giovedì, settembre 30, 2010

Germania 1940 - Israele 2009.

Un impressionante parallelo fotografico che dovrebbe far riflettere, mancano solo le camere a gas, tutto il resto (compreso il totale disprezzo dei diritti umani e addirittura del valore della vita altrui) c'è.

http://whatreallyhappened.com/IMAGES/GazaHolo/index.html

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lunedì, settembre 27, 2010

Il 50% degli studenti ebrei non vorrebbe Arabi nella propria classe.

Secondo un sondaggio svolto in vista della conferenza “L’Istruzione nell’Era Digitale”, tenutasi ad Haifa lo scorso 6 settembre, il 64% dei ragazzi israeliani di età compresa tra i 15 e i 18 anni sostiene che gli Arabi israeliani non godono pienamente dell’eguaglianza di diritti in Israele e, all’interno di questo gruppo, il 59% ritiene che essi non dovrebbero avere la piena parità dei diritti.

Il rilevamento, i cui risultati sono stati pubblicati dal quotidiano Ha’aretz, ha anche rivelato che il 96% degli intervistati vuole che Israele sia uno stato ebraico e democratico, ma il 27% ritiene che coloro i quali si oppongono dovrebbero essere processati in tribunale, e il 41% è favorevole a che siano privati della cittadinanza.

In risposta alla domanda se sarebbero disposti a frequentare una classe con uno o più studenti con necessità particolari, il 32% ha dato una risposta negativa. Quando la domanda è stata posta con riferimento agli studenti arabi, la percentuale di risposte negative è salita al 50%. Il 23%, inoltre, ha detto che non vorrebbe gay o lesbiche nella propria classe.

La ricerca è stata condotta dal Professor Camil Fuchs del Dipartimento Statistica dell'Università di Tel Aviv, in collaborazione con la società Sample Project. Il sondaggio riguardava circa 500 persone di età compresa tra i 15 e i 18 anni; esso ha anche rivelato che il 40% dei giovani ebrei non ha mai fatto parte di un gruppo giovanile, mentre il 45% non ha mai svolto attività di volontariato ad alcun titolo.

Per quanto riguarda le motivazioni per prestare servizio militare nell'esercito israeliano, l'83% ha risposto di non dubitare che presterà servizio, ma circa la metà ha dichiarato di avere amici che non prevedono di arruolarsi.

Più della metà degli intervistati dal sondaggio, il 59%, ha detto di non voler prestare servizio in unità combattenti dell'esercito. In risposta alla domanda se si sarebbero rifiutati di prestare servizio nei territori, il 24% ha risposto che avrebbe rifiutato, il 47% che non avrebbe opposto rifiuto, mentre i rimanenti non avevano ancora deciso.

Che Israele fosse un paese razzista lo si sapeva, quello che preoccupa e indigna è il fatto che il razzismo e l'intolleranza siano così largamente diffusi anche tra i giovani.

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giovedì, settembre 23, 2010

"Uno Stato comune per musulmani, cristiani ed ebrei".

Dal sito web della sezione italiana del Campo Antimperialista, riporto l’interessante intervista ad Abu Obaida Shakir, portavoce della Jihad islamica in Libano.

Intervista esclusiva ad un dirigente della Jihad Islamica*

Fondata nel 1983, la Jihad Islamica (JI) è stata la prima organizzazione islamista che ha imbracciato le armi e si è unita alla lotta per la liberazione della Palestina. Essa è stata la prima alternativa islamica al processo secolarista di Arafat, ben prima che la Fratellanza Musulmana, attraverso HAMAS, decidesse di partecipare alla lotta armata.

La differenza politica tra la JI e HAMAS non consiste, come molti credono, che la prima mette al primo posto la lotta di liberazione nazionale mentre la seconda l'islamizzazione della società. In realtà, entrambe sostengono che il primo dovere per ogni forza palestinese è la liberazione della Palestina. La differenza attiene proprio all'idea di società islamica: JI trasfonde nell'Islam valori e principi mutuati dal socialismo, mentre HAMAS, a causa delle sue radici di tipo salafita, fa sua la tradizione della sharia.

Ispirato dalla Rivoluzione Islamica in Iran, il suo fondatore Fathi Shikaki (nato nel 1951 e assassinato nel 1995 a Malta da una micidiale operazione del Mossad), ha, quindi, assorbito diversi principi sociali e politici dallo shiismo antimperialista iraniano, in particolare dalla tradizione dell'“Islam Rosso” di Shariati. Il libro di Fathi Shikaki “Khomeini: la Soluzione Islamica e l'Alternativa”, apparso nel 1979, può essere considerato come la prima importante eco della rivoluzione iraniana in ambito Arabo Sunnita.

Mentre HAMAS considera necessario entrare nelle istituzioni palestinesi dei territori occupati (concepite e sorte dopo gli Accordi di Oslo) e quindi partecipare alle contestuali elezioni, la JI rifiuta di collaborare con le istituzioni dell'ANP, (che considera organismi fantoccio degli occupanti) e mantiene una posizione di boicottaggio delle elezioni. Sostiene dunque, che la lotta armata sia l'unica strategia valida per la liberazione della Palestina. Da segnalare che nella disputa fra Fatah e HAMAS, JI ha assunto una posizione di neutralità.

D: Chi è la Jihad Islamica?

In quanto popolo espulso dalla propria terra e la cui terra è sotto occupazione, noi stiamo ancora combattendo con tutti i metodi per potere ritornare e liberarla. Noi, come movimento della Jihad Islamica in Palestina siamo una naturale risposta all'occupazione. Abbiamo tre pilastri: Islam, Palestina e Jihad come metodo di liberazione della Palestina. Questi tre pilastri sono i punti decisivi su cui stabiliamo le nostre relazioni con tutte le forze politiche nella regione araba e islamica e su scala internazionale. Ci focalizziamo sullo slogan di Resistenza e Unità come principio fondamentale nella nostra attività all'interno della società palestinese. L'unità è la sola protezione per il nostro popolo e la sua Resistenza ed è l'unica via per andare avanti. Fermi su questi tre pilastri, siamo pronti a cooperare con chiunque sia in accordo con noi e ringraziamo per tutti gli sforzi di solidarietà che supportano la nostra lotta per una pace giusta. La Resistenza è il solo metodo per raggiungere i nostri scopi.

D: Perché la Resistenza?

Perché i processi di pace, in tutte le loro forme, non sono stati capaci di porre fine all'occupazione sionista, alla sua espansione e all'aggressione contro la nostra gente. Negoziati e trattative non hanno cambiato il fatto che il nostro popolo soffre sotto occupazione. Siamo gente che ama la vita, ma siamo anche attaccati alla nostra terra e siamo quindi pronti a morire per la vita, la dignità la libertà. Il martirio è un mezzo per tenere in vita il nostro popolo, è la dimostrazione che siamo pronti a morire per una giusta causa. Non lottiamo perché amiamo la guerra, ma per riconquistare i nostri diritti e per obbligare i sionisti a lasciare la Palestina. Pace per noi significa smantellare il progetto sionista imperniato sulla creazione di uno stato in terra altrui e sul rientro dei coloni nei paesi da cui sono venuti. Questo significa che la Palestina ritorni al suo popolo legittimo. Ottenuto questo, siamo pronti a vivere insieme con i nostri fratelli cristiani ed ebrei in uno stato liberato dal sionismo. Non lottiamo contro gli ebrei perché sono ebrei, ma perché sono aggressori e occupanti di una terra che non è loro e causa dell'espulsione del popolo palestinese. Sottolineo questo punto così che nessuno equivochi le cose. La comunità internazionale sfortunatamente non appoggia noi, ma l'occupante sionista. Questa è la conseguenza del predominio sionista e americano nelle istituzioni della comunità internazionale. La pace può esserci solo se basata sulla giustizia, il che significa dare ad ognuno i propri diritti; fino a quando i Palestinesi soffriranno l'occupazione e l'espulsione, la bilancia della giustizia è rotta. Noi consideriamo il nemico sionista, e il regime americano che lo sostiene, il vero pericolo per la pace in questa regione e nel mondo intero. Gli americani pretendono di essere i campioni dei diritti umani, mentre aggrediscono l'essere umano, e in nome della democrazia strangolano la democrazia.

D: Quali sono i bersagli delle vostre azioni di Resistenza?

Questa decisione spetta ai nostri fratelli dell'ala militare. Le operazioni di Jihad colpiscono l'occupazione militare in tutte le sue forme e manifestazioni. Fino a che dura l'occupazione ogni azione è legittima.

D: Quali sono le vostre differenze ideologiche e politiche con HAMAS?

Attualmente non ci sono differenze ideologiche. Ideologicamente abbiamo le stesse radici islamiche. Le differenze attengono solo ai metodi e alle tattiche. HAMAS è entrata nell'Autorità Nazionale Palestinese allo scopo di difendere il progetto della Resistenza e di ostacolare ogni ulteriore capitolazione. Noi invece non abbiamo aderito all'Autorità Nazionale perché questa era fondata sugli “Accordi di Oslo”, i quali legittimano l'occupazione dell'80% del nostro paese e fanno solo del restante 20% materia di negoziato. Dopo 20 anni di trattative Israele non ha restituito niente, continua a occupare la Palestina, procede nei suoi insediamenti coloniali, ciò grazie alla complicità della comunità internazionale. L'obiettivo dei sionisti è sfiancarci cosicché alla fine saremo costretti a soccombere. Riporre speranze in questo cosiddetto “processo di pace” significa inseguire le illusioni di fata Morgana. Noi quindi, in quanto movimento di liberazione nazionale, abbiamo rifiutato di entrare a far parte dell'Autorità Nazionale perché è inaccettabile concepire una “Autorità Nazionale” sotto occupazione. In queste condizioni, questa Autorità è utile solo agli occupanti. La prova di quanto diciamo è che, dopo l'istituzione dell'ANP nel 1993, gli insediamenti sionisti e le terre confiscateci sono aumentate. Il nemico usa l'ANP per legittimare la sua occupazione e mascherarla per coprire la sua espansione coloniale, anzitutto a Gerusalemme, dove i luoghi santi islamici e cristiani sono anch'essi in pericolo. In conclusione, questo tipo di Autorità Nazionale Palestinese è un bastone tra le ruote della nostra battaglia per liberare la patria ed espellere il nemico da tutte le terre arabe. Una effettiva “Autorità Nazionale” si può esercitare solo su una terra liberata e non occupata. Per fondare uno stato occorre prima liberarlo dai suoi occupanti.

D: Pensi che la liberazione si ottenga dunque solo con la lotta armata?

Noi della Jihad Islamica, così come tutti i Palestinesi, non ci illudiamo che dati gli attuali rapporti di forza, potremo liberare tutta la Palestina con la lotta armata. La liberazione necessita degli sforzi di tutto il mondo arabo e della nazione islamica. Il popolo palestinese è l'avanguardia della nazione araba islamica nella lotta contro il progetto sionista ed imperialista. Lo stato sionista fu creato dal colonialismo occidentale, in particolare quello britannico. Noi palestinesi stiamo facendo il nostro dovere verso la nazione araba islamica. Sebbene non ci è possibile cambiare il rapporto di forza e porre fine all'occupazione, è già molto mostrare che noi resistiamo e che non ci arrenderemo mai. Nessun diritto è perduto finché qualcuno si batte per ottenerlo. La nostra battaglia durerà per generazioni fino a che la liberazione non sarà conquistata. Non abbiamo fissato alcuna scadenza.

D: Cosa fate per cambiare i rapporti di forza nei paesi arabi e islamici? Cosa pensate delle recenti mosse turche? La crisi nei rapporti turco-israeliani può cambiare la situazione?

Noi oggi soffriamo a causa della tirannia della maggior parte dei regimi arabi che sono sudditi degli imperialisti americani, obbligati a servire gli interessi israeliani. Riponiamo le nostre speranze non nei governi, ma nei popoli, che prima o poi faranno sì che i loro paesi cesseranno di seguire gli americani. Questo non vuol dire che noi chiamiamo al rovesciamento di tali regimi, poiché consideriamo che la prima contraddizione strategica è l'occupazione sionista della Palestina. Il nostro scopo è obbligare tali regimi a cambiare la loro politica in base agli interessi della nazione. Ove riuscissimo a produrre questi cambiamenti, ciò rappresenterebbe un rafforzamento della Resistenza e un declino dell'egemonia di questi regimi. Noi salutiamo il nuovo posizionamento turco che è un vantaggio par la causa palestinese. Ci auguriamo che la Turchia tenga duro e diventi una forza trainante nel contrasto al sionismo. Qualsiasi atto positivo, sia esso arabo, islamico o internazionale, è benvenuto. Apprezziamo la posizione turca per il coraggio con cui ha sfidato l'assedio di Gaza. Essi hanno avuto dei martiri con la Freedom Flottilla, di cui andiamo fieri perché li consideriamo come nostri.

D: Nel mondo arabo esistono varie confessioni religiose. Sin dai tempi del colonialismo, gli imperialisti hanno tentato di dividere i popoli in base a queste differenze. Cosa pensi della pluralità religiosa? Come consideri il ruolo dei cristiani e delle altre confessioni nella lotta di liberazione?

Gli imperialisti hanno condotto tutte le loro guerre nella nostra regione usando la nota regola del “divide et impera”. Essi colpiscono chiunque viva qui a prescindere dalla sua appartenenza religiosa. Quando si è colpiti da una aggressione esterna dovrebbe essere naturale unirsi per farvi fronte. L'Islam è una religione emancipatrice e internazionale ed è sotto le sue insegne che dovrebbero svilupparsi le Resistenze nel mondo. Per noi Islam significa pace, salvezza, sicurezza, stabilità per i popoli. Fu l'Islam che protesse gli arabi cristiani ai tempi delle crociate occidentali. Sin da quando l'Islam penetrò nella regione, il califfo Omar sottoscrisse un patto con i cristiani per proteggere i loro luoghi santi e garantire la libertà religiosa. L'Islam vuole coesistere con tutti coloro che vogliono coesistere con l'Islam, mentre combatte chi è contro l'Islam. L'Islam non è mai stato aggressore: ha sempre difeso se stesso cercando di diffondere idee di pace e tolleranza. L'Islam cerca l'unità perché l'unità fa la forza, mentre il confessionalismo vuole dividere allo scopo di comandare. Quando il settarismo religioso fallisce, esso getta benzina sul fuoco tra le confessioni religiose. Non c'è contraddizione tra il panarabismo e l'Islam, questa contrapposizione ci è stata imposta dal nemico per meglio colonizzarci. Noi siamo un movimento islamico, jihadista, arabo e patriottico che chiama all'unità di tutte le forze per risolvere le contraddizioni principali, rappresentate dall'aggressione sionista e americana. Nessun potere coloniale esterno potrà mantenersi per sempre. Anche i crociati furono alla fine sconfitti e la terra fu liberata.

D: Riguardo alla Turchia, che giudizio dai del PKK e della lotta del popolo curdo per la propria autodeterminazione?

Noi siamo dalla parte di tutti gli oppressi del mondo perché siamo a nostra volta oppressi. La questione curda è complicata, i curdi vivono divisi in quattro stati. Noi non siamo per il divisionismo e la separazione. Il popolo curdo dovrebbe vivere in pace e con pieni diritti all'interno degli stati in cui vive. In questo momento è noto che la questione curda è profondamente infiltrata dai sionisti. E' noto che gli israeliani godono di un'ampia libertà di movimento nella parte curda dell'Iraq. La questione curda è usata per ricattare i popoli della regione. Comunque non ci sono differenze tra curdi, turchi e arabi nell'ambito dell'identità islamica e tutte le nazionalità devono godere di uguali diritti.

D: Voi vi siete opposti, con HAMAS e la maggioranza delle organizzazioni palestinesi, agli Accordi di Oslo. Ma tutti avete fallito nel creare un polo alternativo e un progetto diverso dalla strada di Arafat. Successivamente HAMAS decise di entrare nell'ANP, partecipando alle elezioni con le note conseguenze. Perché non si vede nessun tentativo di fondare un polo politico unitario alternativo all'ANP?

Come ho già detto, gli Accordi di Oslo furono una trappola per dividere la Resistenza e addomesticarne una parte, per questo noi non entrammo nell'ANP, continuando a lottare contro il nemico israeliano. Le forze della Resistenza, alla fine, furono capaci di bloccare il processo di Oslo, impedendogli di liquidare la causa palestinese. Al momento, il rapporto di forze tra la Resistenza e i collaborazionisti è in equilibrio, entrambi hanno punti di debolezza e di forza.Per quanto riguarda il fallimento di creare una alternativa politica unitaria all'ANP, [e ad Al-fatah, NdT], la causa principale risiede negli interventi e nelle pressioni esterne di numerosi stati che hanno tentato in ogni modo di impedire l'unità palestinese. La nostra ambizione è quella di essere un fattore di unità e non di divisione. Vogliamo salvare chi fa parte dell'Autorità [Al-fatah, NdT] e riportarla nel campo della Resistenza. Non possiamo accettare le condizioni di chi ci chiede l'unità ma, in cambio, il riconoscimento di Israele. Il processo di riconciliazione tra i palestinesi è oggi purtroppo condizionato da forze internazionali filo-sioniste, se tutti i palestinesi facessero i propri interessi, essi sarebbero già uniti. La Resistenza lavora per spezzare il fronte nemico. Israele capisce solo il linguaggio della forza, gli offri un dito e ti prendono tutto il braccio. Più combatti più essi si ritirano.

D: Prima dell'aggressione a Gaza nel Gennaio 2009, tutte le forze erano per la Resistenza permanente fino alla liberazione totale della Palestina. Come ti spieghi il successivo declino delle azioni militari della Resistenza?

Anzitutto le azioni militari in Palestina non si sono mai fermate, né a Gaza né in Cisgiordania. La Resistenza non ha preso alcuna decisione di sospendere le azioni militari. Ma questa materia dipende anche dalle condizioni, dalle capacità e dalle risorse delle forze combattenti sul terreno. Ci sono molte difficoltà nel compiere azioni in profondità nell'entità sionista. Stiamo facendo del nostro meglio per superarlo. La guerra contro Gaza [Piombo Fuso, NdT], era di fatto una guerra di dimensioni mondiali. I paesi, anche arabi, che sostennero l'attacco sionista contro la Resistenza libanese [aggressione del Luglio 2006, NdT], erano gli stessi che hanno sostenuto l'aggressione a Gaza. Essi hanno fallito sia nel 2006 in Libano, sia nel 2009 a Gaza. La Resistenza è pronta e sta lavorando per rafforzare i propri strumenti e le proprie capacità. Lo scontro con il nemico non è finito e non finirà, ma attraversa alti e bassi a seconda delle condizioni sul terreno. Dobbiamo fare attenzione alla strategia del nemico che prova a spingere i palestinesi nel vicolo cieco di uno scontro interno. Non forniremo loro questa opportunità e insisteremo sull'unità del popolo. Unità e Resistenza alla fine vinceranno. E' una battaglia aperta fino alla vittoria e alla liberazione, ed è falso affermare che la Resistenza si è bloccata.

D: Affermando che il martirio indica una possibilità di vita migliore per il popolo, questi 25 anni di esperienza hanno mostrato un qualche miglioramento per i palestinesi o una vita migliore può essere realizzata solo dopo la vittoria finale?

Jihad, Resistenza e martirio si basano sul “diritto alla vita”, che significa rifiuto dell'oppressione e dell'aggressione e volontà di essere liberi. Se non Resistiamo come possiamo liberarci del nemico? Il “diritto alla vita” mostrato da alcuni media, significa resa e capitolazione. Se accettassimo di vivere senza dignità, che vita sarebbe? Preferiamo morire con dignità piuttosto che vivere con umiliazione. Rifiutare l'umiliazione, questa è vita. La vittoria della Resistenza significa una vita dignitosa per tutti i popoli della regione. Come avrebbero potuto le altre rivoluzioni mondiali di tutte le ideologie, raggiungere la vittoria? Senza lotta e Resistenza, nessuna Rivoluzione avrebbe potuto essere vincente. Il cosiddetto “diritto alla vita” è un'espressione colonialista per indebolire la nazione e farla capitolare. Il che significa abortire qualsiasi potenziale rivoluzionario in questo paese.(...). Come Musulmani, sappiamo che la morte è parte integrante della vita e dobbiamo convivere con essa. Moriremo tutti prima o poi, meglio, dunque, morire con dignità che vivere da umiliati.

D: Negli scritti del vostro fondatore Fathi Shiqaqi, che seguono il modello della Rivoluzione Islamica in Iran, l'Islam è connesso, per la prima volta, con la questione sociale. Poveri e oppressi sono il principale soggetto di questo movimento per l'emancipazione sociale. Per quanto riguarda la vostra concezione delle basi economiche della Palestina liberata, la giustizia sociale che prefigurate, va aldilà della tradizione caritatevole islamica?

La giustizia sociale è l'obiettivo di ogni movimento che onestamente propugni una società fondata sui nostri principi religiosi. Nel Corano c'è un versetto che sottolinea la volontà di Dio di proteggere il popolo dalla fame e dalla paura. In questo momento noi dobbiamo fare fronte alla guerra, allo stato d'assedio e alle catastrofi. Le nostre risorse sono sfruttate dall'imperialismo, non abbiamo quindi i mezzi per distribuire equamente le risorse (...). La giustizia sociale potrà essere ottenuta soltanto quando avremo ottenuto la sovranità nazionale.

D: Hai un ultimo messaggio da darci?

Vi consideriamo come ambasciatori della Palestina che difendono la verità nei vostri paesi i cui governi sostengono Israele. Non possiamo che ringraziarvi per il vostro impegno e la vostra solidarietà.

*Intervista con Abu Obaida Shakir, portavoce della Jihad Islamica in Libano, rilasciataci in occasione della missione di Sumud nel Campo Profughi palestinese di Ein El-Hilweh (Libano), lo scorso mese di Agosto.

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venerdì, settembre 17, 2010

Rompere l'assedio di Gaza: un dovere morale, un dovere politico.

All'indirizzo http://www.ism-italia.org/2010/08/per-rompere-assedio-della-striscia-di-gaza/ è possibile leggere l'appello “Per rompere l'assedio di Gaza” e l'elenco, ancora provvisorio, delle adesioni.

Un ringraziamento denso a quanti/e hanno voluto condividere questa iniziativa, aderendo all'appello e consentendoci con il loro contributo economico di partecipare con 6 veicoli, tra i quali una ambulanza. 15 saranno i conducenti. Oltre 4.000 i km.

Una espressione di gratitudine intensa va a tutti i gruppi che, nelle varie regioni, si sono dedicati con intelligenza, passione e umanità a organizzare la partecipazione italiana al convoglio per Gaza. Ci è stato chiesto, all'inizio della settimana da Gaza, di arrivare anche con una auto-medica, una vettura usualmente utilizzata dalle guardie mediche per arrivare il più rapidamente possibile presso un malato o presso un ferito. Un problema non semplice.

Il prezzo di una auto-medica attrezzata usata si aggira sui 10.000 euro. Sia per completare il carico di aiuti dei cinque furgoni che si uniranno all'ambulanza, sia per tentare di arrivare anche con una auto-medica, chiediamo a tutte/i, o almeno a quanti/e non hanno ancora raccolto il nostro invito a considerare il significato, umano e politico di una loro adesione e di un loro contributo.

La crisi morale, culturale e politica, ma anche economica, della società italiana e di quella occidentale, rende tutto più difficile. Ma si potrà uscirne solo attraverso una difesa strenua della dignità e dei diritti dell'uomo ovunque siano violati.

Il convoglio partirà da Londra, come previsto, il 18 settembre, arriverà a Torino il 21 settembre, in tarda mattinata, e proseguirà la sera per Milano. Il 22 settembre si tratterà a Milano per proseguire il 23 verso Ancona dove con un ferry si passerà in Grecia, per proseguire verso la Turchia, la Siria, l'Egitto e la Striscia di Gaza.

ISM-Italia e Viva Palestina ItaliaTorino, 15 settembre 2010

IBAN NAZIONALE DEL CONVOGLIO
IBAN IT95A0623012700000036047505
Ass. Coordinamento Pace e Solidarietà ONLUS
via Caduti d’Africa 5 – 43100 Parma
Cariparma, via Università 1/a, Parma

L'ass coordinamento Pace e Solidarietà è una ONLUS che ha aderito all'iniziativa del convoglio. Indicare nella causale del versamento “Convoglio per Gaza e città di residenza”. L'indicazione della città di residenza permette di assegnare le somme versate alle regioni di competenza. Questa associazione, se richiesto, può anche emettere una ricevuta valida ai fini delle detrazioni previste dalla denuncia dei redditi. Le persone interessate devono indicare nella causale anche indirizzo e P.IVA/Cod. Fisc.

“Verrà il tempo in cui i responsabili dei crimini contro l’umanità che hanno accompagnato il conflitto israelo-palestinese e altri conflitti in questo passaggio d’epoca, saranno chiamati a rispondere davanti ai tribunali degli uomini o della storia, accompagnati dai loro complici e da quanti in Occidente hanno scelto il silenzio, la viltà e l’opportunismo.”

ISM-Italia è il gruppo di supporto italiano dell’ISM. L’International Solidarity Movement (ISM www.palsolidarity.org) è un movimento palestinese impegnato a resistere all’occupazione israeliana usando i metodi e i principi dell’azione-diretta non violenta. Fondato da un piccolo gruppo di attivisti nel 2001, ISM ha l’obiettivo di sostenere e rafforzare la resistenza popolare assicurando al popolo palestinese la protezione internazionale e una voce con la quale resistere in modo non-violento alla schiacciante forza militare israeliana di occupazione.

Palestina News - voce di ISM (International Solidarity Movement) Italia http://www.ism-italia.org info@ism-italia.org

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Tribunale rabbinico condanna cantante a ricevere 39 frustate.

Dal sito web di arcoiris.tv, la lettera che segue ancora una volta sottolinea il doppio standard utilizzato dai politici e dai media di casa nostra, sempre pronti a mobilitarsi contro il fondamentalismo islamico, ma distratti e silenti quando si tratta di denunciare quello di matrice ebraica. In questo come nel caso dell’istigazione all’assassinio da parte di certi pii rabbini delle colonie.

“Tutta questa gente malvagia deve sparire da questo mondo… Dio deve colpirli con una peste”. Se pensate che un fondamentalista islamico abbia pronunciato questa frase, vi sbagliate (si tratta infatti di una invettiva scagliata contro i Palestinesi da un rabbino, leader spirituale dello Shas, n.d.r.).

In Israele è stato dato il sacro compito di “riportare gli ebrei alla religione”. Il fenomeno è così travolgente da allarmare gli israeliani secolarizzati da quando è giunto “il tempo di una ‘rivoluzione di fede’” a suon di fustigate (si attende la prima lapidazione pubblica).

Grande, indignata mobilitazione di media, partiti e politici in tutto l’Occidente per salvare una iraniana di nome Sakineh Ashtiani dalla lapidazione per adulterio. I media progressisti in prima linea contro l’oscurantismo. Giusto.

Ma nessuna indignata mobilitazione progressista si intravvede per il seguente fatto, avvenuto nella sola democrazia del Medio Oriente, e descritto dal Jerusalem Post.

Un cantante di nome Erez Yechiel ha subìto 39 nerbate da un tribunale rabbinico auto-costituitosi. La sua colpa: aver cantato davanti a un pubblico misto di uomini e donne. Il tribunale era composto da rabbini del gruppo Shofar,che si è dato il sacro compito di “riportare gli ebrei alla religione” (hazara betshuva). Il gruppo Shofar si dedica con zelo speciale a combattere gli spettacoli in cui donne e uomini ballano assieme.

Ibrahim Ashur, Haifa

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giovedì, settembre 16, 2010

Arresti arbitrari, maltrattamenti e torture: il trattamento riservato da Israele ai ragazzi palestinesi.

Il 10 giugno di quest’anno, due ragazzi palestinesi di 16 anni sono stati arrestati dai soldati dell’esercito israeliano perché sospettati di aver appiccato un incendio nei pressi di un insediamento colonico.

Il 1° luglio, dopo 22 giorni trascorsi in centri di interrogatorio e detenzione israeliani, i due sono stati rilasciati senza alcuna accusa. I giovani sono stati tenuti in isolamento per sei giorni in territorio israeliano, dove sono stati interrogati dagli aguzzini tristemente noti dello Shin Bet.

Quella che segue è la storia di uno di loro, M. M.

Ero in salotto con i miei figli giovedì sera, 1° luglio, quando mio marito Ibrahim è entrato e ha detto che M. M. era stato rilasciato dal carcere”, ricorda la madre di M. M., Khadra. In un primo momento, Khadra non sapeva e credere al marito e gli disse di non scherzare su M. M., “ma lui sorrise e mi disse che non stava scherzando. Mi raccontò che aveva ricevuto una telefonata da M. M., che era stato accompagnato e rilasciato dai soldati al checkpoint Azzun. Io non riuscivo a crederci e cominciai a piangere dalla gioia. Era un fatto del tutto inaspettato”.

Tre settimane prima, M. M. era stato svegliato alle 2:00 del mattino da qualcuno che gridava “esercito, esercito” in ebraico. ”A quel punto ho capito che i soldati israeliani erano venuti a casa nostra, che è la casa del villaggio più vicina all’insediamento di Yizhar, che è costruito sulla terra sottratta al nostro villaggio”, ricorda M. M.

M. M. e la sua famiglia uscirono di casa e, dopo una breve discussione, le mani di M. M. vennero legate con delle fascette di plastica ed egli venne bendato. M. M. era terrorizzato e iniziò a piangere. “Non avere paura, sii uomo e smetti di piangere”, gridò suo padre, e M. M. smise di piangere.

M. M. e il suo amico, F. A., dapprima furono portati nei centri di interrogatorio e detenzione di Huwwara e di Salem, nel nord della West Bank, dove furono detenuti per circa otto giorni e portati brevemente dinanzi a un tribunale militare. Durante questo periodo, M. M. venne interrogato da un uomo che si faceva chiamare 'Jihad', che lo accusò di aver appiccato un incendio che dal villaggio si era propagato fin sulla collina e aveva minacciato l’insediamento di Yizhar. Mi accusò di aver appiccato l’incendio e minacciò di torturarmi con le scosse elettriche se non avessi confessato quello che voleva che io confessassi” ricorda M. M. Anche il suo amico F. A. venne minacciato allo stesso modo, ma gli fu anche detto “se non confessi, ti accuseremo di avere un fucile da caccia e ti arresteremo per il suo possesso e per lancio di sassi”. M. M. ricorda anche di aver firmato alcune carte, ma senza conoscerne il contenuto.

Il 17 giugno i ragazzi furono condotti dinanzi al tribunale militare di Salem e la loro detenzione venne prorogata di altri otto giorni. I loro genitori erano presenti in tribunale, ma i soldati impedirono loro di parlare. Il 21 giugno, vennero alcuni soldati, ammanettarono i ragazzi e gli incatenarono i piedi prima di trasferirli a Petah Tikva, un carcere e centro di interrogatorio all'interno di Israele, situato nei pressi di Tel Aviv. Il trasferimento dei ragazzi al di fuori dei Territori Palestinesi Occupati e all’interno di Israele è in contrasto con l'articolo 76 della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta tali trasferimenti. Al suo arrivo a Petah Tikva, M. M. venne nuovamente interrogato da un uomo che si faceva chiamare 'Nirva' o 'Durva'. “Chi ha appiccato il fuoco sulla montagna?” ricorda che gli venne chiesto. “Non io” rispose M. M., “ero a scuola a sostenere un esame e dopo sono andato con i miei amici a comprare qualcosa da mangiare e non sapevo nulla dell’incendio”. Il fatto che M. M. era a scuola a sostenere un esame quando scoppiò l’incendio è confermato da sua madre.

Entrambi i ragazzi furono condotti davanti a un tribunale militare a Petah Tikva in altre due occasioni (23 e 30 giugno), affinché il loro fermo venisse prorogato da un giudice del tribunale militare. In queste due occasioni i ragazzi vennero assistiti da un avvocato, ma i loro genitori non furono presenti in quanto non potevano viaggiare all'interno di Israele senza un permesso speciale, difficile da ottenere. Le famiglie erano in costante contatto con l’avvocato dei ragazzi, che li teneva aggiornati sulla loro situazione. “Durante tutte le tre settimane l'avvocato ci portò cattive notizie”, ricorda Khadra, “ci disse che la Corte aveva prove segrete contro M. M. e che le cose non sembravano mettersi bene. Ci disse che non c'è nulla che un avvocato possa fare quando la Corte si basa su elementi di prova segreti. Non riuscii a dormire per due giorni quando lo sentii. Sembrava come se una nube nera fosse scesa sopra di me”.

E' stato mentre erano a Petah Tikva che entrambi i ragazzi sono stati posti in isolamento per sei giorni.Mi ha raccontato che il sesto giorno d’isolamento cominciò a battere sulla porta e ad urlare e gridare, chiedendo alle guardie di riportarlo nella cella con gli altri detenuti”, ricorda Khadra, che descrive M. M. come un ragazzo molto socievole, sempre circondato da bambini della sua età e più piccoli. “Le guardie gli gridarono contro, lo maledissero e non mostrarono alcuna compassione. E’ stato da solo per sei giorni, senza vedere nessuno e senza parlare con nessuno. Si trovava in una piccola stanza con un materasso sul pavimento e due coperte. Non aveva un cuscino. La cella non aveva nemmeno una finestra e lui non riusciva a distinguere se fosse giorno o notte. Le guardie tenevano le luci accese per tutto il tempo e lui aveva difficoltà ad addormentarsi. Mi ha raccontato di aver appeso le mutande sulla lampadina per rendere la luce più fioca e potersi addormentare. Gli diedero degli abiti da carcerato che erano troppo grandi per lui, e i pantaloni gli cadevano. Non aveva idea da quanto tempo stesse lì e solo quello gli faceva perdere la testa”.

Il calvario della detenzione di M. M. era difficile da sopportare per sua madre. “Piangevo soprattutto quando vedevo i suoi amici che facevano volare gli aquiloni nel pezzo di terra vuoto dietro la casa senza di lui. Sapevo che M. M. era innocente, ma sapevo anche che non sarebbe stato meno di un calvario per lui. Rimproverai me stessa per non aver parlato con lui della prigione, per essere sicura che non confessasse nulla che non avesse fatto”, dice Khadra. Secondo M. M. i ragazzi pensarono di confessare perché non ne potevano più, ma poiché non erano coinvolti nell’incendio, non sapevano che storia raccontare.

Il 1 ° luglio 2010, senza alcun preavviso, i soldati israeliani hanno rilasciato i due ragazzi ad un checkpoint lontano da casa alle 8:30 della sera dicendo loro “andate a casa”. 'Non riuscivo a credere che fosse stato rilasciato” ricorda Khadra “ma non è più lo stesso ragazzo di prima, è molto cambiato. Trascorre ore da solo, con lo sguardo fisso e senza far nulla. Non mangia con noi e passa molto tempo a dormire. Ascolta le canzoni del carcere per adulti Mi spezza il cuore e non so cosa fare. Vorrei comprargli una capra, credo che gli piacerebbe. Cercherò di trovare i soldi per acquistare una o due capre. Farò qualsiasi cosa per rendere M. M. di nuovo felice”.

Ogni anno, circa 700 minori palestinesi vengono arrestati, interrogati, processati e detenuti dal sistema giudiziario militare israeliano. I ragazzi vengono interrogati in assenza di un avvocato e dei membri della famiglia, e gli interrogatori non vengono registrati audio-visivamente come forma di controllo contro gli abusi. Resoconti di maltrattamenti e, in alcuni casi, di torture sono comuni, e la stragrande maggioranza dei ragazzi confessa durante gli interrogatori.

Nell’indifferenza della pubblica opinione e dei media israeliani (con la lodevole eccezione di Ha’aretz) e, ancor più (figuriamoci!), di quelli di casa nostra.

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lunedì, settembre 13, 2010

L'esercito israeliano uccide un terrorista ... novantenne!

Nel corso dell’inesausta lotta contro le forze del male e del terrore, domenica pomeriggio i soldati dell’esercito israeliano hanno scoperto una cellula terroristica palestinese che si avvicinava al confine tra Gaza e Israele, nei pressi di Beit Hanoun. Immediata la reazione, una cannonata di un tank israeliano che ha ucciso ben tre terroristi.

I Palestinesi, in realtà, sostengono che gli uccisi erano tutti e tre civili disarmati, il 90enne Ibrahim Abu-Asad, suo nipote Hussam, di 14 anni, e il 20enne Ismail Abu Uda; in aggiunta, altri tre nipoti di Ibrahim Abu-Asad sono rimasti feriti.

Un crimine di guerra, l'ennesimo assassinio di tre civili innocenti? Macché, si tratta piuttosto dell’ennesima, clamorosa menzogna di marca palestinese. La realtà è che i Palestinesi sono capaci di tutto, persino di arruolare tra le fila del terrorismo i ragazzini e i loro nonni novantenni. Magari armati di bastone…

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sabato, settembre 04, 2010

La Palestina non è in vendita!

La Rete della Comunità Palestinese negli Stati Uniti invita tutte le organizzazioni, le associazioni e i gruppi della comunità palestinese e araba, così come le organizzazioni di solidarietà e i singoli, a firmare la dichiarazione sotto riportata (qui il link in lingua araba) che boccia la ripresa dei negoziati diretti in corso, a partire da giovedì scorso, tra il Presidente dell'Autorità palestinese Mahmoud Abbas e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, negoziati condotti da un’Autorità palestinese priva di legittimazione popolare, negoziati che non hanno alcun senso mentre il popolo palestinese continua a soffrire del razzismo strutturale e delle violenze inflitte quotidianamente da Israele, negoziati che servono soltanto ad Israele per guadagnare tempo mentre continua l’espansione delle colonie e la sottrazione di terre e risorse naturali ai legittimi proprietari palestinesi.

Dichiarazione che condivido nella sua totalità.

Noi, le sottoscritte organizzazioni e singoli individui, dichiariamo il nostro impegno in favore della causa e del popolo palestinese - una terra, un popolo, una causa. Il nostro popolo, in Cisgiordania e a Gaza, sofferente ma determinato sotto assedio e sotto occupazione, il nostro popolo nella Palestina del 1948, che affronta il razzismo, la pulizia etnica e la repressione politica, e il nostro popolo nei campi profughi e nella diaspora in tutto il mondo, in lotta per tornare a casa e liberare la propria patria, meritano una leadership che difenda i loro diritti inalienabili, che riceva la sua legittimazione dal sostegno popolare, e sostenga la liberazione della sua terra e del suo popolo come il più alto obiettivo nazionale. Noi meritiamo una leadership che difenda i nostri diritti collettivi. Come tali, noi respingiamo i negoziati diretti in corso a Washington, DC dal 2 settembre 2010, che fanno da scudo ad Israele mentre continua il suo progetto coloniale e di apartheid. Condurre negoziati in queste attuali condizioni, senza la necessaria pressione ed alcun termine di riferimento, equivalgono a barattare le città palestinesi in contrasto con la difesa dei diritti collettivi e con quanto noi sosteniamo: la Palestina non è in vendita!

Questi negoziati diretti non sono mai stati utili agli interessi dei Palestinesi, che, secondo le condizioni del processo di pace, sono stati costretti ad una ulteriore repressione poliziesca del nostro stesso popolo, che già soffre sotto il giogo dell'occupazione, in cambio solo di un peggioramento delle condizioni.

In effetti, gli ultimi 17 anni degli accordi di Oslo hanno visto il continuo incarceramento per motivi di coscienza, l’espansione degli insediamenti, la pulizia etnica e il razzismo contro il nostro popolo, mentre le nostre istituzioni nazionali e il movimento di liberazione sono stati sistematicamente smantellati e sostituiti con una Autorità il cui obiettivo primario è quello di soddisfare le pretese dell’Occupante, in un tentativo donchisciottesco di creare uno stato senza sovranità. L'Autorità palestinese dovrebbe unirsi alle voci montanti e al crescente movimento che condanna l’intransigente rifiuto del diritto internazionale da parte di Netanyahu. Mentre il movimento di solidarietà internazionale con la Palestina è in costante crescita, mentre le notizie sull’isolamento internazionale di Israele, incluso il nascente movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, si moltiplicano ogni giorno, mentre la coscienza del mondo domanda giustizia, accertamento delle responsabilità e il perseguimento internazionale dei crimini di guerra israeliani, l'Autorità palestinese ha scelto invece di fornire una copertura all’occupazione israeliana e al suo intollerabile e spietato razzismo, abbandonando persino l’appiglio di un "congelamento degli insediamenti", e procedendo a negoziati diretti mentre l'occupante commette quotidianamente crimini contro il popolo palestinese.

Purtroppo, l'Autorità palestinese è essa stessa una creatura di questi negoziati. La stragrande maggioranza del popolo palestinese, in Palestina e in esilio, chiede il pieno riconoscimento dei propri diritti nazionali, in particolare il diritto dei rifugiati al ritorno alle loro case, terre e proprietà originarie. Quando l'Autorità palestinese negozia i nostri diritti inalienabili e li mette sul tavolo per essere sfregiati dall’occupante , dobbiamo essere uditi, in maniera forte e chiara, per dire che questa Autorità non rappresenta i Palestinesi e non le sarà consentito di vendere la nostra causa e il nostro popolo in nostro nome.

Come Palestinesi che vivono negli Stati Uniti, è anche chiaro che l'amministrazione Obama non ha nulla di nuovo da offrire al popolo palestinese. L'amministrazione americana continua ad occupare l'Iraq e l'Afghanistan e minaccia la regione con ulteriori guerre e occupazioni. Essa fornisce aiuti e mantiene rapporti commerciali con regimi arabi dispotici che, con il supporto degli Stati Uniti, possono permettersi di reprimere i diritti collettivi delle popolazioni arabe. Inoltre, essa fornisce annualmente miliardi di dollari in aiuti militari ed economici ad Israele, e un sostegno politico e diplomatico illimitato all'occupante, senza tener conto delle sue violazioni del diritto internazionale e della annunciata politica estera degli Stati Uniti. Noi non siamo convinti dalle "assicurazioni" degli Stati Uniti, quando le azioni del governo degli Stati Uniti ad oggi non hanno assicurato altro al popolo palestinese che una continua occupazione e l'impunità per i crimini di guerra israeliani.

Oggi, affermiamo, questi negoziati diretti rappresentano solo una minaccia per la nostra gente. Come Palestinesi che vivono negli Stati Uniti, non troviamo alcuna voce che possa essere ascoltata in questa sede - non l'amministrazione Usa e non l'Autorità palestinese - che rappresenti la nostra gente, i nostri diritti, i nostri sogni e la nostra causa. Questi negoziati sono una farsa e sono destinati al fallimento - ma peggio di ciò, sono una copertura per i crimini in corso. Essi abbandonano ogni e qualsiasi pretesa di legittimità internazionale, facendo affidamento sulla benevolenza dell’alleanza Usa/Israele, e mettono in vendita i nostri diritti fondamentali - in particolare il diritto al ritorno. Non permetteremo che questo accada. L'Autorità palestinese e Mahmoud Abbas non ci rappresentano, e questi negoziati sono illegittimi e inaccettabili.

Piuttosto, noi chiediamo il sostegno internazionale per il nostro popolo, non un "processo di pace" che perpetua la nostra espropriazione e il nostro allontanamento e fornisce una copertura per l'occupante. L’isolamento internazionale di Israele, le campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, il perseguimento internazionale dei criminali di guerra israeliani sono necessari, in quanto costituiscono un chiaro sostegno per i nostri diritti, compreso il diritto di resistere all'occupazione, il diritto alla autodeterminazione e il diritto al ritorno in patria - la chiave della nostra causa. Come è accaduto con tutti i regimi ingiusti e illegittimi che hanno agito per liquidare la causa palestinese, questi negoziati e l'Autorità che vi addiviene falliranno a fronte dell’impegno risoluto per la giustizia. Le nostre voci devono essere udite adesso per garantire che questo avvenga.

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