mercoledì, gennaio 27, 2010

Autolesionismo.


"Le divisioni interne aiutano solo gli oppressori" (vignetta di Carlos Latuff).

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giovedì, gennaio 21, 2010

The age of walls.

Sempre a proposito di muri, è utile riportare questo bell’articolo di Samera Esmeir pubblicato sull’ultimo numero di Al-Ahram Weekly e tradotto da Medarabnews.

Il punto di partenza dell’analisi della Esmeir è costituito dalle parole con cui il primo ministro israeliano Netanyahu ha annunciato il 10 gennaio di aver approvato il progetto per la costruzione di un muro “tecnologico” lungo il confine tra Israele e l’Egitto: “Ho deciso di chiudere il confine meridionale di Israele agli infiltrati e ai terroristi dopo prolungate discussioni con i ministri del governo e con figure professionali. Questa è una decisione strategica per assicurare il carattere ebraico e democratico dello Stato di Israele”.

Rinviando alle considerazioni svolte nell’articolo, qui voglio solo segnalare come il proliferare dei muri attorno ad Israele ha come effetto quello di trasformare ogni tentativo di rivendicazione nei suoi confronti – come accade per i Palestinesi – in una violazione che legittima ogni tipo di risposta, anche la più sanguinosa; costruire muri, lungi dall’assicurare la sicurezza, garantisce soltanto che vi saranno sempre nuove campagne militari, ognuna più sanguinosa di quella precedente.

Ma, soprattutto, è importante sottolineare come, ancora una volta, ritorni l’argomento principe della necessità di assicurare la “ebraicità” dello stato israeliano, perché è questo il nocciolo della questione e la fonte di ogni problema.

Gli ebrei sono gli unici al mondo ad aver legato la fede all’identità nazionale, al punto da ipotizzare di chiedere alle minoranze arabe di giurare fedeltà ad Israele in quanto stato ebraico, una vera follia dalle conseguenze devastanti. La “terra promessa” diviene stato solo per ebrei, da cui escludere ogni sorta di “infiltrato” (e pazienza se lui e i suoi antenati vivevano lì da secoli…), un vero motore di razzismo, colonizzazione, violenza, esclusione.

E poi, come nota la Esmeir, se Israele ha bisogno di circondarsi di muri al fine di preservare il suo carattere ebraico, questo non è un indizio del fatto che Israele non è mai stato ebraico?

Se Eric Hobsbawm dovesse aggiungere un quinto volume al suo classico studio storico in quattro volumi “Ages of Capital, Empire, Extremes and Revolution”, e se dovesse dedicare questo nuovo volume al XXI secolo, probabilmente lo intitolerebbe “The Age of Walls”, l’era dei muri.

E’ vero, molte persone nel mondo pensavano che l’era dei muri fosse già tramontata con la caduta del muro di Berlino, ma Israele sembra aver dichiarato di impegnarsi a perpetuare tale era. Israele sta completando un muro di cemento nei territori palestinesi occupati nel 1967, un altro muro di ferro è attualmente in costruzione lungo il confine tra l’Egitto e la Striscia di Gaza, e Israele è in procinto di avviare la costruzione di un muro “tecnologico”, ovvero di una “barriera”, come si dice, alla frontiera con l’Egitto. Di cemento, di ferro, ad alta tecnologia – questi sono i nuovi muri in costruzione nella regione. Molto presto, forse, potremmo cominciare ad assegnare premi per il miglior progetto di muro fatto di altri “materiali”.

L’ultimo episodio di questa campagna per “circondare di muri la regione” è stato annunciato domenica 10 gennaio 2010, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha approvato i progetti per erigere la suddetta barriera. La prima fase avrà inizio con la costruzione di “recinzioni lungo le sezioni del confine a sud della Striscia di Gaza e a nord di Eilat”. Inoltre, “misure tecnologiche saranno dispiegate lungo l’intero confine per permettere la localizzazione degli infiltrati e dei pericoli in modo tempestivo”.

Della sua decisione, Netanyahu ha detto: “Ho deciso di chiudere il confine meridionale di Israele agli infiltrati e ai terroristi dopo prolungate discussioni con i ministri del governo e con figure professionali. Questa è una decisione strategica per assicurare il carattere ebraico e democratico dello Stato di Israele. Israele rimarrà aperto ai profughi di guerra, ma non possiamo permettere a migliaia di lavoratori clandestini di infiltrarsi in Israele attraverso la frontiera meridionale e di invadere il nostro paese “.

Le minacce da cui questa barriera dovrebbe proteggere Israele sono: “lavoratori clandestini, infiltrati, contrabbandieri, terroristi, gli africani, gli abitanti di Gaza, prostitute, droga e armi”. Solo chiudendo il confine e garantendo Israele contro queste “minacce”, ha detto infatti Netanyahu, Israele rimarrà ” ebraico e democratico “. Ma che cosa significa “chiudere” un confine che si estende per circa 200 chilometri? E in che modo esattamente queste persone e cose minacciano il carattere “ebraico e democratico dello stato di Israele”? In che modo muri o barriere proteggono il carattere di uno stato? E, infine, che cosa ci racconta la proliferazione di muri a proposito della psicologia che guida la politica israeliana?

L’uso della parola “chiudere” per descrivere in che modo sarà controllato il confine con l’Egitto è significativo. “Chiudere le frontiere” è un’espressione che è stata utilizzata negli Stati Uniti in riferimento al loro confine con il Messico. In Israele, l’espressione indica l’illusione che una popolazione possa preservare la sua purezza, proteggendosi da ciò che la circonda (e dalle vite umane che ha scacciato dalla loro terra). In ballo, qui, non è affatto la paura degli altri, ma un profondo senso di superiorità nei confronti di coloro che abitano la stessa area geografica, o aree geografiche vicine, e un sincero desiderio di escogitare uno stile di vita che li sradichi, li nasconda, o li deporti. “La Terra Promessa”, dopotutto, è tutt’altro che un concetto astratto; essa appartiene ad aree geografiche e ad eredità storiche concrete. La sua secolarizzazione come strumento per la formazione dello Stato-nazione di Israele in mezzo a queste aree geografiche e a queste eredità storiche tramuta la terra-trasformata-in-stato in un motore di razzismo, di colonizzazione e di esclusione.

Indicative di questo senso di superiorità sono le dichiarazioni rilasciate da Netanyahu riguardo alla prospettata barriera, lo scorso dicembre. In una riunione della Commissione ‘sicurezza e affari esteri’, egli ha affermato che la parte meridionale di Israele è l’unico posto al mondo dove ci si può spostare dal Terzo al Primo Mondo semplicemente camminando: “Il problema è che è possibile andare a piedi dall’Africa a Gush Dan. E’ impossibile fare lo stesso in direzione di Parigi o Madrid, perché c’è un mare lungo la strada”. Egli ha anche aggiunto che “dovremo circondare di muri tutto il paese, non abbiamo altra scelta”.

In effetti, se Israele vuole preservare la propria percezione di essere una potenza superiore e più avanzata nella regione, può non avere altra scelta che quella di circondarsi di muri. In altre parole, può non avere altra scelta che quella di costruire letteralmente questa auto-proclamata superiorità. Ma prendere in considerazione l’idea di circondare di muri un intero paese denota che l’atto di costruire muri non è semplicemente un atto di sovranità. Piuttosto, costruire muri in questo caso è la capacità di inventare e preservare la purezza di un popolo, e di un territorio, mantenendolo in un costante stato di paranoia. In questo senso, il costruire muri è qualcosa che si intreccia con il male. Quanto più viene cercata la purezza, tanto più le risposte contro le pratiche che violano questa purezza sono destinate a diventare sempre più dure. L’effetto di circondarsi di muri, di conseguenza, non è semplicemente quello di impedire ad “africani, terroristi, palestinesi, trafficanti di droga e d’armi” di “infiltrare” il confine meridionale. Piuttosto, l’effetto dalle conseguenze ben più profonde è quello di produrre uno spazio chiuso, che trasforma i tentativi di rivendicazione rivolti nei suoi confronti in una violazione che legittima risposte sanguinose. Più verranno costruiti muri, più vi saranno campagne militari.

A dire il vero, però, Netanyahu non è l’autore di questo nuovo progetto. L’idea è stata covata per diversi anni, e sembra risalire almeno al 2005, quando un progetto chiamato “Sand-Clock” fu per la prima volta messo a punto dal ministero della difesa israeliano. Da allora, il Centro di ricerca e informazione del parlamento israeliano ha preparato una serie di rapporti sulle “minacce” presenti alle frontiere con la Giordania e l’Egitto, raccomandando la chiusura del confine con l’Egitto. Inoltre, diverse commissioni del parlamento hanno discusso la questione del confine meridionale. E, infine, il governo di Ehud Olmert ha esaminato una serie di progetti per chiudere il confine, compreso il progetto Sand-Clock. Ci sono voluti diversi anni per elaborare e approvare un progetto definitivo, perché sono state considerate diverse opzioni, tenendo conto delle condizioni geologiche e topografiche della linea di confine.

L’identità dei politici responsabili del nuovo progetto di muro è importante. Ma la cosa più significativa è il discorso che vi è alla base, il quale contestualizza le suddette minacce e le mette in relazione al presunto “carattere ebraico e democratico dello Stato di Israele”. Questo discorso è sia globale che locale. Nella sua prospettiva globale, esso attinge alle pratiche di altri paesi occidentali nei confronti della manodopera straniera e degli immigrati indesiderati (neri, musulmani, arabi, asiatici, ecc); mette in primo piano le preoccupazioni nei confronti della tratta delle donne, del traffico di droga e di armi, come se il contrabbando transfrontaliero fosse la loro principale causa o fonte; trasforma l’Africa in una sorgente di tenebra eterna, alimentando la coscienza occidentale intollerante e i suoi progetti razzisti; e, infine, fa ricorso al vocabolario della guerra globale al terrorismo.

Ma ciò che si può leggere come un tipico discorso occidentale contemporaneo a proposito delle frontiere, contiene ulteriori riferimenti locali. Il parlare di “infiltrazione” ha una particolare storia locale. L’ “infiltrato” nella memoria collettiva israeliana è il nome che Israele diede ai profughi palestinesi che tentarono di tornare a casa in Palestina dopo la guerra del 1948, e che furono nuovamente espulsi non appena fu scoperto il loro ritorno. Il termine fu anche usato per descrivere altri palestinesi, che non lasciarono la Palestina durante la guerra, ma che furono poi etichettati come ‘infiltrati’ allo scopo di espellerli. L’infiltrato era quindi il palestinese la cui espulsione, in alcuni casi reiterata per due volte, era necessaria al fine di costruire uno stato esclusivamente ebraico.

Ne consegue che l’estensione dell’identità degli infiltrati fino ad includere altre persone e cose, facendo riferimento al discorso globale in materia di immigrazione e sicurezza, non riesce a nascondere i seguenti due fatti: primo, la persistenza dei palestinesi come una delle principali figure che vanno espulse; e secondo, la misura in cui il trattamento di tutti gli altri non-ebrei sarà modellato sulla base del trattamento dei palestinesi in qualità di infiltrati. Ed è in questo contesto che si può capire il riferimento allo stato ebraico da parte di Netanyahu. Questo stato, fino a poco tempo fa, era principalmente volto a escludere i palestinesi. Oggi, il suo carattere ebraico serve anche ad escludere gli africani e gli altri “infiltrati”. L’opera di razzismo e di esclusione che generò lo stato ebraico è la stessa opera che continua a organizzare le sue azioni in rapporto ad altre popolazioni. Per ironia della sorte, Israele potrebbe trasformare in palestinesi tutti gli altri non-ebrei del mondo.

Fare riferimento alla salvaguardia del carattere ebraico e democratico di Israele ha ulteriori conseguenze. Questo riferimento legittima in modo efficace il progetto dello stato ebraico associandolo a un discorso globale sull’immigrazione e la sicurezza. In altre parole, la salvaguardia dello stato ebraico diventa parte integrante di questo discorso globale. Ma vi è un’ironia in questa nuova dimensione di esclusione. Israele rivela ancora una volta di essere insicuro circa la realtà del suo carattere ebraico. Questa insicurezza è evidente quando Israele chiede che i palestinesi lo riconoscano come uno stato ebraico. E’ anche evidente nell’ossessiva costruzione di muri contro tutto ciò che è al di fuori della sua zona di auto-proclamata superiorità. I palestinesi, a quanto pare, non sono l’unico elemento che dimostra l’impossibilità di fatto di affermare il “puro” carattere ebraico di Israele. E se Israele ha bisogno di circondarsi di muri al fine di preservare il suo carattere ebraico, questo non è un indizio del fatto che Israele non è mai stato ebraico? Il progetto per la costruzione di questo muro può forse insegnarci che uno stato ebraico o è un’illusione, o è un’aspirazione che richiederebbe ancora più distruzione e ancora più espulsioni per far sì che essa sia temporaneamente soddisfatta?

Samera Esmeir insegna alla University of California, a Berkeley; fa parte del comitato editoriale di Middle East Report; è stata cofondatrice e condirettrice della Adalah’s Review, una pubblicazione di carattere socio-giuridico che si concentra sulla minoranza palestinese in Israele.

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Una terra di muri.


Il quadro della situazione israelo-palestinese, in questo inizio del 2010, presenta diverse e sostanziali novità.


La principale consiste nel fatto che la regione sta diventando una vera e propria “terra di muri”, considerato che lo scorso 10 gennaio il primo ministro israeliano ha manifestato la volontà israeliana di costruire una barriera lungo il confine con l’Egitto, mentre prosegue la costruzione del muro d’acciaio sotterraneo tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, muro che mira a strangolare ancor più di quanto non sia adesso i Palestinesi della Striscia e la cui costruzione gode del finanziamento e della supervisione tecnica americani.


A ciò, ma non solo, è legato il netto peggioramento dei rapporti esistenti tra Hamas e il governo egiziano, mentre parallelamente un analogo peggioramento segnano le relazioni tra lo stato israeliano e la Turchia.


Nel frattempo in Israele, non contenti dei massacri dell’operazione “Piombo Fuso”, i vertici militari meditano di sferrare nuovi e pesanti attacchi contro la Striscia di Gaza nell’illusione di distruggere definitivamente Hamas. Tutto questo nell’ottimo editoriale della redazione di Medarabnews qui riportato.


Israele-Palestina: una terra di muri … sull’orlo della guerra?


Il nuovo anno non si è aperto con delle buone notizie in Israele e Palestina. Il 10 gennaio, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato la costruzione di una barriera tecnologicamente avanzata per chiudere il confine tra Israele e l’Egitto. Nel frattempo, prosegue la costruzione del muro d’acciaio sotterraneo al confine tra l’Egitto e la Striscia di Gaza, voluto dalle autorità egiziane per bloccare i tunnel sotterranei che permettono di far giungere nella Striscia beni di prima necessità, materiali da costruzione, ma anche armi. Le manifestazioni di attivisti e organizzazioni umanitarie finalizzate a rompere l’embargo internazionale imposto a Gaza sono state in gran bloccate in Egitto, ma soprattutto sono state coronate da scontri tra sostenitori di Hamas e l’esercito egiziano in prossimità del confine. Nel corso di tali scontri è stato ucciso un soldato egiziano e diversi palestinesi sono rimasti feriti, anche gravemente. La tensione fra Hamas e il Cairo ha raggiunto livelli senza precedenti. Ed infine un nuovo incidente diplomatico tra Israele e la Turchia, a seguito di un incontro fra il viceministro degli esteri israeliano Danny Ayalon e l’ambasciatore turco Oguz Celikkol, ha segnato una nuova crisi nei rapporti fra i due paesi, rendendo ancora più difficile una mediazione della Turchia nel conflitto arabo-israeliano.


La decisione israeliana del 10 gennaio era certamente attesa, e la ragione che l’ha determinata non è in primo luogo la questione palestinese, bensì l’esigenza di bloccare l’immigrazione clandestina ed il contrabbando che provengono dal Sinai, una regione scarsamente popolata sulla quale il Cairo non è in grado di esercitare un pieno controllo. A causa delle misure imposte dagli accordi di Camp David, che siglarono la pace fra Israele e l’Egitto nel 1978, il Sinai deve essere una regione smilitarizzata [1], sottoposta alla supervisione di una forza multinazionale. L’Egitto può mantenere nella regione soltanto una presenza militare e di polizia estremamente ridotta. Nel Sinai vivono inoltre popolazioni nomadi che sono state spesso maltrattate e discriminate dal governo centrale. Queste ad altre ragioni fanno sì che nell’area fioriscano traffici illeciti di vario genere, e che essa sia attraversata dalle rotte dell’immigrazione clandestina proveniente dall’Africa.


Tuttavia, se è vero che questi problemi esistono, la decisione di costruire un nuovo “muro” nel Vicino Oriente ha destato la preoccupazione di numerosi osservatori. Secondo molti, la soluzione prospettata cura i sintomi, e non le ragioni profonde del problema. Sotto questo profilo, la decisione israeliana di costruire una barriera lungo il confine con l’Egitto si pone in linea di continuità con la decisione statunitense di costruire una barriera al confine con il Messico, o anche con le recinzioni che esistono nelle enclave spagnole di Ceuta e Melilla in territorio marocchino. Israele, da questo punto di vista, si allinea a un Occidente “ricco” che si chiude di fronte all’immigrazione proveniente dal Sud del mondo, ritenendo di poter vivere come una “cittadella fortificata” [2] del benessere in mezzo a un oceano di povertà. Alcuni commentatori della stampa araba hanno anche criticato le particolari motivazioni addotte dal primo ministro israeliano Netanyahu, il quale ha dichiarato che questa decisione ha lo scopo di “assicurare il carattere ebraico e democratico di Israele”, aggiungendo che i confini israeliani rimarranno aperti ai richiedenti asilo, ma che non si può permettere a migliaia di lavoratori clandestini di invadere il paese.


Vi è però un altro aspetto, in questa recente decisione del governo di Gerusalemme, che è stato messo in evidenza anche da alcuni commentatori israeliani. La barriera al confine con l’Egitto giunge a coronamento di una serie di altre opere ingegneristiche che hanno completamente recintato ed isolato Israele dalla regione che la circonda. Il muro di separazione, costruito per ampi tratti con lastre di cemento alte fino a 8 metri, separa Israele dalla Cisgiordania. La Striscia di Gaza è completamente isolata da una recinzione che corre lungo tutto il confine con Israele, e da una barriera che la separa dall’Egitto lungo il confine meridionale (a cui bisogna aggiungere il muro d’acciaio sotterraneo attualmente in costruzione per volere del Cairo, che ha scatenato rabbia e indignazione in tutto il mondo arabo). Anche i confini israeliani con la Siria e con il Libano sono percorsi da recinzioni e da sistemi di sorveglianza. Lo stesso vale per il confine fra la Giordania e la Cisgiordania.


Sui giornali israeliani, vi è chi ha osservato che queste barriere che isolano fisicamente Israele dal resto del mondo sono solo il risultato esteriore di un isolamento che è già in atto da tempo a livello psicologico, culturale e politico, e che nasce in gran parte dalla convinzione di vivere in un mondo ostile, di essere circondati, e di non avere alcun altro posto dove andare. Ma questo isolamento, secondo altri, è anche la conseguenza di un malriposto senso di superiorità, e dell’incapacità di pensare alle popolazioni vicine in termini positivi. Il risultato è spaventoso e tragico allo stesso tempo: il primo ghetto ebraico autoimposto [3] della storia.


Però, come abbiamo visto, Israele non è l’unica a costruire muri e barriere nella regione. Il muro d’acciaio che il governo egiziano ha deciso di costruire al confine con Gaza sta suscitando aspre polemiche in Egitto e in tutti i paesi arabi. Temendo di macchiare irreparabilmente la propria immagine nel mondo arabo, le autorità egiziane avevano cercato di tenere nascosti i lavori in prossimità della frontiera, ma inutilmente. I sostenitori di Hamas, e canali satellitari come al-Jazeera, hanno dipinto gli egiziani come pedine di una congiura israelo-americana volta a strangolare la Striscia di Gaza. E in effetti, diverse fonti hanno confermato che i lavori proseguono sotto la supervisione di esperti americani, e con attrezzature tecnologiche fornite da Washington.


Se il muro dovesse essere completato, il rischio concreto è che davvero la popolazione di Gaza rimanga schiacciata sotto il peso di un embargo totale. Se è vero che attraverso i tunnel passano anche le armi, è altrettanto vero che essi permettono l’ingresso a Gaza di medicinali, cibo, ed altri beni di prima necessità, senza i quali la situazione umanitaria della Striscia, già spaventosa in queste condizioni, si tradurrebbe rapidamente in una vera e propria catastrofe. L’embargo israeliano ed internazionale proibisce l’ingresso a Gaza di molti generi alimentari, di tutti i materiali da costruzione (dal cemento al vetro, al legno e all’alluminio), delle forniture scolastiche, come libri e quaderni, del carburante, del materiale sanitario e dei farmaci (ad esclusione dei cosiddetti farmaci essenziali), ecc.. Per poter sopravvivere, i palestinesi di Gaza hanno creato al confine con l’Egitto un vero e proprio mondo sotterraneo [4] fatto di centinaia di tunnel, i quali rappresentano l’unico contatto con il mondo esterno per gli abitanti della Striscia, tenuto conto che anche le coste sono pattugliate dalle motovedette israeliane, le quali impediscono ai palestinesi perfino di contare sulla tradizionale risorsa della pesca. Però, questa rete di tunnel è anche una rete di morte: a causa delle precarie condizioni lavorative, i tunnel sono soggetti a frequenti crolli. Inoltre l’aviazione militare israeliana li ha più volte bombardati. Ora il muro egiziano potrebbe sottrarre definitivamente a Gaza anche quest’ultima risorsa.


Ma i rapporti fra l’Egitto e Hamas si sono deteriorati non soltanto in conseguenza della costruzione del muro sotterraneo. Il regime egiziano è sempre stato desideroso di riaffermare il proprio ruolo nel mondo arabo, e di risolvere il più rapidamente possibile la questione palestinese al fine di sbarazzarsi di un focolaio di instabilità ai propri confini. A tale scopo, esso ha a lungo cercato di mediare un accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas, chiedendo però delle condizioni ritenute inaccettabili da quest’ultimo. Il Cairo ha anche cercato di negoziare la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit, prigioniero di Hamas dal giugno del 2006, ma senza successo. Questa mediazione è ora passata in mani tedesche.


Il regime egiziano accusa ora Hamas di rappresentare una minaccia per la propria sicurezza nazionale. Il movimento islamico palestinese è accusato di aver concentrato le proprie proteste sulla chiusura del valico di Rafah, sul confine meridionale di Gaza controllato dall’Egitto, invece che sull’embargo israeliano, compromettendo in questo modo l’immagine dell’Egitto nel mondo arabo. Inoltre, ricevendo finanziamenti da Teheran, Hamas viene tacciato di essere una pedina nelle mani del regime iraniano ostile al fronte dei cosiddetti paesi arabi “moderati”, di cui l’Egitto fa parte. Molti giornalisti vicini al regime egiziano danno grande risalto a questa accusa. Vi è però chi ha ricordato che Hamas fu gettato tra le braccia dell’Iran dagli stessi paesi arabi moderati, i quali all’indomani della vittoria elettorale del movimento islamico palestinese (avvenuta a seguito di consultazioni ritenute ampiamente democratiche), lo hanno boicottato non meno di quanto hanno fatto Israele, l’Europa e gli Stati Uniti.


Secondo alcuni, la retorica anti-iraniana adottata dal Cairo, in relazione alla sua ostilità nei confronti di Hamas, è da un lato indice dell’asprezza della contrapposizione che vede paesi arabi come l’Egitto, l’Arabia Saudita e la Giordania schierati contro l’Iran; ma, dall’altro, è un tentativo del regime egiziano di dissimulare le vere ragioni che lo spingono a considerare Hamas come un nemico. Quest’ultimo è infatti un esponente di quell’Islam politico che ha sempre spaventato i regimi arabi, ed ha uno stretto legame con i Fratelli Musulmani, il principale movimento di opposizione in Egitto, sebbene non riconosciuto a livello ufficiale. Il Cairo teme inoltre – secondo molti analisti, a ragione – che Israele stia cercando di sbarazzarsi delle sue responsabilità di potenza occupante, che la obbligano ad assicurare il benessere della popolazione di Gaza, scaricando il fardello di questa popolazione sulle spalle dell’Egitto.


Il regime egiziano si vede dunque minacciato da questi potenziali pericoli [5], in un momento particolare della sua evoluzione. E’ ormai opinione largamente condivisa che il presidente Hosni Mubarak stia preparando le condizioni per permettere la trasmissione ereditaria del potere al figlio Gamal. Questo delicato passaggio si preannuncia però tutt’altro che scontato, poiché stanno emergendo in Egitto diverse forze che vi si oppongono. In un momento così critico, il regime egiziano vede sminuito il proprio ruolo regionale a causa dell’insuccesso della sua mediazione sul fronte palestinese, e vede gravemente macchiata la sua reputazione agli occhi del proprio popolo, e degli arabi in generale, a causa della costruzione di un muro sotterraneo che ha l’obiettivo di strangolare i fratelli palestinesi di Gaza. D’altra parte, secondo gli oppositori del regime [1], è proprio il carattere non democratico di quest’ultimo, e dunque il fatto che esso non ha una legittimazione popolare, che lo obbliga a sottostare ai diktat di Israele e degli USA per garantirsi dei protettori, anche al prezzo di sacrificare la questione palestinese.


In questo clima così teso, i rapporti tra Hamas ed il Cairo sono ormai ai limiti della rottura definitiva. Ciò lascia ben poche speranze per una futura riconciliazione tra Fatah e Hamas attraverso la mediazione egiziana, ma anche per un ruolo egiziano in grado di favorire la ripresa dei negoziati con Israele. D’altra parte, L’Egitto non è l’unico mediatore che sembra in questo momento uscire dall’orizzonte del negoziato arabo-israeliano. L’amministrazione Obama ha già fallito una volta, non riuscendo ad imporre al governo Netanyahu un congelamento totale degli insediamenti in Cisgiordania ed a Gerusalemme Est, e non sembra in grado, in questo momento, di avviare una nuova offensiva diplomatica sulla base di un approccio rinnovato ed efficace. L’altro mediatore che sembra aver perso il proprio ruolo negoziale è la Turchia, a seguito del raffreddamento dei rapporti fra Ankara e Gerusalemme.


Dopo le ripetute condanne rivolte dal primo ministro turco Erdogan ad Israele per l’uccisione di oltre 1.400 palestinesi nella guerra di Gaza dello scorso anno, un nuovo episodio negli ultimi giorni ha inferto un altro duro colpo alle relazioni fra i due paesi [6]. Dopo aver ripetutamente protestato per una serie televisiva turca che ritraeva gli agenti segreti israeliani come sadici rapitori di bambini, il viceministro israeliano Danny Ayalon ha convocato l’ambasciatore turco Oguz Celikkol, facendolo dapprima attendere in maniera umiliante, e poi facendolo sedere su una poltrona più bassa della sua, in una stanza dove c’era solo la bandiera israeliana, e non quella turca, e facendo filmare tutto quanto dalle troupe televisive convocate appositamente per documentare il fatto. La dura reazione di Ankara è stata smorzata solo in parte dalle successive scuse presentate dal governo israeliano.


L’episodio, al di là del suo contenuto spicciolo, è un altro segnale della perdurante incomprensione fra Gerusalemme ed Ankara. Quest’ultima fino a pochi giorni prima della guerra di Gaza aveva mediato colloqui indiretti fra Israele e la Siria. Il raffreddamento dei rapporti turco-israeliani successivo alla guerra di Gaza ha spinto Gerusalemme ad affermare che il governo turco non è più un mediatore credibile nel conflitto arabo-israeliano. Dal canto suo, Ankara ha ripetutamente condannato Israele per il trattamento disumano riservato alla popolazione di Gaza.


Al di là di questo, tuttavia, molti analisti turchi hanno affermato di essere rimasti sorpresi dall’incapacità degli israeliani di comprendere le dinamiche in atto in Turchia e di orientare di conseguenza il loro rapporto con Ankara. Invece di focalizzare le proprie critiche contro il governo, Israele ha replicato duramente contro la nazione turca nel suo complesso, rischiando di alienarsi irreparabilmente le simpatie del popolo turco, al cui interno le tendenze anti-israeliane sono effettivamente in aumento. E’ opinione diffusa, in Turchia, che Gerusalemme continui a rapportarsi con Ankara così come faceva negli anni ’90, quando era sufficiente assicurarsi l’amicizia dell’establishment militare turco per garantirsi un atteggiamento benevolo da parte dello stato turco in generale. Ma in Turchia, a prendere le decisioni è sempre più un governo che è espressione della volontà popolare, in un paese a maggioranza musulmana. Di conseguenza, secondo molti osservatori turchi, Israele deve rivedere il proprio approccio nei confronti di Ankara, se vuole continuare ad avere rapporti amichevoli con la Turchia.


D’altro canto, questa scarsa capacità di interpretazione da parte di Israele sarebbe, secondo altri, proprio il risultato della tendenza israeliana a chiudersi di fronte al mondo esterno, a isolarsi per mezzo di barriere fisiche e psicologiche, le quali a loro volta impediscono agli israeliani di pervenire a una corretta lettura della realtà che li circonda.


Se questa analisi è esatta, costituisce un dato estremamente allarmante per il futuro della regione. Uno stato ricco e militarmente potente, ma isolato dietro muri e barriere, tormentato dall’ossessione di essere accerchiato, di vivere in un ambiente ostile, e sempre più propenso ad adottare soluzioni esclusivamente militari, vive fianco a fianco ad una popolazione di un milione e mezzo di palestinesi assediati in un esile lembo di terra privo di tutto, ed anch’esso segregato dietro recinti e muri, anche sotterranei. Questo lembo di terra è governato da un movimento islamico che rischia ormai di diventare, agli occhi del vicino regime egiziano, uno dei suoi peggiori nemici. Tale regime a sua volta sta attraversando una fase di grave delegittimazione agli occhi delle masse arabe, e sta vivendo una delicata crisi di successione. A ciò si può aggiungere il sempre instabile confine tra Israele e Libano, dove si sta assistendo a una corsa al riarmo che vede contrapposte le forze armate israeliane al movimento sciita libanese Hezbollah, e una Cisgiordania che, sebbene economicamente meno sofferente di Gaza, continua a subire la repressione dell’occupazione militare e ad assistere all’espansione delle colonie israeliane (malgrado il parziale congelamento imposto da Netanyahu). Questo sconfortante panorama si completa con il ridimensionamento del ruolo di mediazione di paesi come gli Stati Uniti, l’Egitto e la Turchia.


Proprio in questi giorni, in Israele si sono rincorse voci secondo le quali i vertici militari del paese riterrebbero inevitabile un secondo (e ancora più letale) round di combattimenti [7]contro Hamas nella Striscia di Gaza. L’area del Vicino Oriente è un vulcano sottoposto a incredibili pressioni e tensioni sotterranee. Se questa pressione non verrà ridotta, ad esempio togliendo l’assedio a Gaza, ed aprendo una nuova fase negoziale in grado di dare delle speranze reali, essa prima o poi esploderà (che questo avvenga fra un mese o fra un anno, non ha molta importanza). Se ciò accadrà, nessuno è in grado di predire quale dei fragili equilibri della regione sarà in grado di resistere all’onda d’urto, e quale invece sarà destinato a soccombere.

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domenica, gennaio 17, 2010

Lunedì 18 gennaio serata mondiale per Gaza.

Lunedì 18 gennaio, alle ore 18, serata mondiale per Gaza presso il circolo "Camilla Ravera" di Rifondazione Comunista, in Via Paola Falconieri 6 a Roma.

A un anno dalla fine dei bombardamenti e a tre anni dall’assedio, tutt'ora in corso, che seguita a mietere centinaia di vittime, si potrà assistere alla proiezione del film "To shoot an elephant", girato durante l’operazione “Piombo Fuso” da Alberto Arce e Mohammad Rujeilah e premiato lo scorso novembre al Festival dei Popoli di Firenze.

Il film-documentario verrà proiettato in contemporanea in tutto il mondo per ricordare i crimini impuniti commessi contro una popolazione assediata e indifesa, nel totale disprezzo di ogni diritto umano fondamentale.

Le immagini di "To shoot an elephant" sono una delle poche testimonianze visive di quanto successo a Gaza a cavallo tra il mese di dicembre 2008 e il gennaio 2009, quando Israele lanciò l’offensiva sulla Striscia nel silenzio quasi completo dei media. A quel tempo, soltanto il corrispondente di Al Jazeera trasmetteva, via TV e social network, immagini completamente ignote al resto del mondo, ignaro, indifferente o semplicemente “impedito” da Israele a mandare giornalisti sul posto per documentare quando accadeva. Alberto Arce, spagnolo, era lì a Gaza e le immagini di “To shoot an elephant” sono la sua testimonianza.

Alla proiezione romana seguiranno gli interventi di:
ALFIO NICOTRA, responsabile politico della Federazione PRC di Roma
FABIO AMATO, responsabile nazionale del dipartimento Esteri del PRC
YOUSEF SALMAN, delegato nazionale della Mezzaluna rossa palestinese
Coordina PATRIZIA CECCONI

La serata si chiuderà con un buffet di cucina tradizionale palestinese.

(NB: Il film di Alberto Arce è liberamente scaricabile qui; trattandosi di un file .torrent, per aprirlo bisognerà scaricare ed installare un programma del tipo utorrent o similari).

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sabato, gennaio 16, 2010

La Gaza Freedom March: cronaca e bilancio.

Ricevo dalla lista conflitti di Peacelink e pubblico questo bel resoconto degli eventi e delle prospettive legate alla Gaza Freedom March, scritto a cura del Forum Palestina.

Posso solo aggiungere lo sgomento personale per il pressocché totale silenzio dei maggiori media italiani sull'argomento, non solo sulle violenze a danno dei manifestanti ma anche e soprattutto sulla sempre più disastrosa situazione umanitaria nella Striscia di Gaza.

E l'amarezza e lo sdegno per il comportamento dell'Egitto, sempre più schiavo degli interessi sionisti e dei desiderata del generoso finanziatore Usa. Ci sarebbe da chiedere al fresco premio Nobel Obama come si sentirebbe e cosa farebbe se i suoi figli fossero costretti a vivere nel disumano ghetto di Gaza.

Ma già è più che chiaro il fatto che i comportamenti e le prese di posizione dell'attuale amministrazione targata Obama non si discostano in nulla, per quanto riguarda la questione palestinese, dalla precedente amministrazione Bush.

LA GAZA FREEDOM MARCH: CRONACA E BILANCIO DI UNA STRAORDINARIA ESPERIENZA DI LOTTA INTERNAZIONALISTA
A cura del Forum Palestina

“Israele controlla soltanto tre lati della Striscia. I confini settentrionale e orientale sono bloccati dall’esercito israeliano, quello occidentale dalla flotta israeliana. Il quarto, quello meridionale, è controllato dall’Egitto. Perciò l’intero blocco sarebbe inefficace senza la partecipazione dell’Egitto”.
(Il Muro d’acciaio – di Uri Avnery)

Nelle intenzioni degli organizzatori e dei partecipanti, la Gaza Freedom March avrebbe dovuto essere una manifestazione storica, probabilmente la più grande manifestazione internazionale della storia recente. Promossa dalla rete statunitense Code Pink, la Gaza Freedom March, nel primo anniversario dell’operazione “Piombo Fuso”, avrebbe portato quasi 1.500 attivisti, provenienti da tutto il mondo, a spezzare l’assedio cui è sottoposta da più di tre anni la Striscia di Gaza, dove un milione e mezzo di Palestinesi vivono in poco più di 350 km. quadrati, chiusi ad est dal mare, a nord ed ovest dai carri armati israeliani ed a sud dal confine con l’Egitto. E’ proprio attraverso quest’ultimo confine che gli attivisti internazionali intendevano entrare nella Striscia, avendo concordato con il governo del Cairo l’ingresso per il 28 dicembre e l’uscita per il 2 gennaio, con l’opportunità, per chi lo avesse desiderato, di poter rimanere a Gaza fino al 9 gennaio.

Nei mesi precedenti la fine del 2009, decine di organizzazioni di 42 Paesi si sono dunque attivate per partecipare alla Gaza Freedom March, ed a pochi giorni dalla partenza i numeri parlavano di 350 partecipanti dagli U.S.A., 300 dalla Francia, 150 dall’Italia e molti altri da Belgio, Spagna, Svizzera, Germania, Inghilterra, Scozia, Canada, Sud Africa, India, ecc., cui si aggiungevano delegazioni simboliche da molti Paesi arabi, come la Libia e la Siria.

Improvvisamente, a due giorni dalla partenza per il Cairo delle prime delegazioni, il governo egiziano ha comunicato agli ambasciatori dei 42 Paesi di provenienza degli Internazionali che la Marcia a Gaza non era autorizzata e che ogni manifestazione in territorio egiziano sarebbe stata repressa. In un primo momento, gli organizzatori non si sono lasciati impressionare, anche perché nessuna delle delegazioni che nei mesi precedenti avevano raggiunto Gaza dal confine egiziano (compresa quella del Forum Palestina del marzo scorso) aveva ottenuto l’autorizzazione ad attraversare il confine di Rafah prima di arrivare sul confine stesso; le delegazioni, quindi, hanno raggiunto il Cairo fra il 25 ed il 28 dicembre, data in cui sia noi che la delegazione francese, belga e svizzera avevamo programmato la partenza in pullman per Gaza, notificandola al governo egiziano. Fra l’altro, il divieto egiziano di manifestare a Gaza appariva surreale, perché un governo non può vietare una manifestazione che non si svolge sul suo territorio, ma su quello di un altro Paese, come se l’Italia vietasse una manifestazione prevista a Zurigo.

In realtà, i primi Internazionali giunti al Cairo si sono subito resi conto che l’intenzione del regime di Mubarak era quella di impedire l’accesso alla Striscia, in ossequio agli ordini arrivati da Tel Aviv e da Washington. La mattina del 28 dicembre, infatti, la polizia ed i servizi segreti di Mubarak hanno sequestrato i pullman prenotati per Rafah ed abbiamo avuto la sgradita sorpresa di trovarci bloccati in albergo, fra l’altro a più di venti chilometri dal centro del Cairo. Sentite le altre delegazioni, la decisione è stata quella di raggiungere le rispettive ambasciate, per costringerle a prendere posizione su quello che stava accadendo.

La delegazione del Forum Palestina ha quindi forzato, più o meno pacificamente, il blocco della polizia egiziana, avviandosi, con tutti i bagagli, verso il centro dell’immensa metropoli (che conta più di 20 milioni di abitanti), con i poliziotti che impedivano ai taxi di prenderci a bordo. Quella “passeggiata” è durata quasi due ore, quando gli agenti hanno finalmente smesso di allontanare i taxi ed abbiamo potuto prenderne alcuni e raggiungere l’ambasciata italiana. Naturalmente, abbiamo trovato l’ambasciata massicciamente presidiata dalla polizia egiziana, anche se non con l’atteggiamento minaccioso ostentato alle ambasciate francese, inglese, canadese e, soprattutto, statunitense. Per la verità, va detto che i diplomatici italiani hanno avuto un comportamento molto diverso da quello dei loro colleghi, adoperandosi per trovarci una sistemazione al Cairo, mentre – per esempio – l’ostilità dei rappresentanti francesi induceva la delegazione di Europalestine ad occupare con tende e sacchi a pelo il marciapiede di fronte alla loro ambasciata (ribattezzato la Striscia di Ghiza, dal nome del quartiere dove si trova l’edificio), occupazione che sarebbe durata per tutti i giorni successivi, diventando un importante punto di riferimento per tutti gli Internazionali.

Il giorno successivo, 29 dicembre, gli Internazionali raccolgono l’invito dei sindacati egiziani degli avvocati e dei giornalisti a manifestare davanti alle loro sedi, per protestare sia contro il divieto imposto alla Marcia che contro le continue violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime di Mubarak. Di queste violazioni nessuno chiede conto, essendo il regime egiziano il più importante alleato di Stati Uniti ed Israele nell’area, il che fa chiudere tutti e due gli occhi a governi e mass media occidentali sulla repressione, sulle torture e sulle uccisioni degli oppositori, per non parlare dei brogli elettorali che da trent’anni garantiscono al “Faraone” Hosni Mubarak ed alla sua corte di corrotti la maggioranza in un Parlamento peraltro privo di ogni potere reale.
La manifestazione viene controllata dai reparti antisommossa egiziani, che mantengono un atteggiamento tranquillo e non aggressivo, anche rispetto a quello adottato il giorno precedente di fronte a quasi tutte le ambasciate ed alla sede dell’ONU, anch’essa obiettivo di una manifestazione della Gaza Freedom March. Verso la fine della manifestazione, intorno alle 17.30, i rappresentati delle delegazioni vengono contattati da esponenti di Code Pink, che gli comunicano una notizia assolutamente imprevista, accompagnata da una sorta di ultimatum: attraverso una trattativa condotta segretamente dalla stessa Code Pink, in virtù del rapporto esistente fra alcune esponenti statunitensi e la moglie del presidente Mubarak, l’Egitto aveva accettato di consentire l’ingresso a Gaza, il giorno successivo, di un centinaio di delegati della Marcia e di tutti gli aiuti umanitari al seguito della delegazione stessa. Le condizioni sono drastiche, perché la risposta di tutte le delegazioni, compreso il nome del rappresentante scelto – solo uno per delegazione – deve pervenire entro le 19.00 ad una mail prestabilita. Le delegazioni possono inviare solo un delegato ciascuna perché la metà del gruppo è stata “occupata” dagli statunitensi.

Naturalmente, la proposta di Code Pink e del governo egiziano apre subito una drammatica discussione nella delegazione italiana, anzi in tutte e due le delegazioni italiane (la nostra e quella di Action for Peace), così come in tutte le altre. I tempi ristrettissimi e l’assenza di ulteriori informazioni credibili – perché alla storiella dell’intercessione della moglie di Mubarak non ci crede nessuno – rendono le discussioni ancora più tese. Esiste la consapevolezza che la proposta egiziana punta a dividere il fronte degli Internazionali, ma si fatica a capire come rispondere ad una mossa senza dubbio abile e cinica: infatti, se solo una parte delle delegazioni accettasse la proposta, l’obiettivo egiziano sarebbe raggiunto, ma il discorso vale anche all’inverso. Ci si misura con il rischio concreto che il giorno successivo possa segnare la fine prematura della Gaza Freedom March, anche perché non si riesce ad avere un’informazione completa e credibile delle caratteristiche dell’accordo raggiunto, oltre al fatto che della trattativa intercorsa la stragrande maggioranza degli Internazionali, compresi gli Statunitensi, erano completamente all’oscuro.

E’ necessario attendere le due del mattino, quando i compagni italiani che hanno partecipato alla riunione di tutte le delegazioni tornano a riferire, e quello che dicono spazza via ogni dubbio: tutte le delegazioni, compresa la maggioranza di quella statunitense, respingono la mossa egiziana e rifiutano di ridurre la Gaza Freedom March ad un’iniziativa meramente umanitaria. Sono risuonate durissime le parole di un compagno sudafricano, rivolte a quegli esponenti di Code Pink che avevano condotto i negoziati “riservati” con il governo egiziano: “Se ci fossimo comportati come voi, nel nostro Paese avremmo ancora l’apartheid”.

La situazione è divenuta talmente chiara che, dopo ore di discussioni e contrapposizioni, si decide in pochi minuti il comunicato stampa italiano e, soprattutto, di andare a contestare la partenza, di lì a quattro ore, dei due pullman che partiranno comunque per Gaza, con a bordo quei delegati che hanno accettato il ruolo impostogli dal governo egiziano e – bisogna dirlo – dalla gestione scellerata di una parte del gruppo dirigente di Code Pink. E’ ormai evidente, infatti, non solo la gravità dell’errore commesso dall’organizzazione che aveva promosso la Gaza Freedom March, ma pure la necessità di imprimere una svolta ad una situazione sull’orlo della disgregazione.

La partenza dei due pullman, prevista per le sette del mattino, si trasforma in una nuova manifestazione contro il regime egiziano, resa ancora più determinata dalla notizia che anche i referenti palestinesi della Marcia hanno respinto con sdegno la manovra egiziana. Centinaia di Internazionali, Statunitensi compresi, lanciano slogan e parlano con quelli che vorrebbero comunque partire, convincendoli a desistere ed a scendere dai pullman. Anche Walden Bello, che dal pullman salutava sorridendo i manifestanti, viene indotto a scendere da un poderoso coro di “Shame!” (Vergogna!) gridato dagli Internazionali. Alla fine, i due pullman partiranno mezzi vuoti, con a bordo soltanto alcuni Palestinesi – che ne approfittano per tornare a casa – e qualche delegato della Corea del Sud. Questa realtà ridicolizza la dichiarazione del Ministro degli Esteri egiziano, che definisce “buoni e onesti” quelli che hanno accettato di partire, e “hooligans” quelli che hanno deciso di rimanere al Cairo e continuare la protesta.

Gli hooligans hanno però il problema di riorganizzarsi, perché il ruolo dirigente di Code Pink si è oggettivamente sgretolato e c’è il rischio concreto di una dispersione delle energie e della disgregazione delle delegazioni, anche perché c’è chi, con una buona dose di immaturità e irresponsabilità, si inventa di ora in ora nuovi coordinamenti, gruppi di affinità e quant’altro. E’ qui che la “Striscia di Ghiza” assume un ruolo decisivo, perché è lì che si forma il coordinamento dei rappresentanti delle diverse delegazioni, costituito dalle compagne e dai compagni che per mesi hanno costruito la Gaza Freedom March nei rispettivi Paesi: Forum Palestina ed Action for Peace per l’Italia, Europalestine per la Francia, quattro diversi rappresentanti per le diverse associazioni U.S.A. non più unificate dall’ombrello di Code Pink e i delegati di Spagna, Germania, Svizzera, Inghilterra, Scozia, Canada, India, Sud Africa e Libia. La prima decisione del nuovo coordinamento è quella di tenere la Marcia nel pieno centro del Cairo la mattina del giorno successivo, ultimo dell’anno 2009.

L’appuntamento è al Museo Egizio, scelto perché è un luogo conosciuto visivamente in tutto il mondo, immediatamente identificabile nelle immagini che, si presume, documenteranno l’evento. La tattica scelta è quella detta “swarm of bees” (sciame di api), cioè la concentrazione improvvisa e il movimento veloce, che si pensa saranno favoriti dal fatto che l’area antistante il museo è sempre affollata di turisti e relativamente libera da poliziotti. In effetti, alle 10.00 in punto, i primi gruppi di manifestanti arrivati alla spicciolata riescono a concentrarsi, ma nel giro di pochissimi minuti affluiscono sul posto centinaia e centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa ed agenti in borghese dei servizi di sicurezza, che iniziano subito a picchiare selvaggiamente i dimostranti. In precedenza, quasi tutta la delegazione nordamericana era stata sequestrata nell’hotel Lotus, da cui era difficilissimo uscire.

Mentre i poliziotti in uniforme – perlopiù giovanissimi contadini analfabeti e privi di addestramento – vengono usati come massa di contenimento, i funzionari in borghese picchiano come fabbri, accanendosi in particolare contro le donne. Dopo una buona mezz’ora di tafferugli e pestaggi, non riuscendo a disperdere la manifestazione, la polizia costringe centinaia di Internazionali in un angolo dell’immensa piazza Tahrir, circondandoli con un triplo cordone di agenti. Da quell’angolo, continuano canti e slogan per la libertà di Gaza e della Palestina, contro il regime corrotto e collaborazionista di Mubarak.

Noi abbiamo due feriti: una compagna di Varese colpita al volto, probabilmente con un tirapugni, che perde molto sangue dal naso, ed un compagno di Roma, che in un primo momento sembra avere una gamba rotta. I medici della delegazione italiana, protetti da un cordone di compagne e compagni, allestiscono fulmineamente un punto di primo soccorso, che si prenderà cura degli Internazionali feriti dagli sgherri di Mubarak. Fra l’altro, le autorità egiziane bloccano le ambulanze, per cui un’altra volontaria italiana, colpita da un collasso, potrà essere portata via soltanto dopo l’intervento dell’ambasciata italiana, che invia una propria auto con i contrassegni diplomatici per prelevarla. Complessivamente, i feriti bisognosi di cure saranno una decina.

Gli Internazionali tengono la piazza per circa sei ore, mentre la notizia degli scontri fa il giro del mondo. Nonostante sia l’ultimo dell’anno, manifestazioni di protesta si materializzano di fronte alle ambasciate egiziane di Roma, Parigi, Londra ed altre capitali. Non siamo riusciti a raggiungere Gaza, ma siamo consapevoli di aver infranto il muro del silenzio sull’assedio e sulla rinnovata complicità del regime egiziano con lo Stato sionista e con i suoi sponsor a Washington ed in Europa, e questo ci ripaga di ogni stanchezza ed ogni tensione. Tuttavia, quando il coordinamento delle delegazioni decide che l’obiettivo della manifestazione è stato raggiunto e che si può abbandonare la piazza, sappiamo anche che non è finita, che abbiamo il dovere di aggiungere un altro elemento di lotta alla nostra forzata permanenza al Cairo. Per i delegati del coordinamento, la festa di Capodanno deve attendere: ci dobbiamo incontrare ancora nella Striscia di Ghiza, al riparo dei 300 irriducibili francesi e delle loro tende sul marciapiede.

L’elemento che ancora manca è la contestazione visibile del rapporto servile che lega il regime egiziano all’entità sionista, rappresentato dall’ambasciata di Tel Aviv, che ha sede in un grattacielo esattamente di fronte l’entrata del grande zoo del Cairo, non lontano dalla Striscia di Ghiza. Intorno al tavolo di un fast food, si mettono a punto i particolari: ricorreremo ancora allo “swarm of bees”, dislocandoci a piccoli gruppi vicino all’ingresso dello zoo per concentrarci all’improvviso davanti l’ambasciata, contando sul fatto che dovremmo essere centinaia, rispetto a non più di un paio di decine di poliziotti egiziani. Condizione fondamentale per la riuscita del blitz è il mantenimento del segreto, piuttosto improbabile, visto che dell’azione devono essere informate centinaia di persone, e che le stesse persone dovranno comunque muoversi da alberghi sottoposti a strettissima sorveglianza, per non parlare dei Francesi, che dovranno percorrere i cinquecento metri che separano la Striscia di Ghiza, presidiata da un numero impressionante di agenti, dalla piazza dello zoo.

Il blitz del primo giorno del nuovo anno funziona alla perfezione. All’orario convenuto, centinaia di api sciamano fino all’ambasciata israeliana, travolgendo pacificamente i pochi agenti egiziani presenti. Dalle auto e dagli autobus, i cittadini del Cairo assistono – stupefatti ed entusiasti – allo spettacolo straordinario delle bandiere palestinesi alzate davanti al simbolo dell’oppressione e del tradimento dei propri governanti, quelli che ricevevano con tutti gli onori il primo ministro israeliano, nelle stesse ore in cui facevano reprimere e picchiare gli amici della Palestina arrivati da ogni parte del mondo.

I reparti antisommossa impiegano almeno venti minuti per raggiungere l’ambasciata e schierarsi intorno agli Internazionali, stavolta senza ricorrere a violenze. Appare evidente che le reazioni nel mondo alle brutalità del giorno precedente pesano sull’immagine dell’Egitto, e poi persino un regime corrotto e screditato come quello di Mubarak avrebbe difficoltà a gestire con la propria opinione pubblica la repressione di una pacifica protesta contro lo Stato di Israele, il cui ambasciatore, infatti, chiede senza successo l’arresto immediato di tutti i manifestanti, mentre le cancellerie occidentali, stavolta, fanno sapere al governo egiziano di non gradire altri interventi repressivi contro i propri cittadini. La manifestazione si scioglie, come previsto, dopo un paio d’ore.

Nella serata, un grande saluto collettivo nella piazza Tahrir segna l’ultimo momento della Gaza Freedom March: un attivista legge la Cairo Declaration, elaborata – non a caso – dai delegati del Sud Africa, dove vengono riaffermati i punti fondamentali della solidarietà con i diritti del popolo palestinese e rilanciata la campagna di Boicottaggio, Disinvestimenti e sanzioni contro l’Apartheid israeliano. La Dichiarazione viene acclamata da tutti gli Internazionali, e si avvia a diventare la piattaforma comune di lotta del movimento di solidarietà con il popolo palestinese.

La Gaza Freedom March conclude così il suo percorso in Egitto. Inizia quello lungo tutte le strade del mondo.

“In quanto israeliano, protesto contro il blocco israeliano. Se fossi egiziano protesterei contro il blocco egiziano. Come cittadino di questo pianeta, protesto contro entrambi”.
(Il Muro d’acciaio – di Uri Avnery)

Il bilancio sul risultato dell’adesione e della partecipazione del Forum Palestina alla Gaza Freedom March è più che positivo per almeno due aspetti: il primo è relativo all’obiettivo politico raggiunto nella settimana di mobilitazioni organizzate al Cairo insieme alle altre delegazioni, il secondo riguarda più direttamente la piattaforma politica e i progetti di lavoro su cui insistere nei prossimi mesi.

Nel primo anniversario del massacro di circa 1.400 palestinesi (con oltre 5.000 feriti) compiuto da Israele con l’operazione militare cosiddetta “Piombo Fuso”, il primo obiettivo della Gaza Freedom March era quello di manifestare insieme ai Palestinesi di Gaza nel corteo che il 31 dicembre dal nord di Gaza City avrebbe raggiunto il valico di Eretz, sostenendo il tal modo la loro resistenza e la loro lotta di liberazione, dopo aver concretamente rotto l’assedio cui è sottoposta la Striscia di Gaza dal giugno del 2007. Le nostre intenzioni hanno dovuto scontrarsi contro il muro che, come quello che materialmente l’Egitto sta costruendo al confine con Gaza, Israele - con la complicità della comunità internazionale - da quasi tre anni ha eretto attorno al milione e mezzo di palestinesi della Striscia.

Ci siamo confrontati direttamente con le politiche del regime di Mubarak, che ha dimostrato, ancora una volta, quanto l’Egitto assecondi il sistema dell’oppressione israeliana della Palestina, tenendo chiuso il valico di Rafah, costruendo un muro di acciaio (finanziato dagli U.S.A.) che scenderà per 18 metri sotto il suolo al confine, ma anche impedendo alle delegazioni internazionali di portare solidarietà all’interno della Striscia di Gaza. La mancata autorizzazione delle autorità egiziane all’ingresso della Gaza Freedom March, annunciata pochi giorni prima che tutte le delegazioni raggiungessero l’Egitto, è stata ribadita nei giorni successivi attraverso il divieto a lasciare il Cairo, il costante controllo cui erano sottoposti i delegati da parte della polizia e della sicurezza egiziane e la violenza con cui la polizia egiziana ha tentato di reprimere la manifestazione del 31 gennaio in piazza Taharir, di fronte al Museo Egizio, provocando diversi feriti tra i manifestanti.

Era ben chiaro che la nostra presenza aveva un fine tutto politico, ed era chiaro a noi che, pur senza entrare a Gaza, avremmo potuto esercitare delle pressioni e raggiungere, come abbiamo fatto, un obiettivo importante: quello di rendere note all’opinione pubblica mondiale, ai media occidentali e arabi, le motivazioni della nostra presenza in Egitto, la nostra condanna dell’infame politica coloniale di occupazione della Palestina, del crudele isolamento della Striscia di Gaza, e del sistema di complicità internazionale che garantisce tutta l’agibilità e l’impunità alle politiche israeliane. La consideriamo come una vittoria all’interno della nostra costante battaglia sull’informazione, che in Italia come in altri Paesi serve quotidianamente la propaganda israeliana attraverso il silenzio o la distorsione della realtà. Questa soddisfazione, naturalmente, non vuole nascondere la nostra amarezza per non aver potuto consegnare gli aiuti raccolti per la popolazione di Gaza, a partire dalla sottoscrizione per l’ospedale Al Awda (che ha superato i 30.000 euro). Ma non ci arrendiamo nemmeno su questo punto: sapremo trovare il modo per portare a termine anche questo compito.
Con un accordo inizialmente siglato tra l’Egitto e gli organizzatori statunitensi, ma poi respinto da tutte le delegazioni, il regime di Mubarak ha evidentemente tentato di depotenziare politicamente la Gaza Freedom March, proponendo l’invio di una delegazione ristretta di cento attivisti delle organizzazioni più «buone e sincere nella loro solidarietà con Gaza come noi [il regime]», come ha detto il Ministro degli Esteri egiziano Aboul Gheit, con il fine di consegnare gli aiuti. Un accordo considerato come una trappola, dopo un lungo e a volte aspro confronto interno e tra le delegazioni. La decisione di rifiutare quell’accordo, condivisa in un secondo tempo anche dalla maggior parte degli statunitensi di Codepink, che l’avevano inizialmente accettato, ha evitato di concedere un’occasione d’oro al regime di Mubarak per “togliersi facilmente dall’imbarazzo”, come hanno scritto da Gaza Haidar Eid e Omar Barghouti, rispetto ad una posizione sempre più fedele agli Stati Uniti e a Israele, e di garante degli attuali equilibri nell’area mediorientale, tesi all’isolamento del’Iran, della Siria e di Hamas, e quindi della Striscia di Gaza. Una politica avallata anche da un’ANP consenziente, come hanno dimostrato le parole di Abu Mazen, che ha rigettato su Hamas la responsabilità dell’assedio cui è sottoposta Gaza e “giustificato” la costruzione del Muro di Ferro al confine con l’Egitto, come peraltro ha fatto anche il Clero Islamico egiziano legato al regime di Mubarak.

A partire dal 27 dicembre, nei giorni in cui Mubarak teneva “colloqui amichevoli” con il primo ministro israeliano Netanyahu e con il presidente del’ANP Abu Mazen, le delegazioni internazionali della Gaza Freedom March hanno, di fatto, “assediato” il Cairo: i delegati del Forum Palestina hanno manifestato insieme ai compagni delle altre delegazioni nelle vie centrali del Cairo, lungo il Nilo, davanti alla sede delle Nazioni Unite, insieme agli egiziani davanti alla sede del Sindacato dei Giornalisti, nella piazza del Museo Egizio dove passano migliaia di turisti, e di fronte alla sede dell’Ambasciata Israeliana. Dopo la spaccatura interna a Code Pink, le delegazioni hanno tenuto sulla gestione delle iniziative, costituendosi in un coordinamento strategicamente omogeneo e propositivo.

Qui veniamo al secondo importante risultato raggiunto nei giorni della Gaza Freedom March: il consolidamento di un grande movimento internazionale di sostegno al popolo palestinese che si è dato un’agenda su cui lavorare e una piattaforma su cui basare l’attività politica internazionale e interna ai diversi paesi di provenienza. Il documento finale (Cairo Declaration), redatto su iniziativa della delegazione sudafricana, in nome della passata esperienza storica vissuta da un Paese per anni sotto il regime dell’apartheid, rilancia la Campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni nei confronti di Israele, sulla base di una piattaforma condivisa da tutti: l’autodeterminazione per il popolo palestinese, la fine dell’occupazione della Palestina, pari diritti per tutti all’interno della Palestina storica, il rispetto del diritto al ritorno per i profughi palestinesi. Tutto questo, senza dimenticare che l’“oppressione della Palestina trova fondamentalmente origine nell'ideologia sionista”, e che Israele rimane il primo responsabile di quanto da più di 60 anni avviene in Palestina.

Gli eventi immediatamente successivi alla partenza dal Cairo delle delegazioni della Gaza Freedom March non hanno fatto che confermare l’analisi sul livello di complicità dell’Egitto con le politiche israeliane: di fronte al violento tentativo di reprimere anche l’iniziativa della Carovana Viva Palestina, riuscita in parte ad entrare a Gaza ma subito dopo espulsa dall’Egitto, di fronte alla dichiarazione del ministro degli esteri Gheit che ha ribadito il divieto a future carovane di entrare attraverso il valico di Rafah, di fronte a un territorio di confine sempre più incandescente, vista la protesta dei cittadini di Gaza contro la costruzione del muro, e alla ripresa di un livello di tensione militare che può esplodere di nuovo, l’Egitto si riconferma come un obiettivo su cui continuare a esercitare la nostra pressione e la nostra mobilitazione.

Siamo tornati in Italia con un enorme carico di lavoro da portare avanti, a livello nazionale e internazionale. La morsa intorno alla Striscia di Gaza si sta chiudendo, la costruzione del Muro d’Acciaio da parte dell’Egitto e il divieto anche per le delegazioni umanitarie dimostrano che Israele – con la complicità dei suoi servi nell'area - punta al collasso dell’anomalia rappresentata dal solo lembo di terra palestinese che sfugge al suo dominio. La mobilitazione contro questo nuovo crimine è il primo impegno di tutti gli amici del popolo palestinese nel mondo. Possiamo dire che la Gaza Freedom March non è finita, ma continuerà il suo percorso. Sembra proprio che si sia messa sulla giusta strada.

Con la Palestina nel cuore, fino alla vittoria.

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venerdì, gennaio 08, 2010

Piombo Fuso.

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