mercoledì, novembre 18, 2009

Una bomba ad orologeria: il problema delle risorse idriche nel Vicino Oriente.

I coloni israeliani godono di prati lussureggianti e di piscine, mentre ai Palestinesi non resta che un rigagnolo d’acqua (Amnesty International, ottobre 2009).

L’acqua è vita, senz’acqua non possiamo vivere; non noi, né gli animali o le piante. Prima avevamo l’acqua, ma dopo che l’esercito ha distrutto ogni cosa siamo costretti a portare l’acqua da molto lontano … I soldati prima hanno distrutto le nostre case e i ricoveri per le greggi, hanno sradicato tutti i nostri alberi, e poi hanno distrutto le nostre cisterne d’acqua. Erano cisterne antiche, del tempo dei nostri avi, questo non è un crimine? (Fatima al-Nawajah, residente nel villaggio di Susya, aprile 2008).

Lo scorso 27 ottobre, Amnesty International ha presentato un rapporto in cui si accusa Israele di negare ai Palestinesi il diritto all’accesso a sufficienti quantitativi d’acqua, mantenendo il totale controllo sulle risorse idriche condivise e perseguendo politiche discriminatorie.

Il rapporto di 112 pagine di Amnesty –
Troubled Waters: Palestinians denied fair access to water – mostra come Israele usi oltre l’80% dell’acqua proveniente dalla falda acquifera montana, la principale fonte di acqua sotterranea in Israele e nei Territori palestinesi occupati (Tpo), limitando l’accesso all’acqua per i Palestinesi ad un mero 20%. La falda acquifera montana è l’unica fonte d’acqua per i Palestinesi della West Bank, ma solo una delle tante per Israele, che si prende anche tutta l’acqua disponibile proveniente dal Giordano.

Nella Striscia di Gaza, inoltre, il 90-95% dell’acqua proveniente dalla sua unica fonte – la falda acquifera costiera – è contaminata e non è idonea al consumo umano. Israele, tuttavia, non consente il trasferimento dell’acqua della falda montana dalla Cisgiordania a Gaza.

Si tratta di una sottrazione di risorse naturali alle popolazioni native e di una discriminazione intollerabile, giustamente denunciata con forza da Amnesty International e, soprattutto, dalla sua sezione inglese, che ha invitato i suoi aderenti a inviare lettere di
protesta alle autorità israeliane.

Ma la scarsità delle risorse idriche, e la iniqua ripartizione delle stesse tra le popolazioni della regione, non solo è già oggi fonte di aspre tensioni, ma nel prossimo futuro potrà costituire la causa scatenante di nuovi conflitti armati, ed è questo l’argomento dei due articoli che seguono, tratti dalla rassegna stampa di
Medarabnews.

Il Centro Nazionale per i Diritti Umani (NCHR), in Palestina, ha recentemente esortato le organizzazioni internazionali per i diritti umani a smascherare le pratiche messe in atto da Israele con l’obiettivo di negare ai palestinesi il diritto di accesso all’acqua potabile.

In una dichiarazione rilasciata a commento di un rapporto pubblicato di recente da Amnesty International (AI), l’NCHR ha affermato che tale rapporto rappresenta “un grido di giustizia che invita la comunità internazionale ad adottare provvedimenti immediati per porre fine alle misure unilaterali di Israele nei Territori Occupati “, come il fatto di impedire ai palestinesi di sviluppare risorse idriche proprie, espropriandoli delle falde acquifere sotterranee, nonché demolendo case e reti idriche, e distruggendo le colture.

Nella sua relazione del 27 ottobre, AI ha accusato Israele di negare ai palestinesi il diritto di accedere ad una rete idrica adeguata, mantenendo il controllo totale sulle risorse idriche comuni e perseguendo politiche discriminatorie, e ha aggiunto che “queste pratiche limitano irragionevolmente la disponibilità di acqua nei Territori palestinesi occupati e impediscono che i palestinesi sviluppino delle infrastrutture idriche efficaci “.

“La realtà dei fatti nei Territori occupati riflette le gravi e pesanti violazioni dei diritti umani praticate dagli israeliani, soprattutto nei confronti dei palestinesi. Le loro politiche e pratiche inaccettabili contraddicono tutti gli accordi e i patti internazionali da essi ratificati, che sanciscono il diritto alla vita, il diritto all’uguaglianza, il diritto a condizioni di vita adeguate e il diritto di avere acqua potabile incontaminata e sicura”, ha dichiarato l’NCHR.

Nella sua dichiarazione, l’NCHR fa riferimento agli articoli 3 e 56 della IV Convenzione di Ginevra, che richiedono al paese occupante di garantire buone condizioni di vita al popolo occupato, tra cui acqua potabile salubre e pulita, aggiungendo che l’articolo 54 del primo protocollo addizionale (1977) delle Convenzioni di Ginevra vieta la distruzione o la rimozione di cibo, acqua e altre risorse necessarie per la sopravvivenza.

“Israele consente ai palestinesi di accedere solo a una piccola frazione delle risorse idriche comuni, che si trovano principalmente nei Territori occupati della Cisgiordania, mentre gli insediamenti israeliani illegali ricevono forniture idriche virtualmente illimitate. A Gaza il blocco israeliano non ha fatto che peggiorare una situazione già disastrosa”, ha detto Donatella Rovera, ricercatrice di AI per Israele e i Territori occupati, in un comunicato stampa pubblicato sul sito web dell’organizzazione con sede a Londra.

Il rapporto ha rivelato in quale misura le politiche e le pratiche discriminatorie di Israele in materia di risorse idriche stiano negando ai palestinesi il diritto di accesso all’acqua.

“Israele utilizza oltre l’80% dell’acqua della falda acquifera montana, la principale falda acquifera in Israele e nei Territori occupati, limitandone l’accesso ai palestinesi ad un mero 20%”, sostiene il rapporto, aggiungendo che la falda acquifera montana è l’unica fonte di acqua per i palestinesi della Cisgiordania, mentre è solo una delle tante per Israele, la quale si accaparra anche tutta l’acqua disponibile dal fiume Giordano.

“Mentre il consumo di acqua giornaliero palestinese raggiunge appena i 70 litri al giorno pro capite, il consumo giornaliero israeliano supera i 300 litri al giorno, quattro volte tanto”, sostiene il rapporto, sottolineando che in alcune comunità rurali i palestinesi sopravvivono con appena 20 litri al giorno, la quantità minima raccomandata per uso domestico in situazioni di emergenza.

Amnesty ha aggiunto che 180.000-200.000 palestinesi che vivono nelle comunità rurali non hanno accesso all’acqua corrente, e l’esercito israeliano spesso impedisce loro di raccogliere anche l’acqua piovana, sottolineando che i coloni israeliani, che abitano in Cisgiordania in violazione del diritto internazionale, hanno aziende agricole ben irrigate, giardini rigogliosi e piscine.

“Circa 450.000 coloni utilizzano la stessa, o una maggiore quantità d’acqua, rispetto alla popolazione palestinese che ammonta a circa 2,3 milioni di abitanti,” secondo il rapporto.

Nella Striscia di Gaza, fa notare il rapporto, il 90-95% dell’acqua proveniente dalla sua unica risorsa idrica, la falda acquifera costiera, è contaminato e non idoneo al consumo umano, ma Israele non consente il trasferimento di acqua dalla falda acquifera montana della Cisgiordania a Gaza.

“In più di 40 anni di occupazione, le restrizioni imposte da Israele ai palestinesi per quanto riguarda l’accesso alle risorse idriche hanno impedito lo sviluppo di infrastrutture e di impianti idrici nei Territori Occupati, negando di conseguenza a centinaia di migliaia di palestinesi il diritto di vivere una vita normale, di avere un’alimentazione e un alloggio adeguato, il diritto alla salute e allo sviluppo economico “, ha detto Rovera.

Amnesty ha affermato che Israele ha imposto un complesso sistema di permessi, rilasciati ai palestinesi dall’esercito israeliano e dalle altre autorità, per realizzare progetti in campo idrico nei Territori occupati, aggiungendo che le domande per tali permessi vengono spesso rifiutate o sono soggette a lunghi ritardi.

Nelle aree rurali, gli abitanti dei villaggi palestinesi faticano continuamente a trovare acqua a sufficienza per i loro bisogni primari, in quanto l’esercito israeliano spesso distrugge i loro bacini di raccolta dell’acqua piovana e confisca le loro cisterne d’acqua, sostiene il rapporto, mentre i sistemi di irrigazione innaffiano i campi dei vicini insediamenti israeliani sotto il sole di mezzogiorno, sprecando molta acqua, in quanto essa evapora prima ancora di raggiungere il suolo.

“Israele deve porre fine alla sua politica discriminatoria, revocare immediatamente tutte le restrizioni imposte ai palestinesi per quanto riguarda l’accesso alle risorse idriche, e assumersi la responsabilità di affrontare i problemi che essa stessa ha creato, concedendo ai palestinesi una porzione equa delle risorse idriche comuni”, ha aggiunto Rovera.

Hani Hazaimeh

1- La guerra dell’acqua
Il problema dell’insufficienza delle risorse idriche nel Vicino Oriente in generale, e in Palestina e in Israele in particolare, ha spinto gli osservatori a affermare che l’acqua sarà la causa della prossima guerra nella regione. Un tale scenario può apparire lontano dalla realtà dal momento che le attuali guerre sono ancora essenzialmente causate dalla volontà di impadronirsi dei territori e, sempre più, delle risorse petrolifere, come abbiamo potuto constatare con l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti.

Tuttavia, a causa degli elevati tassi di crescita demografica della regione, e dei suoi problemi di siccità, tutti gli sforzi che mirano alla riduzione delle tensioni e al raggiungimento di una vera pace, dovranno necessariamente risolvere il problema dell’accesso all’acqua. La diseguaglianza tra Israele e Palestina nell’accesso a questa risorsa e al suo consumo è un’ingiustizia sempre più evidente.

Un israeliano consuma circa 4 volte ciò che consuma un palestinese. I coloni israeliani in Cisgiordania, che si regalano il lusso delle piscine, consumerebbero 600 litri d’acqua al giorno, mentre i palestinesi ne consumano meno di 100, cifra che corrisponde al bisogno minimo stimato dall’OMS.

Dalla costruzione del muro israeliano, la situazione non ha fatto che peggiorare. Israele ha reso inutilizzabile una cinquantina di pozzi, impedito l’approvvigionamento idrico dei villaggi palestinesi e distrutto alcuni condutture idriche e altre infrastrutture connesse. I responsabili israeliani, che appartengano al Likud o al Partito laburista, utilizzano da tempo le risorse idriche situate nei territori palestinesi come pretesto per conservare i territori occupati. Così, quando si cerca di capire la natura del conflitto sull’acqua e i mezzi per risolverlo, è importante, non soltanto determinare la natura delle risorse idriche disponibili e individuare il modo di dividerle, ma bisogna anche analizzare gli interessi territoriali di Israele in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, e esaminare come il diritto internazionale e gli accordi di pace firmati sinora giungano a una ripartizione “equa e ragionevole” dell’acqua.

I conflitti legati alle grandi dighe posso interessare anche guerre tra paesi. Il Tigre e l’Eufrate, i grandi fiumi che alimentano l’agricoltura della Turchia, della Siria e dell’Iraq da migliaia d’anni, sono stati causa di grandi conflitti tra questi tre paesi. I due fiumi nascono in Turchia, nell’est dell’Anatolia, e questo paese esercita una sovranità assoluta sulle acque del suo territorio. La posizione turca è la seguente: “L’acqua ci appartiene tanto quanto il petrolio appartiene all’Iraq”. La diga di Ataturk è al centro del progetto di sviluppo del sud-est anatolico “Great Anatolien Project” (GAP). Questa diga, terminata nel 1990, incanala l’acqua verso la pianura di Harran, nel sud-est della Turchia, attraverso un tunnel di 26 km di lunghezza. Si prevede un’intensificazione dello scontro tra l’Iraq e la Turchia, a mano a mano che quest’ultima tenta di far progredire il suo progetto del valore di 32 miliardi di dollari, che prevede la costruzione di 22 dighe sull’Eufrate per permettere l’irrigazione di 1,7 milioni di ettari di terra. Se due dighe operative si aggiungeranno alla diga di Ataturk, l’Iraq perderà dall’80 al 90% della sua quota di acque dell’Eufrate. I progetti di sviluppo idrico dell’Eufrate hanno causato conflitti armati tra la Turchia, la Siria, l’Iraq e i Curdi. Nel 1974, si sono verificati incidenti tra la Siria e l’Iraq. Il PKK ha minacciato di far saltare la diga di Ataturk.

2- Una ripartizione iniqua

L’uso dell’acqua condiziona profondamente le relazioni tra Israele e i suoi vicini. Lo Stato ebraico, i cui ingegneri e agricoltori hanno mantenuto le promesse, facendo “fiorire il deserto”, non possiede molte risorse idriche proprie. Ciò dipende, da un lato, dal fatto che le falde freatiche sono situate in parte o nella totalità in Cisgiordania, dall’altro dal fatto che il Giordano, fiume di confine, alimenta il lago di Tiberiade.

Ora, di quattro fiumi che, insieme, formano il Giordano, uno solo, il Dan, nasce in Israele; lo Yarmouk e il Banias nascono in Siria, l’Hasbani nel sud del Libano. Nel 2001, gli israeliani hanno minacciato di bombardare il canale di derivazione delle acque dell’Hasbani, costruito di recente.

Oggi, più del 60% dell’acqua consumata dagli israeliani, soprattutto per l’irrigazione agricola, è prelevata nei territori palestinesi occupati da Israele, in particolare in Cisgiordania, e una grande parte delle installazioni idrauliche è situata fuori dai confini del 1967. Situata a valle del lago di Tiberiade, all’altezza del quale Israele preleva le acque dal Giordano superiore, la Giordania dipende di fatto dal suo vicino. Si trova in una situazione di penuria piuttosto critica; a Amman, l’acqua scorre dal rubinetto solo 3 giorni alla settimana. I territori palestinesi non sono certo meno assetati. L’acqua totalmente sotto il controllo d’Israele, è ripartita in maniera diseguale. Il problema dell’acqua è stato rimandato sinora ai negoziati finali, sempre rinviati, e costituisce una temibile bomba a orologeria.

M. Zouaoui Mourad è un ricercatore algerino, esperto in economia industriale

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mercoledì, novembre 11, 2009

Verso la fine del processo di pace in Medio Oriente.

Medarabnews, questa settimana, sceglie di dedicare un editoriale nonché gran parte della sua rassegna stampa euro-araba ai commenti e alle analisi legate all’annuncio del Presidente palestinese Abu Mazen di non ricandidarsi alle prossime elezioni.

L’editoriale in questione è ampiamente condivisibile e rappresenta una efficace sintesi dei problemi sul tappeto. Ho scelto di pubblicare su questo blog, tuttavia,
l’articolo di uno degli analisti più acuti della situazione mediorientale, Rami G. Khouri, in quanto in esso si mette bene in evidenza l’aspetto principale della questione, e cioè il fatto che l’amministrazione Obama, nonostante la retorica profusa a piene mani e i discorsi roboanti, nella realtà appare sempre più lontana da quella figura di “honest broker” del conflitto israelo-palestinese che, a parole, pretende di incarnare.

Il problema è che gli Usa, non riuscendo a esercitare alcuna pressione su Israele, ed anzi affermando con la Clinton che il congelamento degli insediamenti colonici non è più una precondizione per lo svolgimento dei negoziati di “pace, ha di fatto precipitato l’ANP in un vicolo cieco, da cui qualcuno potrebbe essere tentato di uscire proponendo forme di resistenza civile o, addirittura, di lotta armata.

La posizione americana sul rapporto Goldstone, inoltre, ha mostrato chiaramente che gli Usa sono pronti a schierarsi senza esitazione a fianco di Israele anche a fronte di conclamati e gravissimi crimini contro l’umanità quali quelli commessi dall’esercito israeliano a Gaza, scatenando vieppiù la collera e l’indignazione della pubblica opinione araba.

Ma il rischio più grosso, a mio avviso, risiede nella possibilità che gli Usa (e anche alcuni governi arabi) non vedano più nella risoluzione della questione palestinese una priorità nella loro agenda politica, preferendo concentrarsi sulla questione del nucleare iraniano.

Più che un a “brutto mese”, come scrive Khouri, sembra di assistere alla fine di ogni ragionevole speranza su un esito positivo del processo di pace in Medio Oriente.

Un brutto mese per la pace in Medio Oriente.
6.11.2009

Nel gioco del baseball, tre tentativi falliti significano che hai perso, ma nell’ambito della politica estera statunitense a quanto pare questa regola non esiste.

Durante le ultime settimane, gli Stati Uniti hanno fatto tre mosse estremamente controverse nel contesto della situazione arabo-israeliana, che hanno generato scetticismo e preoccupazione su vasta scala; anche se, in realtà, il loro significato profondo rimane ancora difficile da apprezzare, in quanto esso dipende da quello che faranno gli Stati Uniti nelle settimane a venire.

Le tre mosse a cui alludo sono, in ordine cronologico inverso: 1) l’appello del Segretario di Stato Hillary Clinton, rivolto questa settimana ai palestinesi, affinché riprendano i negoziati con Israele a prescindere dal blocco totale dell’espansione degli insediamenti e delle colonie israeliane, apparentemente rimangiandosi la precedente richiesta di Washington che gli insediamenti fossero congelati nella loro totalità; 2) la decisione del Congresso americano di approvare una risoluzione non vincolante che critica e respinge il rapporto della Commissione Goldstone, del Consiglio per i diritti umani dell’ONU, circa la condotta di Israele e di Hamas durante la guerra di Gaza; 3) il rifiuto dello stesso rapporto da parte dell’amministrazione Obama a pochi giorni dalla sua pubblicazione, verso la fine di settembre.

Questo mese, ci vengono ricordate tre cose: che la politica americana in tutto il Medio Oriente, dalle questioni arabo-israeliane all’Iraq, all’Afganistan, all’Iran, e alla promozione della democrazia e dei diritti umani, è un “work in progress”; che la squadra Obama-Clinton-Mitchell ancora si sta familiarizzando con gli attori e le dinamiche politiche della regione; e che per gli Stati Uniti tutta la diplomazia è una questione di politica interna.

Se da un lato non c’è nulla di nuovo nell’acquiescenza degli Stati Uniti a fronte delle politiche israeliane relative agli insediamenti, o nel tentativo di difendere Israele dalle critiche internazionali, dall’altro questi sviluppi sono significativi in quanto costituiscono i primi indizi di come la nuova amministrazione Obama intende porsi rispetto a due questioni cruciali per il successo degli sforzi di pace: una posizione diplomatica veramente equidistante degli Stati Uniti nella loro veste di mediatore, che favorisca la sicurezza e i diritti di entrambe le parti; e le legittime iniziative internazionali volte ad accertare la responsabilità sia degli arabi che degli israeliani alla stessa stregua, secondo il diritto internazionale, le risoluzioni ONU ed altre norme di condotta rilevanti.

Una spiegazione “generosa” sarebbe quella che afferma che la concomitanza tra la revisione della posizione americana sulla questione degli insediamenti, e la posizione assunta sul rapporto Goldstone, potrebbe essere una mossa tattica destinata ad evitare le distrazioni e a continuare a fare tutto il possibile per riportare israeliani e palestinesi al tavolo dei negoziati, dove avrà luogo il vero braccio di ferro. La visione pessimistica nonché più diffusa è, tuttavia, quella che ritiene che, dopo un breve ma deludente tentativo di neutralità, Washington è tornata alla sua posizione iniziale, vale a dire quella di prendere le parti di Israele e di fare pressione sugli arabi affinché facciano concessioni unilaterali per il riavvio delle trattative di pace.

La mia impressione è che l’amministrazione Obama non abbia ancora formulato nella sua totalità la propria politica sul processo di pace arabo-israeliano, perché il calcolo politico necessario a tal fine – che presuppone sia considerazioni di politica interna che di politica estera – è troppo complesso e costoso per una giovane amministrazione che ha altre battaglie più importanti da combattere. Queste tre mosse degli Stati Uniti hanno a che fare più con la politica interna che non con la diplomazia in Medio Oriente, ma lasciano poche speranze per le prospettive del processo di pace, se è vero che indicano la futura posizione statunitense al riguardo.

La risoluzione del Congresso è un potente ammonimento riguardo all’aiuto interno che Israele e i suoi alter ego nella lobby filo-israeliana a Washington possono ottenere. Il fatto che il progetto di risoluzione che criticava il rapporto Goldstone sia pieno di inesattezze e citazioni fuori luogo sembra riflettere il modo di agire più comune del Congresso, quello di cedere di fronte ai sentimentalismi e alle pressioni filo-israeliane, a prescindere dalla verità. (Si veda l’eloquente lettera del giudice Goldstone alla commissione competente della Camera, dove si mettono in luce errori e mistificazioni, consultabile in rete all’indirizzo https://org2.democracyinaction.org/o/5664/images/Goldstone%20letter.pdf)

Piuttosto che vedere Obama che convince il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a bloccare insediamenti e colonie, abbiamo ora una situazione in cui Israele si è dimostrato in grado di costringere gli Stati Uniti a ritirare la loro richiesta di uno stop completo agli insediamenti.

La signora Clinton non è apparsa convincente quando ha dichiarato che il desiderio dell’amministrazione americana di assistere a un blocco completo era inalterato. Parimenti bizzarra è stata la sua affermazione secondo cui la proposta da parte di Netanyahu di “limitare” gli insediamenti sarebbe “senza precedenti”. Il fatto di essere un precedente o meno non è certo il criterio principale per definire le mosse diplomatiche; sono la legittimità, la reciprocità, e il rispetto del diritto, le chiavi per ottenere la pace, e la Clinton pare averle compromesse tutte quante con una sola battuta.

Agli arabi viene ora chiesto di riavviare i negoziati di pace prendendo come punto di partenza una miscela costituita dalla violazione continuata del diritto internazionale da parte d’Israele nell’estendere gli insediamenti, dall’acquiescenza statunitense di fronte a tale processo, e dal totale disprezzo nei confronti dell’attenzione posta dal rapporto Goldstone sulla necessità che tutte le parti si conformino al diritto internazionale e ai principi vigenti in materia di diritti umani. Questa è una pillola impossibile da mandar giù, e che gli stessi Stati Uniti – ad esempio – rifiutano, quando si tratta di negoziare la questione nucleare ed altre questioni con l’Iran, laddove accettano invece una flessibilità tattica ragionevole allo scopo di affermare ed implementare, piuttosto che eludere e distruggere, le norme giuridiche internazionali vigenti.

Il nono mese di amministrazione da parte di Obama è stato un brutto mese per il processo di pace arabo-israeliano, per l’affermazione della legittimità e della legalità internazionali, nonché per il semplice principio americano, ormai fuori moda, del “fair play”.

Rami G. Khouri è un analista politico di origine giordano-palestinese e di nazionalità americana; è direttore dell’Issam Fares Institute of Public Policy and International Affairs presso l’American University di Beirut, ed è direttore del quotidiano libanese “Daily Star”

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martedì, novembre 10, 2009

Coloni israeliani chiedono la demolizione di una scuola palestinese. Perchè costruita senza permesso...


Continuano senza sosta le demolizioni di strutture abitative palestinesi “illegali” da parte delle autorità israeliane. Il 2 novembre scorso, la municipalità di Gerusalemme ha demolito tre case nei quartieri di Beit Hanina e di Ath Thuri, a Gerusalemme est, causando lo sfollamento di 42 persone, tra cui 23 bambini. L’ulteriore demolizione di un residence a Sur Bahir ha lasciato senza un tetto i sei Palestinesi che lo avevano in affitto, tra i quali due bambini.

Secondo dati forniti dall’Office for The Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA – cfr. The Humanitarian Monitor, settembre 2009), dall’inizio dell’anno e fino al 30 settembre del 2009 gli Israeliani hanno demolito ben 223 strutture di proprietà palestinese, incluse 92 strutture residenziali, tra Gerusalemme est e la cd. Area C, provocando lo sfollamento di ben 515 persone, tra le quali 262 bambini.

Nell’area C – la zona a totale controllo ed amministrazione israeliani che ricomprende gli insediamenti colonici – migliaia di abitazioni palestinesi sono state costruite senza permesso e, dato che nei loro riguardi sono già stati emessi gli ordini di demolizione, sono a rischio di essere buttate giù in ogni momento. La ragione è semplice, e consiste nella circostanza che la Israeli Civil Administration (ICA) porta avanti da anni una politica di pianificazione che rende virtualmente impossibile ai Palestinesi ottenere un permesso di costruzione, costringendo molti di loro a edificare costruzioni “illegali” per far fronte alle proprie esigenze abitative.

In questi giorni, in particolare, sono a rischio di demolizione ben 257 strutture appartenenti ad una comunità di Beduini dislocata nei pressi della colonia (illegale) di Kfar Adumim, la cui rimozione è stata chiesta all’Alta Corte di giustizia israeliana da parte di una organizzazione di coloni denominata “Regavim”.

Tra queste strutture, vi è la scuola di cui parla l’articolo che segue, pubblicato l’8 novembre scorso dal quotidiano Il Manifesto”, a firma di Michele Giorgio. Una scuola indispensabile alla comunità beduina, dato che i bambini, prima, erano costretti ad andare a scuola più lontano, seguendo la superstrada che collega Gerusalemme con il Mar Morto, con la conseguenza che 3 bambini erano morti, travolti dalle macchine, e 5 erano rimasti invalidi.

Ecco come vanno finire gli sforzi umanitari a favore dei Palestinesi da parte di tanti enti e ong, in questo caso italiani. Ecco la giustizia e il diritto assicurati in un territorio in cui, caso unico al mondo, un gruppo di residenti illegali all’interno di un territorio occupato può chiedere e ottenere la distruzione delle case e delle scuole della popolazione nativa, senza che nessuno abbia niente da ridire.

E questo accade solo quando di mezzo c'è quello Stato-canaglia e razzista che ha per nome Israele.

La bio-scuola italiana per i beduini minacciata dai coloni

Una scuola per 60 bambini delle famiglie beduine dei Jahalin, tra Gerusalemme e Gerico, senza fondamenta ma ugualmente stabile e resistente, fatta di 2.200 pneumatici, fango, travi di legno, lamiere e isolante. È costata appena 35mila euro ed è stata realizzata della onlus Vento di Terra con l'aiuto economico di tre comuni lombardi, delle suore comboniane e della Cei.

Ad inaugurarla c'erano giovedì scorso il console generale d'Italia Luciano Pezzotti, i sindaci di Corsico, Cesano Boscone e Rozzano, le autorità palestinesi, i responsabili di Vento di Terra e i rappresentanti delle famiglie Jahalin. Presente anche l'ingegnere 29enne Diego Torriani che, assieme a quattro colleghi, ha progettato i tre fabbricati speciali che accolgono decine di bambini prima costretti ad andare a scuola a Gerico.

Eppure questa iniziativa, senza precedenti nei Territori occupati, che si fonda su costi bassi e il riciclaggio di materiali, è destinata a interrompersi presto. I coloni israeliani del vicino insediamento di Kfar Adumim, illegale per le leggi internazionali, hanno presentato all'Alta Corte di Giustizia una richiesta di demolizione della scuola (e di tutte le casette di lamiera dei beduini) perché costruita «senza permesso». Ma i pericoli non si fermano qui.

«Le prospettive sono nere - spiega l'avvocato israeliano Shlomo Lecker, che assiste legalmente i Jahalin - accanto alla denuncia dei coloni c'è anche una richiesta di demolizione immediata fatta dalla società pubblica per lo sviluppo della rete stradale che, proprio nell'area della scuola, intende allargare la superstrada tra Gerico e Gerusalemme».

I bambini di Jahalin e i loro genitori, che a metà settimana festeggiavano assieme agli ospiti internazionali, rischiano perciò di rimanere senza la loro scuola se, lunedì prossimo, i giudici dell'Alta Corte daranno ragione ai coloni residenti nell'illegale Kfar Adumim. Per i Jahalin sarebbe un nuovo duro colpo. Questa comunità beduina, già costretta nel 1948 a lasciare il Neghev, da anni subisce evacuazioni forzate e demolizioni.

«Questa scuola rappresenta l'attaccamento allo nostra terra e la volontà di continuare a viverci» ha spiegato un rappresentante dei Jahalin durante la cerimonia di inaugurazione. E in questi giorni tremano anche i beduini di Kissan, a qualche km da Betlemme, dove l'esercito israeliano minaccia di demolire l'ambulatorio medico, l'unico a disposizione di centinaia di persone, aperto di recente dalla Ong italiana Disvi in collaborazione con il ministero della sanità palestinese. Anche in questo caso si parla di «costruzione illegale».

La «scuola di gomma» dei Jahalin, secondo l'avvocato Lecker, potrebbe essere abbattuta dalle ruspe nel giro di qualche settimana. Con essa verrà distrutto anche un progetto che ha destato molto interesse. Il pneumatico, lo confermano studi internazionali, è un materiale resistente nelle costruzioni. Le gomme riempite di terra e pietre, posizionate a file sfalsate, assicurano una elevata elasticità. L'intonacatura esterna inoltre garantisce la protezione dei pneumatici ai raggi solari, evitandone il deterioramento o il rilascio di sostanze nocive. L'utilizzo dei materiali riciclati nei fabbricati ha avuto successo in varie parti del mondo e potrebbe rivelarsi un vero e proprio investimento per i palestinesi privi di risorse. E il presidente di Vento di Terra, Massimo Rossi, già pensa a Gaza. «Questo tipo di edifici - ci spiega - potrebbero essere una valida alternativa alle costruzioni ordinarie, visto che Israele non lascia entrare il cemento in quel territorio».

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martedì, novembre 03, 2009

Studentessa 21enne deportata, bendata e ammanettata, dai soldati israeliani.


Berlanty Azzam è una ragazza palestinese di 21 anni, che studiava e viveva a Betlemme sin dal 2005, dopo aver richiesto ed ottenuto dalle autorità militari israeliane un permesso che la autorizzava a viaggiare attraverso Israele per raggiungere la West Bank. Studentessa in business administration, le mancavano solo due mesi per completare i propri studi.

Il pomeriggio del 28 ottobre, mentre tornava a casa a Betlemme dopo essere stata ad un colloquio di lavoro a Ramallah, la macchina in cui viaggiava Berlanty veniva fermata ad un checkpoint. I soldati israeliani, accortisi del fatto che la sua residenza era registrata a Gaza, la arrestavano e la chiudevano in cella.

Nonostante la promessa delle autorità israeliane di non procedere subito al trasferimento a Gaza di Berlanty, in modo da consentirle di presentare appello contro il provvedimento alla Corte suprema, la notte stessa la ragazza veniva bendata, ammanettata e caricata su una jeep che provvedeva a deportarla nella Striscia contro la sua volontà, nonostante ogni assicurazione ricevuta in contrario.

Racconta Berlanty: “Fin dal 2005, ho evitato di andare a visitare la mia famiglia a Gaza per paura che non mi venisse permesso di ritornare ai miei studi in Cisgiordania. Ora, proprio a due mesi da laurea, sono stata arrestata e portata a Gaza nel cuore della notte, senza alcuna possibilità di terminare i miei studi”.

Da anni, Israele impedisce ai Palestinesi residenti nella Striscia di Gaza di frequentare corsi di laurea nelle università della Cisgiordania, ma anche all’estero: attualmente, sono ben 838 gli studenti bloccati a Gaza e impossibilitati a recarsi all’estero per completare i propri studi o ottenere master post-laurea.

Ma questo è diverso, si tratta di una vera e propria caccia all’uomo volta a deportare nella Striscia di Gaza quei Palestinesi che vivono, studiano e lavorano, anche da anni, nella West Bank, pur risultando iscritti – nei registri dello stato civile controllati da Israele – come residenti a Gaza,

Esemplare è il caso di Muhammad Abu Sultan, denunciato dall’ong israeliana B’tselem.

Muhammad Abu Sultan, originario del quartiere Rimal a Gaza, si è trasferito nel 1996 a Tulkarm e li ha conosciuto la propria moglie Alaa, che gli ha dato tre figli di 6, 3 e 2 anni.

Alcuni anni fa l’Autorità palestinese aveva annunciato che i residenti di Gaza che vivevano in Cisgiordania avrebbero potuto cambiare la propria carta d’identità con un documento similare valido per la West Bank.

Muhammad, che aveva una carta d’identità di Gaza, il 1° ottobre del 2007 si recò allora presso gli uffici dell’Autorità palestinese a Ramallah, ottenendo la sua brava carta d’identità valida per la West Bank. Voleva essere sicuro, dato che per lavoro si recava spesso a Nablus, Ramallah, Jenin e Gerico, e spesso si trovava a dover attraversare i posti di blocco dell’esercito israeliano.

Ma, il 12 gennaio del 2008, Muhammad veniva fermato al checkpoint di Beit Iba, vicino Nablus, e nella stessa giornata veniva deportato nella Striscia di Gaza dai soldati israeliani, poiché considerato residente nella Striscia di Gaza. Da allora, la moglie Alaa e i tre figli di Muhammad Abu Sultan vivono a Tulkarm senza il loro marito e padre, e la più piccola delle bambine, Riwa, di soli due anni, chiama “papà” il nonno.

Con buona pace di chi ancora sostiene la colossale menzogna del “disengagement” israeliano da Gaza, Israele non solo controlla le frontiere terrestri e marittime e lo spazio aereo della Striscia, non solo limita allo stretto indispensabile per la sopravvivenza l’ingresso di cibo, medicinali e merci, ma persino continua a controllarne i registri dello stato civile, non riconoscendo l’operato dell’autorità palestinese in materia.

Le autorità israeliane, infatti, impongono ai Palestinesi registrati nella Striscia di Gaza di poter restare in Cisgiordania solo dopo aver ottenuto uno speciale “permesso” (difficilissimo da ottenere), imponendo un regime senza precedenti e, soprattutto, senza alcuna base legale, che trasforma i Palestinesi che vivono a casa propria e nella propria terra in dei veri e propri “immigrati clandestini”.

Israele in tal modo viola i diritti dei Palestinesi all’istruzione, alla libertà di movimento, al ricongiungimento familiare, e si rimangia persino accordi liberante firmati come l’accordo Movement and Access del novembre 2005, che doveva regolamentare il libero accesso da e per Gaza (nonché la costruzione del porto e dell’aeroporto…).

Ma, naturalmente, sopra ogni norma e ogni diritto – anche i più basilari – prevalgono le ragioni della “sicurezza” di Israele. Notoriamente minacciata, è risaputo, da studenti e padri di famiglia che per studio o per lavoro si recano da Gaza in Cisgiordania e viceversa.

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Serata di raccolta fondi per l'ospedale al-Awda di Gaza.

Il comitato “Palestina nel cuore” ha deciso di aderire alla campagna nazionale di raccolta fondi a sostegno dell’ospedale Al-Awda di Gaza lanciata dal Forum Palestina.

L’embargo internazionale e le ripetute aggressioni israeliane contro la Striscia di Gaza hanno portato al collasso le strutture sanitarie ed ospedaliere. Nel corso dell’operazione “Piombo fuso”, le bombe israeliane hanno ripetutamente colpito ospedali ed ambulanze, ed ora il perdurare dell’embargo non fa che aggravare una situazione già drammatica.

Noi vogliamo sostenere i Palestinesi di Gaza e rompere questo embargo criminale! I fondi raccolti saranno consegnati direttamente al direttore dell’ospedale da una delegazione che andrà a Gaza a dicembre, in occasione del primo anniversario del massacro, per partecipare alla Gaza Freedom March.

Per questo vi invitiamo a chiedere i blocchetti per la raccolta dei fondi a Gustavo (333/2256505), a organizzare iniziative di informazione e di sottoscrizione, e/o a partecipare alla nostra cena: eccovi l’invito!

Il comitato “Con la Palestina nel cuore” in collaborazione con la Casa del Popolo di Tor Pignattara, organizza

S.O.S. Gaza
serata di raccolta fondi per l’ospedale Al Awda di Gaza

La serata prevede:
- proiezione del filmato “Gaza. Il genocidio e il silenzio” (realizzato a cura del Forum Palestina)
- presentazione della prossima missione a Gaza con partecipazione alla marcia internazionale Free Gaza del prossimo 27 dicembre
- cena palestinese a sottoscrizione

Appuntamento sabato 14 novembre
a partire dalle ore 18.30 alla Casa del Popolo in via B. Bordoni 50 (zona Tor Pignattara)

IMPORTANTE:

Per la cena occorre prenotarsi scrivendo a comitatopalestinanelcuore@gmail.com oppure telefonando a Paola 06 86213385 338 3662289 o a Marta 06 83607678 340 9254858

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