mercoledì, aprile 29, 2009

VII Conferenza internazionale sul diritto al ritorno.

Il PRC- Palestinian Return Centre - la Segreteria generale dei Palestinesi europei e l'API - Associazione dei Palestinesi in Italia - promuovono

la VII Conferenza sul Diritto al Ritorno - Milano 2 maggio, ore 10, Palalido - piazzale Lotto.

Programma:
ore 9-10 accrediti e consegna cartella stampa e pass
ore 11 inizio conferenza.

Interverrano:
dott. Salman Abu Sitta, ricercatore palestinese, autore dell’Atlas palestinese;
on. Mustafa Barghouti, Consiglio Legislativo palestinese, presidente al Mubadara, Ramallah;
p. Manuel Musallam, monsignore Chiesa cattolica di Gaza;
sheikh Raed Salah, presidente del Movimento islamico nei territori palestinesi occupati del 1948;
prof. Zeinat Abu Shawish, palestinese, docente universitaria, Egitto;
Ghassan Benjeddou, corrispondente al Jazeera, Libano;
baronessa Jennifer Tonge, Parlamento britannico;
on. Luisa Morgantini, vice-presidente del Parlamento Europeo.

L'evento sarà ripreso in diretta dalle tv Aljazeera, Al Hiwar, Al Quds, Al Manar, Al Aqsa, al-Alam, Bbc e reuters.
I promotori della Conferenza

API. L’Associazione, che non ha scopi di lucro, si propone il perseguimento dei seguenti obiettivi:
• evidenziare l'importanza del “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi nel paese di origine
• sensibilizzare la comunità dei palestinesi in Italia ed i politici italiani ed europei sul tema del “diritto al ritorno”
• far conoscere alla comunità italiana la storia palestinese dal 1948 in poi
• sensibilizzare e riattivare il ruolo delle donne, dei giovani, dei professionisti palestinesi che vivono in Italia affinché ognuno si impegni nel proprio campo per sostenere la causa palestinese e diffondere informazioni e conoscenze sulla cultura e sulle tradizioni della Palestina
• difendere gli interessi dei palestinesi in Italia, lavorando per una rappresentanza reale ed effettiva della comunità palestinese
• diffondere la cultura e le tradizioni palestinesi all'interno della comunità italiana
• promuovere e favorire una piena integrazione di palestinesi che vivono in Italia nella società italiana, nel rispetto delle leggi, mantenendo viva l’identità palestinese, araba ed islamica
• collaborare con tutte le associazioni, italiane e straniere, che condividono questi obiettivi.

La Segreteria del Forum dei Palestinesi in Europa rappresenta e raccoglie oltre 45 associazioni europee per la Palestina.

PRC. E’ un ente accademico e di comunicazione indipendente fondato e registrato nel 1996 in Gran Bretagna. E’ specializzato nella ricerca, nell’analisi e nel monitoraggio di tematiche che riguardano i palestinesi della diaspora e il loro diritto al ritorno. Esso si occupa anche di raccogliere e divulgare informazioni su altri aspetti relativi alla Questione Palestinese e al conflitto Arabo-Israeliano.
Il PRC ha contatti con parlamentari, accademici e con il mondo dell’informazione del Regno Unito. Coopera con diverse istituzioni ufficiali arabe e islamiche britanniche.
Il Palestinian Return Centre lavora per sviluppare la consapevolezza dell’opionione pubblica sul problema dei rifugiati e sul diritto al ritorno: dal 1996 a oggi ha organizzato oltre venti conferenze e seminari internazionali con la partecipazione di accademici, diplomatici, politici e studiosi di alto livello.

Altre info (scheda promotori e precedenti Conferenze):

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mercoledì, aprile 22, 2009

Giustizia? No, vendetta!

Il 7 aprile scorso le forze di sicurezza israeliane hanno demolito un appartamento sito nel quartiere di Zur Baher, a Gerusalemme est. L’abitazione in questione apparteneva alla famiglia di Husam Dwiyat, un Palestinese resosi responsabile nel luglio del 2008 di un attentato con un bulldozer nel centro di Gerusalemme, che aveva provocato tre morti e decine di feriti.

La demolizione ha avuto luogo dopo che l’Alta Corte di Giustizia israeliana aveva respinto, lo scorso 18 marzo, la domanda di annullamento di tale provvedimento avanzata dalla famiglia di Dwiyat.

Come in precedenti casi dello stesso tipo, i giudici (Levy, Grunis e Na’or) hanno accettato l’argomentazione governativa secondo cui la demolizione della casa della famiglia dell’attentatore servirà da deterrente per impedire che altri commettano simili attacchi. E i giudici, incredibilmente, ancora una volta hanno approvato la demolizione benché lo Stato israeliano non abbia mai nemmeno contestato alla famiglia di Dwiyat di averlo aiutato nel commettere il crimine o di essere stata a conoscenza dei suoi piani.

Dal 1967 al 2005 Israele ha sempre mantenuto la sua politica di demolire o di sigillare le case in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza come mezzo per punire le famiglie dei Palestinesi che avessero ucciso o comunque recato danno a Israeliani.

Questa politica era basata sulla presunzione che i Palestinesi, preoccupati per il destino delle loro famiglie, avrebbero per questo motivo evitato di portare a termine attentati o attacchi contro gli Israeliani e le loro proprietà. Messa in pratica, questa politica ha portato Israele a demolire – solo nel periodo compreso tra l’ottobre del 2001 e la fine di gennaio del 2005 – ben 664 abitazioni, lasciando senza un tetto sotto cui vivere 4.182 Palestinesi.

Questa pratica naturalmente – come quasi sempre accade quando si ha a che fare con Israele – è proibita dal diritto umanitario internazionale. L’obiettivo dichiarato di queste demolizioni, infatti, è quello di recar danno (rectius, di vendicarsi) contro persone innocenti – parenti degli autori o dei sospettati di un reato – a cui nessuno contesta di essere in qualche modo coinvolti nell’atto criminale. Come tale, ciò costituisce una punizione collettiva, che viola quel principio fondamentale secondo cui nessuno può essere punito per le azioni di un altro.

Nel febbraio del 2005, l’allora Ministro della Difesa Shaul Mofaz e il Capo di Stato Maggiore Moshe Ya’alon avevano accettato le conclusioni di una commissione guidata dal Maggiore Generale Udi Shani, e avevano deciso che non si sarebbero più demolite case come misura punitiva. Questo cambio di rotta aveva diverse motivazioni, tra le quali l’aver determinato l’impossibilità di stabilire senza riserve che la demolizione delle case era efficace nel prevenire gli attacchi terroristici.

In aggiunta, alla commissione Shani vennero presentate prove che indicavano che la demolizione delle case come misura punitiva aveva creato un odio enorme che, all’esatto opposto di quel che ci si prefiggeva, serviva solo ad accrescere le motivazioni a compiere attacchi terroristici. La commissione, inoltre, accertò anche che la demolizione delle case incideva negativamente sull’immagine di Israele nel mondo, e che la sua legalità secondo il diritto internazionale era incerta.

Il capo dell’Avvocatura militare, Brigadiere Generale Avichai Mandelblit, aveva spiegato nel corso di una riunione della Commissione Affari costituzionali, Diritto e Giustizia della Knesset che la decisione di cessare di demolire le case come misura punitiva non si riferiva soltanto ai periodi di calma, e che sarebbe rimasta in vigore anche ove gli attacchi terroristici fossero ripresi. Il giudice mise in rilievo come la decisione fosse definitiva, e che l’argomento sarebbe stato riconsiderato solo nella eventualità di un drastico mutamento delle circostanze.

Nonostante ciò, il 19 gennaio di quest’anno, senza alcuna spiegazione convincente, Israele ha ripreso questa politica punitiva e ha sigillato due dei quattro piani dell’edificio di proprietà della famiglia di ‘Alaa Abu Dahim, autore dell’attentato alla yeshiva Mercaz Harav di Gerusalemme, in cui abitavano i suoi genitori e uno dei suoi fratelli. Anche in questo caso, l’Alta Corte non ha avuto esitazioni nell’approvare la decisione governativa.

Un principio cardine della civiltà giuridica è che, soprattutto in campo penale, la responsabilità per i reati commessi è strettamente personale, e nessuno può essere punito se non abbia attivamente partecipato all’ideazione e/o alla commissione del reato medesimo, tanto meno perché semplicemente familiare o parente del suo autore.

In campo internazionale, l’art. 33 della IV Convenzione di Ginevra prevede che “nessuna persona protetta può essere punita per un’infrazione che non ha commesso personalmente. Le pene collettive, come pure qualsiasi misura d’intimidazione o di terrorismo, sono vietate … Sono proibite le misure di rappresaglia nei confronti delle persone protette e dei loro beni”. E’ appena il caso di ricordare che in tutto il mondo – tranne che in Israele naturalmente – trova unanime riconoscimento il fatto che la IV Convenzione di Ginevra trovi piena applicazione nei territori palestinesi occupati, ivi inclusa Gerusalemme est.

La demolizione per rappresaglia delle case dei parenti degli attentatori (palestinesi, perché agli attentatori israeliani questa disposizione non si applica…) è peraltro, come abbiamo visto, del tutto controproducente; la stessa commissione Shani, che aveva il compito di esaminare la questione, aveva dovuto riconoscere che tale pratica, lungi dal dissuadere nuovi attacchi, non aveva altro effetto che quello di rinfocolare l’ostilità araba nei confronti di Israele e del suo regime di occupazione militare.

Ma allora, per quale motivo riprendere la pratica della demolizione delle case, da tempo abbandonata in quanto giuridicamente controversa (rectius, illecita) e controproducente nei fatti?

La risposta è molto semplice, si tratta di puro e semplice desiderio di vendetta.

Gli attentati compiuti ai danni di ebrei israeliani, ormai da più di due anni, sono atti isolati e senza alcuna connessione con organizzazioni di militanti, frutto della rabbia e della disperazione dei Palestinesi che con tali gesti estremi (comunque esecrabili) vanno incontro alla morte nel nome della lotta all’occupazione o, più recentemente, della vendetta per il massacro compiuto dall’esercito israeliano a Gaza.

Da ciò deriva la frustrazione e l’impotenza delle autorità israeliane, non c’è un attentatore da punire (regolarmente ucciso sul posto), non c’è un gruppo di militanti da decapitare con un bell’assassinio “mirato” di cui gli Israeliani sono specialisti, restano solo i familiari e i parenti dell’attentatore su cui sfogare la propria rabbia e la voglia di vendetta, attuata privandoli dell’unico bene di qualche valore che possiedono, la casa in cui vivono.

Vari Paesi europei, nel corso della loro storia e ancora adesso, si sono trovati ad affrontare minacce terroristiche di vario genere – dall’Italia all’Inghilterra alla Spagna – ma mai in nessuno di questi Stati si è pensato di mettere in dubbio, neanche per un momento, i principi cardine dello stato di diritto, mai si è pensato di operare rappresaglie o punire in qualche modo i familiari di un attentatore, semplicemente a cagione del rapporto di parentela, una pratica davvero disumana e incredibile solo a immaginarsi.

E invece Israele, questa magnifica democrazia in cui giustizia è sinonimo di vendetta, questi giudici, questa gente, qualcuno – ahimé soprattutto in Italia – vorrebbe addirittura che entrassero trionfalmente a far parte della comunità degli Stati della Ue, una prospettiva davanti alla quale è lecito restare sgomenti.

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lunedì, aprile 20, 2009

Quanto ancora dovrà durare l'assedio di Gaza?

A tre mesi dalla fine dell’operazione militare israeliana “Piombo Fuso” nella Striscia di Gaza, la crisi umanitaria che colpisce un milione e mezzo di Palestinesi ivi residenti si aggrava ogni giorno di più.

Secondo l’Unicef, l’88% della popolazione di Gaza – 1.417.000 persone di cui 793.000 bambini – dipende per il proprio sostentamento dagli aiuti alimentari, contro lo stesso dato che, prima del blocco, era pari al 56%. All’origine della crisi alimentare vi sono diversi fattori, tra i quali la restrizione all’importazione di grano e generi per la produzione agricola, il funzionamento di solo la metà dei mulini esistenti a Gaza, le restrizioni alle forniture di gas da cucina e la penuria d’acqua che impedisce alle famiglie di preparare gli alimenti.

Di contro, non solo vari generi alimentari vengono bloccati ai valichi da Israele, che non li considera di “prima necessità” (persino i maccheroni!), ma la settimana tra il 5 e l’11 aprile ha visto il numero più basso di carichi umanitari entrare nella Striscia fin dal cessate il fuoco del 18 gennaio (499 contro una media precedente di 785, cfr. OCHA Protection of Civilians Weekly Report, 8-14 aprile 2009).

Nello stesso periodo, Gaza ha ricevuto soltanto il 19% del suo fabbisogno settimanale di gas da cucina (341 tonnellate contro 1.750), mentre l’unico impianto per la produzione di elettricità ha ricevuto soltanto il 70% del carburante industriale necessario per il suo funzionamento.

Ma le restrizioni ai valichi imposte da Israele impediscono soprattutto il ripristino delle reti idriche, fognarie ed elettriche, la ricostruzione delle case distrutte, lo sminamento del territorio.

L’attacco israeliano ha distrutto o danneggiato 21.100 case, 57 centri medici, 51 edifici e 59 scuole Onu, 1.500 fabbriche e negozi, 20 reti idrico/fognarie e impianti elettrici, per un danno totale complessivo pari all’incirca a 1,9 miliardi di dollari. Eppure vige ancora il divieto di importare cemento e altri materiali edili per ricostruire le case; eppure il blocco di tubature e pezzi di ricambio impedisce il pieno ripristino della rete idrica e fognaria, con oltre 250.000 persone che sono tutt’ora senza acqua corrente; eppure il blocco di cavi elettrici e parti di ricambio, nonché l’insufficiente rifornimento di carburante industriale, fanno sì che il 40% della popolazione di Gaza sia priva di elettricità nella propria abitazione, mentre il 60% la riceve in maniera saltuaria e per non più di 6 ore al giorno.

La conferenza dei donatori a
Sharm el Sheikh, svoltasi nei primi di marzo di quest’anno, ha raccolto fondi per 4,481 miliardi di dollari, sia pure in buona parte destinati alla Cisgiordania e al sostegno del bilancio dell’Anp. Ci si chiede, tuttavia, a cosa sia servito questo slancio di “generosità” se poi si consente a Israele, ancora oggi, di tenere bloccati i valichi e di impedire ogni pur minimo accenno di ricostruzione.

Il neo Presidente Usa Obama, sin dal suo insediamento, si è speso più volte con belle parole e ariosi discorsi parlando di aperture al mondo islamico e del processo di pace in medio oriente; sarebbe ora che a tante parole seguissero fatti concreti, ad esempio ponendo fine al blocco della Striscia di Gaza e al vergognoso assedio imposto a un milione e mezzo di persone del tutto prive di quanto necessario alla loro salute e ai bisogni di una vita dignitosa. Dei Paesi Ue e, segnatamente, dell’Italia non vogliamo neppure parlare, perché ci vergogniamo.

Ci vergogniamo che il nostro e gli altri governi europei ancora tollerino il caso unico al mondo di una popolazione inerme, colpita da una feroce incursione militare che ha provocato 1.440 morti e 5.380 feriti, oltre a immani sofferenze e distruzioni, che per soprammercato viene punita e strangolata dal proprio carnefice, e privata di ogni possibilità di ricostruzione e di sviluppo economico.

Quanto ancora dovrà durare l’assedio di Gaza ad opera delle canaglie israeliane? Quanto ancora dovrà durare questa infamia e questo abominio?

GAZA HA CAMBIATO OGNI COSA, MA LA SUA GENTE ANCORA SOFFRE.
17.4.2009 (IPS)

I circa 1,5 milioni di abitanti di Gaza, quasi tutti civili, si trovano tuttora in una situazione estremamente dura, visto che Israele continua a proibire l’invio a Gaza di gran parte dei beni necessari per vivere una vita dignitosa – compresi i materiali da costruzione che servono per riparare o ricostruire le migliaia di case e di strutture di altro genere che l’esercito israeliano ha distrutto durante la guerra.

Ma è già evidente che la guerra ha cambiato molti aspetti delle complesse dinamiche politiche esistenti fra la comunità israeliana e quella palestinese, ed all’interno di ciascuna comunità.
Semplicemente riuscendo a sopravvivere, Hamas è diventato più forte sia nel panorama politico palestinese che nel più ampio panorama mediorientale.

Alle elezioni israeliane di inizio febbraio, il partito di Olmert è stato sconfitto – dai rappresentanti di una tendenza ancor più militarista all’interno di Israele, la cui ascesa è stata alimentata in buona parte dalla smania di guerra scatenata fra gli ebrei israeliani proprio dalla guerra di Olmert.

Nel frattempo, la ferocia con cui Israele ha combattuto la guerra ha danneggiato in maniera significativa l’immagine del paese nel mondo. Negli Stati Uniti, un numero senza precedenti di gruppi della società civile – inclusi alcuni gruppi ebraici – ha criticato apertamente la decisione di Olmert di scatenare la guerra, fin dai primissimi giorni del conflitto.

Tutti questi sviluppi sono apparsi in maniera evidente durante l’ultima visita del senatore George Mitchell nella regione, cominciata mercoledì scorso. Si è trattato della terza visita di Mitchell da quando egli fu nominato inviato speciale degli Stati Uniti il 21 gennaio scorso. Alcuni sviluppi del dopoguerra di Gaza sembrano rendere più difficili gli sforzi di pace di Mitchell. Ma altri, ed in particolare la disaffezione fra il governo israeliano ed alcuni dei sui passati forti sostenitori nel mondo, apre nuove possibilità alla sua missione.

In effetti, in alcune delle prime apparizioni di Mitchell nel corso del suo ultimo viaggio, egli si è mostrato maggiormente pronto rispetto a qualsiasi altro responsabile americano del passato ad adottare pubblicamente una posizione – in questo caso, l’appoggio ad uno stato palestinese indipendente – che è molto differente da quella esposta dal governo in carica in Israele.

Quando Olmert diede inizio alla guerra di Gaza il 27 dicembre scorso, egli puntava o a distruggere Hamas o ad infliggergli un tale colpo da spingere i suoi leader ad assecondare le richieste politiche di Israele. Malgrado le enormi devastazioni inflitte dall’esercito israeliano alla popolazione di Gaza, esso non ha raggiunto nessuno di questi obiettivi. La struttura di comando a Gaza, da lungo tempo temprata dalla guerra, è rimasta intatta.

(La più ampia leadership nazionale di Hamas, tuttavia, si trova ormai da molti anni fuori dai Territori occupati. Dunque l’idea di spezzare o di “addomesticare” l’intera organizzazione infliggendo un colpo da K.O. alla sua struttura di Gaza è comunque un’idea priva di particolare validità).

Invece di essere distrutto, Hamas ha scoperto che durante la guerra la sua popolarità è cresciuta in tutta la Cisgiordania occupata e tra i 5 milioni di palestinesi che vivono in esilio lontano dalla loro patria. La popolarità del movimento islamico palestinese è scesa leggermente a Gaza, senza dubbio a causa della punizione che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno inflitto alla popolazione della Striscia. Ma Gaza non è neanche la metà della Cisgiordania. L’effetto complessivo è stato che Hamas è diventato più forte.

Fatah, un movimento che negli ultimi anni si è allineato in misura ancora maggiore alle politiche americane, nel frattempo ha visto declinare la propria popolarità.

In effetti, il collasso delle strutture decisionali interne di Fatah è ormai così grave che vi è la possibilità reale che questo movimento si disintegri del tutto. Sebbene questo collasso sia in corso ormai da parecchio tempo, la guerra di Gaza ne ha certamente accelerato la progressione.

Fatah è stato anche, fin dal 1969, indiscutibilmente la componente più forte all’interno dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), l’organismo laico che ha finora autorizzato tutti gli sforzi palestinesi di pace con Israele. Di conseguenza, il declino di Fatah minaccia la sopravvivenza dell’OLP stessa – a meno che i colloqui di unità nazionale tra Fatah e Hamas al Cairo, sempre avviati per poi essere nuovamente abbandonati, non trovino una formula per far entrare Hamas nell’OLP per la prima volta nella storia.

In mezzo a tutti questi sviluppi, il milione e mezzo di abitanti di Gaza sta ancora cercando di far fronte alla drammatica situazione lasciata dal recente conflitto. Durante la guerra, più di 1.300 palestinesi sono rimasti uccisi, la maggior parte dei quali civili. Dieci soldati israeliani e tre civili israeliani hanno perso la vita.

Nei tre anni che hanno preceduto la guerra, vi sono stati intermittenti scontri a fuoco fra Israele ed i militanti palestinesi – principalmente appartenenti a Hamas – che operavano da Gaza. Inoltre, Israele ha mantenuto un duro assedio nei confronti di Gaza, contravvenendo in maniera evidente alle sue responsabilità di “potenza occupante”, che le impongono di salvaguardare il benessere della popolazione indigena della Striscia.

Al termine della guerra, sia Israele che Hamas hanno annunciato parallelamente un cessate il fuoco (non negoziato). Ciò è avvenuto il 18 gennaio. In assenza di qualsiasi accordo di cessate il fuoco negoziato, la tregua attuale è rimasta fragile, e si sono verificati diversi scontri a fuoco.
Ma in aggiunta a ciò, Israele ha considerevolmente inasprito l’assedio a Gaza – e questo, in un momento in cui i residenti della Striscia hanno una straordinaria necessità di accedere ai materiali di cui hanno urgente bisogno per ricostruire le 5.000 case e le altre strutture che sono state distrutte durante la guerra. Queste strutture includono le vitali infrastrutture idriche e sanitarie, le fabbriche, i depositi – e perfino il parlamento.

John Prideaux-Brune, il direttore dell’Oxfam per la Cisgiordania e Gaza, ha definito la politica di Israele nei confronti di Gaza come una politica di “de-sviluppo intenzionalmente inflitto”.

Egli ha recentemente dichiarato all’Inter Press Service che “Israele ha sfogato tutta la sua furia durante la guerra a Gaza. Si possono vedere interi villaggi spianati, le mucche ed altro bestiame ucciso. Sembra che essi siano entrati ed abbiano eliminato tutto ciò che poteva servire per lo sviluppo economico – fattorie, industrie”. (Fonti israeliane hanno affermato che durante la guerra l’esercito ha fatto entrare a Gaza 100 bulldozer allo scopo di compiere questa distruzione).

“E’ terribilmente stupido che Israele faccia una cosa del genere”, ha affermato Prideaux-Brune. “Laddove gli stati sono riusciti a sopprimere il terrorismo, lo hanno fatto attraverso dei negoziati e promuovendo lo sviluppo economico”.

Egli ha detto di sperare che i governi occidentali si mobilitino rapidamente per convincere Israele a togliere l’assedio. Ciò – ha detto – permetterebbe alla popolazione di Gaza di ritornare ad un percorso di sviluppo economico, invece di vivere di aiuti.

Molte delle organizzazioni umanitarie che hanno fornito aiuti di “emergenza” a Gaza (ed alla Cisgiordania) per molti anni, come l’Oxfam, stanno ora sostenendo con maggiore insistenza che l’unica cosa che può realmente stabilizzare la situazione veramente fragile dei palestinesi di queste zone occupate è trovare il modo di porre fine rapidamente all’occupazione militare israeliana di questi territori.

Prideaux-Brune dice che i palestinesi di Gaza stanno attualmente soffrendo di una “crisi di dignità” deliberatamente inflitta.

“Fino a quando Israele controllerà ogni aspetto della vita di queste persone, esse resteranno vulnerabili”, dice. “Gli aiuti di emergenza non possono sostituire un’efficace costruzione della pace, e questo è l’unico modo per giungere ad un reale sviluppo economico”.

Helena Cobban è una scrittrice e ricercatrice esperta di questioni mediorientali; scrive regolarmente per la Boston Review e per l’Inter Press Service; collabora con il Christian Science Monitor; in precedenza aveva scritto articoli per il quotidiano panarabo al-Hayat

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giovedì, aprile 16, 2009

E le tue bestie, Menachem?

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martedì, aprile 14, 2009

Abbandonata da Dio.


La vita, che valore ha?
Vale un granello di terra?
Una goccia d’olio?
O una bandiera piantata su un sacro suolo?
Una stella… una mezzaluna… una croce…
Vale per cancellare una vita in modo così precoce?

I versi sacri, in quale testo
Giustificano spari da cecchini…
Fosforo bianco e tutto il resto?
Quale scrittura sacra ordinò:
“Distruggi i loro villaggi,
e della loro terra fai un falò”?

E dopo il massacro,
Hanno pianto?
Hanno provato rimorso?
Hanno chiesto perdono?
Hanno provato a santificare la loro anima impura
Mentre la gente è tenuta sotto assedio dietro le mura.

O hanno indossato con orgoglio la scritta di teoria impavida:
“SPARI UNO PRENDI DUE” con vignetta di donna gravida
Nessun riposo per meno sacri, né sicurezza, né calma
Nessuna benedizione, né preghiere, né salma
Nessun pane, medicina, casa o espiazione
Nessun angelo sopravvive a questa santa Occupazione

ALLORA DITEMI:
La vita di un palestinese, che valore si è meritata
Su questa vostra terra da Dio abbandonata?

God Forsaken

A grain of earth
A drop of oil
A flag on a hill of holy soil
A cross…a star…a crescent moon…
Is it worth ending a life too soon?

What sacred verses can explain
Sniper fire…
And white phosphorus rain?
What Holy Scripture gave the command
“Thou shall wipe out their villages
And scorch their land”

And after the massacre
Did they lament?
Did they seek forgiveness?
Did they repent?
Did they try to sanctify their burdened souls
While besieging a people behind their walls

Or did they wear with pride their murderous skills:
A pregnant woman with a caption “1 SHOT 2 KILLS”
No rest for the less sacred, no safety, no light
No benediction no prayer no end in sight
No bread, no medicine no shelter no salvation
No angels can survive this holy Occupation

TELL ME THIS:
What is the life of a Palestinian worth,
In your God forsaken earth?


شعر: سماح سبعاوي
ترجمة: أديب قعوار

*

الحياة ما قيمتها؟
ذرة من ترابها؟
قطرة من نفطها؟
بيرق على تلة فوق قداسة ترابها؟
صليب… نجم… هلال قمرها؟…
هل تستحق انهاء حياة قبل أوانها؟

الآيات المقدسة ما تفسيراتها؟!
أنيران قناص من أعدائها؟
أم مطر فسفوري أبيض ينهمر على رؤوس بنيها؟
المجرم العبراني قال: عليكم مسح قراها
وجرف تراب أرضها
ولا تبقوا على من لا يزال به نفس من أهلها!!!

وبعد المجزرة… هل صحى مقترفوها؟
هل طلبوا المغفرة من ضحاياها؟
هل تابوا عن مثلها؟
هل راموا المغفرة لأرواحهم المثقلة بآثامها؟
بينما تحاصرون شعباً خلف أسوار قهرها؟
أو هل ارتدوا بفخر اجرام مهاراتها؟
اغتيال امرآة حامل تحت يافطة "طلقة واحدة قتيلين" عنوانها؟

لا راحة للأقل قداسة، لا سلامة، لا نور ذو بريق
لا ابتهال، لا صلاة لا نهاية في أخر الطريق
لا خبز، لا علاج، لا ملجأ ولا رفيق
أي ملائكة تتمكن من البقاء في ظل جور الرقيق؟!

أجبني،
ما قيمة الحياة القلسطينية
في أرض الله المنسية؟

(Samah Sabawi)

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giovedì, aprile 09, 2009

Israele, ovvero il trionfo dell'assassinio e della barbarie.

E’ notizia di questi giorni che le Nazioni Unite hanno affidato a Richard Goldstone, ex Procuratore del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e per il Ruanda, il compito di indagare sui crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza durante l’operazione “Piombo Fuso”.

In questi 23 giorni di ininterrotto e spietato massacro, Israele si è reso responsabile della morte di ben 1.417 Palestinesi, di cui soltanto 236 erano militanti combattenti, pari al 16,7% del totale degli uccisi.

Numerose organizzazioni non governative, da Amnesty International a Human Rights Watch, da Physicians for Human Rights a finire persino ad una associazione di avvocati americani, hanno prodotto pagine e pagine di rapporti con un’unica conclusione - Israele ha commesso a Gaza crimini di guerra spaventosi – ed un’unica richiesta: va condotta al più presto un’indagine indipendente ed accurata per determinare quali e quanti crimini siano stati commessi e per chiamarne a rispondere i responsabili.

Perché Israele – in persona del Procuratore militare Avichai Mandelblit – in poco più di una decina di giorni ha chiuso l’inchiesta sui crimini di guerra avvenuti nella Striscia nel corso delle operazioni e raccontati da alcuni soldati israeliani, affermando che si trattava null’altro che di “voci”.

Perché Israele nega di aver fatto sistematicamente uso di armamenti proibiti (fosforo bianco, proiettili DIME, granate a flechettes) in zone densamente popolate, il che rappresenta un evidente crimine di guerra, e questo nonostante siano disponibili evidenze fotografiche e report documentati sul campo che evidenziano l’esatto contrario.

Che gli assassini si autoassolvano è abbastanza normale, resta alla comunità internazionale il dovere di documentare i crimini di guerra commessi e di punire i responsabili. Perché non vi sarà mai pace in medio oriente se il concetto di legalità internazionale e di giustizia continuerà a restare un vuoto simulacro.

Israele rende il mondo una giungla.

Daniel Reisner è il capo della «divisione Diritto Internazionale» dell’Avvocatura Generale Militare delle forze armate israeliane; si tratta di un corpo di venti legali a cui i capi di Tsahal si rivolgono per sapere fino a che punto possono spingersi nelle loro violazioni del diritto bellico e nelle atrocità.

Di recente, Reisner ha detto: «Se fate qualcosa abbastanza a lungo, il mondo finirà per accettarlo. Il diritto internazionale nel suo complesso è basato sulla nozione che un atto che è vietato oggi, diventa permesso se è compiuto da un numero sufficiente di Paesi... Il diritto internazionale procede per violazioni. Noi abbiamo inventato la tesi degli assassini mirati, ed abbiamo dovuto “spingerla”. All’inizio c’erano delle imperfezioni che rendevano difficile inserirlo (l’assassinio) nel quadro legale. Otto anni dopo, è perfettamente nei limiti della legittimità».

A rivelare questa agghiacciante ammissione «ad uso interno» è un giurista internazionale, il professor George Bisharat, docente di legge allo Hastings College of Law di San Francisco. In un articolo apparso sul San Francisco Chronicle (1), il professore ha accusato Israele di «brutalizzare» il diritto di guerra, secondo un piano deliberato e cosciente, onde distorcerne le norme a proprio vantaggio.

«Dal 2001», scrive Bisharat, «gli avvocati militari israeliani hanno premuto per riclassificare le operazioni militari a Gaza e nei Territori Occupati, dal modello legale obbligatorio per le norme di occupazione al modello ammesso per il conflitto armato. Sotto il primo modello, i soldati di un esercito occupante devono non uccidere, ma arrestare gli oppositori, e generalmente hanno l’obbligo di usare il minimo di forza necessaria per sedare i disordini».

«Nel conflitto armato, una forza militare è pur sempre trattenuta dal diritto bellico, che comprende il dovere di distinguere fra combattenti e civili, e il dovere di evitare attacchi che causano danno sproporzionato alle persone e alle cose civili; ma il modello permette un più rilevante uso della forza».

«Israele ha forzato il passaggio (dal primo al secondo «modello legale», ndr) allo scopo di giustificare i suoi assassinii nei territori palestinesi, in chiara violazione del diritto internazionale. Israele pratica gli “assassinii mirati” dagli anni ’70 – invariabilmente negando di averli compiuti –, ma di recente ha aumentato la loro frequenza, ed usando mezzi così spettacolari (come gli attacchi aerei) da rendere futile la negazione».

«Il presidente Bill Clinton, nel 2001, incaricò la Commissione Mitchell di investigare le cause della seconda intifada palestinese e fare raccomandazioni sul come riportare la calma nell’area. Gli avvocati israeliani difesero la loro tesi del “modello del conflitto armato”. La Commissione criticò l’applicazione totalitaria di quel modello alla sollevazione, ma non lo ripudiò».

«Oggi la maggior parte degli osservatori, non esclusa Amnesty International, accetta tacitamente la rappresentazione israeliana del conflitto di Gaza come “conflitto armato”» (2).

Nell’ultimo attacco agli inermi di Gaza Israele ha ulteriormente forzato il quadro, persino delle norme di guerra. I suoi stessi soldati hanno cominciato a testimoniare di aver ricevuto «regole di ingaggio» che configuravano una «licenza di uccidere» indiscriminata.

Uno dei soldati ha ammesso: «Il bello di Gaza è questo: vedi una persona per strada, che cammina lungo un sentiero. Non occorre che abbia un’arma, non occorre che tu la identifichi in alcun modo; puoi semplicemente spararle».

Questo atteggiamento, per il professor Bisharat, è pianificato:

«A Gaza Israele ha tentato di nuovo di trasformare il diritto internazionale attraverso violazioni. Ad esempio, i suoi avvocati militari hanno autorizzato il bombardamento di una cerimonia di fine-corso di allievi di polizia, uccidendo almeno 63 giovani uomini palestinesi. Secondo il diritto internazionale, questa deliberata uccisione di poliziotti civili è crimine di guerra. Ma Israele tratta tutti i dipendenti pubblici, del governo guidato da Hamas, come terroristi, e quindi come combattenti. Segretarie, impiegati, giudici, infermieri ospedalieri erano tutti, agli occhi di Israele, bersagli che possono essere legittimamente liquidati».

E non si tratta solo di dipendenti del governo di Hamas, aggiunge Bisharat:

«I giuristi israeliani hanno istruito i comandanti che qualunque palestinese che non avesse evacuato un edificio nonostante il preavviso di un imminente bombardamento, era uno “scudo umano volontario”, dunque partecipante al combattimento, e quindi legalmente eliminabile. Un metodo di “preavviso” usato dagli artiglieri israeliani, che loro chiamano “bussare dal tetto”, consisteva nello sparare con armi pesanti prima ad un angolo dell’edificio e poi, dopo pochi minuti, colpire i punti strutturalmente vulnerabili. Immaginare che i civili di Gaza, bloccati dalle truppe israeliane nella Striscia e circondati dal caos della battaglia, potessero capire questo come “avvertimento” è perlomeno ridicolo.

«Israele ha una lunga storia di violazioni impunite del diritto internazionale – di cui la più flagrante è la ultradecennale occupazione con “colonie” ebraiche della Cisgiordania. Bisogna riconoscere che il mondo per lo più ha rifiutato di legittimare le violazioni israeliane. Purtroppo il nostro governo (USA) fa eccezione, in quanto ha regolarmente dato copertura diplomatica agli abusi di Israele. Il nostro governo ha posto il veto a 42 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU, per riparare Israele dalle conseguenze dei suoi comportamenti illegali».

Peggio, dice Bisharat: «Il nostro governo (americano) è già indotto ad imitare l’esempio israeliano in Afghanistan e altrove, con gli assassinii mirati. Una linea di condotta che aliena i civili, uccisi e feriti senza colpa in questi attacchi, e rafforza la determinazione del nemico a farci danno con ogni mezzo possibile».

E conclude: «Noi non vogliamo che poliziotti civili siano bombardati negli Stati Uniti? Non vogliamo che un giorno qualcuno ci “bussi dal tetto”? Allora, per il bene nostro e del mondo, l’impunità di Israele deve finire».

Non finirà, lo sappiamo. Ma nelle parole di Bisharat riconosciamo la voce del katechon, di «ciò che trattiene» l’Anticristo. E’ una voce ormai debole, solitaria; non ha al suo servizio, per farsi rispettare, più alcuna forza pubblica. La sua sola forza è la verità, e questo la fa splendere ancora di più: è l’estrema ammonizione della civiltà romano-cristiana, di cui Israele compie gli ultimi scempi.

Nei giorni dei massacri di Gaza, diversi rabbini hanno incitato i soldati allo sterminio dei civili e degli inermi, e alla violazione delle convenzioni internazionali, con questo sofisma: queste norme sono state imposte dai goym, perché per loro la guerra è una specie di futile gioco, di gara sportiva, da condurre secondo regole; ma per noi ebrei, che siamo pacifici, la guerra è questione di vita o di morte; è in pericolo l’esistenza stessa di Israele.

Il professor Bisharat ricorda che l’Occidente romano-cristiano ha fatto della guerra non un futile gioco, ma una «istituzione», soggetta a diritto; e che il diritto di guerra non sono le regole di una gara sportiva, ma le stesse della civiltà: lo jus gentium. Gli stati legittimi, accettandole, riconoscono i nemici come legittimi; e aderendo ad esse, accettano di non compiere atrocità sui civili nemici, contando di risparmiare così la loro stessa popolazione civile, se le fortune belliche si rovesciassero. Quella che Israele infrange, in fondo, l’estrema applicazione del principio: «Non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te».

Bisharat ricorda che la progressiva cancellazione nelle coscienze del diritto di guerra significa, semplicemente, l’avvento incontrastato e trionfale della barbarie.

«Questo salto legale», scrive, «se accettato, incoraggerà altri occupanti a imitare Israele, che ha reso “esterno” il controllo militare e buttato ogni responsabilità sulla popolazione occupata» (3).

Il male omicida, ora, dilagherà senza che le vittime possano nemmeno gridare che subiscono ingiustizia.

Il sofisma dei rabbini sopra citato non è stata una scusa «ad hoc» per giustificare gli ultimi massacri di Gaza; è incardinato nella coscienza perenne che l’ebreo ha di sé.

Già nel 2001 rabbi Ovadia Yosef, rabbino-capo dei sefarditi nonché fondatore del partito «shas» estremista, ha proclamato il dovere religioso di «sterminare gli arabi», aggiungendo: «E’ vietato aver pietà di loro» (BBC, 11 aprile 2001).

Sul numero del 26 febbraio 1980 di «Bat Kol», la rivista studentesca della Barl Illan University, il rabbino dell’università, Israel Hess, scrisse (in ebraico) un saggio dal titolo: «Genocidio: un comandamento della Torah». Il rabbino commentava il passo del Deuteronomio (25: 17-19) che recita: «Quando il Signore ti avrà concesso la quiete da tutti i nemici che ti circondano, nella terra che il Signore ti dona, tu cancellerai (perfino) il ricordo di Amalek sotto il cielo. Non dimenticare!». Per « Amalek», spiegava il rabbino, si deve intendere ogni popolo che fa guerra ad Israele (4).

E’ stato un altro docente della Bar Illan, Adiel Schremer, a collegare questa volontà spietata, durata nei secoli, alle speranze stesse messianiche di Israele: fin dal medio evo «la redenzione escatologica (ebraica) è stata costruita in termini di totale eradicazione delle nazioni (...). Se si spera nella redenzione imminente di Dio, e si è ispirati dall’idea di una totale disfatta dei nemici di Israele come parte essenziale di tale redenzione, le inclinazioni violente non sono soppresse, ma in un certo senso favorite» (sic). (5).

Dunque, l’attuazione della Promessa è attesa non solo come dominio di Israele sul mondo, ma questo dominio è inteso come libertà di genocidio dei goym. E sicuramente il capo degli avvocati militari ha in mente questa speranza «religiosa» quando invita i comandanti a violare deliberatamente le convenzioni internazionali, onde instaurare il nuovo diritto universale, quello che varrà nel Regno di Davide esteso al mondo.

E per accelerare questo trionfo, occorre che «un numero sufficiente di nazioni» siano indotte a violare «il diritto internazionale». Dunque che tutto il mondo sia spinto alla barbarie pre-romana e pre-cristiana.

«Il diritto internazionale nel suo complesso è basato sulla nozione che un atto che è vietato oggi, diventa permesso se è compiuto da un numero sufficiente di Paesi... Il diritto internazionale procede per violazioni».

Queste frasi di Reisner sono auto-incriminanti secondo il diritto di Norimberga, e di fatto, se «il diritto internazionale procede per violazioni», sono la cancellazione delle norme di Norimberga; di fatto, scagionano i nazisti là condannati come criminali di guerra.

Se ciò non preoccupa Reisner, è perchè ritiene il trionfo di Israele definitivo: Sion non avrà mai bisogno in futuro della pietà e della giustizia che oggi nega ai suoi nemici, anzi a tutti i goym, perché la Promessa sta per essere realizzata.

Il suo regno «è di questo mondo», e il suo regno sui goym si configurerà come oppressione senza limiti e sterminio.

In questa visione, occorre ammonire gli ingenui cattolici giudaizzanti che abbracciano i fratelli maggiori e sostengono che «l’elezione di Israele da parte di Dio non è venuta mai meno». Va denunciato in particolare il gruppo tedesco che si auto-nomina «Comunità Cattolica di Integrazione» (e a cui Papa Ratzinger ha moltiplicato i segni di simpatia), la quale in piena coscienza, e con piena solidarietà agli ebrei, ammette: «Israele accetta con passione il mondo come dono di Dio. Israele sa che se non sottomettesse il suo mondo esteriore, e quindi la società al Regno di Dio, la sua fede sarebbe ristretta e fuori della realtà» (6).

Dicono bene, i «cattolici d’integrazione», proprio così Israele intende il suo riscatto: la sottomissione della società umana a Sion, del mondo di qua, di questo mondo carnale, al dominio del popolo eletto.

Un dominio che comincia con l’abolizione delle leggi in difesa dei deboli e degli inermi, e che si propone il genocidio, non è forse il Regno dell’Anticristo nel senso più concreto e letterale? L’adesione «appassionata» alla «speranza di Israele» non dispone quei «cattolici» ad una apostasia inaudita, ad applaudire l’Anomos, il senza-legge?

«Viene l’apostasia», come disse San Paolo, «e si rivela l’Uomo di Iniquità, il figlio della perdizione, colui che si oppone e si innalza su tutto ciò che è chiamato Dio o che è oggetto di culto, fino a dichiarare dio se stesso».

1) George Bisharat, «Changing the rules of war», San Francisco Chronicle, 4 aprile 2009.
2) Tipico di questo atteggiamento, o di mentalità acquisita per assuefazione alle atrocità israeliane, è – per esempio – l’idea che qualche razzo fatto in casa lanciato da palestinesi, o persino le pietre tirate da un ragazzino (spesso in risposta a terribili provocazioni ebraiche) sono deplorati come «atti di Guerra», moralmente equivalenti alle mostruose rappresaglie israeliane, anche se consistono nell’abbattimento di case e nel tiro di bombe al fosforo.
3) Una delle «innovazioni» talmudiche è infatti la finzione che Israele abbia spontaneamente rinunciato all’occupazione di Gaza; menzogna continuamente ripetuta dalla propaganda israeliana e dai suoi servi occidentali. In realtà ha solo esternalizzato l’occupazione militare, visto che controlla tutti i valichi di confine, lo spazio marino, lo spazio aereo di Gaza, e persino la fornitura di acqua, luce, carburanti; e inoltre si arroga il «diritto» di entrare in Gaza a volontà, bombardare e procedere ai massacri, quando i prigionieri di Gaza eleggono un governo sgradito all’occupante. Con questa finzione, Sion pretende di esentarsi dai doveri dell’occupante secondo le convenzioni.
4) Il genocidio degli armeni, compiuto dai cripto-giudei che presero il potere in Turchia instaurando un governo «laico», fu giustificato nel mondo ebraico col fatto che gli armeni erano gli amalekiti biblici. «Armenia is also sometimes called Amalek in some sources» (Encyclopedia Judaica, Volume 3, voce «Armenia», Gerusalemme 1971). «Since the Armenians are considered descendant of the Amalekite, they are called among the Jews of the Orient also Timeh» (Isaac Makkon, «The Universal Jewish Encyclopedia», volume1, New York 1939. La parola ebraica «timeh» significa «tu cancellerai», con riferimento al passo del Deuteronomio sopra citato. Gli armeni dovevano essere «cancellati», per gli ebrei orientali, che tributavano loro un odio ostinato.
5) Adiel Schremer, «Eschatology, Violence and Suicide – an Early Rabbinic Theme and is influence in the Middle Ages» (sul web: research.yale.edu/ycias/database/Files/MESV6-2.pdf).
6) Trovo notizie di questo allarmante gruppo «cattolico» nel libro di Gianni Valente, «Ratzinger professore», San Paolo, 2008, pagine 162-165. Valente è un giornalista ciellino di «30 giorni», e il suo libro – testimone simpatizzante dell'ideologia giudaizzante di Ratzinger – è tristemente rivelatore.

(http://www.effedieffe.com/content/view/7052/167/)

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giovedì, aprile 02, 2009

La vera minaccia nucleare in medio oriente.

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mercoledì, aprile 01, 2009

Un esercito di assassini religiosi.

Secondo una delle statistiche più attendibili, dei 1.434 Palestinesi uccisi durante l’operazione “Piombo Fuso” a Gaza, soltanto 235 (poco più del 16%!) erano effettivamente combattenti uccisi con le armi in pugno.

Questo significa che per ben l’84% dei casi i Palestinesi massacrati nella Striscia dai valorosi soldatini di Tsahal erano civili o non-combattenti, come tali protetti dalle norme del diritto umanitario internazionale.

Un così alto numero di innocenti uccisi dall’esercito israeliano è motivato, in parte, dall’utilizzo in aree densamente popolate di armamenti proibiti quale le granate a flechettes o al fosforo bianco, un uso ripetuto ed indiscriminato che, come tale, costituisce un crimine di guerra di cui dovrebbero essere chiamati a rispondere gli alti comandi militari e i vertici politici israeliani, che hanno autorizzato l’operazione “Piombo Fuso” e le sue criminali modalità pur nella piena consapevolezza delle
conseguenze che ne avrebbe patito la popolazione civile palestinese.

Ma si spiega anche con i
crimini di guerra imputabili singolarmente ai soldati israeliani, di cui ogni giorno che passa emergono particolari raccapriccianti per la loro ferocia e brutalità, crimini motivati dal razzismo e dal disprezzo del valore della vita umana (altrui) che sempre più pervadono i ranghi dell’esercito più “morale” al mondo.

Il vero è che, secondo un trend già da tempo rilevato, l’ossatura dell’esercito israeliano è sempre più in prevalenza costituita da persone giunte in Israele dall’ex Unione Sovietica – che fanno del razzismo antiarabo una vera e propria bandiera – e, soprattutto, da elementi pervasi dal fanatismo religioso e messianico, per i quali la santità della terra ha un carattere assolutamente prevalente sul rispetto della vita umana e dei diritti altrui.

Su quest’ultimo aspetto, riporto qui di seguito l’illuminante articolo di Ethan Bronner, pubblicato il 21 marzo sul New York Times e qui proposto nella traduzione offerta da Arabnews.

Qui voglio soltanto aggiungere come, ancora una volta, un fenomeno già di per sé pericoloso venga vieppiù alimentato dall’indifferenza o, peggio, dalla tacita approvazione degli alti comandi militari israeliani, che non solo
non si curano di punire in alcun modo i pur evidenti crimini commessi dai soldati israeliani nei Territori palestinesi occupati, ma evitano accuratamente di affrontare il pericolo razzismo che affiora sempre più tra i ranghi dell’Idf.

Di recente Yesh Din ha denunciato come un ufficiale israeliano avesse distribuito un opuscolo in cui si incitavano i soldati a non mostrare “alcuna pietà” nei confronti del nemico. Risultato: l’ufficiale in questione è stato” severamente
rimproverato”.

Eh si, avete letto bene.

UNA GUERRA DI RELIGIONE NELL’ESERCITO ISRAELIANO
21.3.2009

La pubblicazione, nelle scorse settimane, dei resoconti delle testimonianze dirette di soldati israeliani che denunciavano violenti maltrattamenti di civili palestinesi, nei recenti combattimenti a Gaza, fa emergere un dibattito circa le regole della guerra. Ma svela anche qualcos’altro: lo scontro tra liberali laici e nazionalisti religiosi per il controllo dell’esercito e della società israeliana.

Molte testimonianze, pubblicate da un istituto che gestisce un corso premilitare legato al movimento dei kibbutz, laico e di sinistra, hanno mostrato una chiara insofferenza nei confronti dei soldati religiosi, facendoli apparire come autoproclamati combattenti di una guerra santa.

Un soldato, identificato con lo pseudonimo di Ram, è citato per aver detto che a Gaza “il rabbinato ha diffuso parecchi articoli ed opuscoli che esprimevano un messaggio molto chiaro: noi siamo il popolo ebraico, siamo venuti in questa terra grazie a un miracolo, Dio ci ha riportato qui e ora dobbiamo lottare per espellere i non ebrei che ci stanno ostacolando nella conquista di questa terra santa. Questo era il messaggio principale, e l’impressione collettiva che molti soldati hanno avuto rispetto a questa operazione è che fosse una guerra di religione”.

Dany Zamir, direttore del corso premilitare annuale, che ha sollecitato le testimonianze e le ha poi diffuse, inducendo l’esercito a promettere che avrebbe investigato a riguardo, è citato nelle trascrizioni delle testimonianze per aver espresso angoscia riguardo al crescente numero di elementi religioso-nazionalisti nelle forze armate.

“Se i religiosi ci ungono con olio santo e ci appioppano libri sacri, e se i soldati in queste unità non sono rappresentativi del popolo ebraico nella sua eterogeneità, ma solamente di alcuni segmenti della popolazione, cosa possiamo aspettarci?”, ha detto. “Presso chi dobbiamo lamentarci?”.

Per i primi quattro decenni dell’esistenza di Israele, l’esercito – come molte delle istituzioni del paese – è stato dominato da membri di kibbutz, che si consideravano laici, occidentali e colti. Nell’ultimo o negli ultimi due decenni, i nazionalisti religiosi – ivi compresi molti affiliati al movimento dei coloni in Cisgiordania – hanno cominciato ad occupare sempre più posizioni di responsabilità all’interno dell’esercito. (Nella società israeliana, essi rappresentano una forza crescente, distinta – e più moderna – rispetto agli ultra-ortodossi vestiti di nero, i quali sono esonerati dal servizio militare).

In molti casi, i nazionalisti religiosi sono giunti a posizioni di comando a partire dallo stesso tipo di corso premilitare gestito dal sig. Zamir – con la differenza che i loro sono gestiti da movimenti religiosi, mentre il suo è laico, il che significa che la competizione tra i due è sia ideologica che di carriera.

“Il corpo ufficiali della brigata d’élite Golani è ora fortemente popolato da religiosi di destra che hanno frequentato le accademie preparatorie”, fa notare Moshe Halbertal, un professore di filosofia ebraica che ha partecipato alla stesura del codice di etica militare, e che è egli stesso religioso osservante, ma liberale da un punto di vista politico. “La destra religiosa sta cercando di avere un influsso sulla società israeliana attraverso l’esercito”.

Per il professor Halbertal, come per la stragrande maggioranza degli israeliani, l’esercito è un’istituzione particolarmente delicata, in quanto ha sempre funzionato da fucina sociale, che fa incontrare persone di tutte le classi sociali e di qualsiasi retroterra etnico e nazionale, e contribuisce a farne una società coesa attraverso delle reti sociali che le accompagnano per tutta la loro vita.

Coloro che si oppongono alla destra religiosa sono particolarmente preoccupati per l’influenza del rabbino capo dell’esercito, il brigadier generale Avichai Rontzki, egli stesso un colono della Cisgiordania che è stato molto attivo durante la guerra, quando trascorreva la maggior parte del tempo sul campo in compagnia delle truppe.

Egli ha tratto una citazione da un testo classico ebraico e, durante la guerra, l’ha trasformata in uno slogan: “Colui che è misericordioso con il crudele finirà per essere crudele con il misericordioso”.

E’ nata poi un controversia, quando si scoprì che un opuscolo distribuito ai soldati conteneva un editto rabbinico che scoraggiava la misericordia nei confronti del nemico. Il Ministero della Difesa ha rimproverato il rabbino.

In quel periodo, nel mese di gennaio, Avshalom Vilan, allora deputato di sinistra al Parlamento, aveva accusato il rabbino di aver “trasformato le attività dell’esercito israeliano da un combattimento di necessità in una guerra santa”.

Subito dopo che Israele ebbe ritirato i suoi coloni e i suoi soldati da Gaza nel 2005 e, successivamente, da vari insediamenti in Cisgiordania, emerse un invito a sospendere determinati programmi religiosi che si svolgevano all’interno dell’esercito poiché alcuni soldati che facevano parte di tali programmi avevano detto che si sarebbero rifiutati di obbedire a futuri ordini che prevedevano lo smantellamento di insediamenti. Dopo l’ascesa di Hamas a Gaza e l’aumento di attacchi missilistici su Israele, questa discussione si è placata.

Ma Yaron Ezrahi, un politologo di sinistra all’Università Ebraica che ha tenuto delle lezioni a comandanti dell’esercito, ha detto che l’invito a sospendere tali programmi ora dovrebbe essere rinnovato, in quanto ciò che è risultato evidente a Gaza è che laggiù la tradizione umanistica da cui deriva il codice etico non è stata sufficientemente rispettata.

La disputa sul controllo dell’esercito non è solo ideologica. E ‘ anche personale, così come tutta la politica in questo piccolo, intimo, paese. Coloro che sono in disaccordo con il rabbino capo lo hanno diffamato. Coloro che sono insoddisfatti del fatto che il sig. Zamir abbia diffuso la trascrizione delle testimonianze dei soldati di Gaza, la settimana scorsa, hanno diffuso la voce che egli è un ideologo di sinistra che opera a danno di Israele.

Nel 1990, Zamir, allora comandante di una compagnia di paracadutisti nella riserva dell’esercito, fu condannato al carcere per aver rifiutato di proteggere una cerimonia religiosa che coinvolgeva degli ebrei religiosi in visita alla città di Nablus, in Cisgiordania. Per alcuni, quel rifiuto fu un segno di onore, per altri un atto di insubordinazione e tradimento. Nei giorni scorsi, è iniziata una tacita campagna contro le inclinazioni di sinistra del sig. Zamir, per screditare la trascrizione che egli ha reso pubblica.

Allo stesso tempo, i numerosi detti e scritti del rabbino Rontzki hanno fatto il giro degli intellettuali di sinistra. Egli ha scritto, ad esempio, che quelli che altri chiamano “valori umanistici” sono semplicemente sensazioni soggettive che dovrebbero essere subordinate al rispetto della legge della Torà.

Egli ha anche detto che se un medico ebreo cura un non ebreo nel giorno dello Shabbat – quando il lavoro è sì vietato, ma la cura dei malati e dei feriti è prevista – è principalmente per evitare di esporre gli ebrei della diaspora all’odio.

Il professor Halbertal, il filosofo ebreo che si oppone all’atteggiamento del rabbino Rontzki, ha detto che la spaccatura che si sta aggravando in Israele non è solo tra ebrei religiosi e laici, ma anche tra gli stessi religiosi. La discussione riguarda tre questioni: la santità della terra rispetto alla vita, il rapporto tra messianismo e sionismo, e il posto dei non ebrei in uno stato ebraico sovrano.

La sinistra religiosa sostiene che la destra abbia fatto della terra di Israele un feticcio, invece di far sì che la vita abbia la priorità – dice Halbertal. La sinistra religiosa rifiuta anche la natura messianica del discorso sionista di destra, e sostiene che la tradizione ebraica valorizzi ogni vita umana, e non principalmente quella ebraica.

“La destra tende a stabilire un’equazione tra autenticità e brutalità, come se l’idea di umanesimo fosse un elemento occidentale e straniero trapiantato nell’ebraismo”, dice. “Essi sembrano non sapere che anche il nazionalismo e il fascismo sono idee occidentali, e che l’ultranazionalismo non è per nulla ebraico.”

Ethan Bronner è direttore degli uffici di Gerusalemme del New York Times; in precedenza ha lavorato nell’unità investigativa del giornale, occupandosi degli attacchi dell’11 settembre; tra il 1985 ed il 1997 aveva lavorato per il Boston Globe, del quale era stato a lungo corrispondente per il Medio Oriente, da Gerusalemme

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