lunedì, dicembre 27, 2010

Per non abbandonare Gaza, per non dimenticare i crimini israeliani!

Torino, 27 dicembre 2010

ore 16.00 – 18.30


in piazza Castello angolo via Garibaldi


presidio


PER NON DIMENTICARE I CRIMINI ISRAELIANI!



Il 27 dicembre 2010, nel momento in cui gli studenti palestinesi uscivano dalle loro scuole, l'esercito israeliano scatenava l'operazione Cast Lead (Piombo Fuso). Fino al 18 gennaio uno degli eserciti più potenti del mondo ha ucciso e ferito civili, ha distrutto numerose infrastrutture civili, comprese sedi delle Nazioni Unite. La verità è contenuta in un rapporto di circa 600 pagine, predisposto da una missione istituita dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, missione presieduta da Richard Goldstone, ex-giudice della Corte Costituzionale del Sud Africa. Il porto denuncia i crimini israeliani e inchioda il governo e l'esercito israeliano alle loro responsabilità. Ma i politici e i media, italiani e internazionali, ignorano queste notizie.



Il 31 maggio 2010 l'esercito israeliano ha attaccato in acque internazionali la Mavi Marmara, una nave diretta verso Gaza perrompere l'assedio di 1.500.000 palestinesi, iniziato nel 2006 dopo le elezioni democraticamente vinte dal partito Change and Reform (Hamas).



Sono seguiti anche in questo caso rapporti, denunce, prese di posizione e condanne dell'attacco israeliano, da parte di governi e di istituzioni internazionali. Ma l'immunità e l'impunità delle quali gode Israele, dal momento della sua costituzione, per la complicità criminale dei governi occidentali, non è stata scalfita.



BOICOTTA ISRAELE!


NON DIMENTICARE



la pulizia etnica della Palestina,

il genocidio in corso nella Striscia di Gaza,

il politicidio del popolo palestinese.


La guerra israeliana contro il Libano del 1982,

il massacro di Sabra e Chatila.

Le guerre israeliane contro i popoli arabi.

La demolizione delle case e lo sradicamento degli ulivi, l'assassinio di attivisti internazionali.


La guerra israeliana contro il Libano del 2006.

L'operazione Piombo Fuso contro la popolazione civile della Striscia di Gaza, dic 2008 – gen 2009 - 1414 palestinesi uccisi.


L'arsenale nucleare israeliano.


L'attacco contro la Mavi Marmara,

31 maggio 2010 - 9 attivisti turchi uccisi.

Gli assassini e i ferimenti quotidiani di civili,

il Muro dell'Apartheid.



La complicità e il sostegno dei governi occidentali,del governo italiano e dei governi arabi “moderati”ai criminali di guerra israeliani.


BOICOTTA ISRAELE!


Assemblea Free Palestine - Torino 27 dicembre 2010.




* * * * * * * * * * *


Lunedì 27 dicembre


nel secondo anniversario del bombardamento sulla popolazione di Gaza


scendiamo in piazza per la Palestina!



Ore 18:00 Roma, Piazza del Campidoglio


fiaccole e candele per ricordare le 1.417 vittime dell'operazione piombo fuso

per la libertà di manifestare per la Palestina a Roma e nel mondo


Ore 20:00 Piazza Navona


foto, video, info
Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese

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giovedì, dicembre 23, 2010

Un appello per impedire l'espulsione di un Palestinese dalla sua città, Gerusalemme!



Provate un momento ad immaginare cosa si prova ad essere espulsi dalla propria città, la città in cui siete nati e in cui siete cresciuti, la città dove vi siete sposati e state facendo crescere i vostri quattro figli, la città dove avete sempre vissuto.

L’orribile editto dell’espulsione è stato emanato dalle autorità israeliane contro Adnan Gheith, un attivista politico palestinese. Le autorità israeliane, infatti, gli hanno notificato il loro intendimento di bandirlo per quattro mesi da Gerusalemme, la sua città.

Il suo crimine? Nel video qui sopra è lo stesso Adnan che lo spiega: “La ragione è che sono perseguitato dalle forze di sicurezza israeliane: mi sono opposto apertamente alla politica della demolizione delle case, mi sono opposto alla politica dell’arresto dei bambini, e alla politica di rimpiazzare i residenti arabi di Gerusalemme con i coloni”.

Adnan risiede nello storico quartiere palestinese di Silwan. Egli è membro del Comitato del Quartiere di al-Bustan, una organizzazione nata con lo scopo di combattere i piani israeliani che mirano ad incrementare le demolizioni delle case palestinesi,

Il quartiere di Silwan è in questi ultimi mesi il teatro di una aspra contesa tra i residenti palestinesi e le autorità israeliane, che vorrebbero demolire le abitazioni ivi esistenti per far posto ad un “parco biblico” (vedi mappa). In questo contesto, è da segnalare la vergognosa pratica israeliana di arrestare (e in alcuni casi di torturare) numerosi bambini del quartiere, 23 soltanto nel periodo ottobre-novembre 2010, cosa che ha addirittura spinto 60 illustri personalità israeliane ad inviare una lettera aperta al primo ministro e ad altre autorità israeliane per denunciare tali abusi (cfr. UNOCHA, The Humanitarian Monitor, novembre 2010).

L’ordine di espulsione di Adnan, legato alle sue battaglie per il rispetto dei diritti umani dei Palestinesi, è dunque politicamente motivato ed assolutamente arbitrario. Adnan, tra l’altro, non è stato in grado nemmeno di difendersi, stante il fatto che contro di lui non è stata presentata alcuna prova o mossa alcuna precisa accusa, solo gli usuali "motivi di sicurezza" basati su "file segreti".

Con la sua espulsione, le autorità israeliane stanno tentando di usare una nuova e pericolosa tattica per reprimere il legittimo diritto dei residenti di protestare pacificamente. Alcuni giorni dopo che gli era stato notificato l’imminente provvedimento di espulsione, ad Adnan è stato persino proibito di partecipare ad una conferenza con un diplomatico estero, nonché di apparire in una qualsiasi conferenza stampa.

L’esilio di Adnan e il soffocamento della sua libertà di espressione sono parte di un più ampio piano tendente alla giudaizzazione del quartiere di Silwan a danno dei Palestinesi che ivi risiedono. In questi ultimi anni, la municipalità di Gerusalemme, in aperta combutta con varie organizzazioni di coloni, ha intensificato oltremodo la politica di demolizione delle case dei Palestinesi del quartiere.

Adnan paga il fatto di essersi apertamente schierato contro questa politica., ed ora ha bisogno di tutto il supporto che possiamo offrirgli per restare a Gerusalemme e continuare la sua lotta. Secondo le sue parole: “Da parte mia, combatterò e resisterò con tutti i mezzi legali possibili per restare a Gerusalemme. E’ dovere degli organismi internazionali, della comunità internazionale, e delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani affrontare una questione così eccezionalmente pericolosa”.

Diamo un segnale concreto di sostegno alla causa di Adnan Gheith, inviando una email di protesta al Dipartimento di Stato Usa per denunciare un provvedimento immorale e antidemocratico, indegno del paese civile che Israele pretenderebbe di essere.

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mercoledì, dicembre 22, 2010

La "guerra ombra" contro l'Iran.

In uno dei tanti dispacci diplomatici Usa resi noti da Wikileaks, venivano citate le affermazioni del ministro della difesa israeliano Ehud Barak, secondo il quale un attacco militare contro le strutture nucleari iraniane sarebbe stato possibile entro il 2010, finestra oltre la quale un’azione di tipo militare avrebbe comportato “inaccettabili danni collaterali”.

Ormai tramontata l’opzione bellica, la guerra al programma nucleare iraniano viene ora condotta con altri mezzi, segnatamente l’eliminazione fisica degli scienziati iraniani e gli attacchi virali contro il sistema informatico che gestisce le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio.

Secondo l’interessante articolo di Newsweek che segue, proposto nella traduzione di
Medarabnews, dietro queste operazioni sotto copertura potrebbero celarsi gli Stati Uniti ed Israele, e chi altri? Qualcuno sicuramente applaudirà a questo genere di operazioni, qualcun altro potrebbe anche ricordare che commettere assassinii a sangue freddo in territorio straniero è uno degli elementi che vale a identificare uno “stato-canaglia”.

La guerra ombra.
20.12.2010

Le operazioni sotto copertura che prendono di mira il programma nucleare iraniano sono improvvisamente venute alla luce il 29 novembre, con violenza esplosiva e implicazioni mozzafiato per il futuro delle moderne strategie di guerra.

In quel lunedì mattina, l’alba era appena sorta su una Teheran indaffarata e così profondamente avvolta nello smog che molti pendolari indossavano maschere di protezione contro i fumi e le polveri nell’aria. Su Via Artesh, tra blocchi residenziali nuovi o non ancora terminati, il fisico nucleare Majid Shahriari si stava facendo strada nel traffico dell’ora di punta con la moglie e la guardia del corpo nella sua berlina Peugeot. Una motocicletta si è fermata accanto all’auto dello scienziato. Fin qui niente di straordinario. Ma poi l’uomo sulla moto ha attaccato qualcosa sulla parte esterna della portiera e si è allontanato a gran velocità. Quando la bomba fissata magneticamente è esplosa, il suo scoppio concentrato ha ucciso Shahriari all’istante. Ha anche ferito gli altri passeggeri nella macchina, risparmiando però le loro vite. Un colpo pulito.

Solo pochi minuti dopo, e a pochi chilometri di distanza, in un verdeggiante quartiere ai piedi dei monti Elburz, ancora una volta una moto si è affiancata alla vettura di un altro scienziato, Fereydoun Abbasi Davani. Membro di vecchia data della Guardia Rivoluzionaria iraniana, Abbasi Davani era stato nominato specificamente in una risoluzione delle Nazioni Unite sulle sanzioni come “coinvolto in attività legate a missili nucleari e balistici”. Afferrando quello che stava per accadere, egli ha fermato la macchina, è saltato fuori, ed è riuscito a mettere sua moglie al sicuro prima che la bomba esplodesse.

Quella stessa mattina, in Israele, dove molti considerano il programma nucleare iraniano una minaccia per l’esistenza stessa dello Stato ebraico, nessuno ha celebrato pubblicamente gli attentati di Teheran. Nessuno ne ha rivendicato la responsabilità. Ma nessuno l’ha nemmeno negata. Quando tutto questo è accaduto, era la mattina in cui il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva annunciato che Meir Dagan avrebbe presentato le dimissioni dopo aver diretto per otto anni il Mossad e le sue operazioni segrete contro l’Iran. Sotto una foto della Peugeot completamente perforata di Shahriari, un tabloid israeliano ha titolato: “L’ultimo colpo di Dagan?”.

Ma quel lungo giorno di una guerra oscura non era ancora finito. A Teheran quel lunedì pomeriggio, ad una conferenza stampa che era stata rinviata per due ore, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha detto ai giornalisti che vi era “senza alcun dubbio la mano del regime sionista e dei governi occidentali” dietro gli attentati contro i due scienziati. Poi, per la prima volta, Ahmadinejad ha ammesso qualcosa che il suo governo aveva cercato di negare fino a quel momento: le centrifughe ad alta velocità utilizzate per arricchire l’uranio allo scopo di impiegarlo come combustibile nei reattori nucleari, o eventualmente a fini bellici, erano state danneggiate da un attacco cibernetico. I nemici dell’Iran – egli non ha specificato quali – erano “riusciti a creare problemi a un numero limitato delle nostre centrifughe, attraverso del software che essi hanno installato su dispositivi elettronici”. Ahmadinejad ha assicurato alla stampa che ci si stava occupando del problema. “Essi non sono in grado di ripetere simili azioni”, ha dichiarato. Eppure solo pochi giorni prima, alti funzionari iraniani avevano dichiarato che non vi era del tutto alcun problema.

Raramente una guerra segreta è stata così evidente, ma altrettanto raramente i fatti che la riguardano sono stati così confusi. In questi giorni, le teorie della cospirazione gravano su Teheran pesanti come lo smog: alcuni riformisti iraniani che si oppongono ad Ahmadinejad hanno perfino suggerito che i due scienziati presi di mira a novembre – così come un altro, Masoud Ali Mohammadi, ucciso dall’esplosione di una moto lo scorso gennaio – sarebbero stati attaccati dal regime stesso, perché vi erano sospetti sulla loro lealtà. Tutti avrebbero simpatizzato in qualche misura per il Movimento Verde di opposizione. Sia Mohammadi che Shahriari avevano partecipato ad almeno una riunione del SESAME, un’organizzazione di ricerca legata alle Nazioni Unite con sede in Giordania, dove erano presenti israeliani, arabi e iraniani. “Agli occhi della Guardia Rivoluzionaria, chiunque è una potenziale spia”, sostiene un ex funzionario dell’intelligence iraniana, che ha chiesto di rimanere anonimo per evitare probabili punizioni in Iran. “O sei dedito al sistema al 100%, o sei un nemico”.

Dunque, chi è stato? Le speculazioni stesse fanno parte della partita psicologica giocata da vari governi contro l’Iran, e in qualche misura gli uni contro gli altri. In quello che le spie della Guerra Fredda avrebbero definito un “deserto di specchi”, diversi servizi di intelligence potrebbero prendersi il merito – con una strizzatina d’occhio e un cenno del capo – per cose che non hanno fatto, negando invece ciò che in realtà hanno fatto. I nemici dell’Iran possono rallegrarsi, almeno per ora, dei timori suscitati dall’incertezza.

Quello che possiamo dedurre dalle limitate prove che sono emerse finora, secondo l’ex consigliere della Casa Bianca sull’antiterrorismo e la guerra informatica Richard Clarke, è che almeno due paesi hanno condotto simultaneamente operazioni contro l’Iran, e non necessariamente in stretto coordinamento. Uno dei due ha probabilmente portato a termine gli attentati, l’altro ha creato e in qualche modo infiltrato il “worm” altamente sofisticato Stuxnet nei computer del programma nucleare iraniano. In un’intervista, Clarke, che ora gestisce una società di consulenza sulla sicurezza, ha suggerito con insistenza che Israele e gli Stati Uniti sono le probabili fonti degli attacchi. Altri analisti ipotizzano che anche la Francia, la Gran Bretagna, e specialmente la Germania, sede della Siemens che ha prodotto il software e alcuni dei componenti hardware che sono stati attaccati dal worm Stuxnet, potrebbero essere coinvolte (un portavoce di Siemens afferma che l’azienda non fa più affari con l’Iran).

Storicamente, le operazioni sotto copertura di Israele hanno solitamente privilegiato il ricorso alla violenza. In fatto di uccisioni strategiche, il Mossad ha una tradizione cinquantennale di “omicidi mirati”, spesso avendo eliminato scienziati che avevano cercato di aiutare i suoi nemici a sviluppare armi di distruzione di massa. Il Mossad ha colpito in tutto il Medio Oriente e in tutt’Europa. L’Iran lo sa bene: fonti dell’intelligence israeliana che hanno rifiutano di essere citate, cautamente suggeriscono che la Guardia Rivoluzionaria iraniana sarebbe così convinta che sia stato il Mossad a pianificare gli omicidi, che i suoi responsabili stanno prendendo misure estreme per proteggere l’uomo considerato il prossimo della lista: Mohsen Fakhrizadeh, un professore di fisica nucleare che gli israeliani a volte chiamano “il dottor Stranamore iraniano”. Gli israeliani ritengono che egli stia dirigendo un programma segreto di armi nucleari che sarebbe distinto dalle operazioni di arricchimento dell’uranio pubblicamente conosciute a Natanz e altrove, che sono aperte agli ispettori delle Nazioni Unite. (La posizione ufficiale del governo iraniano è che tutta la sua ricerca nucleare ed il suo arricchimento dell’uranio sono puramente a scopo pacifico).

Il vero danno al programma nucleare iraniano, tuttavia, è stato arrecato da Stuxnet – il worm più sofisticato mai rilevato e analizzato, che colpisce l’hardware così come il software, un esempio delle armi informatiche segrete del futuro. “Stuxnet è l’inizio di una nuova era”, dice Stewart Baker, ex consigliere generale dell’americana National Security Agency. “E’ la prima volta che abbiamo effettivamente visto un’arma creata da uno stato raggiungere un obiettivo che altrimenti avrebbe richiesto l’uso di molti missili cruise per essere conseguito”.

Secondo i dati elaborati da David Albright dell’ Institute for Science and International Security, un think-tank di Washington che segue da vicino il programma iraniano, Teheran ha avuto grossi problemi a mettere in funzione nuove centrifughe per tutto il 2009. Le prime 4.000 già installate presso l’impianto di Natanz hanno continuato a girare, ma le successive 5.000 hanno subito ritardi. I problemi più gravi sono emersi in una serie di centrifughe conosciute come A-26, che l’Iran ha cominciato a installare alla fine del 2008 – più o meno all’epoca in cui Stuxnet ha iniziato la sua missione. Nella tarda estate del 2009, la metà delle centrifughe A-26 in funzione ha dovuto essere messa fuori servizio. Verso la fine di quest’anno – ha saputo Albright – altre 1.000 centrifughe semplicemente si sono rotte. Questo potrebbe essere il “numero limitato” a cui ha fatto riferimento Ahmadinejad.

Non tutti i guasti possono essere attribuiti a Stuxnet. Spie di Israele e probabilmente di altri paesi sono da tempo coinvolte nel sabotaggio di materiali e componenti high-tech per il programma nucleare iraniano, che Teheran ha dovuto acquistare sul mercato nero a causa delle sanzioni ONU. Nel lontano aprile 2007, Eli Levite, allora vicedirettore dell’Israeli Atomic Energy Commission, affermò a un forum a porte chiuse che “i nostri sforzi ci hanno fatto guadagnare tempo, e senza dubbio hanno causato notevoli ritardi nel progetto [nucleare iraniano]“. La soglia in corrispondenza della quale l’Iran potrà essere considerato un potenza nucleare vera e propria – che è il momento in cui Israele potrebbe lanciare un attacco militare per neutralizzare la minaccia, anche a costo di rischiare di trascinare gli Stati Uniti in una terza guerra musulmana – è ritardata da queste operazioni sotto copertura. E ciò potrebbe dare una possibilità alla diplomazia, anche se – come è successo due settimane fa a Ginevra – i colloqui con l’Iran sembrano progredire poco.

Alcune notizie della stampa suggeriscono che anche Stuxnet sarebbe un’arma israeliana. Tali notizie fanno allusione all’abilità di Tel Aviv nella scienza informatica, con particolare riferimento a quei gruppi segreti come Unit 8200, il leggendario reparto cibernetico dell’esercito israeliano. Queste notizie puntano il dito su certi codici di Stuxnet che potrebbero suggerire la data in cui fu giustiziato un importante uomo d’affari ebreo a Teheran nel 1979; o sul file “Myrtus”, un nome che potrebbe essere interpretato come un riferimento a Ester, la biblica regina ebraica di Persia che fermò un genocidio, e così via. Ma Clarke mette in guardia contro tali spiegazioni contorte. “Il ragionamento è che gli israeliani starebbero cercando di far sapere agli iraniani che sono stati loro – non così apertamente da permettere agli iraniani di affermarlo pubblicamente, ma in maniera sufficiente da far sì che gli iraniani lo sappiano”, dice. “State lontani da tutto questo”.

Ciò che è chiaro, dice Clarke, è che ci sono volute importanti risorse per sviluppare Stuxnet. Microsoft stima che la creazione del virus avrebbe probabilmente richiesto 10.000 giorni di lavoro (più di 27 anni) ad un singolo ingegnere informatico di alto livello. Diversamente dalla maggior parte dei worm e dei virus che devastano i computer, questo non è stato progettato per diffondersi in lungo e in largo, facendo danni ovunque si installi. E’ strutturato per colpire un insieme specifico di dispositivi fabbricati solo in Finlandia e in Iran, che vengono utilizzati per determinare la velocità con cui ruotano le centrifughe. Se tale velocità non è perfettamente modulata, le vibrazioni fanno rompere le macchine, come in effetti è accaduto. Secondo Eric Chien della società di antivirus Symantec che ha isolato Stuxnet come un filamento di DNA, tutte queste informazioni così incredibilmente complesse sono state inserite in Stuxnet prima ancora che esso infettasse il sistema iraniano. Clarke suggerisce che chi ha sviluppato Stuxnet probabilmente aveva lo stesso tipo di software e di centrifughe su cui eseguire i test. “E’ costoso,” dice. “Ci vogliono milioni di dollari”.

Siccome i computer del programma nucleare iraniano non sono connessi a Internet, il worm non avrebbe potuto infettarli tramite la rete. Si presume che esso sia stato installato tramite una chiavetta USB, a prescindere dal fatto che l’utente che l’ha utilizzata ne sia stato a conoscenza o meno: Stuxnet è stato progettato per non fare nulla ai computer che non sono collegati con i meccanismi di controllo che esso prende di mira. E poi, a seconda di dove si trovava, Stuxnet era probabilmente programmato per autodistruggersi. Secondo Chien, le diverse componenti del virus hanno meccanismi con “tempi di vita” diversi. Una chiavetta USB inserita in un computer appena infettato non può ospitare il worm per più di 21 giorni. Dopodiché scompare. Il worm è programmato per smettere di funzionare dopo il 1° giugno 2011sfruttando una particolare debolezza nel software di Microsoft, e il tempo di vita complessivo del worm scade nel giugno 2012.

Ma, in fin dei conti, perché perdere tempo con una data di scadenza? La risposta fornita da Clarke è talmente americano-centrica da sembrare quasi una confessione. “Tutto ciò mi suggerisce uno stato-nazione con una serie di avvocati impegnati a prendere in esame le azioni sotto copertura”, dice Clarke, il cui ultimo libro è ‘Cyber War: The Next Threat to National Security and What to Do About It’. “Finora non avevo mai visto o sentito parlare di un worm che ha limitato la sua diffusione”. Una spiegazione, ovviamente, è che i creatori del virus speravano che esso si sarebbe autodistrutto prima di essere scoperto. Un’altra possibile spiegazione, tuttavia, è che i creatori del virus e il loro governo speravano di limitare le loro responsabilità se fossero mai stati scoperti. Un ex alto funzionario dell’intelligence USA dubita che la CIA possa aver preso in considerazione un simile attacco. “I verdetti presidenziali applicabili che avevamo in questo campo non coprivano questo tipo di attività”, dice. Se gli Stati Uniti sono coinvolti – aggiunge – dev’essere stata un’operazione del Dipartimento della Difesa.

Chiunque sia dietro questo attacco cibernetico, il prossimo worm di questo genere – che potrebbe essere un adattamento dei codici Stuxnet ora ampiamente diffusi – potrebbe non essere così scrupoloso. (Immaginate cosa potrebbero farci gli anarchici che sostengono WikiLeaks. O gli iraniani). Come altre armi che hanno trasformato i campi di battaglia del secolo scorso, solo per poi diventare così diffuse da minacciare i loro stessi creatori, questo worm potrebbe rivelarsi un boomerang.

Christopher Dickey è direttore degli uffici di Parigi di Newsweek; si occupa di questioni europee, mediorientali e del Golfo Persico;
Babak Dehghanpisheh è direttore degli uffici di Baghdad di Newsweek dal dicembre 2006;
R. M. Schneiderman è un giornalista e scrittore residente a Manhattan; ha scritto per The Forward, United Press International, Newsweek, New York Times, ecc.

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giovedì, dicembre 16, 2010

Il mediatore fasullo.

Il conflitto israelo-palestinese è ancora in cerca di un suo “honest broker” che ne faciliti lo sbocco verso un accordo di pace equo e duraturo.

Non sono da considerarsi un mediatore “onesto” gli Stati Uniti, che ora hanno persino rinunciato a chiedere (rectius, a implorare) uno stop dei lavori di ampliamento delle colonie illegali nella West Bank.

Ma non è nemmeno tale un paese arabo come l’Egitto, più sensibile ai desiderata di Israele e degli Usa piuttosto che ai bisogni e ai diritti del popolo palestinese. Non è un caso che l’Egitto, dopo Israele è ovvio, sia il maggior beneficiario nell’area di trasferimenti monetari da parte degli Stati Uniti.

Tutto questo non è certo una novità, ma le recenti rivelazioni di Wikileaks e i dispacci diplomatici Usa che attestano la cooperazione di intelligence tra l’Egitto e Israele e l’odio di Mubarak verso Hamas appalesano al mondo questa ignobile realtà, e compromettono fortemente quel ruolo di mediatore che l’Egitto cercava di ritagliarsi in Medio Oriente.

Sull’argomento, nella traduzione fornita da Medarabnews, propongo l’articolo scritto da Abigail Hauslohner e apparso il 9 dicembre scorso sul sito web di Time Magazine.

Una parentesi: l’unico stato assolutamente non toccato dalle rivelazioni di Wikileaks è Israele. Ciò ha determinato l’irrefrenabile contentezza di Netanyahu (“se Wikileaks non ci fosse bisognerebbe inventarlo”), ma anche l’insorgere in taluni di dubbi e dietrologie su tale circostanza.

Ma è naturale che i dispacci diplomatici Usa non contengano nulla di negativo su Israele, vista la totale compenetrazione e coincidenza della politica estera israeliana e di quella statunitense nella regione, quali rivelazioni scomode sarebbero dovute scaturire dai dispacci diplomatici americani?

Il diluvio di cablogrammi diplomatici riservati degli Stati Uniti rilasciati a partire da domenica 28 novembre da WikiLeaks rischia di compromettere ulteriormente il già discutibile ruolo dell’Egitto quale mediatore neutrale tra le due fazioni palestinesi, di mettere in imbarazzo gli Stati Uniti con uno dei suoi principali alleati mediorientali, e di esporre l’autocratico regime di Hosni Mubarak ad ulteriori critiche dopo elezioni parlamentari segnate da molteplici denunce di brogli e abusi elettorali.

Per il Cairo, l’interesse del paese rivolto alle elezioni avvenute proprio nel giorno delle prime pubblicazioni di WikiLeaks potrebbe servire a distrarre l’opinione pubblica per il momento. I quotidiani egiziani di lunedì hanno dedicato un po’ di spazio ai cablogrammi, tuttavia si sono concentrati sulle rivelazioni riguardanti i loro vicini ed altri paesi – ma non l’Egitto. Nel frattempo un portavoce del Ministero degli Esteri si è rifiutato di rilasciare commenti riguardo all’impatto dei documenti – sostenendo che non era informato degli eventi e che si trovava in Libia. Ma gli analisti dicono che sia inevitabile che i dettagli sull’intransigenza della posizione egiziana nei confronti di Hamas, e sulla stretta collaborazione del Cairo con Israele, forniscano nuovi argomenti al più grande gruppo di opposizione in Egitto, i Fratelli Musulmani, i quali hanno subito una dura sconfitta nelle elezioni dello scorso fine settimana.

Uno degli argomenti più forti dei Fratelli Musulmani contro l’impopolare regime di Mubarak è la presunta vicinanza di quest’ultimo a Israele – un vicino ancora largamente malvisto dalla maggioranza degli Egiziani. A seguito della rivelazione dei dispacci diplomatici, l’Egitto dovrà ora rendere conto di nuovi dettagli che riguardano la sua cooperazione con lo Stato ebraico e il suo ruolo di mediatore per la pace. “Credo che la cosa più importante sia il nesso che esiste tra questi documenti che spiegano tutto, e l’imbavagliamento della democrazia e dei Fratelli Musulmani”, dice Essam al-Erian, un membro dell’ufficio direttivo della Fratellanza. “Se in Egitto ci fosse una democrazia e i Fratelli Musulmani diventassero più forti, questo minaccerebbe il buon rapporto che c’è tra l’Egitto gli Israeliani”.

La Fratellanza ora ha una miniera di informazioni a cui attingere. Per esempio, una comunicazione del febbraio 2009 a firma di Margaret Scobey, l’ambasciatrice statunitense al Cairo, e diretta al Segretario di Stato Hillary Clinton, descrive una condivisione di informazioni di intelligence fra l’Egitto e Israele che rischia di aggiungere ulteriore credito alle accuse secondo cui la cooperazione fra i due Stati avrebbe portato all’attacco a Gaza avvenuto il mese prima — un’accusa veementemente negata dall’Egitto. Potenzialmente ancora più incriminante è un comunicato dell’ambasciata americana di Tel Aviv risalente al gennaio 2009, che rivela che l’Egitto era stato consultato riguardo agli attacchi aerei e terrestri di Israele a Gaza prima dell’aggressione.

Quello che dovrebbe preoccupare di più il governo egiziano, però, è il colpo subito come mediatore regionale per la pace. Per anni il governo Mubarak si è presentato come l’unico attore diplomatico capace di ricucire la spaccatura del 2007 fra le due fazioni palestinesi Fatah e Hamas, la quale aveva lasciato a Hamas il controllo di Gaza e a Fatah quello della West Bank. I Palestinesi ritengono che la riconciliazione fra le due fazioni sia un requisito necessario per il successo di qualsiasi accordo di pace con Israele, ma molti accusano l’Egitto di essere un mediatore di parte e quindi inadatto al ruolo. I documenti rivelati lasciano ora pochi dubbi sulla posizione egiziana.

“Mubarak odia Hamas e lo considera alla stregua dei Fratelli Musulmani in Egitto, che lui considera come la sua più grande minaccia politica”, scrisse Scobey nel cablogramma del Febbraio 2009. Un altro comunicato che descrive l’incontro fra il capo dei servizi segreti egiziani Omar Suleiman e il Generale David Petraeus del CENTCOM statunitense, sempre nel 2009, rivela che Suleiman era pessimista sulle possibilità di raggiungere un accordo. “Mi considero un uomo paziente, ma sto perdendo la pazienza”, disse Suleiman a Petraeus. Lo stesso cablogramma sottolinea anche che l’Egitto era determinato a indebolire Hamas e a rafforzare l’appoggio popolare al Presidente palestinese Mahmoud Abbas in Occidente.

“Hamas userà quel comunicato per lanciare una campagna contro la diplomazia egiziana e accusare l’Egitto di avere un ruolo destabilizzante nel processo di riconciliazione”, prevede Emad Gad, un analista di relazioni internazionali presso l’al-Ahram Center for Political and Strategic Studies al Cairo. “Possono danneggiare il ruolo di mediatore dell’Egitto”.

Allo stesso tempo questa fuga di notizie rivela una relazione a volte alquanto tesa tra gli Stati Uniti e uno dei suoi più fedeli alleati regionali. “Gli Egiziani da tempo sentono che nel migliore dei casi diamo per scontata la loro amicizia, e nel peggiore che ignoriamo deliberatamente i loro consigli mentre cerchiamo di obbligarli ad accettare le nostre posizioni”, Scobey informò la Clinton nel comunicato del Febbraio 2009. L’ambasciatrice descrive il secondo maggiore beneficiario di aiuti militari statunitensi come “un alleato spesso ostinato e recalcitrante. Inoltre, la percezione che l’Egitto ha di sé come dell’ ‘indispensabile Stato Arabo’ è condizionata dalla sua reale efficacia nelle questioni regionali, tra cui il Sudan, il Libano e l’Iraq”. Poi Scobey suggerisce che la Clinton esalti pubblicamente l’importanza dell’Egitto negli affari regionali.

Altri dettagli, come una descrizione negativa del Ministro degli Esteri egiziano, potrebbero solo essere imbarazzanti. Quest’ultimo ha dichiarato lunedì al TIME che stava ancora vagliando i documenti e non era pronto a dare una risposta. Ma in un discorso pronunciato a Washington, la Clinton ha detto che, anche se in alcuni casi i comunicati sono dannosi e mettono a rischio la vita di vari operatori, la politica estera statunitense non è dettata dai cablogrammi e non sarebbe stata seriamente influenzata dalla mega-fuga di notizie. In risposta alla domanda di un giornalista, ha detto: “Sono sicura che il partenariato e le relazioni che abbiamo costruito all’interno di questo governo supereranno questa sfida.”

Abigail Hauslohner è corrispondente dal Cairo per il Time Magazine; ha trascorso lunghi periodi in Medio Oriente a partire dal 2006, seguendo l’Iraq, l’Afghanistan, il Sudan, lo Yemen, Gaza e l’Egitto

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mercoledì, dicembre 15, 2010

Tre libri da regalare.

Si avvicina Natale, e a mio parere non c'è regalo migliore da fare di un libro, magari per aiutare a comprendere qualcosa di più dell'attuale situazione mediorientale.

Boicottare Israele: una pratica non violenta di Diana Carminati e Alfredo Tradardi, DeriveApprodi 2009, prezzo di copertina 10 euro

L'Iran e la bomba – I futuri assetti del Medio Oriente e la competizione globale di Giorgio S. Frankel, DeriveApprodi 2010, prezzo di copertina 12 euro

Sposata a un altro uomo – Per uno Stato laico e democratico nella Palestina storica di Ghada Karmi, DeriveApprodi 2010, prezzo di copertina 20 euro

All'indirizzo http://www.ism-italia.org/2010/12/libri-da-regalarsi-eo-da-regalare/ potete leggere le schede relative. Il primo libro sta per essere pubblicato anche in tedesco.

Come mai questi tre libri non hanno meritato nemmeno una recensione su quotidiani o riviste nazionali? Forse perché raccontano verità scomode?

Potete farvi una idea più precisa andando nella vostra libreria preferita, acquistandoli e leggendoli. Al termine potete anche inviare un vostro parere a info@ism-italia.org.

Se invece ne volete fare oggetto di un regalo natalizio ai/alle vostri/e amici/che ne potete acquistare alcuni al 50% del prezzo di copertina per un totale minimo di 30 euro + 5,5 euro di spese di spedizione.

Basta effettuare un bonifico alla casa editrice DeriveApprodi, Bancaintesa, IT18O0306903227100000011321 e inviare all'indirizzo info@deriveapprodi.org una email indicando le quantità richieste, il vostro indirizzo e un numero di cellulare per facilitare i contatti con lo spedizioniere. L'ordine deve arrivare entro il 17 dicembre perché la spedizione avvenga prima di Natale.

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Buona lettura,
ISM-Italia

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Palestina News - voce di ISM (International Solidarity Movement) Italia http://www.ism-italia.org/

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mercoledì, dicembre 01, 2010

Processo di pace: Hamas è parte del problema o della soluzione?

A partire dall’ ”End of Mission Report” dell’inviato Onu per il Medio Oriente Alvaro De Soto, numerose sono state in questi ultimi anni le voci influenti di critica alla posizione internazionale di boicottaggio e di esclusione di Hamas dal processo di pace con Israele.

Eppure non da ora il movimento islamico ha mostrato atteggiamenti pragmatici e ha dato più volte prova della volontà di pervenire ad una soluzione politica del conflitto israelo-palestinese. E, d’altra parte, non si riesce bene a capire come si possa davvero giungere ad un definitivo accordo di pace senza il coinvolgimento di Hamas.

Su questo verte l’articolo che segue, scritto il 10 novembre scorso da Mahmoud Jaraba per il sito web Carnegie Endowment e qui proposto nella traduzione di
Medarabnews.

Hamas e il processo di pace: parte del problema o parte della soluzione?

Il 14 ottobre Khaled Meshaal, capo dell’ala politica di Hamas, ha riferito al settimanale Newsweek che “c’è una posizione ed un programma che tutte le parti palestinesi condividono. Uno stato palestinese entro i confini del 1967 con Gerusalemme come capitale. Il diritto al ritorno. Uno stato sovrano sul suo territorio e lungo i suoi confini. E senza insediamenti”. Meshaal ha osservato che Hamas accetterà qualsiasi accordo con Israele che sia condiviso dalla maggioranza dei palestinesi, aggiungendo che “l’amministrazione americana dovrebbe sentire queste cose direttamente da noi”.

Le posizioni di Meshaal non sono una novità per Hamas, il quale ha assunto posizioni piuttosto pragmatiche su tali questioni da quando nel gennaio del 2006 ottenne la maggioranza (74 seggi su 132) nel parlamento palestinese e formò il decimo governo palestinese. Da allora, Hamas ha cercato di mostrare il suo lato più pragmatico, in particolare accettando una soluzione politica al problema palestinese. La soluzione implica la formazione di uno stato palestinese che si estenda dai confini del 1967 al fiume Giordano. Questa opinione è stata presentata nel documento di riconciliazione palestinese (anche chiamato “Documento dei Prigionieri”, un accordo tra alcuni attivisti detenuti appartenenti ad Hamas e ad altre fazioni palestinesi, il quale è stato modificato nel giugno del 2006). Il movimento ha anche annunciato in varie occasioni la sua volontà di sospendere la resistenza armata e di avviare una tregua di 10 anni in cambio di uno Stato palestinese sui territori del 1967.

Le dichiarazioni di Meshaal coincidono con la fase di stallo dei negoziati israelo-palestinesi e con la ripresa dei colloqui di riconciliazione tra Hamas e Fatah. Tali dichiarazioni contengono due importanti messaggi, uno per l’opinione pubblica nazionale, l’altro per l’arena internazionale. Il messaggio per quest’ultima è stato abbastanza chiaro: Hamas è un partner vitale e il suo coinvolgimento non significherebbe la fine dei negoziati – tale messaggio era diretto in particolare all’Europa, dove molti governi sono sempre più inclini a parlare direttamente con Hamas.

Il messaggio interno: pragmatismo di Hamas e timori di Fatah

Le dichiarazioni di Meshaal avevano anche lo scopo di mostrare ai palestinesi che Hamas è pragmatico e sicuro di sé, mentre l’Autorità Palestinese (ANP) e Fatah sono sulla difensiva. Le risposte contraddittorie dell’ANP e di Fatah alle sue dichiarazioni riflettono la situazione disperata in cui versa Ramallah: i negoziati con Israele sono in una fase di stallo, e Fatah è debole come sempre. Adnan al-Damiri, portavoce ufficiale dei servizi di sicurezza palestinesi, ha accusato Hamas di cercare di “essere una controfigura della leadership palestinese”. Dal canto suo, Osama al-Kawasimi, portavoce di Fatah, ha invece ben accolto le affermazioni Meshaal, affermando che esse dimostrano “una completa compatibilità con le posizioni politiche adottate dalla leadership palestinese nel 1988″, e che tali affermazioni avrebbero reso “la partnership palestinese più realistica”.

I tentativi di Hamas di dimostrare pragmatismo e apertura perlomeno verso alcuni degli attori internazionali sono una fonte costante di irritazione per l’ANP. Nel corso degli ultimi anni, Hamas ha dimostrato più perseveranza e manovrabilità politica di quanto molti non si aspettassero. Recentemente, il movimento ha iniziato a rompere l’embargo politico che lo ha isolato a livello internazionale, dimostrando la sua capacità di controllare lo stato della sicurezza a Gaza e di gestire accordi di sicurezza con Israele, tra cui una tregua raggiunta attraverso la mediazione egiziana.

Da parte sua, Fatah teme di perdere la sua posizione di preminenza se gli attori internazionali dovessero aprirsi ad Hamas. La strategia del defunto Yasser Arafat e di Fatah, a partire dai negoziati di Oslo del 1993, si è sempre basata sull’opporre la propria moderazione alle posizioni intransigenti di Hamas e alla sua tendenza all’uso della violenza. Il presidente Mahmoud Abbas ha seguito la stessa strategia fin dal 2005, in particolare dopo la frattura inter-palestinese, verificatasi a metà del 2007.

Mentre il controllo di Hamas su Gaza e il fallimento delle trattative per ottenere concessioni da parte israeliana hanno indebolito la posizione di Abu Mazen, la riconciliazione tra Fatah e Hamas potrebbe rafforzare il suo ruolo in patria e all’estero, e al tempo stesso sostenere i membri moderati all’interno di Hamas. Dopotutto, nell’Accordo Nazionale, Hamas decise di non opporsi alla gestione di negoziati diretti con Israele da parte del presidente palestinese, e Hamas potrebbe ribadire questo punto in un accordo futuro.

Le posizioni dei sostenitori di Hamas

I sostenitori di Hamas hanno anche un atteggiamento più pragmatico nei confronti della pace di quanto molti non si aspetterebbero.

Dai sondaggi condotti dal Palestinian Center for Policy and Survey Research con sede a Ramallah negli anni prima e dopo la spaccatura del 2007, emerge che i seguaci di Hamas non erano inesorabilmente a favore della violenza, a differenza di ciò che si ritiene comunemente.

La maggioranza dei sostenitori di Hamas si sono definiti come ampiamente a favore del processo di pace (il 55%, in media, nei sondaggi condotti da marzo 2006 a dicembre 2008, contro l’86% tra i sostenitori di Fatah). Inoltre, secondo un’indagine condotta nel marzo del 2006 in Cisgiordania e a Gaza, il 70% dei sostenitori di Hamas e l’84% dei sostenitori di Fatah sostenevano la piena riconciliazione fra palestinesi e israeliani, qualora venisse fondato uno stato palestinese e tale stato fosse riconosciuto da Israele. Paradossalmente, secondo un sondaggio dell’ottobre del 2010, una percentuale maggiore di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza si descrive come a favore del processo di pace (il 69%), rispetto a solo il 58% dei palestinesi in Cisgiordania.

Prendendo in considerazione le opzioni che i sostenitori di Hamas e Fatah potrebbero accettare come punto di partenza per un progetto nazionale palestinese unitario, i sondaggi mostrano che la maggioranza in entrambi i campi sostiene una soluzione politica basata sulla formazione di uno stato nei territori occupati nel giugno del 1967. Il 76% dei sostenitori di Hamas e praticamente tutti i sostenitori di Fatah (il 96%) concordano sul fatto che l’obiettivo del popolo palestinese è quello di creare uno stato palestinese indipendente su tutti i territori occupati nel 1967 con Gerusalemme come sua capitale. I sostenitori di Fatah e Hamas concordano anche sul diritto al ritorno dei profughi e sulla liberazione di tutti i prigionieri, come garantito dalle Nazioni Unite, secondo un sondaggio del giugno del 2006. Lo stesso sondaggio rivela che un’esigua maggioranza di sostenitori di Hamas (il 56%) e la stragrande maggioranza dei sostenitori di Fatah (l’86%) è a favore della costruzione di un consenso nazionale sulla base delle risoluzioni internazionali e arabe, come stabilito nel Documento dei Prigionieri.

Questi dati dimostrano che la base di Hamas ha spostato le proprie convinzioni in favore della volontà di raggiungere una pace che garantisca i più elementari diritti dei palestinesi, come previsto dalle risoluzioni delle Nazioni Unite, almeno fino alla spaccatura del 2007 e alla guerra di Israele a Gaza. Hamas ha ripetutamente detto che rispetterà le posizioni dei suoi sostenitori, e quelle dell’opinione pubblica palestinese in generale, in qualsiasi accordo futuro. Forse i sostenitori di Hamas ora sono più disillusi, dopo molti anni di cattivi rapporti con Fatah, di isolamento a Gaza, e di repressione in Cisgiordania. Ma le dichiarazioni di Meshaal rivelano che i leader di Hamas sono ancora disposti a mostrare un lato pragmatico, e ciò fa sperare sull’evoluzione di nuovi punti di vista all’interno del gruppo.

Mahmoud Jaraba è autore di “Hamas: Tentative March toward Peace” (Ramallah: Palestinian Center for Policy and Survey Research, 2010)

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Incontro internazionale con la Freedom Flotilla 2

Tratto dal sito di Forum Palestina.

Insieme alle sei associazioni fondatrici della Coalizione che ha creato la Freedom Flotilla - Free Gaza Movement, European Campaign to End the Siege on Gaza, IHH, Ship to Gaza Sweden, Ship to Gaza Greece e International Commitee to End the Siege on Gaza - sono centinaia le associazioni della società civile internazionale che partecipano alla costruzione della seconda flotta che, la prossima primavera, dirigerà verso la Striscia di Gaza assediata. Dall’Italia, parteciperà una nave che porterà il nome di Stefano Chiarini, il giornalista del Manifesto che ha impegnato la sua vita nella difesa dei diritti del popolo palestinese e di tutti i popoli oppressi.

Invitiamo tutte e tutti a partecipare all’ incontro a Roma con i rappresentanti della coalizione internazionale che organizza la Freedom Flotilla 2, sabato 11 dicembre alle ore 15,30 in via Galilei n. 53.

Freedom Flotilla Italia

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