mercoledì, febbraio 24, 2010

Starway to Heaven.


"Starway to Heaven" è il titolo di una scultura del giovane artista Eugenio Merino che ha destato molto scalpore alla mostra ARCO 40 di Madrid, suscitando le proteste dell'ambasciata israeliana.

Perchè ci mostra una pura e semplice verità.

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martedì, febbraio 23, 2010

Una tipica specialità israeliana.


(Carlos Latuff)

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giovedì, febbraio 18, 2010

Il "lavoro sporco" di Fatah in Cisgiordania.

Dopo la presa del potere nella Striscia di Gaza da parte di Hamas, nel giugno del 2007, la principale preoccupazione di Israele e degli Usa è stata quella di impedire che la stessa cosa potesse succedere nella West Bank.

A tal fine gli Usa hanno inviato sul posto il generale Dayton con il compito di formare e addestrare le forze di sicurezza fedeli ad Abu Mazen, mettendolo a capo di un progetto da 261 milioni di dollari che – alla fine del 2011 – dovrebbe portare alla formazione di 10 nuovi battaglioni di sicurezza, uno per ciascun governatorato della Cisgiordania più uno di riserva.

Lo scopo di questo progetto è chiaro. Parlando davanti ad una sottocommissione della Camera dei Rappresentanti, nel 2007, Dayton ha avuto modo di affermare come esso sia volto a “fornire sicurezza ai Palestinesi e a preservare e proteggere gli interessi dello Stato di Israele”.

Il che ha comportato non solo una serie di attacchi indiscriminati alla rete di sicurezza sociale di Hamas in Cisgiordania, ma anche, e soprattutto, l’instaurazione di un regime repressivo fatto di irruzioni, carcere duro e torture. In stretto coordinamento con i comandi di Tsahal ed in puro stile israeliano.

Pur di mantenere il potere, dunque, Abu Mazen si è persino adattato a svolgere per conto degli Israeliani il “lavoro sporco” di repressione e di annientamento delle strutture di Hamas in Cisgiordania. Con il rischio concreto, tuttavia, di provocare una vera e propria guerra civile.

Questo è l’argomento dell’articolo che segue, scritto l’8 febbraio scorso dal corrispondente canadese John Elmer per il sito web in lingua inglese di al-Jazeera, qui proposto nella traduzione di
Medarabnews.

Betlemme – Abu Abdullah non è mai stato condannato per nessun crimine, ma negli ultimi due anni è stato arrestato così tante volte da aver perso il conto. È stato arrestato al lavoro, al mercato, per strada e, più di una volta, durante violente incursioni compiute da uomini col volto coperto che hanno fatto irruzione in casa sua e lo hanno catturato davanti alla sua famiglia. Nel cuore del campo profughi di Deheishe, nei sobborghi di Betlemme, Abu Abdullah descrive nei dettagli le violenze fisiche che ha subito in carcere, le numerose infreddature, le notti insonni trascorse in celle sporche e striminzite, i periodi prolungati che ha passato legato in posizioni di logorante tensione muscolare, e le lunghe ore di aggressivi interrogatori. “Gli interrogatori cominciano sempre allo stesso modo”, spiega Abu Abdullah. “Chiedono di sapere chi ho votato alle ultime elezioni”.

Abu Abdullah non è il solo. Da quando il governo provvisorio del primo ministro palestinese Salam Fayyad ha preso il potere a Ramallah nel giugno 2007, storie come quelle di Abu Abdullah sono diventate la routine in Cisgiordania. Gli arresti sono parte di un piano più ampio messo in atto dalle forze di sicurezza palestinesi – finanziate e addestrate da ‘patroni’ europei e americani – per schiacciare l’opposizione e consolidare la presa sul potere in Cisgiordania da parte del governo guidato da Fatah.

Uno sforzo internazionale

Il governo del presidente palestinese Mahmoud Abbas è sostenuto da migliaia di membri delle forze di sicurezza e di polizia da poco addestrati, il cui obiettivo dichiarato è l’eliminazione dei gruppi islamisti che possono rappresentare una minaccia per il potere del governo – ovvero Hamas e i suoi sostenitori.

Sotto gli auspici del Tenente Generale Keith Dayton, coordinatore della sicurezza americana, queste forze di sicurezza ricevono una formazione pratica da personale militare canadese, britannico e turco in un centro di addestramento nel deserto, in Giordania.

Il programma è stato accuratamente coordinato con ufficiali di sicurezza israeliani. A partire dal 2007, il Centro internazionale di addestramento della polizia in Giordania ha formato e schierato 5 battaglioni della Forza di sicurezza nazionale Palestinese in Cisgiordania. Entro la fine del mandato di Dayton, nel 2011, il progetto da 261 milioni di dollari vedrà 10 nuovi battaglioni di sicurezza, uno per ciascuno dei 9 governatorati della Cisgiordania, più un’unità di riserva.

Il loro scopo è chiaro. Parlando davanti a una sottocommissione delle Camera dei Rappresentanti, nel 2007, Dayton definì il progetto come “davvero importante per portare avanti i nostri interessi nazionali, fornire sicurezza ai palestinesi e preservare e proteggere gli interessi dello stato di Israele”.

Altri sono stati persino più espliciti a proposito della funzione di queste forze di sicurezza. Quando Nahum Barnea, un esperto corrispondente israeliano specializzato in questioni legate alla difesa, nel 2008 ha assistito ad un incontro di coordinamento di massimo livello tra comandanti palestinesi e israeliani, ha detto di essere rimasto sbalordito da quanto aveva sentito.

“Hamas è il nemico, e abbiamo deciso di muovergli una guerra totale”, ha detto Majid Faraj, l’allora capo dell’intelligence militare palestinese ai comandanti israeliani, secondo quanto riferito da Barnea. “Ci stiamo occupando di ogni istituzione di Hamas in conformità con le vostre istruzioni”.

Dopo la presa del potere da parte di Hamas a Gaza

Quando Dayton arrivò negli ultimi giorni del 2005, la sua missione di era quella di creare una forza di sicurezza palestinese apparentemente incaricata di opporsi alla resistenza palestinese. Il progetto ebbe inizio a Gaza. Sean McCormack, al tempo un portavoce del Dipartimento di Stato americano, spiegò il ruolo di Dayton come “il vero lavoro tecnico, di formazione e di equipaggiamento, nel contribuire a costituire le forze di sicurezza”.

Ma a poche settimane dal suo arrivo, le cose cominciarono ad andare in pezzi. La decisiva vittoria di Hamas alle elezioni del 2006 inaugurò un paralizzante embargo internazione contro i palestinesi a Gaza. Poco dopo, le forze di sicurezza di Hamas e Fatah iniziarono a combattere per le strade, e ciò culminò con la presa del potere da parte di Hamas nella Striscia, nel giugno del 2007.

Gli obiettivi iniziali di Dayton erano andati in fumo, e mentre Fayyad diventava primo ministro di un governo “provvisorio” a Ramallah, veniva formulata una nuova strategia di sicurezza.

Mentre un sinistro status quo si instaurava a Gaza, la nuova missione di Dayton divenne chiara. Il compito del coordinatore della sicurezza era ora quello “di prevenire una presa del potere di Hamas in Cisgiordania”, secondo Michael Eisenstadt, ex collaboratore di Dayton.

Un attacco coordinato all’apparato civile di Hamas fu lanciato immediatamente dopo la presa del potere da parte di quest’ultimo a Gaza nel giugno 2007. Il Generale di divisione Gadi Dhamni, a capo del comando centrale dell’esercito israeliano, diresse un’iniziativa volta a colpire la base dell’appoggio di Hamas in Cisgiordania. Il piano, soprannominato Strategia Dawa, comportava l’esatta identificazione dell’esteso apparato di assistenza sociale di Hamas, il pilastro della sua popolarità tra molti palestinesi.

Omar Abdel Razeq, ex ministro delle finanze nel breve governo Hamas, spiega gli effetti di questa iniziativa. “Quando parliamo delle infrastrutture parliamo delle società, delle cooperative e delle istituzioni che erano preposte all’aiuto dei poveri”, dice. “Loro hanno fatto fuori le infrastrutture di Hamas”. Il Generale di Brigata Michael Herzog, capo di stato maggiore di Ehud Barak, il ministro della Difesa israeliano, ha riassunto il punto di vista degli israeliani sul progetto. “Dayton sta facendo un ottimo lavoro”, ha detto. Siamo molto contenti di quello che sta svolgendo”.

Le accuse di tortura

La strategia Dawa ha visto più di 1.000 palestinesi imprigionati dalle forze dell’Autorità Palestinese (ANP). Gli arresti – sebbene concentrati su Hamas e sui suoi sospetti alleati – hanno toccato un ampio strato della società palestinese, e tutte le fazioni politiche. Hanno preso di mira assistenti sociali, studenti, insegnanti e giornalisti. Ci sono state regolari irruzioni nelle moschee, nei campus universitari e negli enti benefici, e ripetute accuse di torture, a carico degli ufficiali delle forze di sicurezza finanziate dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Tali accuse includono diversi decessi avvenuti in prigione.

Nel mese di ottobre, Abbas ha emanato un decreto contro le forme di tortura più violente usate dalle sue forze di sicurezza e ha sostituito il suo ministro dell’interno, il Generale Abdel Razak-al-Yahya, partner di vecchia data di Israele e degli Stati Uniti, con Said Abu Ali. Sebbene si sia registrato un miglioramento a partire dall’emanazione del decreto, gli attivisti dei diritti umani hanno sostenuto che i cambiamenti non sono sufficienti. “Non è ancora previsto nessun processo, ancora non è stata fornita alcuna giustificazione legale per molti degli arresti, e i civili sono ancora trascinati in giudizio davanti alle corti militari”, dice Salah Moussa, un avvocato della Commissione Indipendente per i Diritti Umani (Independent Commission for Human Rights, ICHR, istituzione creata nel 1993 tramite un decreto dell’allora presidente palestinese Yasser Arafat (N.d.T.) ).

Il Generale di divisione Adnan Damiri, portavoce delle forze di sicurezza palestinesi, ha riconosciuto che sono stati commessi atti illeciti ma li ha classificati come atti individuali, e non dettati dalla politica.“A volte ci sono stati ufficiali e soldati che hanno commesso errori in questo senso, compresa la tortura”, ha detto Damiri. “Ma adesso li stiamo punendo”. Damiri ha citato 42 casi di tortura negli ultimi 3 mesi che hanno comportato varie forme di sanzioni, compresa la perdita del grado. Sei soldati sono stati mandati in congedo a causa delle loro azioni. Ma nelle strade, il clima è peggiorato da quando i servizi di sicurezza spalleggiati dall’estero hanno stretto la loro morsa in Cisgiordania.

Naje Odeh, leader di una comunità di sinistra nel campo di Deheishe, che gestisce un centro per la gioventù, ha descritto l’apparato di sicurezza come legato ai regimi della Giordania e dell’Egitto, alleati degli Stati Uniti. Odeh dice che le forze di sicurezza che compiono i raid sanno che ciò che stanno facendo è sbagliato. “Perché hanno il volto coperto? “, domanda retoricamente. “Perché noi conosciamo queste persone. Conosciamo le loro famiglie. Essi si vergognano di quello che stanno facendo”.

Alcuni temono che il comportamento delle forze di sicurezza addestrate dagli Stati Uniti e dall’UE faranno scoccare la scintilla di uno scontro potenzialmente mortale. “Se loro attaccano le tue moschee, le tue scuole, le tue società, tu puoi essere paziente, ma per quanto?”, domanda un leader islamico in Cisgiordania.

Abdel Razeq, ex ministro delle finanze di Hamas, è più esplicito nelle sue previsioni, e dice: “Se le forze di sicurezza insistono a difendere gli israeliani, questa è una ricetta per la guerra civile”.

Jon Elmer è un giornalista e fotografo freelance di nazionalità canadese; ha seguito il conflitto israelo-palestinese da Gaza e dalla Cisgiordania.

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mercoledì, febbraio 17, 2010

Divieto di pascolo.

Il video che avevo inserito in precedenza non è più accessibile alla visione.

Lo ripropongo da altra fonte, per mostrare l'ennesimo episodio in cui soldati israeliani vessano e tormentano i Palestinesi residenti nella West Bank, costretti a vivere sotto un regime di apartheid e privati di ogni più elementare diritto.

In questo caso, ad alcuni pastori palestinesi viene impedito di far pascolare il proprio gregge in terreni di loro proprietà, nei pressi del villaggio di At-Tuwani, nella regione collinare a sud di Hebron.

I soldatini di Tsahal, ancora una volta, si coprono di gloria arrestando (e successivamente torturando) un pastore inerme, e mandando in ospedale altri cinque Palestinesi, tra cui un'anziana, una donna incinta e un bambino.

Naturalmente a tutto c'è una ragione, e qui consiste nella strisciante opera di pulizia etnica condotta dall'esercito israeliano in questo come in altri luoghi della Cisgiordania; a vantaggio, in questo caso, dei coloni dei vicini insediamenti di Ma'on e Havat Ma'on.

In questo quadro, si inseriscono il reiterato diniego delle autorità israeliane di consentire i lavori necessari per far arrivare l'energia elettrica al villaggio, così come i ripetuti attacchi dei settler contro i bambini palestinesi che si recano a scuola.

Ed è davvero inconcepibile che il mondo tolleri ancora la quotidiana violazione della legalità internazionale e dei diritti umani dei Palestinesi ad opera dello stato-canaglia israeliano.

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lunedì, febbraio 15, 2010

I venti di guerra che spirano da Israele.

Lungi dall’essere un faro di civiltà e democrazia, Israele costituisce piuttosto uno dei principali fattori di instabilità e di tensioni per l’intero medio oriente. Tensioni che sembrano riacutizzarsi sensibilmente in questo inizio del 2010.

Non contenti di assediare e di affamare da anni un milione e mezzo di Palestinesi nella Striscia di Gaza, all’inizio di gennaio alcuni alti ufficiali dell’esercito israeliano hanno definito come inevitabile un nuovo round di combattimenti contro Hamas.

Alcuni giorni dopo, in concomitanza con una serie di esercitazioni militari previste lungo il confine libanese, il ministro israeliano Yossi Peled ha affermato che, a suo giudizio, “è solo questione di tempo prima che vi sia un nuovo scontro militare nel nord”. Conflitto che, a differenza del passato, vedrebbe contrapposto Israele non solo ad Hezbollah, ma all’intero stato libanese, tanto più che adesso il movimento sciita fa parte del governo.

Nei giorni scorsi, infine, il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha ammonito che lo stallo del processo di pace con la Siria potrebbe portare addirittura ad una guerra vera e propria. E non si capisce bene di chi altri possa essere la colpa della paralisi delle trattative di pace se non dello stesso Israele, che occupa le alture del Golan dal 1967 e non mostra alcuna intenzione di restituirle ai legittimi proprietari.

Ma, naturalmente, il principale focolaio di tensione è rappresentato dalla questione iraniana, con Israele che minaccia un intervento militare per fermare il programma iraniano di arricchimento dell’uranio, trovando sponda in America nei soliti guerrafondai neocon. Poco importa che Israele già possieda dalle duecento alle trecento testate nucleari, che diamine, quello è uno Stato democratico e un fedele alleato!

Peccato che per colpa di questo Stato “democratico” il mondo intero rischia di imbarcarsi in una nuova avventura militare dalle conseguenze imprevedibili, ma sicuramente disastrose.

Su quest’ultimo argomento, propongo l’articolo di Sobhi Ghandour, apparso su al-Bayan il 4 febbraio scorso, e soprattutto l’intervista rilasciata il 5 febbraio dall’ex ambasciatore svizzero in Iran, Tim Guldimann, al Jerusalem Post, nella traduzione offerta dal sito
Medarabnews.

Il fattore israeliano nell’aggravarsi della crisi iraniana.
4.2.2010

La questione iraniana è di nuovo al centro dell’attenzione internazionale a causa della controversia fra i paesi occidentali e Teheran riguardo all’arricchimento dell’uranio iraniano e alla possibilità di un suo trasferimento all’estero.

Queste trattative sono affiancate dalle indiscrezioni sui preparativi militari per un possibile attacco all’Iran e per contrastare le possibili risposte iraniane su più fronti.

Tutto ciò riporta in primo piano l’interrogativo sulle possibilità di arrivare a un accordo o allo scontro militare con Teheran.

Il fattore israeliano è estremamente importante in questa crisi fra l’Occidente – e Washington in particolare – e l’Iran. Nella regione mediorientale, Israele è l’unico stato in possesso di un arsenale nucleare. Ma l’Occidente non presta alcuna attenzione ai pericoli che questo comporta, mentre invece impedisce a qualsiasi paese arabo o islamico di entrare in possesso di armi atomiche.

E non ha alcun valore la scusa sulla quale l’Occidente basa questa sua posizione, cioè il fatto che Israele sarebbe uno “stato democratico alleato” del quale ci si può fidare. Molti paesi mediorientali hanno infatti rapporti privilegiati con l’Europa e con gli Stati Uniti, ma ad essi non è permesso possedere armi nucleari.

Forse il miglior esempio a questo proposito è la Turchia, la quale fa parte della NATO ed è governata da un regime laico e democratico; ma ad essa l’Occidente impedisce di entrare nel club nucleare.

Israele ora spinge perché si giunga a un confronto militare con l’Iran. Nel caso in cui si dovesse arrivare a questo, Israele porterebbe a compimento i “successi” che ha realizzato finora a partire dall’11 settembre 2001 sotto la bandiera della “guerra al terrore islamico”.

Israele ha infatti sempre da guadagnare da qualsiasi conflitto che avviene tra l’ “Occidente” e l’ “Oriente”, perché ciò rafforza il suo ruolo (in primo luogo sotto il profilo della sicurezza) nei confronti dei grandi paesi occidentali, primi fra tutti gli Stati Uniti.

Il confronto militare fra l’Occidente e l’Iran causerà grave distruzione a entrambe le parti, e coinvolgerà numerose città arabe. La catastrofe colpirà anche le ricchezze petrolifere e finanziarie arabe, e le sue conseguenze potrebbero portare a una riduzione delle forze armate americane nella regione. Gli Stati Uniti dipenderebbero allora in misura ancora maggiore dalla forza militare israeliana in Medio Oriente.

L’escalation della crisi, e il confronto militare con l’Iran, sono destinati a creare un clima di conflitto interno in molti paesi arabi, da cui potrebbero nascere delle guerre civili che sconvolgeranno questi paesi, favorendo ulteriormente il progetto israeliano nella regione, che punta alla creazione di staterelli su base etnica e confessionale facilmente controllabili da Israele.

Secondo i calcoli israeliani, Israele sarà certamente colpito dagli attacchi militari dell’Iran e dei suoi alleati nella regione, ma sicuramente in misura minore, sia sotto il profilo militare che economico e finanziario, e sarà il paese che ne trarrà maggior vantaggio a livello politico e strategico, poiché l’entità israeliana rimarrà unita, ed anzi maggiormente in grado di rafforzare gli insediamenti nei territori occupati e la pratica del trasferimento forzato dei palestinesi all’interno di Israele e della Cisgiordania, e forse addirittura verso la riva orientale del Giordano – un vecchio progetto caro a Israele, ed in particolare all’attuale classe di governo, quello cioè della “patria alternativa”.

Il confronto fra gli Stati Uniti e l’Iran ha aspramente polarizzato il mondo arabo in questi anni. In questo conflitto tutti i mezzi sono divenuti leciti, compresa la mobilitazione settaria e confessionale, la strumentalizzazione dei mezzi di informazione e l’arruolamento delle grandi firme dei giornali al servizio di questa o quella parte.

Alla fine, alcuni attori arabi, per interessi diversi, sono divenuti strumenti del conflitto, ed i loro paesi sono candidati a diventare i campi di battaglia di questo scontro. Ma le “questioni” regionali per le quali si combatte sono forse questioni “straniere” che non riguardano gli arabi, e che non interessano i loro governi ed i loro popoli?

Le radici della questione irachena risalgono alla guerra che il precedente regime di Saddam Hussein dichiarò contro l’Iran reduce dalla Rivoluzione che aveva rovesciato il regime dello scià; così come risalgono alla teoria del “doppio contenimento” adottata da diverse amministrazioni a Washington, e in base alla quale l’amministrazione Reagan sosteneva allo stesso tempo il governo iracheno e i contratti per la vendita di armi all’Iran, affinché le due parti si dissanguassero a vicenda.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che si è riunito più volte per studiare l’applicazione di nuove sanzioni all’Iran (sebbene l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica [AIEA] non abbia ancora smentito le affermazioni di Teheran secondo cui il suo programma nucleare ha scopi pacifici), non si riunisce per studiare le conseguenze della minaccia nucleare israeliana, o per esaminare la questione palestinese, così come negli anni passati non si è riunito per definire il destino della “questione irachena”.

Queste ultime due questioni sono infatti sotto la “tutela” americana diretta, o sotto l’occupazione israeliana. Questioni di questo genere non vengono esaminate dal Consiglio di Sicurezza! Il denominatore comune dell’Iraq e della Palestina è che l’occupazione israeliana si rifiuta di applicare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e delle Nazioni Unite, mentre l’occupazione americana in Iraq si rifiutò nel 2003 di rimettersi all’autorità del Consiglio di Sicurezza prima dell’invasione militare!

E’ vero, la “questione iraniana” è una faccenda sulla quale è importante che i governi arabi si soffermino, soprattutto alla luce di dichiarazioni ed azioni iraniane che suscitano timori e preoccupazioni nei paesi arabi del Golfo. Tutto ciò rende legittimo anche l’interrogativo sull’entità delle ingerenze iraniane negli affari iracheni.

E’ vero, la “questione iraniana” è essenziale per l’amministrazione Obama in relazione all’Iraq e all’Afghanistan, ma anche per il destino del conflitto arabo-israeliano e per le conseguenze estremamente negative per il Medio Oriente e per il mondo che potrebbero derivare da un ulteriore incancrenirsi di questo conflitto. E’ vero, l’amministrazione Obama forse non commetterà una follia che non commise nemmeno l’amministrazione Bush, malgrado tutta la sua avventatezza e malgrado le pressioni israeliane.

Tutto questo è vero. Tuttavia gli arabi si trovano a dover scegliere fra due alternative: o puntare sulla solidarietà e sull’unificazione nazionale araba, ponendo le basi di una visione araba condivisa per rapportarsi con tutte le potenze internazionali e regionali interessate al Medio Oriente, o fare il gioco di Israele, con tutto quello che ciò comporterà in termini di devastante frammentazione dei popoli, degli stati e delle ricchezze arabe.

Sobhi Ghandour è fondatore e direttore esecutivo di “al-Hewar Center”, con sede a Washington


Un attacco israeliano contro il programma nucleare iraniano non riuscirà né a fermare del tutto l’avanzata nucleare di Teheran, né a far cadere il regime degli Ayatollah – secondo l’ex ambasciatore svizzero in Iran, Tim Guldimann.

Parlando al Jerusalem Post a margine della Conferenza di Herzliya della scorsa settimana, Guldimann, che conosce bene il modo di pensare iraniano, ha espresso – come sua opinione personale – la propria profonda preoccupazione per un’eventuale opzione militare contro l’Iran.

Guldimann è stato ambasciatore svizzero in Iran e in Afghanistan dal 1999 al 2004. Come ambasciatore a Teheran, Guldimann – ora consulente e direttore del Middle East Project presso il Center for Humanitarian Dialogue, con sede a Ginevra – ha rappresentato gli interessi statunitensi in Iran, agendo come intermediario. Acquisì notorietà per un memorandum che egli trasmise agli Stati Uniti nel 2003, il quale conteneva una presunta proposta iraniana per un ampio dialogo con gli Stati Uniti, che comprendesse tutte le questioni – inclusa la piena cooperazione sui programmi nucleari, l’accettazione di Israele e la cessazione del sostegno iraniano ai gruppi armati palestinesi. La proposta fu respinta dall’amministrazione Bush.

Secondo Guldimann, la posizione in base alla quale ‘se la comunità internazionale non fermerà il programma nucleare iraniano allora Israele dovrà farlo da solo’, si fonda sul presupposto non dimostrato che l’Iran si appresti effettivamente a imboccare la strada verso l’acquisizione di un’arma nucleare.

“La mia impressione è che essi non si spingeranno così lontano. Se voi dite che vi è [in Iran] una chiara politica volta a raggiungere una capacità nucleare, sono pienamente d’accordo. La si può definire come una fase di rottura. Ma essi prenderanno la decisione politica di produrre una bomba? Una rottura di questo genere è una questione assolutamente diversa”, afferma Guldimann.
Dunque, quali opzioni ha in mano Israele?

“Il vecchio approccio del bastone e della carota non ha aiutato affatto. Potete parlare di sanzioni, ma esse non hanno cambiato la posizione iraniana. Le sanzioni spesso sembrano avere, in Occidente, più che altro lo scopo di fornire una dimostrazione a Israele [che le cose si stanno muovendo]“, osserva. “L’altra opzione è la forza. Se Israele si orienta per l’opzione militare, sono davvero profondamente preoccupato del fatto che alcuni ritengano che una simile opzione possa essere d’aiuto”.

“Proviamo a usare la sicurezza di Israele come unico metro per valutare la situazione. Un attacco militare può danneggiare [il programma nucleare iraniano], ma non può fermarlo. Si tratta di un’industria con decine di migliaia di persone impiegate al suo interno. È possibile danneggiarla e ritardarne lo sviluppo. Si può anche ritenere che sia possibile colpirla una, due, forse tre volte. E si può tornare a farlo di nuovo, se si pensa che la situazione sia come quella di un bambino che continua a venir fuori e lo si picchia ogni volta. Ma il mondo potrebbe essere un luogo completamente diverso [dopo un primo attacco]“, dice Guldimann.

Guldimann sostiene che, anche in una situazione di disordini interni e di opposizione popolare al regime in Iran, un attacco esterno non farebbe cadere il regime.

“Non è questo lo stile iraniano. Si deve tener presente che se c’è un attacco esterno al regime, l’opposizione interna al regime, e l’opposizione al regime in generale, finiranno entrambe per allinearsi a quest’ultimo. Serreranno i ranghi. Sulla questione nucleare, [il leader dell'opposizione Mir Hossein] Mousavi è più intransigente del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Se vi è un attacco esterno agli impianti nucleari iraniani, il popolo iraniano si sentirà terribilmente umiliato. E se oggi Israele ha il regime iraniano come nemico, a quel punto non avrà contro solo il regime, ma anche l’intero paese. Un attacco all’Iran sarebbe un’ottima cosa per Ahmadinejad. Egli otterrà quel nemico straniero di cui ha sempre parlato”.

“Alla popolazione iraniana, essere bombardata le riporterà alla mente i ricordi della guerra con l’Iraq. Prima dell’invasione americana dell’Iraq, vi era chi, in Iran, aveva chiesto agli americani di rovesciare anche il regime di Teheran. Ma non appena gli iraniani hanno visto come è stato bombardato l’Iraq, questi appelli in gran parte sono scomparsi. Ora, se gli iraniani vedessero le bombe israeliane, e non solo su Natanz – quanto lontano potrebbe spingersi una campagna di bombardamenti? – ciò non farebbe cadere Ahmadinejad. Se il regime non fa nulla [per provocare apertamente un attacco], e all’improvviso l’Iran viene attaccato, le persone si raccoglieranno intorno al regime, e il regime sarà al sicuro”, dice Guldimann, aggiungendo che è ancora troppo presto per stabilire dove porteranno gli sviluppi politici iraniani.

“Possiamo anche supporre che le ingerenze politiche esterne serviranno solo a consolidare la presa del regime sul potere. Tutto il gran clamore sul cambio di regime che proviene dall’estero è molto pericoloso”, sostiene il diplomatico svizzero.
Secondo Guldimann, la sicurezza di Israele a lungo termine non sarebbe rafforzata da un attacco contro il programma nucleare iraniano. La reazione dell’Iran a un attacco del genere avverrebbe probabilmente a più livelli, e sarebbe di lunga durata – aggiunge.

Le valutazioni in Israele sono che l’Iran stia gonfiando il suo potere militare per scoraggiare qualsiasi attacco, creando la percezione che un attacco militare contro il suo programma nucleare potrebbe suscitare una reazione devastante – non solo per Israele, ma anche per le forze USA nella regione, così come per gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Sebbene una tale risposta potrebbe essere dolorosa, a Gerusalemme si ritiene che essa non sarebbe in realtà così dura come vorrebbe far credere Teheran alla comunità internazionale.

Guldimann ritiene che l’Iran potrebbe compiere ritorsioni anche in altri modi, per via indiretta. Potrebbe agire nello Stretto di Hormuz per far aumentare il prezzo del petrolio – sostiene.

“Potrebbe anche essere che in un primo momento gli iraniani non facciano nulla, ma invece si rivolgano alle Nazioni Unite facendo leva sulla simpatia che potrebbero guadagnare. Ma essi faranno in modo che i prezzi del petrolio salgano. Se avremo un prezzo del petrolio molto più elevato per un lungo periodo di tempo, ciò potrebbe influenzare il fragile contesto economico mondiale. Allora si potrebbe avere, tutto a un tratto, un’opinione pubblica con cui dover fare i conti. I governi occidentali sono con Israele, ma cosa penserà la gente in Europa? In Medio Oriente, il contraccolpo potrebbe avere conseguenze ben più immediate”, dice Guldimann.

“Agli iraniani piace giocare sui sentimenti delle masse arabe”, spiega. “Nel caso di un attacco israeliano contro l’Iran, i regimi arabi potrebbero tacitamente accettarlo, ma nessuno sa cosa potrebbe accadere nelle piazze arabe – che cosa accadrà in Egitto, ad esempio? Per la piazza araba, Ahmadinejad è un eroe, ed egli giocherà questa carta”.

Guldimann sostiene che, per Israele, il modo migliore per risolvere il suo problema iraniano sta nel risolvere la questione palestinese.

“L’intera regione rimarrà un problema, a meno che la questione palestinese non sarà risolta. Per gli iraniani, la questione palestinese è una merce di scambio. Essi sanno che Israele è una realtà nella regione. Le loro posizioni non sono più radicali di quelle di Hamas. Hamas sta iniziando a parlare dei confini del ‘67”, dice Guldimann.
Egli esprime inoltre la sua convinzione che, se Israele dovesse attaccare l’Iran, nessuno nella regione crederebbe che ciò possa essere avvenuto senza il consenso degli Stati Uniti.

“Semplicemente non è credibile. Anche se l’America non desse il proprio consenso a Israele, e Israele andasse avanti lo stesso, nessuno crederebbe che il segnale di stop sia stato veramente dato. L’opzione militare potrebbe portare a un disastro. Se, tuttavia, la comunità internazionale è pronta ad accettare un Iran con una capacità nucleare come interlocutore, c’è la possibilità che il punto di breakout (la decisione di costruire in poco tempo un’arma nucleare trasformando all’improvviso il programma nucleare pacifico in un programma bellico (N.d.T.) ) venga evitato “, suggerisce Guldimann.

“Non nego i rischi legati [al fatto di] vivere con una industria nucleare in Iran”, dice. “Ma io preferisco questa seconda opzione allo scontro, che conduce verso l’ignoto.”

Amir Mizroch è un giornalista israeliano; è capocronista del Jerusalem Post

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mercoledì, febbraio 10, 2010

Obama, fai qualcosa per Gaza!

Come abbiamo visto, la risoluzione del conflitto israelo-palestinese non sembra costituire più una priorità per la politica estera americana, e l’amministrazione Obama sembra essere totalmente indifferente alla disastrosa situazione umanitaria nella Striscia di Gaza ed alle miserevoli condizioni di vita di un milione e mezzo di Palestinesi che ivi risiedono (senza peraltro nemmeno potersene andare…).

A distanza di oltre un anno dal termine di “Piombo Fuso”, l’operazione militare israeliana che ha provocato la morte di oltre 1.400 Palestinesi (l’83% dei quali civili innocenti) ed ha causato enormi devastazioni, viene ancora negato l’ingresso a Gaza delle attrezzature e dei materiali necessari alla ricostruzione, e persino i beni di prima necessità vengono centellinati da Israele secondo criteri arbitrari e poco trasparenti: un caso unico al mondo, consentito soltanto dalla colpevole acquiescenza della comunità internazionale.

Eppure anche i Palestinesi di Gaza, come ogni essere umano, sono titolari dei diritti umani fondamentali quali quelli ad una sufficiente e sana alimentazione, alla sicurezza, alla salute, all’educazione e alla libertà di movimento, diritti e bisogni che sono protetti da norme e convenzioni internazionali e che non possono essere ostaggio di considerazioni di natura politica e militare.

Israele giustifica infatti il suo assedio, in maniera esplicita, con il fine dell’indebolimento della leadership di Hamas, della cessazione del lancio di razzi contro il proprio territorio e del rilascio del caporale Gilad Shalit. E, tuttavia, la politica di chiusura attuata da Israele – oltre ad essere palesemente contraria al diritto umanitario – ha ottenuto l’effetto diametralmente opposto, rafforzando Hamas e acuendo le tensioni già presenti nell’area e in tutto il medio oriente.

Nessuna trattativa di pace tra Israeliani e Palestinesi potrà mai iniziare se prima non verrà tolto l’assedio alla Striscia di Gaza e non verrà risolta la gravissima crisi umanitaria che affligge i suoi residenti.

Il problema è che, oggi, il campo della pace in Israele è totalmente sguarnito, se si eccettuano pochi coraggiosi attivisti; non vi sono più attentati, i razzetti provenienti da Gaza sono poco più pericolosi dei fuochi d’artificio illegali, l’economia israeliana tira e nessuno sembra interessato più di tanto ad arrivare ad un accordo di pace con i Palestinesi: è triste constatarlo, ma i tempi in cui a Tel Aviv scendevano in piazza centomila persone per manifestare per la pace erano i tempi in cui gli Israeliani morivano a causa degli attentati terroristici…

E’ per questo che la comunità internazionale deve prendere l’iniziativa per spingere Israele ad iniziare finalmente un serio percorso di pace, iniziando dalla fine dell’assedio alla Striscia di Gaza. Sono in gioco i principi fondamentali del diritto umanitario, la convivenza civile, la pace tra i popoli, i nostri stessi valori morali.

Non è più accettabile assistere inerti alla quotidiana violazione dei diritti umani fondamentali di un milione e mezzo di nostri fratelli, non è più accettabile che l’unico Stato ad alzare la voce per difendere gli abitanti di Gaza sia l’Iran di Ahmadinejad, ed è davvero incredibile e nefasto per la stessa sicurezza delle nazioni occidentali che si consenta ad al-Qaeda di strumentalizzare la causa palestinese, regalandole un’arma a buon mercato per mobilitare migliaia di adepti per i suoi fini destabilizzatori.

Per questo ed altri argomenti, sette ong per la tutela dei diritti umani e la pace in medio oriente il 4 febbraio hanno scritto una lettera aperta al Presidente Usa Obama, chiedendogli di adoperarsi per spingere Israele a togliere l’embargo alla Striscia di Gaza, rimuovendo in tal modo il più serio ostacolo alla pace e alla speranza nella regione.

Febbraio 4, 2010

Al Presidente Barack Obama
Casa Bianca
Washington , DC

Egregio Sig. Presidente,

Siamo sette organizzazioni che sostengono con forza il suo impegno per una soluzione a due Stati per la pace tra Israele e Palestina che garantirà la sicurezza di Israele, la vittoria dell’autodeterminazione palestinese e la salvaguardia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Mentre la sua amministrazione lavora per avviare un processo politico per raggiungere questo obiettivo, noi riecheggiamo il recente appello dei cinquantaquattro Membri del Congresso che hanno sottoscritto la lettera di McDermott-Ellison, chiedendo che gli Stati Uniti affrontino anche adesso, con urgenza, la grave crisi umanitaria che colpisce 1,4 milioni di abitanti di Gaza.

Noi richiamiamo le sue parole nel gennaio del 2009, dopo la devastante guerra a Gaza: “Sono profondamente preoccupato per … le notevoli sofferenze e i bisogni umanitari a Gaza. I nostri cuori si rivolgono ai civili palestinesi che hanno bisogno immediato di cibo, acqua pulita e cure mediche di base, e che hanno dovuto affrontare per troppo tempo una povertà soffocante”. E tuttavia, oggi, a causa della politica israeliana di limitare rigidamente il passaggio dei beni essenziali e dei materiali attraverso i suoi valichi, a Gaza la sofferenza continua.

Noi riteniamo che tale politica è strategicamente sbagliata, danneggia la sicurezza di Israele ed esige un pedaggio inaccettabile dai Palestinesi innocenti. Essa offende i valori umanitari dell’America e costituisce una punizione collettiva che viola il diritto internazionale.

La politica di chiusura israeliana è legata alla più vasta questione di una pace globale che richiederebbe la riconciliazione tra i Palestinesi ed il ricongiungimento della Cisgiordania e di Gaza. Ma, data la disastrosa situazione di Gaza e la probabilità che la pace non verrà raggiunta rapidamente, la crisi umanitaria deve essere affrontata con urgenza.

Siamo consapevoli che Israele ricollega il suo embargo al raggiungimento di un cessate-il-fuoco e al rilascio di Gilad Shalit, che l’Egitto ha perseguito con Hamas. Non di meno, noi raccomandiamo che, pur sostenendo questi sforzi, gli Stati Uniti si oppongano a che vengano tenuti in ostaggio di tali obiettivi i diritti degli abitanti di Gaza al cibo, all’alloggio, all’assistenza sanitaria, all’istruzione ed alla libertà di movimento. La crisi nella Striscia di Gaza diventerà ancor più terribile se l’Egitto completerà il suo piano di chiudere i tunnel che passano sotto il suo confine con Gaza, e che costituiscono adesso per gli abitanti di Gaza una vera e propria ancora di salvezza.

Le politiche di embargo israeliane, lungi dall’indebolirla come Israele aveva sperato, hanno aiutato Hamas a rafforzare la sua stretta autoritaria su Gaza e sulla sua economia. Benché molti nella Striscia di Gaza non siano contenti di Hamas, non vi è alcun segno che i suoi abitanti rovesceranno Hamas per porre termine alle loro sofferenze. Al contrario, la loro rabbia è diretta contro Israele, gli Stati Uniti e la comunità internazionale. I seguenti dati illustrano l’orribile tributo richiesto dalla politica di embargo israeliana.

- Il 70% dei residenti di Gaza sopravvive con un dollaro al giorno, il 40% dei lavoratori sono disoccupati.

- 850 camion al giorno entravano da Israele con cibo, merci e carburante prima della chiusura, oggi sono 128.

- L’embargo e la guerra hanno praticamente bloccato l’industria manifatturiera e la maggior parte delle esportazioni agricole. Prima del 2007, 70 camion al giorno trasportavano i prodotti di Gaza da esportare verso Israele, la Cisgiordania e i mercati esteri, per un valore di 330 milioni di dollari, ovvero il 10,8% del Pil della Striscia di Gaza.

- L’11% dei bambini di Gaza sono malnutriti, fino al punto dell’arresto della crescita, a causa della povertà e delle inadeguate importazioni di prodotti alimentari. La mortalità infantile non è più in declino.

- 281 delle 641 scuole sono state danneggiate e 18 distrutte durante la guerra. A causa dell’embargo, poche sono state ricostruite, e migliaia di studenti sono privi di libri e di attrezzature. Ogni giorno vi sono 8 ore di mancanza di corrente.

- La guerra e il rifiuto di Israele di autorizzare l’importazione di cemento e dei materiali per ricostruire 20.000 case distrutte o danneggiate hanno costretto molte migliaia di abitanti di Gaza a vivere in tende, strutture provvisorie, o con altre famiglie.

- Molti impianti idrici e di depurazione danneggiati dalla guerra o deteriorati costituiscono gravi pericoli sanitari ed ambientali, a causa della mancanza di forniture per la ricostruzione e di equipaggiamento.

- La guerra ha danneggiato 15 dei 27 ospedali e 43 delle 110 cliniche. L’importazione di medicinali e di attrezzature mediche ritarda. I medici non possono recarsi all’estero per la formazione, e i pazienti devono affrontare lunghi ritardi per farsi visitare negli ospedali israeliani, 28 di essi sono morti durante l’attesa.

- La circolazione delle persone da e verso Gaza, inclusi gli studenti, il personale medico e delle organizzazioni umanitarie, i giornalisti e i familiari, è fortemente limitata.

Per quanto riguarda i presunti vantaggi per la sicurezza derivanti dalla politica israeliana di embargo, è vero l’esatto contrario. Come lei ha sostenuto nel suo discorso al Cairo, “mentre devasta le famiglie palestinesi, la crisi umanitaria di Gaza non serve alla sicurezza di Israele”. Negli ultimi mesi, sono ripresi sporadici lanci di razzi verso il sud di Israele. Un’intera generazione di giovani disoccupati di Gaza – il 70% degli abitanti di Gaza sono sotto i 30 anni – priva di ogni speranza per il futuro, è matura per una ulteriore radicalizzazione e la violenza. Già adesso, estremisti in stile al-Qaeda stanno sfidando Hamas, e al-Qaeda sta in effetti sfruttando la penosa situazione dei Palestinesi di Gaza in tutto il mondo arabo e islamico. La prospettiva di una rinnovata, maggiore violenza è reale.

Noi crediamo che la triste situazione umanitaria a Gaza causata dall’embargo sia intollerabile a livello umano e costituisca una minaccia per gli interessi della sicurezza nazionale americana. La percezione del supporto o della acquiescenza degli Stati Uniti all’embargo mette in dubbio la nostra reputazione quali difensori dei valori umanitari. L’embargo priva 1,4 milioni di Palestinesi di un decente, minimo standard di benessere. Esso limita l’utilizzo dei 300 milioni di dollari che gli Stati Uniti hanno impegnato per ricostruire Gaza, e costituisce un serio ostacolo per ridare la speranza e raggiungere la pace. Noi esortiamo, pertanto, la sua amministrazione ad usare il rapporto unico che l’America ha nei confronti di Israele al fine di convincerlo a revocare subito la chiusura dei suoi valichi di frontiera con Gaza.

Distinti saluti,

Philip C. Wilcox, Jr.
Presidente, Foundation for Middle East Peace
1761 N Street NW, Washington, DC 20036

Debra DeLee
Presidente e CEO, Americans for Peace Now
1101 14th Street NW, Sixth Floor, Washington, DC 20005

Dr. James Zogby
Presidente e Fondatore, Arab American Institute
1600 K Street, Suite 601, Washington, DC 20006

Jeremy Ben Ami
Direttore esecutivo, J Street
1828 L Street NW, Suite 240, Washington, DC 20036

Warren Clark
Direttore esecutivo, Churches for Middle East Peace
110 Maryland Avenue NE, “311, Washington, DC 20002

Uri Zaki
Direttore per gli Usa, B’tselem
1411 K Street NW, Washington, DC 20005

Steven J. Gerber
Direttore esecutivo, Rabbis for Human Rights – Nord America
333 Seventh Avenue, 13th Floor, New York, NY 10001

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Non in nostro nome!

La recente visita di tre giorni di Berlusconi in Israele, assolutamente irrilevante sul piano internazionale, verrà senz'altro ricordata per le sbalorditive affermazioni pronunciate dal nostro premier con sconcertante leggerezza.

Ieri centinaia di manifestanti hanno inscenato una protesta davanti all'ambasciata italiana a Teheran, al grido di "a morte l'Italia, a morte Berlusconi". Il nostro ministro degli esteri Franco Frattini ha vivacemente protestato, definendo l'accaduto "inaccettabile".

E' vero, ma è parimenti inaccettabile che un capo di governo paragoni il Presidente di uno Stato sovrano niente meno che ad Adolf Hitler, affermando nel contempo che è un dovere "sostenere ed aiutare l'opposizione" interna iraniana. Ciò rappresenta una chiara interferenza negli affari interni di questo Stato, e infatti l'Iran ha consegnato una nota di protesta ufficiale all'ambasciatore italiano.

Ma, soprattutto, è sbalorditivo e inaccettabile che il nostro premier abbia ritenuto di pronunciare un vero e proprio elogio dei crimini di guerra, definendo "giusta" l'operazione israeliana "Piombo Fuso", il massacro di oltre 1.400 Palestinesi, la devastazione insieme del diritto umanitario e della vita di un milione e mezzo di abitanti di Gaza.

Invito pertanto chi legge a sottoscrivere e diffondere l'appello di indignazione riportato qui sotto, pubblicato sul sito del Forum Palestina.

Non in nostro nome

Il governo italiano, con la recente visita del premier Berlusconi in Israele, ha reso il nostro paese complice dell’oppressione del popolo palestinese e delle possibili escalation di guerra israeliana in Medio Oriente.

L’Italia sta fornendo ufficialmente armamenti, investimenti economici, collaborazioni scientifiche al governo israeliano condannato dalle istituzioni internazionali per la costruzione del Muro di segregazione, per i crimini di guerra a Gaza e l’occupazione coloniale dei Territori Palestinesi.

Noi, in quanto cittadini italiani, non accettiamo di essere considerati complici di questa politica di oppressione e di guerra.

Per questi motivi

Chiediamo la revoca degli accordi militari, commerciali, scientifici, culturali tra le istituzioni italiane e quelle israeliane

Chiediamo la revoca della partecipazione italiana ed europea al vergognoso embargo contro la popolazione palestinese di Gaza ormai da quattro anni sotto assedio

Non c’è pace duratura senza giustizia.

Per le adesioni all’appello “Non in nostro nome” scrivete a: noninostronome@libero.it

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lunedì, febbraio 08, 2010

Obama indifferente al disastro umanitario di Gaza.

Naturalmente c'è un perchè alle dichiarazioni di Berlusconi nel corso della sua recente (e assolutamente irrilevante) visita di tre giorni in Israele. Esse, infatti, prendono spunto - oltre che dalla naturale indole del nostro Presidente del Consiglio che lo spinge a cercare di compiacere in ogni modo il proprio interlocutore - dall'analoga posizione che gli Usa hanno assunto sulla questione israelo-palestinese e, in particolare, sulla disastrosa situazione umanitaria nella Striscia di Gaza.

Dopo le tante fanfare e i bei discorsi, e dopo le mani tese verso il mondo islamico, il Presidente Usa è tornato a seguire una politica estera che, relativamente al conflitto israelo-palestinese, non si discosta in nulla da quella della precedente amministrazione Bush.

Così, non solo gli Usa hanno tollerato, ed anzi pienamente appoggiato, il massacro criminale dell'operazione "Piombo Fuso", non solo consentono tutt'ora ad Israele di assediare la Striscia di Gaza impedendo l'accesso ai materiali e alle attrezzature necessarie per la ricostruzione, ma addirittura hanno spinto l'Egitto a costruire una barriera sotterranea per impedire l'uso dei tunnel sotterranei tra Gaza e l'Egitto, l'unica via che consente di far affluire nella Striscia i beni necessari ad una vita minimamente decorosa, fornendo al regime di Mubarak i finanziamenti e l'assistenza tecnica necessari allo scopo.

Obama, del resto, si è trovato ben presto a fare i conti con lo strapotere della lobby ebraica a Washington, dove 334 deputati (il 76% della Camera dei Rappresentanti) hanno firmato una lettera di condanna nei confronti del rapporto Goldstone - che ha messo nero su bianco l'evidenza dei gravissimi crimini di guerra compiuti da Israele - mentre solo 57 deputati (il 13%) hanno sottoscritto una lettera che invitava a togliere l'embargo a Gaza.

Sembra dunque che la risoluzione del conflitto israelo-palestinese, giusto per evitare complicazioni con il fedele alleato israeliano, sia stato tolto dalle priorità della politica estera dell'amministrazione Obama, e si tratta di un gravissimo errore.

Perchè la sofferenza del popolo palestinese, la spoliazione delle terre e delle materie prime operata da Israele, l'oppressione e il massacro di tanti poveri innocenti costituiscono una ferita aperta per tutto il mondo arabo.

E non si capisce come sia possibile che il tema del rispetto del diritto umanitario e la difesa dei diritti fondamentali dei Palestinesi possano essere lasciati all'Iran e ad al-Qaeda.

Su questo tema, propongo questo interessante articolo di Charles Fromm ed Ellen Massey pubblicato il 22 gennaio sul sito web dell'Inter Press Service (IPS), nella traduzione offerta da Medarabnews.

La politica USA a Gaza rimane inalterata

E’ trascorso un anno da quando gli ultimi carri armati israeliani sono usciti dalla Striscia di Gaza con gran fracasso, ponendo termine ai 22 giorni di guerra contro Gaza e lasciando dietro di sé sia un territorio che una popolazione decimati.

Un anno dopo, tanto la situazione umanitaria quanto la sicurezza sono ancora in terribili condizioni nella devastata enclave costiera, eppure l’amministrazione di Barack Obama continua a trascurare la crisi di Gaza, con un approccio che alcuni esperti dicono essere l’estensione della politica della precedente amministrazione.

Questa politica ha fatto anche poco per alleviare ciò che i gruppi di tutela dei diritti umani sostengono essere una crescente crisi umanitaria, sprofondando la Striscia di Gaza ancora di più nella povertà e nell’insicurezza.

Dopo aver prestato giuramento nel bel mezzo della Guerra di Gaza, inizialmente il presidente Obama nella sua politica estera ha dato rilevanza al processo di pace in Medio Oriente. Tuttavia questa retorica non è riuscita a concretizzarsi in un processo di pace o in un soccorso per il popolo di Gaza.

Gli Stati Uniti rimangono risoluti nel rifiutarsi di dialogare con Hamas, il partito islamico che ora governa Gaza e che è stato classificato dal Dipartimento di Stato americano come organizzazione terroristica. Questa politica cominciò ad avere effetti drammatici su Gaza già nel 2007, sotto la presidenza di George W. Bush, quando Hamas prese il controllo della Striscia.

“Obama ha mostrato l’orientamento della sua politica molto presto – dice Paul Woodward, redattore e creatore del rispettato blog warincontext.org – Gli Stati Uniti hanno preso la decisione di esautorare Hamas dopo le elezioni [palestinesi] del 2006, che essi e Israele avevano [inizialmente] appoggiato, emarginando Hamas e, di conseguenza, emarginando Gaza”.

“L’amministrazione Obama si è impegnata molto di più in cambiamenti di facciata che non in cambiamenti di strategia”, ha detto Woodward all’International Press Service (IPS).

Questi cambiamenti di facciata hanno incluso una crescente retorica volta ad instaurare un contatto con le comunità arabe e musulmane, in uno sforzo finalizzato a rafforzare i legami indeboliti dalla precedente amministrazione.

“L’America non volterà le spalle alla legittima aspirazione della Palestina ad avere dignità, opportunità, e un proprio Stato”, aveva detto Obama durante il suo memorabile discorso del Cairo.

Nonostante tali impegni, Gaza, che è stata assoggettata a un embargo sempre più duro dai confinanti stati di Israele ed Egitto fin dal 2007, continua a languire senza aver accesso ai necessari aiuti umanitari, ai materiali da costruzione e alle opportunità di commercio che le consentirebbero di riprendersi dal devastante conflitto. Mentre la crisi si aggrava, la complicità degli Stati Uniti nell’assedio sta cominciando ad essere sempre più evidente agli occhi del mondo arabo.

“L’idea che gli Stati Uniti siano impotenti… è qualcosa a cui nessun palestinese che incontriamo a Gaza riesce a credere”, ha detto Amajad Atallah, co-direttore della Task Force per il Medio Oriente alla New America Foundation, in occasione di un evento alla Brookings Institution la settimana scorsa. La Guerra di Gaza, altrimenti nota come Operazione Piombo Fuso, è stata una battaglia durata 3 settimane – durante lo scorso inverno – tra i militanti di Hamas e l’esercito israeliano. Il conflitto ha comportato una estesa devastazione e numerose vittime a Gaza, dove più di 1.400 palestinesi sono rimasti uccisi. Vi furono 13 vittime israeliane a causa dei razzi lanciati da Hamas, e durante l’offensiva di terra nella Striscia.

Secondo Human Rights Watch, l’embargo ha obbligato l’80% della popolazione di Gaza – circa un milione e mezzo di persone – a dipendere dagli aiuti umanitari e dal mercato nero organizzato dai contrabbandieri.

I tunnel del contrabbando sotto il confine tra Gaza e l’Egitto sono l’unico contatto rimasto col mondo esterno per i cittadini di Gaza, e hanno “letteralmente condotto l’economia di Gaza sottoterra”, ha affermato Daniel Levy, co-direttore della Task Force per il Medio Oriente, durante l’evento alla Brookings Institution.

Eppure anche quest’ultima scappatoia al blocco è minacciata. Secondo la BBC, l’Egitto ha cominciato a lavorare a una barriera sotterranea, con l’aiuto dello U.S. Army Corps of Engineers, che chiuderà il sistema di tunnel transfrontalieri usati dai contrabbandieri per eludere l’assedio.

“Non credo che ci sia mai stato un esempio nella storia in cui gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo così complicato nell’assediare fisicamente una popolazione – non c’è da meravigliarsi che non vogliano assumersene la responsabilità”, ha detto Yousef Munnayer, direttore esecutivo del Palestine Center, a proposito della silenziosa partecipazione dell’amministrazione Obama all’assedio della Striscia di Gaza.

Alcuni analisti ritengono che il muro sia una manovra strategica da parte degli Stati Uniti per spingere Hamas a giungere a una riconciliazione con Fatah, il partito politico dominante in Cisgiordania, così da riavviare i colloqui di pace rimasti in sospeso.

“La nuova, severa posizione dell’Egitto nei confronti di Hamas è consentita dagli attuali sforzi del Cairo di riavviare i negoziati di pace tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP)… Hamas si trova sotto pressione su tutti i fronti”, ha scritto Yossi Alpher, ex direttore del Jaffee Center for Strategic Studies all’Università di Tel Aviv, nel suo editoriale sul Jewish Daily Forward.

Mentre l’amministrazione Obama non è riuscita a portare avanti il suo impegno di alleviare la crisi umanitaria a Gaza, il Congresso degli Stati Uniti l’ha, a quanto sembra, ampiamente ignorata. Fin dal gennaio 2009, una risoluzione della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti che esprime preoccupazione riguardo alla situazione a Gaza si è arenata alla Commissione Affari Esteri.

Per contro, nel novembre scorso la Camera ha appoggiato con una maggioranza schiacciante una risoluzione che condanna il Rapporto Goldstone, risultato della missione di indagine del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNCHRC) nella Striscia di Gaza. Il rapporto, che prende il nome dal rispettabile giurista Richard Goldstone, ha scoperto che sia Hamas che Israele hanno commesso crimini di guerra durante i 22 giorni del conflitto.

Keith Ellison è stato uno dei 58 membri della Camera dei Rappresentati che hanno votato contro, o si sono astenuti dal votare la risoluzione. Ellison rappresenta anche uno dei pochi funzionari americani eletti che hanno visitato la Striscia di Gaza, mentre più di 70 membri del Congresso hanno viaggiato nella regione. Durante il suo viaggio nella Striscia avvenuto nel febbraio 2009, Ellison ha incontrato tanto gli abitanti di Gaza quanto quelli della città israeliana di Sderot, vicina al confine.

“Quando qualcuno come Keith Ellison visita Gaza, direi che fa molto di più per la sicurezza americana in Medio Oriente e per la vostra immagine rispetto a praticamente qualunque altra cosa che abbiamo visto durante quest’anno”, ha detto Levy durante un briefing al Campidoglio mercoledì scorso.Ma Ellison rimane un’eccezione tra i membri del Congresso. “Se volete sapere quanta consapevolezza vi è tra i miei colleghi al Congresso – ha detto Ellison al pubblico del Brookings Institution, la scorsa settimana –tutto ciò che dovete fare è guardare la votazione del Rapporto Goldstone”.

“Scommetto che nessuno ha letto il Rapporto Goldstone, e nemmeno il sommario. Così siamo pronti a condannare un rapporto che non abbiano neanche letto”, ha aggiunto Ellison, parlando dei suoi colleghi alla Camera dei Rappresentanti.

La combinazione della guerra e del protratto assedio ha gettato la Striscia di Gaza in una paralizzante povertà, e gli effetti dell’embargo sul settore sanitario sono stati catastrofici. Amnesty International ha riferito recentemente che la cronica insufficienza nelle apparecchiature e nelle forniture mediche è diventata un fatto di routine, lasciando il personale medico con risorse insufficienti per curare i loro pazienti.

Persino quando l’amministrazione Obama tenta di far ripartire il processo di pace, Gaza getta un’ombra su qualunque sforzo di questo tipo. Alcuni esperti affermano che i negoziati di pace sono inutili finché l’assedio di Gaza resterà in vigore.

“Questa è la precondizione per ogni cosa – dice Andrew Whitley, direttore dell’Ufficio di rappresentanza dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA), riferendosi alla rimozione dell’embargo a Gaza.

Charles Fromm e Ellen Massey

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sabato, febbraio 06, 2010

Le facce di bronzo di Riace.




Non è strettamente attinente all'argomento del blog, ma quanto inviatomi dall'amico Elvio Arancio è l'ennesima dimostrazione del tentativo, ogni giorno maggiormente palese, di svuotare di ogni significato il termine "integrazione", rendendolo un percorso ad ostacoli umiliante e pieno di insormontabili difficoltà.

Prova ne è, del resto, il nuovo permesso di soggiorno "a punti", che imporrebbe agli stranieri persino la conoscenza a menadito della Costituzione italiana. Quanta insopportabile ipocrisia!

"Il fatto è avvenuto dieci giorni fa, ma la «grande» stampa nazionale lo ha volutamente ignorato.

Fatima, una tredicenne palestinese arrivata a Riace da un campo profughi del Libano, avrebbe dovuto parlare in presenza di Napolitano, sceso in Calabria per un predicozzo buonista dopo aver chiuso gli occhi sui fatti di Rosarno.

Il Quirinale aveva deciso di coinvolgere la sua scuola nella manifestazione, ma giunti al dunque a Fatima è stato impedito di parlare ... a meno che non si togliesse il velo!

Non è dato neppure sapere chi si sia presa la responsabilità di questa decisione. Ecco cosa ha dichiarato in proposito il vicepreside della scuola: «Hanno cercato subito di nascondere tutto, ci hanno chiesto di non parlarne con nessuno. Non so chi ha imposto il divieto di far parlare Fatima. Di certo però si tratta di una decisione presa a Roma, non a Reggio Calabria. A Roma a qualcuno non piaceva l'idea che parlasse una ragazzina con il velo.»

La decisione è stata certamente romana. Che sia stata del Quirinale, del Viminale o della ministra Gelmini poco importa, quel che è certo è che né Napolitano, né Maroni, né il Ministero dell’istruzione hanno sentito il bisogno di dissociarsi da quanto avvenuto. Queste facce di bronzo istituzionali hanno mostrato a Riace il loro vero volto. Non dimentichiamocene.

Sulla vicenda riporto un commento di Patrizia Khadija Dal Monte, pubblicato su
www.Islamonline.it.".

Fatima e le alte cariche
di Patrizia Khadija Dal Monte

“Un contrattempo, abbiamo assistito ad un contrattempo”, si ostina a dire il giornalista che intervista Domenico Lucano, sindaco di Riace, cittadina calabra in cui abita ed è bene inserita Fatima, che doveva fare un intervento il 21 gennaio a Reggio Calabria, nell’ambito di una manifestazione in risposta ai fatti di Rosarno… “E’ una cosa grave”, risponde quell’uomo perbene, che non ha annebbiato la sua coscienza per compiacere gli alti scranni… A Fatima, immagine di quell’innocenza mista a consapevolezza dell’età acerba, bella davvero nel suo foulard rosa in pendant con la maglietta, è stato impedito di parlare perché porta il velo. All’ultimo momento la scaletta e’ stata modificata, “abbiamo capito che c’era qualche impedimento arrivato dall’alto. Il cellulare dell’insegnante è squillato almeno 5 volte… un non meglio precisato «direttore» le raccomandava che Fatima, per poter intervenire, avrebbe dovuto togliere il velo. Racconta la professoressa: «Mi hanno detto che si trattava di un semplice accorgimento per una questione di suscettibilità». Parole striscianti, che celano alleanze strane, strane suscettibilità… Fatima palestinese di nazionalità libanese di chi può aver urtato la sensibilità? Forse non è solo velo…

Vergogna, e questa è la parola più mite che mi passa dal cuore alla mente, accompagnata, è vero da tutto quel repertorio di parole da non dire cadute ormai in disuso nel mio linguaggio. Vergogna a quelle alte cariche dello Stato che si sono permesse di fare una cosa simile sulla pelle di un’adolescente e poi coprire la verità dicendo che il fatto non esiste… Vergogna a quelli che chiamano un tale gesto ‘contrattempo’, ‘semplice accorgimento’ minimizzando la discriminazione che ne trasuda a pieni pori… Fatima è lo sforzo immane delle seconde e terze generazioni di “sentirsi bene qui” conservando il proprio credo religioso, spesso in solitudine, spesso pochi gli appoggi familiari certi del loro già, proiettati i giovani invece nel non ancora… che si scontra con un mondo ormai vecchio, manipolatore, disinvoltura nel destreggiarsi da viveur, indifferente alle questioni morali.

Fatima è le nostre figlie, indifese e coraggiose, in una società dalla bocca deformata da troppe parole vuote e dal cuore strapieno di polenta… occhi maliziosi che ti guardano con malcelata sufficienza, detentori assoluti della democrazia e della libertà… Moderni, efficienti, semplificatori, mal sopportano la vera semplicità. «Allora mi hanno chiesto di toglierlo, ma io non ho voluto. Ho deciso così perché non possono esser loro a scegliere cosa posso o non posso fare. Anche perché io porto il velo per motivi religiosi. E poi è vergognoso che uno si tolga il velo così, davanti a tutti. Se chiedi alle mie compagne di togliersi la maglia non è vergognoso? Io penso che non è giusto e che ognuno è libero di fare come gli pare».

Vergognatevi e imparate, potreste vergognarvi davvero.

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martedì, febbraio 02, 2010

International Israeli Apartheid Week 2010.

Per il sesto anno consecutivo, la prima settimana di marzo avrà luogo in tutto il mondo la Settimana Internazionale dell'Apartheid Israeliana (International Israeli Apartheid Week - IAW), un momento importante per far conoscere all'opinione pubblica i diritti e le ragioni del popolo palestinese. Quella che segue è una breve descrizione in italiano dell'International Apartheid Week e dell'insieme dei principi cui bisogna aderire in modo da entrare a far parte del network di città che partecipano all'evento.

L'idea di base è quella di agire in coordinamento mondiale organizzando in ogni città, nella settimana che va dall'1 al 7 marzo, attività, conferenze, eventi, mostre, cineforum ed altre iniziative similari volte alla sensibilizzazione dell'opinione pubblica su ciò che accade in Palestina, sulle sofferenze della popolazione palestinese e sui crimini commessi da Israele.

Lo scorso anno, più di 40 città nel mondo hanno partecipato a questa iniziativa; in Italia l'unica città che è stata in grado di organizzarsi e di entrare a far parte del network IAW è stata Pisa, mentre quest'anno dovrebbe partecipare anche Bologna.

Si tratta dunque di una grande occasione di visibilità e di condivisione con gli altri gruppi di attivisti presenti in tutto il mondo per la lotta verso la libertà e l'affermazione dei diritti del popolo palestinese.

Chi volesse organizzare la International Apartheid Week 2010 potrà contattare:

Per ulteriori informazioni:

ISRAELI APARTHEID WEEK

Invito a partecipare alla Settimana Internazionale dell’Apartheid Israeliana (IAW - International Apartheid Week).

BACKGROUND STORICO

La IAW nasce a Toronto, in Canada, nel febbraio 2005. Fu inizialmente organizzata da un collettivo di studenti arabi dell’Università di Toronto, in coordinamento con altri soggetti in tutta la città. Registrò un incredible successo richiamando a se i media di tutto il mondo.

La IAW fu il risultato di lunghissimi anni di lotte degli attivisti canadesi. L’azione degli attivisti negli anni precedenti si era concentrata sugli eventi di violenza e brutalità che l’occupazione israeliana nella West Bank e a Gaza causava ogni giorno, si trattava di una continua situazione d’emergenza. Il grande merito della IAW è stato quello di allargare il dibattito includendo importanti fattori quali ad esempio la discriminazione razziale nei confronti dei cittadini palestinesi residenti all’interno dello Stato d’Israele e l’evacuazione dei rifugiati palestinesi dalle proprie terre, entrambi conseguenze delle dottrine sioniste, strutturalmente razziste.

La IAW si ispira inoltre alla campagna BDS (Boicottaggio disinvestimento e sanzioni contro Israele), lanciata nel 2005 da 170 organizzazioni civili e politiche palestinesi. La BDS chiede all’opinione pubblica internazionale di boicottare Israele fino a quando esso non rispetterà:
1-principi di uguaglianza totale verso i cittadini arabi dello Stato d’Israele
2-fine dell’occupazione e della colonizzazione delle terre arabe
3-distruzione del muro di separazione
4-garanzia del diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno alle proprie case e proprietà garantito dalla Risoluzione delle Nazioni Unite numero 194

La IAW è dunque una campagna dagli scopi sopratutto educativi che mira a sensibilizzare l’opinione pubblica circa le politiche, le pratiche e le istituzioni dell’apartheid israeliana e il modo in cui influenzano la vita quotidiana dei palestinesi – all’interno di Israele, nei Territori Occupati e nel mondo - i Palestinesi della diaspora-. La IAW intende promuovere un’analisi rigorosa delle caratteristiche dell’apartheid israeliana chiamando la società civile di ogni paese ad agire in solidarietà con i Palestinesi.

Negli anni la IAW diventò poi allo stesso tempo un incentivo alla creatività, all’originalità e all’approfondimento degli organizzatori circa la comprensione del conflitto che veniva analizzato secondo metodologie e prospettive diverse: cineforum, eventi culturali, mostre, spettacoli teatrali, manifestazioni, atti di protesta ecc.

IAW 2006-2009

Dal 2006 in poi la IAW si è diffusa in tutto il mondo raggiungendo famose ed antiche università quali Oxford, SOAS, Cambridge, Ottawa, Hamilton, Montreal, New York. Nel 2007 il numero di adesioni per l’Apartheid Week raddoppiò. A New York in particolare nacque l’idea di diffondere gli eventi organizzati durante la IAW in tutti gli spazi della città, senza mantenerli all’interno del campus universitario. Nel 2008 l’evento raggiunse grande visibilità mediatica e 25 grandi città nel mondo ne fecero parte, tra cui Soweto in Sud Africa, la città resa famosa dall’insurrezione del 1976 contro il regime d’apartheid. Migliaia di studenti in tutto il mondo parteciparono agli eventi ed ebbero modo di analizzare lo stato israeliano quale stato d’aparthied prendendo dunque in esame la necessità di agire con atti concreti di solidarietà nei confronti del popolo palestinese.

L’analogia con l’apartheid è risultata utile a comprendere il contesto coloniale del sionismo e le sue marcate similitudini con movimenti quali i Pied Noir nell’Algeria colonizzata, i coloni della Rodesia e gli Afrikaners della Sud Africa dell’apartheid. Questo paradigma ci ha aiutato a comprendere le connessioni tra questa ed altre lotte passate contro il razzismo e la discriminazione.

COME PARTECIPARE

La IAW si sviluppa in tutto il mondo grazie alle organizzazioni, alle associazioni, ai gruppi di cittadini che ne sposano i principi base organizzando iniziative in questo senso. Questa rete di organizzazioni del mondo è importantissima e deve mantenersi in contatto per poter condividere e coordinare azioni, supporto reciproco, capacità, idee, informazioni e risorse.

Per le nuove adesioni alla rete della IAW internazionale vi chiediamo di aderire ai principi base elencati di seguito e così potremo unirvi alla lista ufficiale di città che organizzano l’apartheid week in tutto il mondo. Tale lista sarà utilizzata per il coordinamento tra città e paesi, per condividere idee, consolidare e costruire risorse in modo che possano essere più accessibili a tutti i partecipanti.

Presso questo indirizzo http://www.apartheidweek.org/ ogni area ha una pagina e possono essere inviati eventi ed informazioni così come informazioni e programmi circa le IAW degli ultimi due anni.

Per mettervi in contatto con la rete della IAW internazionale contattare:
Palestina: Anti-Apartheid Wall Campaign: global@stopthewall.org
Canada: Students Against Israeli Apartheid: saia@riseup.net
U.S: israeliapartheidweek@yahoo.com
U.K: palsoc@herald.ox.ac.uk and palsoc@saos.ac.uk
South Africa: witspsc@gmail.com

PRINCIPI BASE

1- Il fine della IAW è quello di educare i cittadini circa la natura d’apartheid dello Stato d’Israele contribuendo a rafforzare campagne per il Boicottaggio il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) contro Israele.

Desideriamo dare il nostro contributo circa la comprensione di Israele quale stato d’apartheid. I cittadini palestinesi sono esclusi dal controllo e dallo sviluppo di più del 90% delle terre, vengono discriminati negli aspetti più basilari e quotidiani della loro vita: educazione, sistema sanitario, servizi pubblici, pubblico impiego, semplicemente perché sono Palestinesi. I Palestinesi che furono espulsi nel 1948 e nel 1967 non possono tornare alle proprie case e alle proprie terre e allo stesso tempo qualsiasi persona ebrea nel mondo ha il diritto di trasferirsi a vivere in Israele ricevendo automaticamente la cittadinanza israeliana. Nella West Bank occupata e nella Striscia di Gaza i palestinesi vivono sottoposti a una legge militare discriminatoria, distribuiti in bantustans isolati tra loro e circondati dal muro

2-Lavoreremo per porre fine alla complicità internazionale con questo stato d’apartheid. I governi offrono grande supporto economico e politico al regime di apartheid israeliano. Le corporazioni guadagnano grazie agli investimenti e alle operazioni bancarie congiunte a compagnie israeliane. Le istituzioni, le organizzazioni e i sindacati che non si oppongono a ciò permettono il sostegno morale ed economico di Israele. Questo tipo di cooperazione e supporto permette all’apartheid di continuare ad esistere, per questo porre fine alla complicità internazionale è così importante.

3-Crediamo che l’apartheid israeliana sia un elemento facente parte di un più vasto sistema economico e militare di dominazione. Per questo restiamo solidali con tutte le persone oppresse del mondo, in particolare con le comunità indigene che soffrono la repressione di regimi coloniali, lo sfruttamento e il dislocamento.

4-Siamo contro l’ideologia razzista del sionismo che fornisce le basi al colonialismo israeliano. Siamo contrari perché esso discrimina direttamente e forzatamente tutti coloro che non sono ebrei. Siamo contro tutte le forme di discriminazione e crediamo che non ci sarà mai giustizia senza la restaurazione di tutti i diritti di ciascuno, senza differenze di razza, etnia o nazionalità.

5-Le nostre richieste si basano sulla richiesta della società civile palestinese per il Boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele del 9 Luglio 2009 e avanzata da più di 170 organizzazioni palestinesi.

6-Boicottaggio disinvestimento e sanzioni dovranno essere applicate fino a quando Israele riconoscerà il diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione, riconosciuto dal diritto internazionale quale diritto fondamentale:

1-Mettendo fine all’occupazione e alla colonizzazione delle terre arabe, distruggendo il muro e liberando tutti i prigionieri politici arabi e palestinesi
2-Riconoscendo i diritti fondamentali dei cittadini arabi residenti all’interno dello Stato d’Israele e la loro uguaglianza con gli altri cittadini
3-Rispettando, proteggendo e promuovendo il diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno alle proprie case e proprietà garantito dalla Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite numero 194.

7-Per fare parte dell’International Apartheid week le organizzazioni devono impegnarsi a:

a) Accettare i principi esposti qui sopra
b) coordinarsi con il network internazionale
c) promuovere campagne di sensibilizzazione circa la BDS all’interno delle attività della IAW

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lunedì, febbraio 01, 2010

A Gaza con il Viva Palestina Convoy.


Oltre alla Gaza Freedom March, di cui abbiamo pubblicato un breve resoconto, l'altra grande iniziativa dell'attivismo pacifista per rompere l'assedio alla Striscia di Gaza è stata costituita dal Viva Palestina Convoy, un convoglio umanitario organizzato da Viva Palestina e animato dal deputato inglese George Galloway, che tra mille difficoltà e traversie è riuscito a portare ai Palestinesi di Gaza medicinali e vario materiale umanitario, e soprattutto la solidarietà della società civile verso una popolazione sottoposta ad una punizione collettiva davvero degna del regime nazista.

Mentre Berlusconi riafferma le attestazioni di stima e di amicizia verso Israele, e ivi si reca in visita portandosi in gita premio ben otto ministri, c'è ancora in Italia e nel mondo chi ha il coraggio e la voglia di denunciare un regime colonialista, brutale e spietato come quello israeliano, non cessa di denunciarne i crimini inauditi, non smette e non smetterà mai di lottare al fianco del popolo palestinese.

3rd International convoy departed on December 6th 2009 and arrived in Gaza January 6th

2010 - MISSION ACCOMPLISHED!
One month, thousands of miles, ten countries, one ship and a four flights later, Viva Palestina has entered the besieged Gaza Strip (da
www.vivapalestina.org).

Questo comunicato stampa è una breve sintesi delle vicende del “Convoy to Gaza” inglese. Ci riserviamo di dare un seguito con una analisi politica più approfondita. Quello che va sottolineato e ribadito è che il successo del Convoy to Gaza è dovuto alla determinazione politica di tutti/e i partecipanti.

Nessuno tra gli organizzatori e tra i partecipanti ha mai messo in dubbio l’obiettivo del convoglio: entrare a Gaza. Questa determinazione ha permesso al convoglio di superare tutte le difficoltà frapposte dal governo egiziano in combutta con quello israeliano.

Abbiamo partecipato, unici italiani, al Viva Palestina Convoy, organizzato da Viva Palestina (VP) (http://www.vivapalestina.org/) e animato dal deputato britannico George Galloway. Il convoglio, partito da Londra il 6 dicembre 2009, ha attraversato Belgio, Germania, Austria, Italia, Grecia, Turchia, Siria, Giordania ed Egitto ed è arrivato, dopo infinite difficoltà, a Gaza la sera del 6 gennaio 2010.

Per quanti/e sono partiti/e da Londra l’odissea è durata un mese! Al convoglio formato in partenza da 350 attivisti/e britannici (molti delle comunità musulmane inglesi) da una delegazione della Malesia, e da 150 automezzi e ambulanze, si sono successivamente uniti un gruppo belga, una forte delegazione turca di circa 90 persone e 60 automezzi e ambulanze e circa 60 giovani di Viva Palesatine US. In totale circa 500 persone e circa 200 automezzi.

Come ISM-Italia, avevamo consegnato in Italia al convoglio, 10.000 euro di medicinali, forniti dalla Cooperazione Internazionale della Regione Piemonte. Abbiamo raggiunto il convoglio a Damasco il 21 dicembre e proseguito per la Giordania, con una straordinaria accoglienza della popolazione nei piccoli paesi attraversati, nelle città, con momenti di incontro con le comunità musulmane locali (ad Amman hanno raggiunto il convoglio anche tre rabbini del gruppo Naturei Karta), con il dono di cibo, acqua e dolci. A Damasco siamo stati ospitati a cura del governo siriano in un moderno complesso turistico alla periferia della città, sia il 21 dic, sia quando siamo passati di nuovo per raggiungere il porto di Lattakia. Ad Aqaba, bloccati dal rifiuto dell’Egitto di poter proseguire nel Sinai, per raggiungere Gaza, ormai a meno di 200 km, il 27 dicembre giorno dell’inizio dell’attacco israeliano del 2008, alcuni alberghi hanno messo a disposizione gratuitamente le loro stanze e offerto cibo a tutti.

L’Egitto, malgrado gli accordi precedentemente sottoscritti con Viva Palestina ha posto tre condizioni:
di arrivare al porto di El Arish
di accettare il permesso di ingresso a Gaza da parte israeliana
di consegnare i materiali all’UNRWA

Queste due ultime condizioni sono state respinte dal convoglio.

Siamo stati comunque costretti a tornare in Siria sino al porto di Lattakia con un ulteriore viaggio di circa 800 km. Qui, dopo lunghe trattative della delegazione di VP, del governo siriano e turco con quello egiziano, tutti i mezzi sono stati fatti salire su una nave turca e le persone divise in 4 gruppi trasferite con voli charter all’aeroporto di El Arish.

Da quel momento infiniti ostacoli e continui nuovi raggiri sono stati posti dalle autorità egiziane: attese lunghissime all’aeroporto di El Arish per la verifica dei documenti, per alcuni gruppi oltre le sei ore, per altri una notte intera senza cibo e acqua, portati poi dalla croce rossa egiziana, senza sufficienti bagni, con l’appello finale per restituire i passaporti, gridati, i nomi, con voci rauche che ricordavano il Raus nazista, sino alla ‘detenzione’ nel compound del porto e all’attacco pianificato da parte della polizia egiziana a sera inoltrata.

La polizia egiziana, giunta in forze (circa 2000 poliziotti) e in assetto antisommossa, con decine di furgoni (della Iveco) nella tarda serata del 5 gennaio, ha iniziato a provocare chi manifestava per la chiusura dei cancelli e per il rifiuto egiziano di far entrare a Gaza alcuni veicoli. Hanno iniziato a lanciare sacchi di sabbia e pietre e successivamente a picchiare e arrestare chiunque fosse sotto tiro. Personalmente siamo stati testimoni dell’arrivo successivo, verso mezzanotte, di circa 200 giovanissimi poliziotti egiziani senza uniforme ma con sacchi di grosse pietre. Il bilancio, il giorno successivo, è stato di 55 feriti e 7 arrestati (fra cui due giovani attivisti del gruppo US Viva Palestina, con cui avevamo condiviso il lungo viaggio e che erano stati con noi poco prima).

E che oltre 500 attivisti filopalestinesi siano stati attaccati con pietre, l’arma della prima intifada palestinese, da la misura del grottesco con il quale si è mossa la polizia egiziana.

Nella tarda mattinata del 6, George Galloway, dopo lunghe e stressanti mediazioni, ha annunciato la liberazione degli arrestati e l’entrata nella striscia di Gaza per tutto il Convoy, tranne 59 veicoli alcuni dei quali con grosse apparecchiature e generatori, che Israele pretendeva passassero per Kerem Shalom. La delegazione turca ha spiegato poi che saranno destinati ai campi profughi palestinesi in Siria e Libano.

L’uscita dal compound e l’arrivo a Rafah hanno occupato tutto il pomeriggio e parte della notte tra il 6 e 7 gennaio. L’entrata nella Striscia di Gaza, con gruppi di palestinesi che offrivano garofani a tutti gli attivisti e attiviste nei veicoli ha ripagato tutti delle fatiche e delle lunghe attese. Uno dei ragazzi del nostro autobus, del US Viva Palestina, picchiato e con la testa fasciata, al suo arrivo ha detto di voler tenere il suo sangue sulla maglietta, come simbolo del sangue di tutti i palestinesi.

Secondo il Palestinian Center for Human Rights a Gaza sono entrate 482 persone e 130 veicoli del convoglio.

Il giorno 7 ci sono state le grandi manifestazioni di consegna dei veicoli e degli aiuti (medicinali innanzitutto, protesi, pacchi di materiale scolastico ecc.), l’incontro con le autorità del governo di Hamas, con un lungo discorso di ringraziamento del premier Haniyeh, che è il primo ministro legittimo dell’ANP e non semplicemente il primo ministro de facto a Gaza, ma anche con molti ragazzi e ragazze, con donne che volevano conoscere personalmente chi era riuscito ad arrivare sino a loro. “Da dove vieni, come ti chiami, perché sei venuto a Gaza?” erano le domande più frequenti durante tutto il giorno. “Vieni a casa mia, ti invito, stai con la mia famiglia”. Era rilevabile, specie fra i più giovani l’ansia di parlare con “chi sta nel mondo di fuori”, un’ansia, talora aggressiva nei giovani uomini, che tradiva il trauma subito non solo nel gennaio 2009, ma negli anni passati, trauma che la popolazione continua a subire, per la chiusura delle comunicazioni con l’esterno e per la paura di un'altra aggressione, “The Second Gaza War”, di cui molti parlano e che già si legge nei giornali israeliani.

All’uscita il giorno dopo (poiché ci erano state “concesse” dal governo egiziano solo 48 ore di permanenza nella Striscia), si aspetta l’apertura del valico per circa 8 ore (ormai è chiaro che gli egiziani non vogliono mostrare la presenza del convoglio agli abitanti del Sinai, perciò si viaggia sempre di notte). Alle 18,30 si aprono i cancelli e si entra in territorio egiziano. Chiusi fra i muri di cemento costruiti da israeliani ed egiziani, pensiamo a come ci si può sentire quando si vive in queste condizioni da anni. Alcuni palestinesi presenti ci informano che nella notte sono state colpite e distrutte case vicino a Khan Younis e uccisi 3 civili, compresa una bambina di pochi mesi. Terminate le procedure, ci fanno entrare negli autobus, contati più volte dai poliziotti; gli autobus vengono chiusi e, scortati da decine di furgoni di polizia, si parte per una lunga notte. Siamo in stato di arresto per essere deportati dall’aeroporto del Cairo come persone non grate. Alcuni autobus si rompono e si fermano nella nebbia e nel freddo del deserto. Si cambia autobus sotto un controllo duro con decine di poliziotti intorno. Spesso non permettono che donne e uomini possano scendere per le loro ‘esigenze primarie’. Lo permettono solo quando si urla. Così ‘deportati’ (se con noi ‘normali’ attivisti è questo il trattamento, possiamo immaginare come trattano i migranti clandestini e i palestinesi), si arriva all’aeroporto del Cairo, dove si aspetta ancora. E’ certamente una “punizione collettiva”, a cui ormai vengono addestrati anche i poliziotti egiziani. Ci tolgono i passaporti. Senza cibo e con scarse toilette. Molti non hanno più il biglietto, alcuni, specie fra i giovani, non possono pagarsene un altro e non possono quindi essere portati nei terminal. Perciò aspettano in ‘detenzione’ in attesa dell’intervento della relativa ambasciata. Via via che ciascuno/a riesce ad avere un volo assicurato, pagando un altro volo, viene portato al gate, dove la polizia ti fa il check-in e praticamente ti spedisce sin dentro l’aereo. Noi riusciamo ad avere un volo a metà pomeriggio del sabato 9 gennaio, altri meno fortunati rimarranno ancora una notte e ripartiranno domenica, sempre in stato di detenzione.

Certo ora è importante fare, insieme a tutti i gruppi di internazionali che hanno fatto queste esperienze, una riflessione politica lucida sulla situazione attuale e sulle strategie nuove da adottare.

L’esperienza che abbiamo avuto partecipando al Convoy è stata in ogni caso, molto positiva. Abbiamo incontrato decine di attivisti/e giovani e meno giovani, di culture e religioni diverse, vivaci, entusiasti, pronti ad ogni faticoso cambiamento di programma, ma decisi nell’essere uniti per arrivare a Gaza. Persone che hanno lavorato molto nei mesi precedenti a livello di comunità e territorio per organizzare il convoglio.

E’ stato anche molto importante l’aver attraversato paesi diversi e aver costruito insieme partecipazione e accoglienza nelle comunità, in particolare quelle musulmane, e ampliato l’informazione per far crescere un senso comune di solidarietà con tutto il popolo palestinese e in particolare con quello della striscia di Gaza, dove, non va dimenticato, è in corso un genocidio.

Diana Carminati e Alfredo Tradardi
ISM-Italia
Torino, 15 gennaio 2010

Si prega chi voglia pubblicare questo comunicato su un sito o distribuirlo alle proprie mailing list di farlo nella sua interezza secondo le regole del copyleft.

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