martedì, giugno 30, 2009

Comunicato urgente del Free Gaza Movement.

Qualche ora fa la barca umanitaria del Free Gaza Movement è stata sequestrata dalla marina israeliana, a circa 23 miglia dalla costa di Gaza, e i suoi passeggeri sono stati rapiti e condotti forzatamente in Israele. Qui di seguito riporto il comunicato stampa ufficiale del movimento, di cui è urgente dare la massima diffusione.

ISRAELE ATTACCA LA BARCA DELLA GIUSTIZIA; RAPISCE LAVORATORI PER I DIRITTI UMANI; CONFISCA MEDICINALI, GIOCATTOLI E ALBERI DI OLIVO.

Per maggiori informazioni contatta:

Greta Berlin (English) tel: +357 99 081 767 / friends@freegaza.org

Caoimhe Butterly (Arabic/English/Spanish): tel: +357 99 077 820 / sahara78@hotmail.co.uk


(23 miglia a largo della costa di Gaza, ore 15:30pm) - Oggi le forze di occupazione Israeliane hanno attaccato e abbordato la barca del Free Gaza Movement, SPIRIT OF HUMANITY, rapendo 21 lavoratori per i diritti umani di 11 nazionalità, tra cui il Premio Nobel per la Pace Mairead Maguire e l'ex membro del Congresso USA Cynthia McKinney (vedi in fondo la lista completa dei passeggeri). I passeggeri e i membri dell'equipaggio sono stati tratti forzatamente in Israele.

“Questa è una violazione oltraggiosa della legge internazionale di cui siamo vittime. La nostra barca non si trovava in acque territoriali israeliane, e noi eravamo in missione umanitaria verso la Striscia di Gaza” ha detto Cynthia McKinney, ex membro del Congresso USA e candidata alla presidenza. “Il Presidente Obama ha appena detto ad Israele di lasciar entrare il materiale umanitario e da ricostruzione, e questo era esattamente quello che cercavamo di fare. Chiediamo alla comunità internazionale di chiedere il nostro rilascio così possiamo riprendere il nostro viaggio”.

In base al rapporto divulgato ieri dal Comitato della Croce Rossa Internazionale, i Palestinesi che vivono a Gaza sono in una “trappola disperata”. Migliaia di Palestinesi le cui case furono distrutte da Israle durante l'uoltimo massacro di dicembre/gennaio, sono ancora senza tetto nonostante la promessa di 4,5 miliardi di dollari di aiuti, perchè Israele rifiuta di far entrare cemento e altro materiale da ricostruzione nella Striscia di Gaza. Il rapporto fa notare anche che gli ospedali sono disperati perchè non riescono a venire incontro ai bisogni dei pazienti Palestinesi a causa della distruzione del materiale sanitario ad opera di Israele.

“Gli aiuti che portavamo erano simbolici di speranza per il popolo di Gaza, speranza che la rotta del mare potesse essere riaperta per loro, e che potessero così essere in grado di trasporate loro stessi il materiale per iniziare a ricostruire le scuole, gli ospedali e le migliaia di case distrutte durante l'offensiva “Piombo Fuso”. La nostra missione è un gesto nei confronti della popolazione di Gaza a dimostrare che siamo loro vicini e che non sono soli” ha dichiarato la passeggera Mairead Maguire, vincitrice del Premio Nobel per la Pace per il suo lavoro in Irlanda del Nord.

Poco prima di essere rapiti da Israele, Huwaida Arraf, Presidente del Free Gaza Movement e coordinatrice della delegazione in viaggio, ha dichiarato che : “Non è possibile che qualcuno possa ritenere che la nostra piccola imbarcazione possa costituire una minaccia di qualsiasi tipo per Israele. Noi trasportiamo materiale sanitario e per la ricostruzione, giocattoli per bambini. Tra i nostri passeggeri c'è un Premio Nobel per la Pace e un ex membro del Congresso USA. La nostra barca è stata perquisita e ha ricevuto i controlli di sicurezza da parte delle Autorità Portuali cipriote prima della partenza, e non ci siamo mai neanche avvicinati alle acque territoriali Israeliane”.

Arraf continua: “L'attacco deliberato e premeditato alla nostra imbarcazione disarmata è una chiara violazione delle leggi internazionali e noi chiediamo il nostro rilascio immediato e incondizionato”
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COSA POTETE FARE!

CONTATTARE il Ministro della Giustizia
tel: +972 2646 6666 or +972 2646 6340 fax: +972 2646 6357
CONTATTARE il Ministro degli Affari Esteri
tel: +972 2530 3111 fax: +972 2530 3367
CONTATTARE Mark Regev nell'Ufficio del Primo Ministro:
tel: +972 5 0620 3264 or +972 2670 5354 mark.regev@it.pmo.gov.il
CONTATTARE la Comunità della Croce Rossa Internazionale per chiedere la loro assistenza per stabilire le condizioni di salute degli esseri umani rapiti e per assicurarci del loro rilascio immediato.

Croce Rossa Israeliana
tel: +972 3524 5286 fax: +972 3527 0370
Croce Rossa Svizzera: tel: +41 22 730 3443 fax: +41 22 734 8280
Croce Rossa USA:
tel: +1 212 599 6021fax: +1 212 599 6009
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Lista dei Passeggeri rapiti sullo Spirit of Humanity

Khalad Abdelkader, Bahrain
Khalad è un ingegnere in rappresentanza dell'Associazione Islamica di Beneficienza del Bahrain.

Othman Abufalah, Jordan
Othman è un giornalista di Al-Jazeera TV, rinomato in tutto il mondo.

Khaled Al-Shenoo, Bahrain
Khaled è un lettore presso l'University of Bahrain.

Mansour Al-Abi, Yemen
Mansour è un cameraman di Al-Jazeera TV.

Fatima Al-Attawi, Bahrain
Fatima è una volontaria per gli aiuti e un'attivista della comunità del Bahrain.

Juhaina Alqaed, BahrainJ
uhaina è una giornalista e un'attivista dei diritti umani.

Huwaida Arraf, US
Huwaida è la Presidentessa del Free Gaza Movement e la coordinatrice della delegazione di questo viaggio.

Ishmahil Blagrove, UK
Ishmahil è un giornalista nato in Giamaica, realizzatore di video documentari e fondatore della compagnia di produzione cinematografica Rice & Peas. I suoi documentari sono focalizzati sulle battaglie internazionali per la giustizia sociale.

Kaltham Ghloom, Bahrain
Kalthamè un'attivista della comunità.

Derek Graham, Ireland
Derek Graham è un elettricista, organizzatore Free Gaza , e primo ufficiale a bordo dello Spirit of Humanity.

Alex Harrison, UK
Alex è un attivista per la solidarietà in Gran Bretagna. Lei va a Gaza per rimanere un lungo periodo a monitorare i diritti umani.

Denis Healey, UK
Denis è il Capitano dello Spirit of Humanity. Questo è il suo quinto viaggio a Gaza.

Fathi Jaouadi, UK/Tunisia
Fathi è un giornalista Britannico, organizzatore Free Gaza , e coordinatore della delegazione in questo viaggio.

Mairead Maguire, Ireland
Mairead vincitrice del premio Nobel per la Pace è una rinomata attivista per la pace.

Lubna Masarwa, Palestine/Israel
Lubna è un'attivista per i diritti umani dei Palestinesi e un'organizzatrice Free Gaza .

Theresa McDermott, Scotland
Theresa è un'attivista per la solidarietà in Scozia. Va a Gaza per rimanere un lungo periodo a monitare i diritti umani.

Cynthia McKinney, US
Cynthia McKinney , schietto difensore dei diritti umani e della giustizia sociale, come pure ex rappresentante al Congresso USA e candidata alla Presidenza.

Adnan Mormesh, UK
Adnan è un attivista per la soliderietà in Gran Bretagna. Va a Gaza per rimanere un lungo periodo a monitare i diritti umani.

Adam Qvist, Denmark
Adam è un attivista per la solidarietà dalla Danimarca. Va a Gaza per monitorare i diritti umani.

Adam Shapiro, US
Adam è Americano, realizzatore di documentari video e attivista per i diritti umani.

Kathy Sheetz, US
Kathy è un'infermiera e realizzatrice video, va a Gaza per monitorare i diritti umani.

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Vignetta: da quale pulpito...


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giovedì, giugno 25, 2009

Vignetta: la soluzione a due stati (versione israeliana).


"Due stati, che vivono fianco a fianco in pace e sicurezza..."

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martedì, giugno 23, 2009

Date una chance a Gaza, date una chance alla vita.

“Eliminate il blocco – Date una chance alla vita” è il titolo di questo video di circa 60 secondi diffuso in Israele il 17 giugno scorso da otto organizzazioni per la tutela dei diritti umani, nel secondo anniversario del durissimo embargo imposto da Israele alla Striscia di Gaza.

In questo video le otto ong (Gisha, Adalah, The Association for Civil Rights in Israel, B’tselem, HaMoked, Physicians for Human Rights, The Public Committee Against Torture in Israel, Yesh Din) denunciano come la politica di blocco imposta da Israele a partire dal giugno del 2007 abbia avuto ed abbia ancora adesso conseguenze devastanti per la popolazione della Striscia di Gaza, privata dei suoi diritti umani basilari, senza aver ottenuto, peraltro, alcun guadagno in termini di sicurezza.

Alcuni dati (rinvenibili, se non diversamente indicato, nel website della ong Gisha) possono aiutare a comprendere meglio la gravità, e l’assurdità, della situazione di Gaza:

- Percentuale di merci a cui è consentito l’ingresso a Gaza, rispetto alla domanda: 25% (circa 2.500 carichi al mese invece dei 10.400 precedenti al giugno del 2007.

- Fornitura di carburante industriale ammessa a Gaza, rispetto al fabbisogno: 63% (2,2 milioni di litri per settimana rispetto ai 3,5 milioni che rappresentano il fabbisogno necessario per produrre elettricità.

- Durata media delle interruzioni di corrente a Gaza: cinque ore al giorno.

- Numero di persone attualmente prive di acqua corrente: 28.000.

- Numero di generi alimentari di cui Israele aveva promesso l’ingresso a Gaza: illimitato; numero di generi alimentari effettivamente ammessi: 18.

- Denaro raccolto durante la Conferenza dei Donatori del marzo 2009 e destinato alla ricostruzione di Gaza: 4,5 miliardi di dollari; quantità di materiali da costruzione ammessi a Gaza: zero.

- Tasso di disoccupazione a Gaza nel 2007 (anno di imposizione dell’embargo): 30%; tasso di disoccupazione a Gaza nel 2008: 40%.

Secondo quanto testualmente affermato dall’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (The Humanitarian Monitor, may 2009) “i criteri usati dalle autorità israeliane per approvare l’importazione di ogni tipo di merci rimangono oscuri e imprevedibili”. E questo nonostante che il governo israeliano – con una delle sue innumerevoli menzogne ad uso della comunità internazionale – avesse adottato, in data 22 marzo di quest’anno, la decisione di permettere a Gaza l’ingresso illimitato ad ogni tipo di generi alimentari: una decisione evidentemente rimasta inapplicata…

Così accade, ad esempio, che la margarina in confezioni singole sia ammessa, ma che non altrettanto avvenga per quella in sacchi ad uso industriale. Così accade, ad esempio, che inspiegabilmente non siamo ammessi a Gaza generi quali gli alimenti per neonati, il tè, molte varietà di cibi in scatola e di marmellata. Al pari di altri generi non alimentari quali i palloni da calcio, le chitarre, la carta, l’inchiostro, di cui è del tutto inspiegabile la non ammissibilità all’interno della Striscia.

Il divieto di importazione relativo ai materiali da costruzione, inoltre, impedisce di porre rimedio anche in minima parte agli effetti rovinosi dell’operazione militare israeliana denominata “Piombo Fuso”.

I risultati di una ricerca congiunta UNRWA-UNDP mostrano come nella Striscia di Gaza 3.700 abitazioni siano andate completamente distrutte, 2.700 siano rimaste gravemente danneggiate e 46.000 abbiano subito danni di minore entità. Calcolando una media di 6,5 persone per nucleo familiare (PCBS, The Palestinian Housing and Establishment Census – 2007), questo significa che un totale di ben 340.600 Palestinesi ha la propria abitazione inabitabile o, al meglio, con i buchi nei muri e le finestre rotte.

Questo senza considerare le altre “gentilezze” che Israele riserva agli abitanti di Gaza, e che fanno apparire la pretesa israeliana di non occupare più la Striscia come un’affermazione semplicemente ridicola.

Così, ad esempio, Israele ha unilateralmente stabilito che una fascia di terreno al confine tra il proprio territorio e quello di Gaza, profonda fino a 300 metri, sia da considerarsi come una “zona-cuscinetto”, inaccessibile agli abitanti di Gaza e, in particolare, agli agricoltori che vorrebbero soltanto coltivare i propri terreni. Tale proibizione di accesso è imposta dai soldati israeliani sparando a vista contro chi osi violare la zona-cuscinetto e, nei fatti, a volte è accaduto che agricoltori palestinesi distanti persino un chilometro dal confine siano divenuti bersaglio degli annoiati cecchini di Tsahal.

Ciò al pari di quanto accade, del resto, ai pescatori palestinesi che decidono di andare a pesca nelle acque antistanti la Striscia, sottoposti a mitragliamento da parte delle motovedette israeliane se superano il limite (anch’esso arbitrariamente imposto) delle tre miglia nautiche dalla costa.

E, infine, con riguardo alla libertà di movimento delle persone, i valichi di Rafah e di Erez continuano ad essere pressoché totalmente chiusi, e il passaggio delle persone è autorizzato solo in casi eccezionali e di rilevanza medico-umanitaria.

E non stiamo parlando di andare solo all’estero o in Israele – per motivi medici – ma del semplice spostamento da Gaza alla West Bank e viceversa. Contrariamente agli accordi di Oslo e ad ogni piano di pace che, negli anni, ha ribadito l’unità territoriale del territorio palestinese, Israele impone infatti un arbitrario processo di “naturalizzazione” di 7 anni per i Palestinesi che desiderano trasferirsi da Gaza alla West Bank, e gli stessi legami familiari non costituiscono un motivo tale da autorizzare tale trasferimento.

Così può accadere che a un orfano di Gaza, che abbia perso la propria madre, venga impedito di raggiungere il proprio padre in Cisgiordania se, a Gaza, vi sono dei parenti che possono prendersi cura di lui!

Così può accadere che a Nissrin Iseed, trasferita forzatamente nella Striscia perché ivi registrata come residente, venga impedito da quasi due anni di vedere i propri due figli, rimasti in Cisgiordania.

Davvero a volte, guardando al dramma di Gaza, si resta attoniti non tanto per le decisioni e le azioni di Israele, ché questo Stato-canaglia non ci sorprende più per la propria bestialità e disumanità, ma piuttosto per l’atteggiamento remissivo e consenziente della comunità internazionale, che permette che Israele ponga in essere una spietata punizione collettiva, impedendo a un milione e mezzo di Palestinesi di godere dei propri diritti, persino quelli basilari quali quello alla libertà di movimento, alla salute, ad una esistenza libera e dignitosa, all’alimentazione, minando gravemente, nel contempo, ogni possibilità di realizzazione concreta di uno Stato palestinese indipendente ed economicamente vitale.

Tempo addietro Obama ebbe a dire che le superpotenze in politica estera sono un po’ come le portaerei, occorre del tempo perché siano in grado di cambiare rotta; costringere Israele a togliere l’embargo a Gaza sarebbe solo un piccolo passo, nient’affatto difficile da compiere, eppure – al di là di qualche affermazione di principio – questo piccolo passo ancora adesso non viene compiuto.

Il che rende i magniloquenti discorsi del Presidente Usa e le mani tese al mondo islamico niente più di un vuoto esercizio di retorica.

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venerdì, giugno 19, 2009

L'appello delle organizzazioni umanitarie e dell'Onu per porre fine al blocco della Striscia di Gaza.

Il durissimo embargo economico imposto da Israele ai danni della Striscia di Gaza, a seguito della presa del potere da parte di Hamas, dura ormai da due anni, con conseguenza drammatiche e devastanti per un milione e mezzo di abitanti della Striscia, primi fra tutti donne, bambini e anziani.

Quello che segue è l’appello, in verità assai misurato, delle principali organizzazioni dell’Onu e delle ong che operano nel campo degli aiuti umanitari affinché la comunità internazionale intervenga per porre fine a questa autentica vergogna.

Davvero è inaudito e incredibile che la comunità internazionale – e in primis l’amministrazione Usa del magniloquente Obama – assista del tutto inerte ad una punizione collettiva terribile e spietata, inflitta ad un milione e mezzo di persone inermi e innocenti.

Non si era mai visto nella storia che ad una intera popolazione fosse persino impedito di fuggire dalle zone dei combattimenti, come è accaduto a Gaza.

Non si era mai visto che un’intera popolazione, aggredita e massacrata da uno degli eserciti più potenti del mondo, venisse per sovrappiù punita da un embargo economico che impedisce l’afflusso dei beni e dei materiali necessari per la ricostruzione e che la costringe ad una pressocchè totale dipendenza dagli aiuti umanitari di mera sussistenza.

Ma ad Israele – come sempre – è consentito di tutto, anche di sporcarsi di questa ennesima infamia indegna di un Paese che si reputi civile.

Dichiarazione delle organizzazioni umanitarie, delle ong e delle organizzazioni Onu nel secondo anniversario dell’embargo di Gaza.

Noi, organizzazioni delle Nazioni Unite e organizzazioni umanitarie non governative, esprimiamo una sempre più profonda preoccupazione per la continuazione dell’embargo imposto da Israele alla Striscia di Gaza, in vigore ormai da due anni.

Queste sanzioni indiscriminate colpiscono l’intera popolazione di un milione e mezzo di abitanti di Gaza e la gente comune, donne, bambini e anziani sono le prime vittime.

La quantità di merci ammesse a Gaza in vigenza del blocco è pari a un quarto di quelle che vi affluivano in precedenza. Otto camion su dieci contengono cibo, ma anche quello è limitato a soli 18 tipi di alimenti. Piantine e vitelli non sono ammessi e così gli agricoltori di Gaza non possono compensare il deficit nutrizionale. Persino gli abiti e le scarpe, i giocattoli e i libri di scuola sono sistematicamente proibiti.

Lo strangolamento dell’economia di Gaza, inoltre, ha portato a tassi di disoccupazione e di povertà senza precedenti e ad una quasi totale dipendenza dagli aiuti. Sebbene gli abitanti di Gaza vengano mantenuti in vita mediante gli aiuti umanitari, la gente comune ha perso ogni qualità della vita, perché lotta per sopravvivere.

I danni causati dalla recente operazione militare israeliana rimangono estesi in quanto viene impedito l’ingresso a Gaza dei materiali necessari per la prima ricostruzione. Migliaia di persone vivono con buchi nei muri delle loro case, con le finestre rotte e senza acqua corrente.

Noi chiediamo un accesso libero e senza proibizioni per tutti gli aiuti umanitari, in conformità a quanto previsto dagli accordi internazionali e in accordo con i diritti umani internazionali universalmente riconosciuti e con gli standard del diritto umanitario. Chiediamo anche che si torni ad un regime normalizzato di commerci, per permettere la diminuzione dei tassi di povertà e di disoccupazione.

Il blocco della Striscia di Gaza crea un’atmosfera di privazione e di miseria che serve solo ad accrescere tra la gente il senso di inutilità e di disperazione. La gente di Gaza ha bisogno che gli venga indicata un’alternativa di speranza e di dignità. Consentire che prenda piede lo sviluppo umano e la prosperità è un primo passo essenziale per l’instaurazione di una pace duratura.

Firmato:
Action Against Hunger
Acted
Acsur-Las Segovias
American Friends of UNRWA
American Near East Refugee Aid
Asamblea de Cooperacion Por la Paz
Austcare
Biladi
CARE International West Bank and Gaza.
Centre on Housing Rights and Evictions
DanChurchAid
Defense for Children International
Enfants du Monde-Droits de l'Homme
International Relief Fund for the Afflicted and Needy - Canada
Japan International Volunteer Centre
Life Source
Medecins du Monde France
Medecins du Monde Spain
Medecins du Monde Switzerland
Medical Aid for Palestinians
Movement for Peace
Mujeres por la Paz y Acción Solidaria de Palestina
Norwegian People's Aid
Norwegian Refugee Council
Office of the High Commissioner for Human Rights
Oxfam International
Paz Ahora
Peace and Solidarity Haydée Santamaría, Cultural Asociation
Premiere Urgence
Relief International
Spanish Committee of UNHCR
Spanish Committee of UNRWA
Swedish Organization for Individual Relief
Terre des Hommes Italy
United Nations Development Fund for Women
United Nations Relief and Works Agency
War Child Holland
World Vision International

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mercoledì, giugno 10, 2009

Aiutiamo Ezra Nawi!

A volte capita di venire a conoscenza di persone che dedicano la loro vita alla difesa dei diritti umani dei poveri e degli oppressi, e che per ciò stesso suscitano in noi sentimenti di profonda stima ed ammirazione.

E’ questo il caso di Ezra Nawi, un ebreo israeliano di origini irachene attivista dell’organizzazione pacifista Ta’ayush, attivo da anni in difesa dei diritti umani delle popolazioni che abitano nella regione conosciuta come South Mount Hebron, all’estremità meridionale della Cisgiordania.

Le popolazioni beduine che abitano in quella zona desolata vivono sotto occupazione da 42 anni, e sono tutt’ora prive di elettricità, acqua corrente e altri servizi basilari. Come se ciò non bastasse, questi poveri Palestinesi vengono continuamente tormentati dai coloni israeliani, ivi presenti in violazione sia del diritto internazionale che della stessa legge israeliana, spalleggiati dalle forze di sicurezza e dai soldati israeliani che, lungi dal difenderli dagli attacchi dei settlers, cooperano con questi cani razzisti in una lenta ma incessante opera di pulizia etnica.

In questo video tratto da YouTube si possono vedere le fasi dell’arresto di Ezra, colpevole soltanto di aver tentato (invano) di impedire che i soldati israeliani e i loro bulldozer demolissero alcune povere baracche dei Beduini nel villaggio di Um El Hir e invece, nonostante le evidenze del filmato, accusato di aver aggredito un ufficiale israeliano.

Gli amici di Ezra hanno lanciato una campagna (http://salsa.democracyinaction.org/o/301/t/9462/campaign.jsp?campaign_KEY=27357) per inviare migliaia e migliaia di lettere alle ambasciate israeliane di tutto il mondo, prima che egli venga processato il prossimo mese di luglio e, quasi certamente, condannato per un reato che non ha commesso.

Le popolazioni beduine – nei Territori occupati così come all’interno di Israele – sono soggette a continue vessazioni da parte delle autorità israeliane. L’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA – Protection of Civilians) ci informa che, nel solo periodo compreso tra il 27 maggio e il 4 giugno:

- le forze di sicurezza israeliane hanno distribuito 5 ordini di evacuazione e sette ordini di fermo lavori - che riguardano un totale di 151 persone tra le quali 80 bambini – nella comunità beduina di Al Hadidiya (popolazione: 162!); da notare che nel dicembre del 2006 l’Alta Corte di Giustizia israeliana aveva respinto il ricorso di alcuni Beduini contro un precedente ordine di demolizione, argomentando che l’area in questione era definita come agricola dai piani regolatori risalenti al periodo del Mandato britannico (!) e che le strutture da demolire costituivano una potenziale minaccia per il vicino insediamento colonico di Ro’i;

- il 4 giugno le autorità israeliane hanno demolito 13 strutture residenziali, 19 recinti per animali e 18 forni tradizionali (taboun) nella comunità beduina di Khirbet ar Ras al Ahmar, nella Valle del Giordano; in conseguenza, ben 18 famiglie (circa un terzo degli abitanti del villaggio), inclusi 67 bambini, sono rimasti senza un tetto sotto cui dormire;

- le autorità israeliane hanno emanato ordini di demolizione per sei famiglie beduine nel governatorato di Qalqiliya, per strutture presenti a ‘Arab Ramadin Janubi e ‘Arab Abu Farda; questi ordini di demolizione hanno riguardato almeno 25 Palestinesi e, tra essi, 15 bambini.

La lotta di Ezra Nawi a difesa delle popolazioni beduine dei Territori occupati merita di essere resa pubblica e sostenuta, ed è per questo che invito tutti i lettori di questo blog a scrivere all’ambasciata israeliana per farlo liberare.

Nel video, ad un certo punto, Ezra è seduto in un camion militare con le mani legate, ed esclama: “anch’io sono stato un soldato, ma non ho mai demolito case, c’è una grande differenza”, aggiungendo poi “l’unica cosa che resterà qui sarà l’odio”.

I soldati israeliani ridono, e allora Ezra si arrabbia e chiede cosa ci sia da ridere, forse il fatto che alcuni bambini saranno costretti a dormire all’aperto, e qualcuno risponde “io domani sarò a casa”.

I bravi e valorosi soldati di Tsahal, colonna di quello Stato-canaglia, razzista ed oppressore, che si chiama Israele.

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Luci e (molte) ombre nel discorso di Obama al Cairo.


Il discorso con il quale il presidente americano Barack Obama si è rivolto al mondo arabo ed islamico all’università al-Azhar del Cairo ha avuto una enorme eco e un forte impatto emotivo, e molti commentatori non hanno esitato a definirlo come un evento che segna una svolta storica e, in ogni caso, un netto punto di discontinuità rispetto all’atteggiamento della precedente amministrazione neocon di George W. Bush.

L’organizzazione no-profit Avaaz ha lanciato una campagna on line per raccogliere firme a sostegno dell’affermazione di Obama “che gli insediamenti nei territori occupati devono cessare”, con l’intento di pubblicare le parole del presidente Usa e il numero di firme raccolte dalla petizione a sostegno su alcune testate giornalistiche chiave in Israele e a Washington (ad oggi sono state raccolte oltre 140.000 firme).

E tuttavia, nel mondo arabo ma non solo, non è mancato chi ha fatto osservare come quello di Obama – al di là del primo impatto – sia stato un discorso insufficiente in alcuni dettagli non secondari, e soprattutto sotto il profilo delle questioni concrete da affrontare (e del modo in cui risolverle) che attengono al conflitto israelo-palestinese.

Alcuni analisti, ad esempio, hanno fatto rilevare come non basti chiedere il “congelamento” degli insediamenti colonici nella West Bank – che peraltro Israele rifiuta decisamente di porre in essere – ma si debba affrontare con forza il tema più generale della loro illegittimità e della necessità di rimuoverli come richiederebbe il diritto internazionale. Altri hanno fatto osservare come sia del tutto mancata la condanna dell’operazione “Piombo Fuso” e dei crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano a Gaza, in primis l’uso massiccio e criminale del fosforo bianco, altri ancora avrebbero desiderato una più chiara apertura nei confronti di Hamas.

E’ questo il tema affrontato da Muhammad Abu Rumman in un articolo pubblicato il 6 giugno sul quotidiano giordano al-Ghad, qui proposto nella traduzione offerta dal sito Medarabnews.

L’analista giordano si sofferma, in particolare, sul fatto che Obama non solo non ha fatto cenno alle due grandi questioni di Gerusalemme est e del diritto al ritorno dei profughi palestinesi, ma non ha nemmeno definito la natura dello stato palestinese, né si è impegnato esplicitamente affinché tale stato sorga su tutti i territori occupati nel 1967. Il rischio che si paventa, insomma, è quello che nasca uno staterello privo di risorse e con una autonomia limitata, aprendo la strada a quella “opzione giordana” che è sempre stata segretamente accarezzata in Israele ma anche negli Usa.

Toccherà dunque aspettare ancora un po’ per vedere se i roboanti proclami obamiami saranno seguiti da fatti concreti e da comportamenti concludenti dell’amministrazione Usa.

L’altra faccia dell’ “opzione giordana”.
6.6.2009

E’ difficile ignorare che il discorso di Obama ha determinato una svolta storica nei toni dell’approccio politico americano di fronte al mondo arabo, eliminando molti degli ostacoli culturali e psicologici alla costruzione di un franco dialogo di civiltà improntato alla riconciliazione.

Forse il più importante degli elementi positivi di questo discorso è rappresentato dalla chiusura del capitolo dello “scontro di civiltà” che era stato imposto dall’approccio dei neocon e dell’ex presidente George W. Bush. Questo approccio aveva scatenato guerre che avevano acquisito la caratteristica di latenti guerre di civiltà, ed aveva offerto ad al-Qaeda una “opportunità storica” di sfruttare questi orientamenti americani per raccogliere consensi ed aumentare le proprie capacità di arruolare simpatizzanti e adepti al suo discorso ideologico, presentandosi come il baluardo a difesa della nazione islamica di fronte alle “guerre crociate”.

Tuttavia, se andiamo al di là del valore simbolico del discorso di Obama e rivolgiamo la nostra attenzione alle questioni reali che rappresentano il vero banco di prova per le politiche del nuovo presidente americano, ci rendiamo conto che il valore del suo discorso si riduce di molto.

Il conflitto arabo-israeliano ed il processo di pace costituiscono un nodo importante per la realizzazione della “riconciliazione storica” di cui ha parlato Obama. Se da un lato negli ultimi giorni è emersa da parte americana una posizione molto ferma nei confronti di Israele – riassumibile nel rifiuto della proposta del governo israeliano di una “pace economica”, nella riconferma della “soluzione dei due stati” e nella richiesta di fermare gli insediamenti – dall’altro quanto è emerso dal discorso di Obama su questo tema in generale è preoccupante.

Obama, sebbene abbia cercato di mostrare obiettività e di attribuire ad entrambe le parti (quella arabo-palestinese e quella israeliana) la responsabilità di una soluzione storica, tuttavia non è stato equanime e si è mantenuto su toni generici – quei toni che hanno ormai stancato la gente – lasciando i dettagli e le decisioni finali in una “zona grigia” vaga e indefinita.

Egli ha parlato delle sofferenze degli israeliani per “alcuni razzi” che vengono lanciati dalla resistenza palestinese, ingigantendone oltremodo gli effetti, mentre non ha dedicato una sola parola ai massacri compiuti da Israele a Gaza e nel sud del Libano, nei quali sono morti migliaia di civili. Ha ricordato agli arabi l’Olocausto (sebbene gli arabi non abbiano alcuna responsabilità in esso!) corroborando in questo modo la legittimità della creazione di una patria nazionale per gli ebrei.

Dal punto di vista pratico, riguardo al processo di pace, stiamo ancora attendendo il piano americano relativo alla prossima fase ed al “final status”. Non stiamo qui rivolgendo un invito ad affrettare una decisione in un senso o nell’altro, tuttavia vi sono motivi per essere molto cauti.

Infatti, se Obama ha chiesto ad Israele di congelare gli insediamenti, egli non ha tuttavia parlato degli insediamenti attuali in Cisgiordania, né della loro illegittimità. Quando ha parlato dello stato palestinese, lo ha fatto legando tale stato alla vita quotidiana dei palestinesi, come se l’obiettivo di questa entità statale fosse soltanto un obiettivo economico ed umanitario, e non un diritto in primo luogo storico, politico e giuridico.

Cosa ancora più importante, Obama non ha definito la natura dello stato palestinese e non si è impegnato a lavorare affinché tale stato venga creato su tutti i territori arabi occupati nel 1967; non ha parlato in maniera chiara del destino di Gerusalemme, così come non ha accennato ai profughi ed alla loro sorte.

Ciò che desta preoccupazione, inoltre, è che quando Obama ha parlato della controparte araba, ha detto implicitamente che l’iniziativa di pace araba non rappresenta il punto di arrivo, ma il punto di partenza. Ciò rafforza alcune indiscrezioni secondo cui l’amministrazione americana avrebbe chiesto anticipatamente agli arabi di rinunciare chiaramente al diritto al ritorno dei profughi, come sembrano confermare le dichiarazioni attribuite al presidente palestinese Abbas a Washington.

Sulla base di questa lettura, le promesse di Obama nella loro sostanza non andranno al di là di ciò di cui parlano gli ambienti israeliani – cioè di un governo palestinese debole e sparuto, provvisorio, e con un’autonomia limitata, il quale potrebbe aprire la strada ad una unione formale con la Giordania che permetterebbe ad Israele di sbarazzarsi del problema dei “residenti palestinesi” e del loro fardello politico, storico e di sicurezza!

Il timore è che il governo israeliano potrebbe “alzare la posta” annunciando di rifiutare la soluzione dei due stati. Esso potrebbe adottare implicitamente l’ “opzione giordana” alla stregua di una “manovra negoziale”, cosicché la sua successiva accettazione della soluzione dei due stati apparirebbe come una “grande concessione” – una concessione in realtà del tutto illusoria.

L’attenzione non va dunque rivolta alla conferma di Obama della “soluzione dei due stati”, ma alla sostanza, alla giurisdizione ed alla reale capacità di sopravvivere del futuro stato palestinese, altrimenti queste promesse prima o poi rappresenteranno soltanto l’altra faccia dell’ “opzione giordana”.

Vogliamo dunque mettere in guardia contro le esagerazioni mediatiche e politiche che innalzano il livello delle aspettative nei confronti dell’amministrazione Obama. Credo che dovremmo averne abbastanza delle illusioni e dei sogni ingannevoli.

Muhammad Abu Rumman è un analista giordano, esperto di Islam politico e movimenti islamici; scrive abitualmente sul quotidiano ‘al-Ghad’

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venerdì, giugno 05, 2009

Breve diario della Carovana della Speranza per Gaza.


Ricevo e pubblico volentieri.


Sono appena rientrati a Ferrara Fernando Rossi e Monia Benini, componenti italiani della Carovana della Speranza per Gaza, organizzata da The European Campaign to end the siege on Gaza, allo scopo di portare aiuti umanitari alla popolazione martoriata dalla guerra.

Il convoglio è partito dal porto di Genova l’11 maggio: 39 mezzi di cui 15 ambulanze, furgoni e camioncini pieni di sedie a rotelle, stampelle, lettighe, medicinali, attrezzature per ciechi. Un centinaio di delegati provenienti da 13 paesi europei si sono invece ritrovati al Cairo nei giorni seguenti, in attesa dell’arrivo del cargo al porto di Alessandria. Per i due ferraresi della lista civica nazionale “Per il bene comune” gli impegni hanno avuto inizio il 12 maggio, con l’incontro con il delegato del Ministro degli Affari Esteri egiziano per concordare il percorso via terra dei mezzi e l’arrivo del convoglio al valico di Rafah. A seguire, Rossi (capo convoglio) e Benini hanno personalmente incontrato l’ambasciatore italiano Pacifico per uno scambio di informazioni in merito alla missione. L’ambasciatore, ha espresso il suo apprezzamento per l’iniziativa e si è detto orgoglioso per il fatto che proprio un italiano guidasse la Carovana, non tralasciando però di evidenziare i rischi e le problematicità dell’impresa.

In effetti, una serie di “inconvenienti tecnici” hanno prolungato sensibilmente la trasferta egiziana, dal momento che una volta giunti ad Alessandria, i mezzi hanno dovuto essere trasbordati su un’imbarcazione proveniente dalla Libia, per poi prendere la rotta di Port Said, come da indicazione delle autorità egiziane, preoccupate di possibili attacchi durante un tragitto via terra a loro parere troppo lungo. Il convoglio è finalmente partito verso Rafah, scortato lungo tutto il percorso da numerosissime camionette di guardie armate: dopo aver attraversato il deserto del Sinai e vari check point, al convoglio è stato imposta una sosta forzata durante la notte ad Al Arish per “ragioni di sicurezza”. Il mattino seguente, a Rafah, quando sembrava che il convoglio potesse finalmente transitare verso Gaza, dopo aver ottenuto il visto di uscita, è però giunto l’ordine dal Cairo alla security egiziana, la quale ha bloccato il gruppo, ritirando e trattenendo i passaporti, e fermando di fatto i componenti della delegazione, che per superare la notte hanno deciso di accamparsi dormendo sul pavimento della struttura doganale. La mattina seguente, sono ripresi i negoziati ed è stato lo stesso Rossi a contattare l’ambasciata per avere una sponda rispetto alle autorità egiziane. Dopo molte lunghe ore, è arrivato il via, ma con un drastico taglio ai compenenti: solo 20 persone sono state autorizzate a passare, mentre da Gaza sono arrivate le persone per guidare a destinazione i mezzi del convoglio. E’ toccato proprio a Rossi e alla Benini salire sui primi due mezzi che hanno passato il valico, fra ali di giornalisti e di persone acclamanti, mentre il ministro dei Sevizi Sociali si prodigava per dare il benvenuto alla Carovana della Speranza. Un momento emozionante e commovente, subito seguito da una conferenza stampa internazionale, che ha evidenziato il sopruso subito dal convoglio di aiuti umanitari, incredibilmente bloccato dopo aver ottenuto il visto di uscita.

Nei due giorni seguenti il ritmo degli appuntamenti è stato incalzante: dalla consegna dei mezzi e dei materiali a due ospedali di Gaza e Khan Yunis, alla distribuzione del software per i ciechi presso la scuola dell’ONU (UNRWA), dall’incontro con i parlamentari, a quello con il Primo Ministro e il Governo, dalla visita all’Università Islamica a quella ad un campo profughi, dall’assemblea con i familiari degli 11.000 palestinesi detenuti dagli Israeliani, all’appuntamento con un pool di giuristi e avvocati che si sta occupando di presentare ricorso alla Corte Penale Internazionale per i crimini di guerra commessi dalle truppe sioniste.

“Siamo rimasti scioccati.- raccontano Benini e Rossi – La furia sionista si è abbattuta senza pietà, anche con l’utilizzo di armi proibite come il fosforo bianco e le DIME, contro tutto e tutti: scuole, case abitate e disabitate, muri di cinta, ospedali (anche quelli nuovi, ancora da inaugurare), fabbriche, magazzini, cimiteri, bestiame. A peggiorare la situazione c’è anche l’embargo, al quale partecipa anche il nostro Paese, che lascia senza cibo, bevande, farmaci, materiali di prima assistenza, ecc…l’intera popolazione. In molti posti non possono nemmeno rimuovere le macerie dei bombardamenti, perché non hanno nulla a disposizione, eccetto le mani nude.”

Un’esperienza drammatica quindi, che fa emergere con nettezza l’importanza della missione alla quale hanno partecipato i due ferraresi: “Per i dirigenti degli ospedali i nostri aiuti hanno significato realmente una speranza di vita. Noi stessi abbiamo donato, a nome di Per il bene comune, un dispositivo per la potabilizzazione dell’acqua al reparto pediatrico dell’ospedale Naser: un piccolo gesto, ma molto apprezzato. La popolazione è ridotta agli stenti dalla ferocia della guerra e da un embargo criminale, che violano palesemente la Carta Universale dei Diritti dell’Uomo, ma la gente riesce ancora a trovare la forza necessaria per sopravvivere a tanta sofferenza. Il governo locale mette al centro le necessità dei propri cittadini, e gestisce in maniera onesta e responsabile le scarsissime risorse della Striscia, e al contempo il popolo Palestinese riesce a reagire al dolore e alla miseria con un amore per la vita e con una dignità quasi incredibile ai nostri occhi. In conclusione – sostengono Rossi e Benini – siamo partiti con il Convoglio, ma è Gaza che ha riempito noi di speranza: quel sentimento necessario per continuare ad operare anche in Italia, per una politica meno corrotta e degenerata, che metta realmente al centro il bene dell’intera collettività”.

“Per il Bene Comune”

Lista Civica Nazionale


tel/fax. 0532 52148

ufficiostampapbc@gmail.com

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mercoledì, giugno 03, 2009

Come si arrangiano i senzatetto di Gaza.

La dichiarazione finale della conferenza internazionale dei donatori di Sharm el Sheikh era ridondante di toni trionfalistici: i Palestinesi avevano ottenuto per la ricostruzione della Striscia di Gaza ben 4,481 miliardi di dollari!

E, tuttavia, da subito alcuni commentatori avevano osservato come questa generosità finanziaria fosse vanificata dalla codardia politica della comunità internazionale su due fronti politici: da una parte nell’imporre a Israele il rispetto del diritto internazionale nei rapporti con i Palestinesi e, dall’altra, nel prendere coscienza delle realtà politiche palestinesi, specialmente della legittimazione e del ruolo ricoperto da Hamas.

Sta di fatto che tutta questa montagna di denaro giace inutilizzata nelle casse mondiali, in quanto la comunità internazionale rifiuta di consegnare le somme per la ricostruzione direttamente ad Hamas, bollata a tutt’oggi come organizzazione terroristica.

E. soprattutto, il blocco pressoché totale all’importazione di merci nella Striscia di Gaza imposto da Israele – una punizione collettiva nei confronti di un milione e mezzo di Palestinesi ignobilmente consentita dai governi occidentali – impedisce che a Gaza arrivino i materiali necessari per la ricostruzione, cemento, macchinari, tondini di ferro, pezzi di ricambio e quant’altro.

Perché, nonostante nessuno ne parli, a Gaza non sono finite né la guerra né l’occupazione.

Dal cessate il fuoco unilaterale del 18 gennaio di quest’anno, Israele ha ucciso ben 22 Palestinesi.

Israele continua a vietare arbitrariamente la pesca oltre le tre miglia nautiche dalla costa e, solo nella settimana compresa tra il 20 e il 26 maggio, ha aperto il fuoco in cinque diverse occasioni contro le barche palestinesi e ha arrestato due pescatori.

Il 24 maggio l’aviazione israeliana ha lanciato dei volantini in differenti aree della Striscia di Gaza, avvertendo i residenti che è vietato loro avvicinarsi a più di 300 metri dal confine, a pena dell’incolumità personale: si tratta di una zona-cuscinetto arbitrariamente stabilita da Israele al confine con la Striscia, e che impedisce a molti agricoltori palestinesi di recarsi a coltivare i propri terreni.

Le importazioni di merci ai Gaza restano limitate ad alcuni beni umanitari essenziali: nel periodo 20-26 maggio solo 688 camion di merci sono potuti entrare nella Striscia, il 27% di quanto passava ai valichi prima della presa del potere da parte di Hamas. Sono esclusi del tutto – o ammessi in minima parte – i materiali per la ricostruzione, i pezzi di ricambio per le attrezzature sanitarie e per gli acquedotti, i materiali agricoli e industriali.

A questa penuria di materie prime i Palestinesi cercano di ovviare attraverso i tunnel del contrabbando, ma vi riescono solo in parte e ad un prezzo carissimo: solo nel 2008, 46 Palestinesi sono rimasti uccisi e 69 feriti a causa del crollo dei tunnel che attraversano il confine tra Gaza e l’Egitto.

In queste condizioni, i numerosi Palestinesi rimasti senza un tetto sotto cui vivere a seguito dell’operazione “Piombo Fuso” (si calcola che l’attacco israeliano abbia distrutto e/o danneggiato ben 21.100 case) sono costretti a vivere sotto le tende, con i disagi facilmente immaginabili, oppure si costruiscono case con mattoni fatti d’argilla.

E’ quello che ci racconta Djallal Malti in un reportage scritto il 26 maggio per l’AFP, qui proposto nella traduzione offerta da Medarabnews.

Resta solo da capire quanto ancora la comunità internazionale continuerà a consentire il disumano trattamento riservato da Israele ad un milione e mezzo di Palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza, una punizione collettiva imposta ad una popolazione aggredita e massacrata che davvero non ha precedenti nella storia contemporanea.

Senzatetto a Gaza e un’impresa d’argilla.
26.5.2009

Gaza City – Tutti i sogni che Amer Aliyan ha di ricostruire la sua vita sono riposti in un foglio di carta accuratamente ripiegato nel suo portafogli, un documento che nel prossimo futuro a Gaza non sarà che un pezzo di carta senza valore.

“Aspetto la ricostruzione, ma so che ci vorrà tempo”, dice il trentaseienne palestinese.

Questo è a dir poco un eufemismo nella Striscia di Gaza assediata e impoverita, dove il blocco israeliano paralizza gli sforzi di ricostruzione dopo la devastazione causata dalla breve ma letale guerra verificatasi all’inizio dell’anno.

La casa di Aliyan è una fra le diverse migliaia che sono state distrutte durante l’attacco furibondo, durato 22 giorni, che Israele ha scatenato contro la Striscia di Gaza governata dal movimento islamico Hamas a dicembre, in risposta ai razzi ed ai colpi di mortaio provenienti dall’enclave assediata.

Dopo la fine della guerra, questo impiegato di una tintoria, ora disoccupato, ha vissuto con sua moglie e cinque bambini in una delle 93 tende che sono state erette alla periferia del campo profughi di Beit Lahiya, a nord di Gaza.

Il documento gelosamente custodito nel suo portafogli è un’attestazione ufficiale che afferma che la sua casa è stata distrutta, ed è un documento che dovrebbe dargli diritto ai fondi per la ricostruzione, una volta che quest’ultima partirà.

Ma è improbabile che ciò accada a breve termine, e fino a quando la ricostruzione non partirà, le migliaia di gazesi che, come Aliyan, hanno perso le loro case durante la guerra dovranno cavarsela da soli.

La ricostruzione è un “non-evento” non perché vi sia assenza di richiesta. Circa 4.100 abitazioni sono andate distrutte durante la guerra, oltre a 48 edifici governativi, 31 stazioni di polizia, 20 moschee, ed altre infrastrutture.

Non è neanche a causa di mancanza di denaro – nelle casse mondiali giace l’enorme cifra di 4,5 miliardi di dollari che i donatori hanno promesso ai palestinesi a marzo, la maggior parte dei quali dovrebbe andare alla ricostruzione a Gaza.

Ma essa non può partire a causa del blocco imposto a Gaza da Israele a partire dal giugno 2007, quando Hamas, un gruppo votato alla distruzione dello stato ebraico, ha preso possesso dell’enclave con la violenza.

I miliardi di dollari promessi rimangono dove sono perché la comunità internazionale rifiuta di consegnare il denaro direttamente a Hamas, marchiato come organizzazione terroristica da Israele e da gran parte dell’Occidente.

Il blocco, a causa del quale solo i generi umanitari essenziali vengono fatti entrare in questo territorio schiacciato fra Israele e l’Egitto, impone che i materiali da costruzione restino fuori da Gaza, perché Israele afferma che essi potrebbero essere utilizzati anche a scopi bellici.

Nel tentativo di aggirare queste restrizioni, i gazesi hanno scavato decine di tunnel sotto il confine con l’Egitto, che vengono utilizzati per far entrare rifornimenti a Gaza, inclusi i materiali da costruzione come cemento, vernici e legname.

Il commercio che ne deriva è fiorente, ma limitato e pericoloso. I tunnel frettolosamente scavati spesso crollano, seppellendo vivi i contrabbandieri. L’aviazione israeliana tuttora li prende di mira nel corso di occasionali bombardamenti aerei.

A causa dell’assedio, i prezzi dei materiali da costruzione sono schizzati alle stelle. Un sacco di cemento ora costa 220 shekel (56 dollari, 40 euro) rispetto ai 20 shekel del passato.

Ma il cemento è di bassa qualità, secondo Hadj Salim, che gestisce uno dei tunnel, e non può essere usato per farne calcestruzzo da costruzione.

Altri materiali d’importanza vitale, come i tondini di ferro usati per rinforzare il calcestruzzo, sono troppo lunghi per poter passare attraverso i tunnel, dice Salim.

Con la ricostruzione congelata, i nuovi senzatetto di Gaza, dove la grande maggioranza del milione e mezzo di abitanti dipende dagli aiuti stranieri, hanno dovuto arrangiarsi.

I più fortunati hanno trovato alloggi temporanei. Alcuni abitano presso parenti, in quello che è già di per sé uno dei luoghi più densamente popolati della terra. Ma le persone che non hanno altro posto dove andare vivono nelle tende.

“Quelli che possono vanno con le famiglie, gli altri restano qui. C’è una famiglia di 12 persone che vive in un deposito. E pagano per questo”, dice Khaled Abu Ali, responsabile degli affari amministrativi della tendopoli.

Altri hanno adottato misure innovative.

Jihad al-Shaer, 36 anni, viveva con sua moglie e 5 bambini nella casa dei suoi genitori a Rafah, quando gli è venuta l’idea di costruire una casa fatta di mattoni d’argilla, a dicembre, prima che la guerra uccidesse più di 1.400 palestinesi e 13 israeliani.

“L’idea mi è venuta dalle case che avevo visto in Bangladesh e in Pakistan”, dice.

Egli ha completato la sua casa di 80 metri quadrati a febbraio – dopo la guerra – e oggi mostra orgogliosamente i risultati.

“E’ fresca d’estate, e calda d’inverno, e mi è costata solo 3.000 dollari”, dice.

La struttura a un piano, che sembra emergere dai dintorni sabbiosi, è stata felicemente benedetta alcune settimane fa dalla nascita del primo figlio maschio di Shaer, dopo quattro femmine.

La sua idea si è diffusa rapidamente nella minuscola Gaza, e all’inizio di maggio i governanti di Hamas hanno annunciato che avrebbero offerto la possibilità di costruire case fatte d’argilla a coloro che lo avessero desiderato.

Dopo settimane di ricerche, Aliyan ha finalmente trovato un alloggio temporaneo per i prossimi mesi – che alcuni temono potrebbero diventare anni – fino a quando Israele toglierà l’assedio e la ricostruzione potrà finalmente avere inizio nella polverosa Gaza.

Lui, sua moglie e i suoi bambini sono riusciti ad affittare un piccolo spazio sul retro di una panetteria, vicino al forno.

Djallal Malti

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Andate a Hebron.


Hebron è una città della Cisgiordania situata a circa 30 km. a sud di Gerusalemme, che tradizionalmente ha sempre rappresentato il centro di riferimento commerciale per l’intera Cisgiordania meridionale.


Dopo la guerra dei sei giorni, un gruppo di ebrei che si fingevano turisti – guidati dal rabbino Moshe Levinger – occupò il principale hotel di Hebron, rifiutandosi di abbandonarlo. Da allora, e nel corso degli anni, Israele ha stabilito circa una ventina di insediamenti colonici dentro e intorno alla Città Vecchia di Hebron, difesi da un abnorme numero di truppe e tutelati da un regime di separazione e di restrizione della libertà di movimento dei Palestinesi che ha provocato il collasso economico dell’area e ha indotto numerosi residenti ad abbandonare la città.


Basti pensare che, secondo una ricerca condotta nel novembre-dicembre 2006 dall’ong israeliana B’tselem, ben 1.014 unità abitative nel centro di Hebron (il 41,9% del totale) risultavano abbandonate dai loro proprietari, 659 solo nel periodo della seconda Intifada. Analogamente, gli esercizi commerciali chiusi a causa delle restrizioni alla libertà di movimento risultavano essere pari a 1.829 (il 76,6% del totale), di cui 1.141 durante la seconda Intifada, 440 per ordine dell’esercito israeliano.


Nell’area di Hebron controllata da Israele (la cd. zona H2) vi sono ben 93 ostacoli stradali, di cui 9 rappresentati da checkpoint permanentemente presidiati dall’esercito israeliano, con un incremento del 19% rispetto al marzo di quest’anno ed un conseguente peggioramento delle condizioni di vita dei Palestinesi e della loro libertà dio movimento.


I coloni israeliani di Hebron – godendo dell’impunità loro garantita dai soldati di Tsahal – sono particolarmente aggressivi nei confronti dei Palestinesi, e in questi anni hanno messo in campo tutta una serie di violenze fisiche e verbali nei confronti dei residenti, tranquillamente picchiati o fatti oggetto di lanci di pietre o di liquidi organici; i soldati e la polizia israeliani non solo non intervengono mai a difesa dei Palestinesi ma, al contrario, essi stessi si macchiano quotidianamente di eccessivo uso della violenza, di arresti e detenzioni arbitrari, di trattamenti umilianti inflitti a chi non può reagire.


Hebron rappresenta il simbolo dell’illegalità degli insediamenti colonici israeliani, delle violazioni delle norme di diritto internazionale poste a tutela dei diritti umani delle popolazioni civili sotto occupazione, dell’impatto rovinoso che le politiche israeliane hanno nei confronti dei diritti umani fondamentali dei Palestinesi, il diritto alla vita, alla libertà, alla sicurezza personale, al libero movimento di persone e cose, alla salute, alla proprietà.


Ma, soprattutto, Hebron rappresenta il simbolo di come può evolversi il rapporto tra Israeliani e Palestinesi se non si porrà un freno alla strisciante pulizia etnica ed alla colonizzazione della West Bank.


E’ questo il tema dell’articolo pubblicato il 14 maggio scorso dal giornalista israeliano Ori Nir sul sito dell’agenzia di news Common Ground News Service, qui proposto nella traduzione offerta dal sito Medarabnews.


Andate a Hebron.
14.5.2009


HEBRON - Andate a Hebron. Osservate come alcune centinaia di coloni israeliani ultra-nazionalisti, una minoranza in una città palestinese di 160.000 abitanti, hanno trasformato la vita dei suoi residenti palestinesi in un inferno.


Andate a Hebron. Guardate come una piccola minoranza ebraica domina un’oppressa maggioranza araba, e capirete il motivo per cui Israele ha bisogno di una soluzione a due stati, al fine di sopravvivere in futuro come uno stato ebraico democratico.


Andate a Hebron. Vedrete come i coloni ebrei e il governo militare di Israele hanno usato la forza per trasformare quello che era il centro della città – e il centro degli affari e del commercio della Cisgiordania meridionale – in un’enclave ebraica. I palestinesi non sono autorizzati a percorrere a piedi, e tanto meno in automobile, la strada principale del centro di Hebron. Sono costantemente e quotidianamente vittime di molestie da parte dei coloni e dell’esercito.


Se volete vedere come diventeranno i rapporti fra israeliani e palestinesi se non iniziamo ad invertire l’attuale escalation dell’occupazione israeliana in Cisgiordania, andate a Hebron.


Se avete a cuore il futuro di Israele, se il vostro pensiero politico è determinato dal senso di ciò che è fattibile, di ciò che è giusto e di ciò che è morale, se per voi i valori ebraici significano qualcosa, andate a Hebron.


Parlate con i coloni. Ascoltate la loro visione. Parlate con i palestinesi. Chiedete loro della loro vita quotidiana. Chiedete loro del risentimento, dell’odio, della disperazione e del sentimento di vendetta che lo status quo sta infondendo nei loro cuori e nelle loro menti. Parlate con i soldati, i paracadutisti dai berretti rossi – i migliori soldati di Israele – che sono costretti a lavorare in questo luogo deprimente, le cui abilità di combattenti vengono sprecate per controllare le borse della spesa di anziane donne palestinesi, e per tentare di impedire a giovani coloni di commettere atti vandalici nei negozi palestinesi o di lanciare pietre contro gli arabi di Hebron.


Se fossi Benjamin Netanyahu, sarei andato a Hebron prima di andare a Washington per incontrare il presidente Obama, prima di definire il “nuovo approccio” del processo di pace israelo-palestinese a cui egli ha fatto riferimento alla conferenza dell’AIPAC. Credo che anche Netanyahu – sì, persino un cinico come Bibi – si vergognerebbe, come israeliano e come ebreo. Io mi sono vergognato, durante la mia recente visita a Hebron con un gruppo di attivisti di Peace Now e di Americans for Peace Now.


Nel compiere la sua analisi dei rapporti tra la maggioranza e la minoranza a Hebron, raccomando a Netanyahu di leggere questo brano di B. Michael pubblicato in una recente edizione di Yedioth Ahronoth: “Alla vigilia della Festa dell’Indipendenza, l’Ufficio Centrale di Statistica ha affermato che il numero di residenti in Israele ammonta a 7,4 milioni di persone. C’era anche una notizia che rincuorava gli animi in vista delle vacanze: la maggioranza assoluta della componente ebraica è stata mantenuta; gli ebrei rappresentano il 75,5% della popolazione. Solo il 24,5% non è ebreo. Tuttavia, un deplorevole errore si è fatto strada in questi numeri. L’origine di questo errore consiste nello strano “stile di vita” della Linea Verde (il confine che separa lo stato di Israele propriamente detto dai Territori occupati (N.d.T.) ). Tale confine, che è presumibilmente “morto” molto tempo fa, salta fuori dalla tomba (o forse viene riesumato con la forza) ogni volta che fa comodo alle statistiche o alle pubbliche relazioni. Ma le cifre reali sono le seguenti: secondo l’Ufficio Centrale di Statistica e la CIA, il governo israeliano controlla 11,43 milioni di esseri umani. Tra questi, 5,6 milioni sono ebrei, 5,83 milioni sono non-ebrei (2,46 milioni di palestinesi in Cisgiordania, 1,55 milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza, 1,5 milioni di palestinesi cittadini di Israele e 0,32 milioni di “altri non-ebrei”). I dati esatti sono i seguenti: nell’impero israeliano, gli ebrei costituiscono il 49% della popolazione, mentre i non-ebrei il 51%. Ora possiamo cominciare noi ad essere definiti ‘minoranze’”.


Signor Primo Ministro, vada a Hebron. Perché la strisciante “hebronizzazione” di Israele è un cancro. Lei lo sa. E sa anche che non è troppo tardi per fare marcia indietro.


Ori Nir, portavoce di Americans for Peace Now, è stato corrispondente del quotidiano israeliano Ha’aretz per gli affari palestinesi; questo articolo era originariamente apparso sul sito di Americans for Peace Now il 05/05/2009


Titolo originale:
Go to Hebron

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