, italiani, etc.): non palestinesi. Responsabili della nakba, invece, furono coloro che vollero uno stato a maggioranza ebraica, e chi li sostenne (Stalin compreso). I palestinesi funsero da capro espiatorio, come dalle prescrizioni del Levitico: quello su cui scaricare i peccati, prima di mandarlo a morire nel deserto. Peccati, notare, non compiuti affatto dal capro (Lv 16, 10.21s.).

La levata di scudi contro il boicottaggio della Fiera suona male: si prese una posizione analoga nel 2006, quando Israele, con gli Usa e l'Unione Europea (anche l'Italia, cioè) boicottarono i palestinesi, per il voto a Hamas?

Allora, nei Territori Occupati, chiusero scuole ed ospedali: i dipendenti non erano pagati. Durante la prima Intifada, Israele aveva chiuso - per anni – scuole e università palestinesi.

Il rettore dell'università di Al-Quds, Nusseibeh, è in ottimi rapporti con Israele: ha firmato un'iniziativa di pace con Ayalon, ex capo dei servizi segreti. Ciononostante, dentro l'università c'è il muro; per entrare e uscire, gli studenti devono passare un posto di blocco. Stante il muro e i checkpoint, occorrono ore per raggiungere, da Betlemme, l'università di Al-Quds; e sono pochi chilometri.

Questi, va da sé, non rientrano fra i boicottaggi culturali: il mondo – diversamente da Parlato – non considera i palestinesi i nuovi ebrei.

I dirigenti della Fiera hanno tenuto a dirci che questa è fortemente sostenuta dalle autorità istituzionali del Piemonte, sindaco di Torino incluso.

Un paio di anni fa, il Comune di Torino aveva fatto sì che diverse organizzazioni scrivessero un testo per insegnanti («Israele/Palestina. Palestina/Israele». Sussidio Informativo, edito dalla Città di Torino e dal Coordinamento di Comuni per la Pace).

Del libretto, dichiaratamente per la non violenza, avevo preparato il capitolo sui movimenti pacifisti israeliani. Quando lo presentammo, nel settembre 2006, il presidente della comunità ebraica insorse. Ad un incontro successivo, invece, non sono stata invitata. Mi dicono che è andato dal sindaco l'ambasciatore israeliano, per spiegargli l’«inopportunità» del testo, perché «non equidistante».

Risultato: il librino è sparito. Nemmeno chi ha scritto il libro sa se il Comune l'ha mandato al macero, o se ne ha sepolto le copie in un ripostiglio, scelto fra quelli più abitato dai topi.
Per molti, non si può chiedere ad un evento letterario, come la Fiera, di essere «equilibrata». Ma se un testo non piace all'ambasciatore israeliano, basta l'accusa di mancato equilibrio perché il Comune si faccia piccolo piccolo, chieda scusa, e nasconda il libro.

È chiaro che in questo caso non si parla di «censura», di «inutilità» di un boicottaggio antidemocratico. Non s'ha da boicottare Israele: chi lo fa rischia di essere definito «antisemita», magari «nazista». Far scomparire un testo, e (più grave) impedire ai palestinesi di andare a scuola, non è boicottaggio culturale. È normale «democrazia» israeliana (esportata, almeno in un caso, anche qui da noi). E, per Parlato, gli ebrei israeliani sono diversi dai sudafricani bianchi. È vero. Sono peggiori: in Sudafrica lo scopo era di sfruttare i neri, non di espellerli.

Paola Canarutto
Ebrei contro l’occupazione

(Titolo originale: “Boicottaggio, una levata di scudi che suona male” – Il Manifesto, 13.2.2008)

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venerdì, febbraio 08, 2008

Quando muore un Palestinese non conta.

Il 4 gennaio di quest’anno, intorno alle due del pomeriggio, per le strade di Nablus regnava una calma assoluta, d’altronde era l’ora delle preghiere pomeridiane.
All’improvviso è apparsa come dal nulla una jeep della polizia di frontiera israeliana, che ha cominciato a sparare all’impazzata verso alcuni civili palestinesi che stavano fuggendo, temendo l’ennesima, sanguinosa incursione dell’esercito israeliano.
A terra, gravemente ferito, resta Ahmad Abu Hantash, soccorso da una ambulanza della Mezzaluna rossa e portato in ospedale; morirà alcuni giorno dopo, esattamente il 23 gennaio, per le gravi ferite riportate: Ahmad aveva 22 anni ed era padre di due bambini.
Un esame a raggi-X del cranio del povero ragazzo aveva mostrato, al suo interno, tre pallottole rivestite di gomma che erano state sparate contro di lui da dietro ed erano penetrate dalla parte superiore del collo.
Questo tipo di munizionamento è comunemente usato per disperdere i dimostranti, ma le regole di ingaggio prevedono che venga sparato a una distanza non inferiore a quaranta metri, mirando alle gambe.
Al contrario, i valorosi soldatini israeliani hanno sparato alle spalle ad un uomo che stava fuggendo, senza alcun motivo né alcun pericolo per la loro incolumità, lasciandolo per terra a sanguinare come un cane senza nemmeno degnarsi di soccorrerlo: infami assassini!
Alzi la mano chi ha letto questa notizia sui giornali o ne ha sentito parlare in qualche notiziario televisivo.
Il vero è che, non solo in Italia, la copertura giornalistica dei fatti di sangue che avvengono in Palestina è assolutamente e sorprendentemente diversa a seconda del fatto che la vittima sia un ebreo oppure un palestinese.
Prendendo per assodata la buona fede della categoria e non volendo supporre che i direttori di giornale, i capi redazione e compagnia varia siano tutti a libro paga di Israele oppure motivati da convenienze politiche, si potrebbe allora presumere che l’uccisione di un Israeliano fa notizia perché meno frequente, mentre i Palestinesi muoiono ogni giorno e ormai non gliene importa più niente a nessuno: è la nota teoria secondo cui quando un cane morde un uomo non fa notizia, mentre il contrario accade quando un uomo morde un cane…
E’ una amara ironia questa, eppure è ciò che accade.
Il 4 febbraio, alle dieci e trenta del mattino, un attentatore suicida si è fatto esplodere nei pressi di un centro commerciale a Dimona, nel sud di Israele, uccidendo un’anziana donna, Lyubov Razdolskaya, e ferendo altri undici civili, tra cui il marito che versa in gravi condizioni.
Da sottolineare che si tratta di un attentato che ha avuto luogo a distanza di oltre un anno dall’ultimo evento dello stesso genere accaduto in Israele, l’attentato suicida di Eilat che il 29 gennaio del 2007 costò la vita a tre Israeliani.
Naturalmente l’attentato ha avuto una immediata risonanza e la dovuta copertura giornalistica, come è giusto che fosse: l’immancabile servizio di Claudio Pagliara sui tg Rai, le testimonianze delle persone scampate per un soffio all’esplosione, l’intervista all’eroico poliziotto che ha ucciso il secondo attentatore, steso in terra ferito, che non era riuscito ad azionare il proprio micidiale dispositivo.
Il giorno successivo, puntuale come le tasse, è arrivata la “risposta” di Israele, con ben nove Palestinesi uccisi nel corso della mattinata di martedì, due in un’operazione terrestre dell’Idf svoltasi nei pressi di Rafah, e sette nel corso di un attacco missilistico dell’aviazione israeliana contro una piccola stazione di polizia nella città di Abassan, a est di Khan Yunis; durante quest’ultima azione, dieci Palestinesi sono rimasti feriti, ed alcuni sono ricoverati in condizioni critiche.
Ebbene, in questo caso, nessun video, nessuna testimonianza, mentre i tg e i quotidiani a maggior diffusione si sono spesso astenuti persino dal riportare la notizia con un breve accenno o due semplici righe nella sezione esteri.
Almeno noi diamo un nome a questi poveri morti e ricordiamoli: Mahmoud Abu Teh, Bakker Abu Ghajal, Rifat Kadih, Ahmed al-Masbah, Wafi Abu Yusef, Maataz Abu Shahala, Osama Abu Saada, Mohammed Abu Saada, Abed a-Nasser Abu Tir.
Non sappiamo e non sapremo mai nulla di costoro, se appartenevano ad Hamas per convinzione religiosa, per odio a Israele, oppure più semplicemente per guadagnare qualcosa e portare a casa un po’ di pane con cui sfamare i propri figli, in una Gaza in cui ormai l’80% dei residenti dipende dagli aiuti umanitari e in cui il lavoro nel settore privato praticamente non esiste più.
Sappiamo soltanto che sono morti, i loro corpi dilaniati dai missili high-tech dell’aviazione israeliana, uccisi da un furore omicida e da un crimine altrettanto bestiale di quello di un attacco kamikaze contro civili inermi: naturalmente, con la consueta sproporzione nel numero dei morti e nella devastazione.
All’eroica azione dell’aviazione israeliana, un lancio di missili contro dei poliziotti indifesi e per di più intenti nelle preghiere quotidiane, ha assistito anche il Presidente israeliano Shimon Peres, la “colomba” che in età senile si è trasformata in uno spietato guerrafondaio.
Comodamente seduto nel quartier generale dello Shin Bet ha potuto osservare con compiacimento gli aerei israeliani portare morte e distruzione, complimentandosi poi con gli ufficiali presenti, da lui definiti “lo scudo difensivo (sic) di Israele”.
Ma si sa, la migliore difesa è l’attacco…
Chi si limitasse a seguire gli accadimenti in Palestina semplicemente attraverso quanto riportato dai media di casa nostra, stenterebbe a credere che, nel solo periodo compreso tra il 27 dicembre e il 6 febbraio di quest’anno, l’esercito israeliano ha ucciso ben 107 Palestinesi e ne ha feriti 299, tra i quali anziani, donne, bambini.
Si tratta di un lento ma costante massacro, compiuto dalla feccia dei soldati dell’Idf lontano dall’attenzione e dal controllo della pubblica opinione, grazie alla copertura fornita dall’assoluto silenzio della stampa internazionale sui crimini ascrivibili ad Israele.
Possiamo qui fare un breve ed esemplificativo elenco di questi crimini brutali e spietati, che mostrano l’assoluto disprezzo dei soldati israeliani per il valore della vita umana (altrui):
- il 3 gennaio, in un villaggio nei pressi di Khan Yunis, i carri armati israeliani prendevano a cannonate la casa di un membro delle Brigate al-Quds, Sami Hamdan Fayadh, uccidendolo sul colpo; insieme a lui, tuttavia, morivano altri 4 civili innocenti, la moglie Karima, di 59 anni, i fratelli Ahmed e Asmaa’, rispettivamente di 32 e 22 anni, il cugino Mohammed, di 18 anni.
- il 6 gennaio, durante una incursione nel campo profughi di al-Boreij, nella Striscia di Gaza, l’esercito israeliano sparava indiscriminatamente contro la popolazione del campo, uccidendo 4 Palestinesi e ferendone altri 40, tra cui 3 donne e 15 bambini; trovavano così la morte, tra gli altri, il 16enne Ziad Isma’il Abul Rukba e la 25enne Iman Hamdan.
- il 16 gennaio, nel corso di una esecuzione poco “mirata” dell’aviazione israeliana, un missile centrava un auto che percorreva una via di un sobborgo di Gaza, sterminando i tre civili innocenti che la occupavano, il 27enne Mohammed al-Yazji, il figlioletto Ameer, di 5 anni, il fratello ‘Aamer, di 40 anni: inutile specificare che i loro corpi sono stati orribilmente smembrati e devastati.
- il 17 gennaio, nel corso di una ennesima esecuzione mirata, un aereo israeliano lanciava due missili contro l’auto di Ra’ad Shihda Abu Fuol, un membro delle Brigate al-Quds, uccidendolo sul colpo, ma uccidendo anche una sua amica, la 35enne Fatheya Yusef al-Hassoumi.
- sempre il 17 gennaio, verso le 7 della sera, un missile israeliano esplodeva a breve distanza da un carretto trainato da un mulo, uccidendo la 52enne Miriam Mohammad Ahmad al-Rahel ed il figlio 22enne Mohammad, e provocando il ferimento di altri 6 civili che si trovavano nei pressi, tra i quali due bambini.
- il 18 gennaio, l’aviazione israeliana bombardava un edificio governativo di cinque piani, situato nel popoloso quartiere Tal al-Hawa a sud-ovest di Gaza City; l’onda d’urto e le schegge dell’esplosione investivano anche gli edifici civili circostanti, in uno dei quali si stava svolgendo un ricevimento nuziale; moriva così la 52enne Haniya Hussein ‘Abdul Jawwad, mentre altri 46 Palestinesi restavano feriti, tra cui 3 donne e 19 bambini.
- il 28 gennaio, a Betlemme, nel corso di un raid, i soldati di Tsahal sparavano indiscriminatamente contro la folla, uccidendo il 16enne Qussai Suleiman Mohammed al-Afandi, che stava raggiungendo suo padre nel negozio di famiglia.
Ancora ieri mattina, nel corso di varie incursioni nella Striscia di Gaza, i soldati israeliani hanno ucciso altri 7 Palestinesi, tra cui un insegnante investito dalle schegge di un missile davanti alla sua scuola a Beit Hanoun; nel medesimo “incidente”, anche tre alunni del povero insegnante sono rimasti feriti.
Ci si sarebbe aspettato, a questo punto, davanti all’evidenza numerica di un massacro che sembra non trovare più limiti, con oltre 100 morti e 300 feriti causati dai ripetuti raid dell’esercito israeliano in poco più di 40 giorni, un deciso intervento della comunità internazionale, volto a imporre a entrambi i contendenti, ma soprattutto a quello più forte, un immediato cessate il fuoco e la fine degli attacchi alla popolazione civile, esercitando le dovute pressioni con ogni mezzo, incluse sanzioni politiche ed economiche.
Ed invece, incredibilmente, gli attori che in qualche modo hanno voce nel conflitto israelo-palestinese, l’Onu, il “Quartetto”, i governi occidentali, con un incredibile e diabolico sovvertimento della realtà, continuano a raffigurare Israele come la vittima di una “aggressione” e i Palestinesi come biechi “terroristi”, legittimando come necessaria autodifesa i raid criminali dell’esercito israeliano e, tutt’al più, chiedendo solo a Israele – anzi pregandolo – di non affamare e di non lasciare al buio e senz’acqua la popolazione civile di Gaza.
Bontà loro…
Così Robert Serry, il Coordinatore Speciale dell’Onu per il processo di pace in Medio Oriente (UNSCO), qualche ora dopo l’attentato a Dimona ha avuto modo di dichiarare la propria solidarietà alle vittime dell’attacco terroristico e, citando anche Sderot, costretta a subire una “pioggia di razzi da Gaza”, ha affermato: “L’Onu condanna il terrorismo; niente può giustificare simili attacchi”.
Il che si potrebbe anche condividere, eppure suona alquanto sospetto se si considera che il signor Serry non ha mai trovato modo e tempo di spendere una parola per gli oltre cento Palestinesi morti in questo inizio di anno, né risulta aver mai espresso solidarietà e comprensione per le vittime innocenti della furia bestiale di Israele, per la famiglia al-Yazji distrutta dai missili, per la donna morta mentre era al ricevimento nuziale del nipote o per quella uccisa mentre tornava a casa con il suo povero carretto trainato da un mulo.
Analogamente, l’ottimo Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-Moon, durante una conferenza stampa svoltasi a New York il 5 febbraio, ha avuto modo di sostenere di “rendersi conto e di comprendere le preoccupazioni di Israele per la sicurezza”, chiedendo ai Palestinesi la cessazione del lancio dei Qassam e a Israele di alleviare le “difficoltà umanitarie” (sic) in cui versa la popolazione della Striscia di Gaza.
Fa quasi tenerezza il povero Segretario Generale il quale, pur di non urtare la suscettibilità di Israele (e degli Usa), non sa più dove voltarsi e, nel rispondere alla semplice domanda se l’Onu consideri ancora Gaza come “territorio occupato”, non ha saputo fare altro che bofonchiare di non essere nella condizione di rispondere su tali “questioni giuridiche”.
E, tuttavia, non possiamo fare a meno di notare che simili prese di posizione e, in specie, la reiterata omissione della denuncia dei crimini di guerra israeliani, rappresenta il via libera della comunità internazionale alla politica delle eliminazioni mirate e degli attacchi indiscriminati contro la Striscia di Gaza portata avanti da Israele.
Per un esame sommario delle posizioni degli Usa e dei governi europei in materia – peraltro non dissimili da quella del Segretario Onu – si potrà dare uno sguardo al resoconto della riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 30 gennaio, dove le rispettive posizioni sono espresse con chiarezza; un cenno di rilievo merita la dichiarazione del rappresentante italiano Marcello Spatafora, il quale ha almeno ritenuto di sottolineare come i civili palestinesi non possano costituire le vittime di “attacchi indiscriminati”.
Sembrano ormai lontani, purtroppo, i tempi in cui il Segretario Generale dell’Onu era Kofi Annan, che non perdeva occasione per ricordare come le esecuzioni “mirate” siano del tutto illegali, in quanto costituiscono una “execution without a trial”, una arbitraria condanna a morte eseguita senza un processo, una giuria, una prova.
Oggi, invece, può tranquillamente accadere che Tzachi Hanegbi, Presidente della Commissione Difesa e Affari esteri della Knesset, chieda a gran voce l’assassinio dei leader politici di Hamas e nessuno trovi niente da ridire.
Provate soltanto a immaginare cosa accadrebbe se qualche rappresentante di Hamas osasse invocare l’assassinio di Olmert o di Peres in risposta ai crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano…
Il vero è che ancora oggi la posizione degli Usa, e purtroppo anche della Ue, è fin troppo sbilanciata a favore di Israele, e i governi occidentali, lungi dal proporsi come honest brokers del conflitto israelo-palestinese, si comportano piuttosto come un arbitro di un incontro di boxe che vieta a uno dei contendenti di combattere, mentre lascia libero l’altro di scagliargli contro una scarica di pugni, con l’unica avvertenza, anzi preghiera, di non colpire se possibile sotto la cintura.
Un giorno il tribunale della storia condannerà anche noi per questa incredibile omissione di soccorso dei Palestinesi, un intero popolo affamato, terrorizzato, massacrato.
Ma non è questa la cosa più grave.
In queste condizioni, un giorno sarà chiaro a tutti i Palestinesi che non esiste una via politica alla libertà e alla autodeterminazione, che non è all’orizzonte – né vicino né remoto – la creazione dello Stato Palestinese, e sempre più vi saranno uomini e donne pronti a seguire il fascino della “bella morte”, la morte del kamikaze, spinti dalla disperazione, dall’odio, dalla miseria o, se preferite, dal fanatismo religioso.
L’attentato di Dimona poteva avere conseguenze ben più gravi; la morte di una sola persona in un attentato, pure avvenuto in un centro commerciale affollato, e la mancata esplosione di uno dei corpetti esplosivi mostrano come gli ordigni fossero stati fabbricati con una certa inesperienza, e lascia, altresì, qualche dubbio sui report dell’intelligence israeliana che vorrebbero contrabbandati nei Territori palestinesi quantità inverosimili di materiale bellico.
Niente a che vedere con le quantità di esplosivo e le “professionalità” largamente disponibili per i sanguinosi attentati in Iraq.
Ma, presto o tardi, i Palestinesi potrebbero ottenere queste e quelle, e allora ci troveremo a dover piangere ben più di una vittima.
In una spirale senza fine di morte e distruzione che solo un approccio imparziale e determinato al conflitto israelo-palestinese, da parte della comunità internazionale, sarà in grado di interrompere.

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