lunedì, maggio 30, 2011

Petizione Freedom Flotilla Italia al Presidente Napolitano

La riapertura del valico di Rafah, avvenuta sabato scorso, è certamente un’ottima notizia per gli abitanti della Striscia di Gaza.

E, tuttavia, ancora molto c’è da fare per restituire ai Palestinesi di Gaza un livello di vita appena accettabile e dignitoso.

Israele continua a vietare le importazioni verso Gaza di numerosi materiali, tra cui soprattutto l’acciaio, il cemento e altri materiali da costruzione necessari per riparare alle enormi distruzioni causate dai raid israeliani. Del pari, anche le esportazioni sono vietate, se si eccettuano modesti quantitativi di fragole e di fiori. Il risultato di questo blocco disumano e illegale si evidenzia con drammatica immediatezza nel tasso di disoccupazione, attualmente al 30,8%, e nella percentuale di residenti della Striscia che dipendono per vivere dagli aiuti umanitari, pari addirittura al 70% del totale della popolazione.

Israele, inoltre, continua a controllare lo spazio aereo e la fascia marittima che oltrepassa le tre miglia nautiche, con gravi ripercussioni, tra l’altro, per l’industria della pesca. L’esercito israeliano impone arbitrariamente il divieto di ingresso ai Palestinesi all’interno di una “zona-cuscinetto” profonda fino a un chilometro all’interno della Striscia di Gaza, impedendo agli agricoltori di coltivare i terreni situati in quell’area.

La prossima partenza della Freedom Flotilla 2, dunque, mantiene intatta la sua fondamentale importanza di missione umanitaria e, insieme, di denuncia dei crimini umanitari di Israele.

E la petizione che segue, rivolta al Presidente Napolitano, chiede che venga garantita l’incolumità dei mezzi e delle persone che parteciperanno alla missione della Flotilla. Vorremmo ricordare che il rapporto dell’Onu su quanto accaduto alla precedente missione e, in particolare, sul massacro avvenuto a bordo della nave turca Mavi Marmara, ha trovato Israele colpevole di vari, gravissimi crimini, tra cui l’uccisione illegale di nove attivisti e la tortura, crimini che andrebbero perseguiti a norma dell’articolo 147 della IV Convenzione di Ginevra.

E, invece, i nove martiri della Mavi Marmara attendono ancora giustizia. Vorremmo almeno che non si consentisse a Israele di ripetere un tale eccidio. E’ per questo che ho firmato la petizione che segue, ed è per questo che invito anche voi a farlo, al seguente indirizzo:
http://www.petizionepubblica.it/?pi=P2011N10516

Petizione Freedom Flotilla Italia al Presidente Napolitano

Firmate la petizione al Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, affinchè intervenga a sostegno della Gaza Freedom Flotilla II – Restiamo Umani , che partirà nella seconda metà di Giugno alla volta della Striscia di Gaza sotto assedio.

La Flotilla è composta da un minimo di dieci navi con a bordo dignitari, dottori, professori, artisti, giornalisti e attivisti, oltre a materiale da ricostruzione ed aiuti umanitari. Partirà da diversi porti Europei verso Gaza come atto di disobbedienza civile non violenta per persuadere la comunità internazionale ad adempiere ai propri obblighi nei confronti della popolazione Palestinese e porre fine ad un assedio illegale di Gaza da parte di Israele, che dura da più di 4 anni.

Questo è il secondo tentativo di organizzare una Flotilla, da cittadini internazionali a cittadini Palestinesi, organizzata su vasta scala da parte dei movimenti di massa internazionali. Partecipano 14 gruppi nazionali coordinati in una coalizione internazionale. Trasporterà circa 1000 passeggeri e includerà una nave italiana, la “Stefano Chiarini”, con a bordo decine di italiani dedicati a questa battaglia per la giustizia civile. (vedi http:www.freedomflotilla.it)

L’ultima Freedom Flotilla, partita nel maggio 2010, era composta da 7 imbarcazioni che trasportavano circa 700 passeggeri da 36 nazioni diverse. I commandos Israeliani attaccarono le navi sparando, uccidendo nove passeggeri, ferendone più di 50 e imprigionando tutti gli altri. Questa tragedia ha posto la situazione di Gaza in primo piano sulla scena mondiale ed Israele sotto considerevole pressione affinchè alleggerisse il disumano assedio di Gaza, cosa che la comunità internazionale non era riuscita a fare negli ultimi 3 anni.

Le autorità Egiziane hanno deciso di riaprire i passaggi terra/aria con Gaza, ciò non cambia di molto la realtà di Gaza che continua ad essere sotto assedio:

1. Il valico di Rafah (confine Egitto-Gaza) è l’unica apertura di Gaza verso il mondo esterno e attualmente ci sono ancora restrizioni.
2. La sola apertura di Rafah non cambia le condizioni per una ripartenza dell’economia Palestinese. Rafah non ha le infrastrutture per sostenere l'economia di Gaza, non c'è linea ferroviaria, porto o possibilità di passaggi di grandi quantità di merce.
3. Israele blocca attualmente l’accesso a Gaza via terra e via aria. Senza aeroporto o porto funzionanti, Gaza non può avere una vita normale
4. Israele impedisce il libero spostamento dei Palestinesi da Gaza alla Cisgiordania (territori Palestinesi occupati). Ciò rende impossibile l’unità della Palestina.

Vi chiediamo di firmare questa petizione per dimostrare il crescente sostegno pubblico per porre fine all’assedio di Gaza e in favore dei diritti dei Palestinesi. Chiediamo che le istituzioni italiane facciano pressione su Israele per assicurare che i passeggeri non siano attaccati violentemente e che la Freedom Flotilla II – Restiamo Umani, in partenza a fine giugno 2011 riesca ad arrivare a Gaza, in conformità con il diritto internazionale.

TESTO DELLA PETIZIONE
28 maggio 2011

Egregio Presidente Giorgio Napolitano,

Chiediamo che le Istituzioni Italiane facciano pressione politica su Israele per assicurare che i passeggeri a bordo della Freedom Flotilla per Gaza non siano attaccati violentemente dai militari Israeliani.

La Freedom Flotilla II- Restiamo Umani, partirà alla fine di Giugno con a bordo circa 1000 passeggeri che chiedono la fine del brutale assedio di Gaza. Le Organizzazioni Internazionali, tra cui le Nazioni Unite, hanno condannato il blocco Israeliano della Striscia di Gaza. Le nostre istituzioni devono far pressione su Israele affinchè rispetti le leggi internazionali e lasci passare la Flotilla diretta a Gaza.

Circa 30 italiani, attivisti per la giustizia sociale, prenderanno parte a questa missione a bordo di una barca, la “Stefano Chiarini”. Chiediamo il Suo intervento per garantire la loro sicurezza e il loro arrivo a Gaza, come è nel loro pieno diritto, in conformità alle leggi internazionali.

In fede

Coordinamento Italiano Freedom Flotilla II – Restiamo Umani e sostenitori
I firmatari

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5-6 giugno: impedire "l'occupazione" israeliana di Milano

ISM-Italia - Roma, domenica 5 giugno 2011
Hotel Massimo D'Azeglio - Via Cavour 18 (nei pressi della Stazione Termini)

Seminario:
Le rivoluzioni nel mondo arabo

Impedire "l'occupazione" israeliana di Milano

Welcome e registrazione: 17:30 - 18:00

Sessione di apertura: 18:00 - 18:30
Perchè questo seminario - Alfredo Tradardi (ISM-Italia)
A Vittorio Arrigoni - Hanno ucciso tutti di Ibrahim Nasrallah - Cam Lecce (Deposito dei Segni)

Sessione 1: Le rivoluzioni nel mondo arabo - 18:30 - 20:30
Coordina Wasim Dahmash (Università di Cagliari)
Le rivoluzioni nel mondo arabo - George Galloway (Viva Palestina)
Le rivoluzioni arabe e la questione palestinese - Ghada Karmi (Università di Exeter)
La rivoluzione egiziana - Sherif Salem (regista egiziano)
Interventi e dibattito

Break - 20:30 - 21:30

Sessione 2: Actions - 21:30 - 23:00
Coordina Wasim Dahmash
Per uno stato unico, laico e democratico, nella Palestina storica - Ghada Karmi
BDS-Convogli-Flottiglie: la strategia di Viva Palestina - George Galloway
Verso la Freedom Flotilla 2 - Enzo Brandi (ISM-Italia)
Impedire "l'occupazione" israeliana di Piazza del Duomo di Milano - Alfredo Tradardi
Interventi e dibattito

Per iscriversi al seminario inviare una email a:
sem5giugnoroma@gmail.com

Ai partecipanti sarà chiesto di contribuire alle spese del seminario, agli studenti con 5 euro, agli adulti con 10 euro.


ISM-Italia - Milano, lunedì 6 giugno 2011

Piazza dei Mercanti, ore 18:00
Impedire "l'occupazione" israeliana di Milano
Comizio con Ghada Karmi, George Galloway e Alfredo Tradardi

San Carlo - Sala Auditorium - Corso Matteotti 14 (nei pressi di p.zza S. Babila)

Seminario
Le rivoluzioni nel mondo arabo
Impedire "l'occupazione" israeliana di Milano

Welcome e registrazione: 20:30 - 20:45

Sessione di apertura: 20:45 - 21:00
Perchè questo seminario - Alfredo Tradardi (ISM-Italia)

Sessione 1: Le rivoluzioni nel mondo arabo - 21:00 - 23:00
Coordina Gabriella Bernieri (ISM-Italia)
Le rivoluzioni nel mondo arabo - George Galloway (Viva Palestina)
Le rivoluzioni arabe e la questione palestinese - Ghada Karmi (Università di Exeter)
Netanyahu ha detto no, no e ancora no! Washington esulta! - Giorgio Frankel (giornalista)
Impedire "l'occupazione" israeliana di Piazza del Duomo di Milano - Diana Carminati (ISM-Italia)
Interventi e dibattito

Per iscriversi al seminario inviare una email a:
sem6giugnomilano@gmail.com

Ai partecipanti sarà chiesto di contribuire alle spese del seminario, agli studenti con 5 euro e agli adulti con 10 euro.

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lunedì, maggio 23, 2011

Obama: sul processo di pace israelo-palestinese le solite, vuote parole

All’indomani del discorso con cui, giovedì, il Presidente Usa Barack Obama ha delineato le posizioni dell’amministrazione americana sul medio oriente, dando ampio spazio alle questioni legate al processo di pace tra Israeliani e Palestinesi, i principali giornali e notiziari televisivi hanno profuso parole di meraviglia e di stupore per la “novità” della clamorosa affermazione secondo cui i confini tra Israele e il futuro Stato di Palestina dovranno seguire quelli del 1967 (la cd. green line).

Ma, in realtà, nulla di nuovo è stato detto, ed anzi il discorso di Obama è apparso ancora una volta nettamente e pericolosamente sbilanciato verso le esigenze e i desiderata di Israele.

Si, certo, i confini saranno quelli del 1967, ma già ieri mattina, parlando per 50 minuti alla
convention dell’Aipac a Washington, Barack Obama si è premurato di specificare che a questi confini si arriverà solo parzialmente e “tenendo conto delle nuove realtà demografiche sul terreno”, il che riecheggia perfettamente quanto affermato da Bush figlio nel famoso scambio di lettere con Sharon di qualche anno addietro: non si tornerà per niente ai confini della green line, ma Israele manterrà il possesso dei maggiori blocchi di insediamenti all’interno della West Bank.

Questo per tacere del fatto che, nel suo discorso, il Presidente Usa non ha minimamente fatto cenno al problema di Gerusalemme est (che pure è anch’essa all’interno delle frontiere del 1967!), né a quello dei rifugiati.

Di contro, Obama ha assicurato che lo Stato palestinese sarà demilitarizzato, ha ampiamente criticato l’accordo di unità nazionale tra Hamas e Fatah, ha bocciato senza appello (e non si capisce bene perché) l’intenzione dell’Anp di chiedere all’Assemblea dell’Onu, a settembre, il riconoscimento del nuovo stato palestinese.

Benché i media abbiano parlato di “raffreddamento” dei rapporti tra Usa e Israele, in realtà si potrebbe malignare sul fatto che Bibi e Barack abbiano dato luogo al solito gioco delle parti, in cui ognuno ha detto quello che doveva dire ma, alla fine, non è cambiato assolutamente nulla, e la politica Usa in medio oriente continua ad essere al servizio di Israele e dei suoi interessi.

Il vero è che, ancora una volta, risulta chiaro come lo strapotere della lobby ebraica negli Usa impedisca all’amministrazione Obama, così come alle precedenti, di assumere il ruolo di honest broker del conflitto israelo-palestinese, che imporrebbe anche un’attività di pressione sull’alleato volta a fermare la continua espansione delle colonie e a costringerlo a sedersi seriamente al tavolo delle trattative, discutendo di tutti gli argomenti sul tappeto sulla base di una precisa scaletta temporale.

Nulla di tutto questo avviene, purtroppo, e Obama non ha nulla di concreto da proporre. E, allora, Israele può tranquillamente annunciare la costruzione di
1.550 nuovi alloggi proprio a Gerusalemme est, in aperta violazione al diritto internazionale ed in piena contraddizione con l’asserita volontà di un accordo di pace con i Palestinesi…

Di questo tratta l’ottimo (come al solito) articolo di Gideon Levy su Ha’aretz, qui proposto nella traduzione di
Medarabnews.

OBAMA HA DISTRUTTO LE CHANCE DI UNO STATO PALESTINESE
Gli Usa appoggiano la richiesta israeliana di uno Stato palestinese demilitarizzato, appoggiano il rinvio dei negoziati sui rifugiati e su Gerusalemme, parlano della sicurezza di Israele e soltanto della sicurezza di Israele.
di Gideon Levy – 20.5.2011

Benjamin Netanyahu avrebbe anche potuto annullare il suo viaggio a Washington: Barack Obama ha fatto il lavoro al suo posto, almeno in gran parte. Ma il primo ministro israeliano è partito comunque, dunque avrebbe almeno potuto portare alla Casa Bianca un grande mazzo di fiori.

Netanyahu può mettersi a sedere e rilassarsi. Non è che Obama non abbia pronunciato parole chiare e ferme sul Medio Oriente; è solo che la maggior parte di tali parole, se non tutte, avrebbe potuto pronunciarle lo stesso Netanyahu, il quale avrebbe poi continuato a fare come gli pare.

I 1.500 nuovi appartamenti a Gerusalemme verranno costruiti comunque, discorso o non discorso. Il vero banco di prova per il discorso di Obama, come per quello di qualsiasi altro, è ciò che succederà dopo, e il sospetto è che non succederà proprio niente.

Obama non ha detto una parola su cosa accadrà se le parti disobbediranno alle sue condizioni. Questo è stato il discorso del re, ma il re appare già nudo. Considerando la debolezza dell’America, e il potere del Congresso e delle lobby ebraica e cristiana che lavorano a vantaggio del governo israeliano, la destra israeliana può rilassarsi e continuare a fare quello che già fa.

Giovedì il presidente degli Stati Uniti ha demolito l’unico successo raggiunto dai palestinesi fino a questo momento: l’ondata di sostegno internazionale a favore del riconoscimento di uno Stato palestinese all’ONU in settembre. La speranza di settembre è morta la notte di giovedì. Dopo il pronunciamento dell’America, anche l’Europa probabilmente ritirerà il suo sostegno; sono finite le speranze in una dichiarazione storicamente significativa alle Nazioni Unite.

I palestinesi sono rimasti ancora una volta con il sostegno di Cuba e Brasile, mentre noi siamo riusciti a conservare il sostegno dell’America. Ecco un altro motivo per tirare un sospiro di sollievo a Gerusalemme: nessuno tsunami diplomatico incombe, gli Stati Uniti rimangono fermamente schierati con Israele.

Purtroppo, il presidente americano ha anche espresso riserve sul governo di unità nazionale palestinese. Gli Stati Uniti sostengono la richiesta israeliana di uno Stato palestinese che sia smilitarizzato, appoggiano il rinvio della discussione sui rifugiati e su Gerusalemme, parlano solo e soltanto della sicurezza di Israele, senza dire nulla sulla sicurezza dei palestinesi. Tutti questi sono impressionanti successi – anche se per il momento solo virtuali –raggiunti da Israele.

I palestinesi giovedì non sono stati annoverati fra i popoli arabi oppressi del Medio Oriente che hanno bisogno di essere liberati e aiutati sulla strada verso la democrazia. Obama ha parlato in maniera impressionante a proposito dei corrotti alleati dell’America in Medio Oriente, ed ha fornito ulteriore incoraggiamento ai popoli della regione.

Se il primo discorso del Cairo ha fornito l’ispirazione iniziale, “Cairo 2” ha fornito una spinta ancor più significativa. Obama e la sua determinazione a questo proposito dovrebbero essere lodati. Tuttavia le sue parole sono state ascoltate non solo a Damasco e Bengasi, ma anche a Jenin e Rafah. Voleva forse lodare anche quello che è accaduto a Majdal Shams (villaggio druso sulle alture del Golan, sotto il controllo israeliano dal 1967, dove il 15 maggio vi sono stati feriti e almeno un morto fra i dimostranti palestinesi che manifestavano contro l’occupazione israeliana in occasione della Giornata della Nakba (N.d.T.) )? Viva i dimostranti disarmati, sperando che Obama includa fra essi anche quelli palestinesi. Se è così, è un peccato che egli non lo abbia detto.

Quando ha citato l’ambulante tunisino che fu umiliato da una poliziotta che aveva rovesciato la sua bancarella – quel venditore che più tardi si diede fuoco appiccando la rivoluzione – Obama ha pensato anche alle centinaia di ambulanti palestinesi che hanno subito la stessa identica sorte per mano di soldati e poliziotti israeliani? Quando ha parlato nobilmente della dignità degli ambulanti oppressi, parlava anche dei loro fratelli palestinesi? Il suo discorso non lo ha fatto capire a sufficienza.

Il conflitto tra Israele e i palestinesi è stato relegato ai margini nel discorso di Obama, più di quanto meritasse. Questo conflitto suscita ancora grandi passioni nel mondo arabo, e con tutto il rispetto per il nuovo Piano Marshall per l’Egitto e la Tunisia, le masse arabe non vogliono vedere un’altra operazione “Piombo Fuso” né ulteriori posti di blocco sui loro schermi televisivi. Quando Obama ha parlato di noi, il tono è stato diverso.

E’ vero, ha usato parole severe a proposito di come uno stato ebraico e democratico non sia compatibile con un’occupazione. Ha citato anche un chiaro piano presidenziale – i confini del ‘67 con alcune correzioni, uno Stato palestinese e uno Stato ebraico, sicurezza per Israele e smilitarizzazione per la Palestina.

Ma cerchiamo di non emozionarci troppo. Si tratta di discorsi già sentiti, non solo da parte dei presidenti americani, ma degli stessi premier israeliani. E cosa abbiamo ottenuto? Ancora un altro quartiere ebraico a Gerusalemme Est.

Il cuore vuol credere che questa volta sia diverso, ma la testa – resa saggia dall’amara esperienza, dopo anni di piani di pace messi nel cassetto e di vacui discorsi – stenta a crederlo.

Gli ottimisti diranno che il discorso di giovedì ha segnato la fine dell’occupazione israeliana. I pessimisti – ed io, purtroppo, tra essi – diranno che si è trattato solo di un altro discorso. E non ha cambiato nulla, né in meglio né in peggio.

Gideon Levy è un giornalista israeliano; è membro del comitato di redazione del quotidiano “Haaretz”; è stato portavoce di Shimon Peres dal 1978 al 1982

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giovedì, maggio 19, 2011

Agiamo in sostegno di Ahmad Sa'adat e di tutti i prigionieri palestinesi



Attualmente i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane ammontano a circa 5.500, tra questi 220 sono minori, 37 hanno un’età compresa tra 12 e 15 anni, 217 restano in carcere in regime di detenzione amministrativa, un autentico mostro giuridico che consente alle autorità israeliane di prolungare la prigionia dei Palestinesi a proprio piacimento, senza formalizzare alcuna accusa né tenere alcun processo.

Molti detenuti rimangono in custodia presso strutture carcerarie situate in territorio israeliano, in violazione del diritto umanitario; secondo i dati forniti da Amnesty International, a circa 680 di essi continua ad essere negato il diritto di ricevere visite da parte dei propri familiari. Numerose sono, altresì, le accuse rivolte alle autorità israeliane riguardanti abusi, maltrattamenti, torture.

Uno di questi prigionieri è Ahmad Sa’adat, il Segretario generale del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina. Della sua vicenda tratta l’articolo che segue, tratto dal sito web del Campo Antimperialista.

I tribunali dell’occupazione prolungano di nuovo l’isolamento di Ahmad Sa’adat

Il 3 maggio 2011, in un’udienza nella prigione di Beersheba, la corte ha emesso un ordine di isolamento esteso fino al prossimo 3 novembre. Ahmad Sa’adat, segretario generale del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina e leader nazionale palestinese, è stato tenuto in isolamento dal 19 marzo 2009, per oltre due anni e più di 775 giorni.

E’ ben noto che il confino solitario e l’isolamento sono pericolosi e dannosi per la salute fisica e mentale dei prigionieri. E’ una tecnica frequentemente usata contro i prigionieri politici, dalla baia di Guantanamo degli Stati Uniti alle celle di isolamento di Ben Ali in Tunisia, fino alle carceri dell’occupazione. Israele è firmatario della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che statuisce che “Tutte le persone private della loro libertà debbono essere trattate con umanità e nel rispetto della dignità inerente l’essere umano.”

Al contrario, le celle di isolamento privano i prigionieri di contatti umani, distrazione e stimoli mentali. A Sa’adat è regolarmente vietato ricevere visite dei familiari, giornali, libri e informazioni in arabo. Mentre il totale disprezzo di Israele per il diritto internazionale è visibile in ogni aspetto della sua condotta, dai suoi crimini di guerra contro i palestinesi alla negazione del diritto al ritorno fino al suo sistema di apartheid nei confronti dei cittadini palestinesi, la situazione dei prigionieri palestinesi è un esempio lampante dello spregio di Israele verso il diritto internazionale e le norme sui diritti umani.

Il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura e dei Trattamenti Inumani, Degradanti e dei Maltrattamenti (CPT) – organismo di esperti associato al Consiglio di Europa – ha osservato: “E’ generalmente riconosciuto che tutte le forme di reclusione in isolamento senza appropriati stimoli mentali e fisici a lungo termine producono effetti dannosi con conseguente deterioramento delle facoltà mentali e delle capacità sociali.” Quei prigionieri destinati all’isolamento, compreso Ahmad Sa’adat, sono leader palestinesi di lunga data. Sa’adat è sempre stato un leader fra i suoi compagni di prigionia e una voce della coscienza del popolo palestinese; ed è per questa ragione che è stato destinato, sotto la copertura di prove segrete, all’isolamento e alla privazione.

Sa’adat ha rifiutato di presenziare all’udienza, in quanto illegale manifestazione di un’illegittima occupazione e di un sequestro e per il fatto che faceva affidamento su prove segrete, affermando di negare legittimazione a quella che chiaramente era una beffa alla giustizia.

Questo prolungamento del regime di isolamento arriva perchè i prigionieri palestinesi hanno lanciato uno sciopero della fame per protestare contro l’uso dell’isolamento. Gli scioperi sono iniziati il 3 maggio nelle prigioni di Ramon, Ashkelon e Nafha e si svolgeranno anche il 7, l’11, il 14, il 18, il 21, il 25 e il 28 maggio. I detenuti palestinesi nelle celle dell’occupazione stanno svolgendo azioni contro l’isolamento e rivendicano libertà. E’ imperativo per noi dare eco alle loro voci e esigere la fine dell’isolamento e la libertà per i prigionieri palestinesi.

La Campagna per la Liberazione di Ahmad Sa’adat osserva poi che il Dr. Ahmad Qatamesh, attivista palestinese di lunga data e scrittore, è stato sottoposto all’imposizione dell’arbitraria detenzione amministrativa e chiede la sua liberazione. Come rivela Addameer (http://www.addameer.info/), l’ordine della detenzione amministrativa non è altro che un arbitrario sequestro di persona e imprigionamento di palestinesi, senza capi d’accusa per un processo, per sei mesi alla volta. La detenzione amministrativa, basata su null’altro che prove segrete, è stata usata per bersagliare e ridurre al silenzio gli attivisti palestinesi, quando neppure le fragili regole dei tribunali militari israeliani possono essere utilizzate per imprigionare scrittori, attivisti e organizzatori palestinesi. La Campagna esige la liberazione di Ahmad Qatamesh e la fine dell’orrore costituito dalla detenzione amministrativa, un meccanismo di terrore contro la popolazione palestinese.

Dalla detenzione amministrativa ai processi militari fino alle celle di isolamento, Israele mostra totale disprezzo per i diritti umani e la dignità dei detenuti palestinesi. In risposta è urgente che i sostenitori della Palestina e della giustizia in tutto il mondo alzino le loro voci per chiedere la fine dell’isolamento, la fine alla detenzione arbitraria, la libertà di Ahmad Sa’adat e di ciascuno delle migliaia di prigionieri palestinesi nelle carceri dell’occupazione, per l’audacia nella lotta di liberazione della loro terra e del loro popolo.

Esortiamo gli attivisti ad includere dichiarazioni e messaggi di solidarietà con i prigionieri palestinesi nei loro eventi. E, dato che l’anniversario della Nakba si avvicina, a caratterizzare il 15 maggio con la richiesta del diritto al ritorno e della liberazione della Palestina, compresa quella dei prigionieri politici. I prigionieri palestinesi sono in sciopero della fame e alzano le loro voci dietro le sbarre, noi dobbiamo unirci alle loro voci e chiederne la liberazione!

Contattateci all’indirizzo info@freeahmadsaadat.org per comunicarci i vostri eventi e le vostre azioni.
AGIAMO IN SOSTEGNO DI AHMAD SA’ADAT E DI TUTTI I PRIGIONIERI PALESTINESI!

1. Chiamate le ambasciate o i consolati israeliani nei vostri luoghi e chiedete l’immediata liberazione di Ahmad Sa’adat e di tutti i prigionieri politici palestinesi.

2. Scrivete al Comitato Internazionale della Croce Rossa e alle altre organizzazioni per i diritti umani perchè esercitino la loro responsabilità e agiscano rapidamente nel pretendere che Israele garantisca che Ahmad Sa’adat e tutti i palestinesi prigionieri siano liberati dall’isolamento punitivo. Inviate email al Comitato della Croce Rossa (jerusalem.jer@icrc.org), la cui missione umanitaria comprende il monitoraggio delle condizioni dei detenuti e mettetelo al corrente della situazione urgente di Ahmad Sa’adat.

3. Mandate email alla Campagna per la Liberazione di Ahmad Sa’adat con annunci, resoconti e informazioni sugli eventi locali, le attività e la diffusione di volantini.

4 maggio 2001

Campagna per la Liberazione di Ahmad Sa’adat
http://www.freeahmadsaadat.org/



Traduzione di Maria Grazia Ardizzone

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mercoledì, maggio 18, 2011

I valorosi soldati di Tsahal attaccano ... una scuola elementare



Nel complesso delle violente reazioni dell'esercito israeliano alle dimostrazioni che hanno segnato la "giornata della Nakba" - una ventina di vittime e centinaia di feriti - gli eventi accaduti nel villaggio di Beit Ummar, che hanno visto un 17enne palestinese lievemente ferito ad una gamba ed un altro ragazzo intossicato dai gas lacrimogeni, sono stati tutto considerato marginali.

E tuttavia, nel corso del raid a Beit Ummar, i soldati israeliani hanno sparato almeno quattro candelotti lacrimogeni contro gli edifici della locale scuola elementare, rompendo alcune finestre e inondando i locali di gas nocivi.

Come risultato dell'atto di valore, due insegnanti e alcune bambine sono state ricoverate in ospedale per difficoltà respiratorie causate dall'inalazione dei gas; in aggiunta, i soldati israeliani hanno danneggiato alcune cisterne per l'acqua e varie altre proprietà della scuola.

L'ennesima dimostrazione, ove ce ne fosse bisogno, del valore e della moralità della soldataglia di Tsahal.

fonte: p.i.c. e agenzie

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martedì, maggio 17, 2011

La distruzione delle risorse naturali palestinesi: l'arma più subdola di Israele

Tra le tante armi che Israele ha usato e usa contro la popolazione civile della Striscia di Gaza, quella più subdola e devastante è probabilmente rappresentata dalla distruzione delle risorse ambientali palestinesi, attuata sotto varie forme, dall’inquinamento della falda acquifera allo sradicamento di centinaia di migliaia di alberi alla contaminazione intenzionale dei terreni agricoli con sostanze tossiche e radioattive.

Di questo tratta l’articolo che segue, scritto da Mahmoud Bakr per l’edizione di Al-Ahram Weekly di due settimane addietro, qui proposto nella traduzione di
Medarabnews.


Negli ultimi decenni i territori palestinesi hanno dovuto affrontare una serie di problemi ambientali che hanno inquinato e distrutto l’ambiente in modo rapido e grave, soprattutto a causa delle politiche dell’occupazione israeliana. Anche un incremento della popolazione ha aumentato l’inquinamento, la produzione di rifiuti e il logoramento delle varie risorse naturali. Per proteggere l’ambiente palestinese e le risorse ancora disponibili, l’Autorità Palestinese (ANP) nel 1996 creò l’Environment Quality Authority (EQA). Questo è l’ente governativo responsabile della pianificazione strategica, della legislazione, del monitoraggio e della regolamentazione di tutte le questioni ambientali. E’ inoltre responsabile del coordinamento tra tutti gli enti locali, regionali e internazionali per tutelare e sviluppare l’ambiente palestinese.

Abbiamo incontrato il principale funzionario palestinese responsabile per l’ambiente, con una delegazione di giovani presso il terzo Arab Universities Youth Forum, patrocinato dalla Youth and Environment Union a Sharm El-Sheikh.

Il direttore dell’EQA Youssef Kamel Ibrahim ha affermato che l’occupazione sionista ha fino ad ora fatto dell’ambiente un elemento del conflitto. Ci sono molti indicatori che dimostrano come le risorse e l’ambiente palestinese siano il bersaglio di una guerra di logoramento, come ad esempio i bombardamenti contro le risorse idriche e il pozzo principale che fornisce acqua alla città di Gaza, oltre ai danni intenzionali di vaste aree, tra cui lo sradicamento intenzionale di più di 500.000 alberi. Egli ha inoltre osservato che la carenza d’acqua nella regione occidentale e le scarse risorse alimentari nella parte orientale costituiscono la realtà odierna del popolo palestinese. Si tratta di un tentativo dell’occupazione finalizzato al controllo delle risorse idriche e alimentari in Palestina, ha affermato Kamel. Circa il 25% della regione di Al-Aghwar è diventata una zona militare occupata, e il popolo palestinese ne controlla meno del 40%. Egli ha aggiunto che le forze di occupazione hanno scavato 27 pozzi per raccogliere l’acqua piovana prima che essa defluisca verso i palestinesi.

Kamel ha osservato che studi geografici e geologici e alcune mappe dimostrano l’esistenza di un legame geologico tra Rafah e Sheikh Zowayd in Egitto, e la Rafah palestinese e la Striscia di Gaza fino alla città di Ashdod, occupata nel 1948. Questa connessione geologica indica che la falda acquifera sotterranea nella Striscia di Gaza si estende fino al confinante Sinai settentrionale a Rafah, Sheikh Zowayd e Areesh, il che significa che qualsiasi inquinamento del bacino idrico sotterraneo a Gaza si estenderebbe ad altre parti ad esso collegate, sia in Egitto che nei territori occupati.

Uno studio delle Nazioni Unite e della Banca Mondiale ha dimostrato che il bacino sotterraneo di Gaza è profondamente contaminato da sostanze inquinanti di nitrato e cloruro che raggiungono livelli record al di sopra di standard accettabili. Alcuni studi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dimostrano che il nitrato permesso per il consumo umano non deve superare i 250 mg per litro, ma l’acqua in alcune zone vicino al confine di Gaza con l’Egitto, come Khan Younis e Rafah, ne contiene più di 2500mg. Ciò dimostra che l’inquinamento ha raggiunto il bacino egiziano di Rafah e da lì potrebbe inquinare Sheikh Zowayd e Areesh.

Secondo Kamel, l’elevata concentrazione di inquinanti di nitrato nelle acque di Gaza presenta un alto rischio di avvelenamento tra i neonati, soprattutto nelle zone rurali. Il programma ambientale dell’ONU stima che sono necessari 1,5 miliardi di dollari per i prossimi due decenni per ripristinare la falda acquifera sotterranea alla sua condizione precedente, cosa che comprende la costruzione di impianti di desalinizzazione per ridurre la necessità di risorse idriche sotterranee.

Il direttore dell’EQA ha evidenziato i pericoli rappresentati dalle sostanze tossiche e radioattive che Israele scarica nella Striscia di Gaza, che si sciolgono e si decompongono nel suolo e raggiungono il bacino idrico sotterraneo. Questi rifiuti tossici, radioattivi e pericolosi possono raggiungere l’Egitto attraverso gli strati geologici e la falda acquifera sotterranea. Kamel ha spiegato che questo inquinamento potrebbe non essere nemmeno avvertito dagli egiziani in quanto essi utilizzano acqua proveniente dal Nilo, e non da serbatoi sotterranei. Ma, egli ha avvertito, se in qualsiasi momento vi fosse una crisi idrica in Egitto, il paese potrebbe essere costretto a utilizzare l’acqua sotterranea presente nel nord del Sinai. Gli egiziani potrebbero rimanere sorpresi dal fatto che l’acqua sotterranea è inadatta al consumo umano o all’agricoltura, ha detto Kamel.

Egli ha aggiunto che alcuni studi dimostrano che circa il 95% dell’acqua del bacino sotterraneo è inquinata e non idonea all’uso diretto. L’ONU ha recentemente messo in guardia contro l’utilizzo di acqua proveniente dal bacino idrico per i prossimi 20 anni, fino a quando la falda acquifera non sarà riportata al suo stato naturale, e ha incoraggiato a restaurare il bacino idrico nella Striscia di Gaza e a ricercare fonti alternative. Kamel ha affermato che aerei F-16 israeliani hanno bombardato zone disabitate, “e non ne conoscevamo il motivo finché non abbiamo scoperto che i missili utilizzati contenevano prodotti chimici tossici che danneggiano direttamente il suolo e il bacino sotterraneo. Alcuni campioni di terra e le biopsie di 90 vittime cadute durante l’ultima guerra a Gaza hanno rivelato la presenza di circa 30 minerali tossici, tra cui uranio in quantità più di 30 volte superiore rispetto ai livelli permessi”.

Il direttore dell’EQA ha affermato che i terreni agricoli e il suolo sono stati direttamente e criticamente danneggiati dalle azioni israeliane. I ripetuti attacchi con missili e munizioni di vario genere hanno causato profondi crateri nel terreno agricolo, il quale è stato anche inquinato da tossine provenienti dai missili e dalle munizioni utilizzate. Le forze di occupazione hanno anche reso i terreni aridi e sterili, in particolare quelli situati nei pressi del confine, precedentemente irrigati e coltivati con ulivi e palme.

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lunedì, maggio 16, 2011

La violenza e l'assassinio non li fermeranno per sempre!





Abbiamo già ricordato come le manifestazioni del 15 maggio per la commemorazione della Nakba siano state segnate dalla durissima repressione dell'esercito israeliano, con un bilancio di una ventina di Palestinesi uccisi e di diverse centinaia di feriti.

Le immagini del video qui sopra mostrano l'"invasione" dei manifestanti nel villaggio di Majdal Shams, sulle alture del Golan. Un'invasione assolutamente pacifica, come mostra il video, eppure anche qui i militari israeliani hanno aperto il fuoco, provocando - secondo Peace Reporter - una decina di morti.

Ma la rivoluzione araba che bussa alle porte di Israele - per dirla con le parole del giornalista di Ha'aretz Aluf Benn - stavolta non sembra che possa essere fermata così facilmente. I Palestinesi che vivono sotto occupazione e quelli della diaspora sono semplicemente stanchi di aspettare un accordo di pace, un proprio stato, l'effettiva realizzazione del sacrosanto diritto al ritorno, e hanno deciso di riprendersi il destino nelle proprie mani.

E quanti pensano di poter "sacrificare" con relativa facilità la questione del diritto al ritorno (così come quella degli insediamenti ebraici a Gerusalemme est) sull'altare di un accordo di pace purchessia, rischiano di commettere un terribile errore.

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Non possiamo più essere complici dei crimini di Israele! Manifestazione oggi pomeriggio a Roma, Piazza S. Marco

Le manifestazioni di protesta in occasione del 63° anniversario della Nakba sono state segnate da un vero e proprio bagno di sangue, con una ventina di Palestinesi uccisi e centinaia di feriti a Gaza, in Cisgiordania, nel Golan occupato e alle frontiere tra Israele e il Libano.

L’ennesimo crimine di Israele che, con la complicità dei governi occidentali, continua a negare quel diritto al ritorno che è uno dei diritti fondamentali ed inviolabili di ogni essere umano. E al Presidente Napolitano, che così ben conosce la nostra Costituzione, qualcuno dovrebbe regalare una edizione rilegata della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo…

Quello che segue è il comunicato di solidarietà del
Forum Palestina, con l’annuncio di una manifestazione di solidarietà prevista a Roma per oggi pomeriggio.




La repressione israeliana non può fermare la Primavera araba anche in Palestina
Solidarietà con i palestinesi. Basta con la complicità dell’Italia con la politica israeliana



Lunedì 16 maggio ore 17.30 manifestazione a Roma in Piazza San Marco



Il diritto al ritorno e l’autodeterminazione del popolo palestinese non possono continuare ad essere negati da Israele e dalle istituzioni internazionali.


Migliaia di profughi palestinesi dai campi disseminati in Libano, in Siria, a Gaza hanno di nuovo imposto all’agenda politica del Medio Oriente e a livello internazionale la questione palestinese.


La Giornata della rabbia palestinese ha coinciso con l’anniversario della Nakba, l’anniversario della pulizia etnica del’48 da parte del nascente Stato di Israele.


Il bilancio provvisorio è di numerosi palestinesi uccisi e feriti, in parte sul confine libanese, in parte lungo quello sirianio e poi su quello di Gaza. Ma incidenti e scontri sono avvenuti anche in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Manifestazioni, nonostante i divieti, sono avvenuti anche tra i palestinesi che vivono in Israele. Tutte le Palestine oggi sono tornate ad essere una sola Palestina in lotta per affermare nuovamente il diritto all’autodeterminazione, ad una pace fondata sulla giustizia e dunque anche sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi. A Gaza, per la prima volta in quattro anni, i sostenitori di Fatah e Hamas hanno marciato insieme e i leader di tutte le organizzazioni sono intervenuti insieme nelle manifestazioni. E’ il segno che l’accordo di riconciliazione nazionale sta dando i suoi frutti positivi anche in direzione della resistenza comune all’occupazione israeliana.


Non possiamo non denunciare ancora una volta la complicità delle istituzioni italiane con la politica israeliana. Non solo il governo Berlusconi ma anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che si trova in visita in Israele, anche in questo caso si è trovato nel posto sbagliato ed ha rilasciato dichiarazioni sbagliate. Il Presidente Napolitano ha affermato di condividere pienamente la politica del governo Berlusconi su Israele e Palestina e proprio in occasione della giornata della Nakba palestinese ha affermato ''non e' accettabile considerare la fondazione dello Stato di Israele un disastro, al di la' delle interpretazioni che nel mondo arabo si danno di quell'evento storico''.


Con le manifestazioni di oggi, la giornata della rabbia palestinese è entrata come protagonista nella Primavera araba e dei movimenti che intendono cambiare l’assetto politico del Medio Oriente. L’occupazione e l’apartheid israeliano non potevano pensare di rimanere immuni al vento che sta cambiando nella regione.


Già domenica pomeriggio attivisti solidali con la Palestina, protagonisti della grande e bella manifestazione di sabato a Roma hanno manifestato davanti all’ambasciata israeliana e chiamano a mobilitarsi nuovamente per lunedì 16 maggio in piazza San Marco alle ore 17.30.


Roma, 15 maggio
Il Forum Palestina

P.S.: Milano 17 Maggio alle ore 17.30 manifestazione in Piazza Duomo per denunciare i crimini sionisti e per denunciare la Regione Lombardia complice di Israele, organizzata dalla Rete Milanese di Solidarietà con il popolo palestinese.

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sabato, maggio 14, 2011

63 anni di Nakba, 63 anni di pulizia etnica




Come ci ricorda Wikipedia, al-Nakba (la catastrofe) è il termine usato dai Palestinesi per riferirsi alla cacciata di buona parte degli abitanti della Palestina dalle loro case e dalle loro terre, intensificatasi a partire dal 15 maggio 1948 a seguito della nascita dello Stato di Israele (i quali però festeggiano tale evento il 14 maggio). E per rendere più lieta la festa, nel febbraio del 2010 il Parlamento israeliano ha varato un legge per vietare ogni celebrazione della Nakba con manifestazioni di lutto e di dolore da parte della popolazione araba...

La Nakba viene commemorata ogni anno e per questo, che è il 63* anniversario, molte realtà locali, organizzazioni e istituzioni della società civile di Gaza - come ci informa Infopal - hanno chiesto alla popolazione una partecipazione di massa alla campagna per il Ritorno, sostenuta pure da un gruppo di giovani palestinesi che su Facebook ha riscontrato molto successo anche tra gli utenti di altri Paesi arabi e islamici.

Lo Stato di Israele è nato con il peccato originale di una pulizia etnica accuratamente pianificata e portata a termine nel giro di circa sei mesi con deliberata ferocia, una ininterrotta serie di violenze, di crimini e di massacri, da Deir Yassin a Tantura a episodi meno noti come la contaminazione dell'acquedotto di Acri con i microbi del tifo. Al termine, come ci ricorda Ilan Pappe nel suo La Pulizia etnica della Palestina, più di metà della popolazione palestinese originaria, quasi 800.000 persone, era stata sradicata, 531 villaggi erano stati distrutti e 11 quartieri urbani interamente svuotati dei loro abitanti.

E la pulizia etnica israeliana continua ancora oggi, in maniera solo più subdola e strisciante, attraverso le violenze e i raid quotidiani - vuoi dei tagliagole di Tsahal vuoi della marmaglia colonica - le umiliazioni ai check-point, la demolizione delle case, la negazione dei diritti più elementari.

Forse oggi non è più possibile punire come meriterebbero quanti pianificarono ed eseguirono i crimini e i massacri del 1948, pochissimi dei quali sono peraltro ancora in vita. E' certamente possibile, ed anzi costituisce un imperativo morale, far sì che oggi si ponga finalmente rimedio alla "catastrofe", garantendo ai Palestinesi uno stato e, soprattutto, quel diritto al ritorno che (purtroppo vanamente) risulta scolpito nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.

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Vittorio Arrigoni, Onadekom (Calling You ) - DARG Team (Official Video)

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giovedì, maggio 12, 2011

Roma, 21 maggio: Seminario in memoria di Vittorio Arrigoni

ISM-Italia - Seminario in memoria di Vittorio Arrigoni
Roma, sabato 21 maggio 2011
Hotel Massimo D'Azeglio, Via Cavour 18 (nei pressi della stazione Termini)

9:30 - 10:00 Welcome e registrazione

10:00 - 10:15 Sessione di apertura
Perchè questo seminario - Alfredo Tradardi (ISM-Italia)

10:15 - 12:30 Sessione 1: Remembering Vik Utopia coordina Enzo Brandi (ISM-Italia)
A Vittorio Arrigoni Hanno ucciso tutti, reading of poems - Ibrahim Nasrallah (poeta palestinese)
Lettura delle poesie di Ibrahim in italiano - Cam Lecce (Deposito dei Segni)
La parola di Vik in Rete - Daniele Frongia (ISM-Italia)
Vittorio, oltre l'attivista e il giornalista - Maria Elena Delia (ISM-Italia)
Gaza, Restiamo umani, un breviario laico - Alfredo Tradardi (ISM-Italia)
Interventi e dibattito

12:30 - 13:30 Sessione 2: Il rapporto Goldstone
Il rapporto Goldstone - Gianfranca Scutari *
Le "riconsiderazioni" di Richard Goldstone - Pietro Beretta *
Interventi e dibattito

13:30 - 14:30 Lunch

14:30 - 18:00 Sessione 3: Palestina e mondo arabo, quale futuro? - coordina Alfredo Tradardi (ISM-Italia)
Il tempo di una speranza concreta - Ibrahim Nasrallah
Le rivoluzioni democratiche delle società arabe - Sherif Salem (regista egiziano)
Le rivoluzioni delle società arabe e la Palestina - Wasim Dahmash (Università di Cagliari)
Quale economia per uno Stato palestinese? Qualche interrogativo - Diana Carminati (ISM-Italia)
L'Occidente e i mutamenti epocali in corso - Sergio Cararo (Forum Palestina)
Israele di fronte alle rivolte arabe - Giorgio S. Frankel (giornalista)
Interventi e dibattito

18:00 - 18:30 Break

18:30 - 19:30 Proiezione de Palestina nei cuori italiani - Sherif Salem

* (curatori della traduzione in italiano del Rapporto Goldstone)

Per iscrizioni al seminario inviare una email a:
sem21maggioroma@gmail.com

Ad ogni partecipante sarà chiesto un contributo di 10 euro

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mercoledì, maggio 11, 2011

Il Convoglio Restiamo Umani in partenza per Gaza

Ieri si è svolta a Roma la conferenza stampa di presentazione del CO.R.UM. - Convoglio Restiamo Umani - un gruppo di una ottantina di persone, in maggioranza italiani, che in nome e nel ricordo di Vittorio Arrigoni si riuniranno al Cairo per poi entrare il 12 maggio nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah, per restarvi fino al 17 maggio.

Nelle parole di Manolo Luppichini, giornalista e video maker che farà parte della delegazione, "la morte di Vittorio Arrigoni ci ha stravolto, da questo è nata l'esigenza di confrontarsi, organizzarsi e trovare una forma di reazione al dolore. Quello che sta partendo è un convoglio non umanitario, ma umano, che entrerà nella Striscia di Gaza per dire alla popolazione palestinese: noi ci siamo".

I partecipanti all'iniziativa saranno presenti nella Striscia di Gaza anche il 15 maggio, data in cui insieme al trigesimo della morte di Vittorio Arrigoni si celebrerà la ricorrenza della Nakba, la "catastrofe" palestinese legata alla nascita dello Stato di Israele e alla pulizia etnica che l'ha accompagnata.

"Lo faremo per costruire e consolidare relazioni con gruppi, associazioni e persone che hanno collaborato con Vik negli ultimi anni - spiegano alcuni organizzatori del convoglio - ascolteremo le loro voci per imparare ad essere, laddove è necessario, di sincero aiuto". L'obiettivo dell'iniziativa è, insomma, vedere ciò che Vittorio vedeva e voleva che anche gli altri vedessero.

I componenti della delegazione, nel corso della loro permanenza nella Striscia, parteciperanno a incontri con gli studenti e a visite negli ospedali e presso le organizzazioni che forniscono assistenza alla popolazione, e accompagneranno i pescatori di Gaza e i contadini che devono recarsi nella zona-cuscinetto imposta arbitrariamente dagli Israeliani per coltivare la loro terra.

Naturalmente parteciperanno alle celebrazioni del 15 maggio, che saranno "un ricordo di Vittorio, ma anche una festa per un popolo che sta finalmente riprendendo la propria voce".

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martedì, maggio 10, 2011

R. Goldstone: sui crimini di Israele ha ritrattato sotto minaccia?

“Se avessi saputo prima quello che so adesso, il Rapporto Goldstone sarebbe stato un documento diverso”. Con queste parole, scritte lo scorso 1° aprile su un articolo del Washington Post, Richard Goldstone avrebbe “ritrattato” (almeno così ci è stato raccontato dai media mainstream) le accuse di crimini contro l’umanità rivolte ad Israele per le stragi compiute dall’IDF (l’esercito israeliano) durante l’attacco a Gaza del dicembre 2008 - gennaio 2009. Ma si è trattato davvero di una ritrattazione? E che cosa ha spinto Goldstone a compiere questa imprevista marcia indietro?

Leggendo l’articolo di Goldstone sul Washington Post, pubblicato il 1° aprile scorso (una data simbolica?) si può innanzitutto notare che esso, più che una vera e propria ritrattazione sugli scempi compiuti da Israele contro i civili di Gaza, contiene soprattutto alcune insistenti precisazioni sugli speculari (secondo Goldstone) crimini di guerra perpetrati da Hamas. I lanci di razzi effettuati da Hamas vengono posti sullo stesso piano dei bombardamenti al fosforo bianco compiuti da Israele, con un’operazione che sa di deriva propagandistica più che di corollario agli accertamenti compiuti nel corso della missione ONU, di cui Goldstone era a capo. Una propaganda dai connotati arcinoti, della quale è impossibile non riconoscere a prima vista la matrice.

Goldstone non ritratta affatto le sue precedenti conclusioni sull’intervento israeliano, deprecando anzi la scarsa collaborazione offerta dalle autorità di Israele nel corso delle indagini, nonché la lunghezza e la scarsa trasparenza dei processi intentati contro i militari accusati di azioni criminali contro i civili (come lo sterminio di 29 membri della famiglia al-Samouni all’interno della loro abitazione di Gaza). Ma allo stesso tempo, con mastodontica contraddizione, egli esprime una generica fiducia nella “correttezza” e nella “trasparenza” delle indagini che Israele sta adesso iniziando a condurre (o più probabilmente a fingere di condurre) contro l’operato dei propri militari. Ad esempio, la posizione di Israele riguardo lo sterminio della famiglia al-Samouni – cui era dedicata una corposa sezione del rapporto - è che tale massacro sarebbe stato causato dall’”errata interpretazione di un’immagine proveniente da un drone”. Goldstone si dice “fiducioso” che l’ufficiale che aveva scorrettamente interpretato l’immagine venga riconosciuto colpevole di negligenza. Non è chiaro su cosa egli basi la propria fiducia, trattandosi di un processo che l’IDF conduce contro l’IDF, con risultati che non è avventato definire prevedibili. E’ esattamente lo stesso modello di procedura investigativa avviata dopo il massacro della Mavi Marmara ed è davvero difficile capire come sia possibile nutrire “fiducia” verso un imputato che giudica se stesso e non ammette di essere giudicato da altri che da se stesso. Né è chiaro cosa Goldstone intenda per “trasparenza”, visto che le indagini non sono pubbliche e che Israele non si sogna nemmeno di condividere le prove raccolte con osservatori esterni e indipendenti.

Nell’articolo, Goldstone fa anche notare che mentre Israele si sarebbe impegnato ad avviare indagini sugli eventi del 2008-2009, Hamas non avrebbe invece fatto nulla per accertare le eventuali responsabilità dei propri esponenti. Il che sarebbe, in verità, un’ottima ragione per ringraziare Hamas di aver risparmiato all’opinione pubblica un’indagine-farsa contro se stessa, i cui esiti non sarebbero stati difficili da immaginare. Che Hamas apprezzi le pantomime processuali molto meno del governo israeliano, era cosa già nota. Manca ovviamente nell’articolo – né era lecito attendersela – qualunque considerazione sul problema di fondo: e cioè sul fatto che le aggressioni israeliane contro i civili palestinesi non andrebbero valutate singolarmente e di volta in volta come se si trattasse di azioni isolate; esse andrebbero invece inquadrate nell’ottica della lunga storia di massacri perpetrati da Israele contro la Palestina, la cui ricorrenza e la cui brutalità è impossibile definire accidentale se trasposta su una prospettiva di lungo periodo.

Insomma, più che come una ritrattazione motivata e articolata, l’articolo di Goldstone sul Washington Post si presenta come una scomposta sequela di affermazioni improbabili e apodittiche, scritta frettolosamente ricopiando alla rinfusa i pretesti più grevi del razzismo omicida dell’entità sionista. Occorre chiedersi: cos’è che ha spinto Goldstone a pubblicare una non-smentita così traballante e sospetta?

La risposta è piuttosto nota sulla stampa estera, assai meno in Italia, dove tutto ciò che può nuocere alla politica del sionismo o rivelarne le trame viene segregato nel limbo del non detto e non scritto e ricoperto da una coltre di ossequiante silenzio.

Il 15 aprile del 2010, il quotidiano Jerusalem Post pubblicava un articolo nel quale si rendeva conto di un’escalation di ostilità delle collettività ebraiche nei confronti di Richard Goldstone. L’articolo spiegava: “Il giudice Richard Goldstone, a capo di un’indagine sui crimini di guerra che ha fatto infuriare Israele e le comunità ebraiche del mondo, non potrà partecipare al bar mitzvah di suo nipote che si terrà a Johannesburg il prossimo mese, stando a quanto afferma un giornale sudafricano”. Il bar mitzvah (bat mitzvah per le ragazze) è “la cerimonia ebraica con cui si celebra il momento in cui un bambino ebreo raggiunge l'età della maturità (12 anni e un giorno per le femmine, 13 anni e un giorno per i maschi) e diventa responsabile per sé stesso nei confronti della Halakhah, la legge ebraica”. Si tratta di un evento molto sentito nelle comunità ebraiche, un’occasione in cui ogni famiglia ha, fra le altre cose, la possibilità di far risaltare la propria composizione numerica, la propria rilevanza sociale e dunque il proprio potere nell’ambito della collettività.

L’articolo del Jerusalem Post continuava: “Goldstone non sarà presente alla cerimonia religiosa di suo nipote in seguito ad un accordo tra la famiglia, l’Organizzazione Sionista del Sud Africa (SAZF) e la sinagoga Beith Hamedrash Hagadol di Sandton, dove la cerimonia verrà celebrata, stando al giornale sudafricano Jewish Report. [...] Il capo della SAZF, Avrom Krengel, ha detto che, riguardo al problema, la sua organizzazione “si è confrontata” col rabbino capo, con la beit din (corte rabbinica) e con altri soggetti, aggiungendo che la federazione si è interessata del problema “con la massima forza, visto che noi rappresentiamo Israele””. Il rabbino Moshe Kurtstag, capo della beit din locale dichiarava: “So bene che nella shul [sinagoga] ci sono sentimenti molto forti, c’è molta rabbia [riguardo alla partecipazione di Goldstone]. Ho anche sentito che la SAZF voleva organizzare una protesta all’esterno della shul, c’erano progetti di ogni tipo. Ma penso che alla fine la ragione abbia prevalso”.

E’ da notare che questo evidente ricatto contro Goldstone nasce e si sviluppa in seno alla stampa ebraica sionista. L’attacco parte dal giornale ebraico sudafricano Jewish Report, viene ripreso dal Jerusalem Post e subito dopo dal London Jewish Chronicle e dalla Jewish Telegraphic Agency. Solo successivamente la notizia verrà ripresa da altre fonti, quali il New York Times e Al Jazeera.

E’ anche da notare che la SAZF, nelle sue dichiarazioni, cerca ipocritamente di farsi passare per mediatrice, come se fosse intervenuta a proteste già iniziate e si fosse messa alla ricerca di una risoluzione pacifica della questione. In realtà era stata proprio la SAZF, nella persona del suo capo Avrom Krengel, la fonte da cui erano partite le minacce e la campagna diffamatoria.

Nel mese di aprile 2010, in molte sinagoghe sudafricane, i rabbini tennero sermoni sul caso Goldstone. Se da una parte si affermava il diritto di Goldstone a partecipare senza interferenze al bar mitzvah del nipote, dall’altro lo si additava senza esitazione come un nemico del popolo ebraico. Un esempio, fra i tanti, è quello del sermone tenuto dal rabbino Yossi Goldman, presidente dell’Associazione Rabbinica Sudafricana, presso la sinagoga Sydenham di Johannesburg. Goldman, da un lato, difendeva “il diritto di Goldstone di entrare nella sinagoga”; aggiungeva però che Goldstone “non avrebbe dovuto essere contato nel minyan” [il quorum di dieci uomini ebrei richiesto per certe preghiere] e suggeriva che a Goldstone avrebbe dovuto essere negata l’Aliya [l’onore di essere chiamato alla Torah], spiegando che “tale privilegio può andare perduto a seguito di comportamenti inappropriati”. Goldman, inoltre, accusava Goldstone di essere un nemico del popolo ebraico e di aver tradito la memoria di sua nonna. Steven Friedman, professore di scienze politiche presso l’università di Rhodes, in Sudafrica, dichiarava: “C’è l’establishment dietro questi attacchi. [...] C’è l’evidente tentativo, da parte della Federazione Sionista, di diffamare Goldstone”.

Alan Dershowitz, avvocato costituzionalista americano – lo stesso che aveva spinto la DePaul University di Chicago a licenziare Norman Finkelstein, il quale aveva denunciato come il libro di Dershowitz, “The Case for Israel”, fosse in buona parte scopiazzato da altri testi di infimo livello – definiva Goldstone “un uomo molto malvagio”, “un traditore del popolo ebraico” e “un essere umano spregevole”. I ministri del governo israeliano, come vuole la consuetudine, denunciavano Goldstone come antisemita. Shimon Peres lo definiva “un omuncolo, privo di qualunque senso della giustizia”.

Alla fine di maggio del 2010 comparve sul sito ebraico Forward un articolo a firma di un certo Leonard Fein. L’autore dell’articolo affrontava, più che altro, una generica questione di costume, lamentandosi di come fossero cambiati, nel corso del tempo, alcuni caratteri delle celebrazioni religiose ebraiche. Nello specifico, l’autore deprecava le interferenze esterne che contribuiscono oggi a definire chi viene e chi non viene invitato ad alcune cerimonie religiose, come il bar mitzvah. L’articolo faceva nuovamente riferimento al caso Goldstone, affermando che la situazione di Goldstone “si era alla fine risolta – con una luce verde concessa in ritardo e con una certa riluttanza – e la giornata era poi trascorsa in modo piacevole”. Non specificava, però, in quale modo Goldstone fosse riuscito a placare i suoi persecutori.

La questione viene chiarita da questo articolo del Guardian, in cui si legge: “Richard Goldstone, ex capo di una commissione internazionale sui crimini di guerra, è stato costretto ad incontrarsi con i leader ebraici sudafricani per ascoltare la loro rabbia riguardo al rapporto dell’ONU in cui egli accusava Israele di aver commesso crimini di guerra a Gaza. L’incontro, che non è stato Goldstone a richiedere, è in realtà la condizione affinché gli venga consentito di partecipare al bar mitzvah di suo nipote a Johannesburg”.

Cosa si siano detti Goldstone e i capi del sionismo sudafricano durante quella riunione, non è dato sapere, ma non è difficile immaginare. Goldstone è sempre stato profondamente legato ad Israele e nel corso della sua indagine sull’aggressione contro Gaza aveva mantenuto un livello di obiettività che, paradossalmente, aveva fatto risaltare con maggiore evidenza le atrocità compiute dagli israeliani. Ormai 75enne e al termine della sua carriera, Goldstone non ha voluto essere ricordato come un “nemico del popolo ebraico” e si è piegato ai voleri delle organizzazioni sioniste per non lasciare un marchio sul proprio nome che avrebbe esposto la sua stessa famiglia a ricatti e ritorsioni. La sua “ritrattazione” è tanto vaga, disarticolata e priva di logica quanto il suo rapporto era dettagliato e argomentato. Una ritrattazione che non conta e non vale nulla, soprattutto se non si esclude che potrebbe essere stata ottenuta attraverso un ricatto odioso, di tale squallore umano che – pretendono le malelingue - solo un’organizzazione sionista sarebbe stata in grado di concepire. Sulla base dell’articolo pubblicato da Goldstone, il governo israeliano, per bocca di Netanyahu e del vice Primo Ministro Moshe Ya’alon, sta continuando a fare pressione affinché Goldstone chieda una ritrattazione dei contenuti del rapporto alle stesse Nazioni Unite. In ogni caso, vista la vacuità della “marcia indietro” di Goldstone, contrapposta all’estrema precisione delle accuse presenti nel rapporto, appare al momento piuttosto improbabile che le Nazioni Unite possano prendere le richieste dei sionisti in qualsivoglia considerazione.

Gianluca Freda


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Libera il tuo Comune dalla Pizzarotti!

Abbiamo già dato conto della campagna d’opinione lanciata in Italia per costringere la Pizzarotti & C. S.p.A. a ritirarsi dalla partecipazione al progetto di costruzione di una tratta ferroviaria ad alta velocità tra Gerusalemme e Tel Aviv, una grandiosa opera infrastrutturale destinata ad attraversare per 6 chilometri e mezzo i Territori palestinesi occupati, in violazione del diritto umanitario internazionale.

Ora, nell’ambito della mobilitazione per il ritiro della azienda Pizzarotti & C. SpA dalla costruzione della ferrovia (a cui tra i primi aveva aderito anche Vittorio Arrigoni), la Coalizione Italiana Stop That Train lancia la campagna “Libera il tuo Comune dalla Pizzarotti”.

Una direttiva europea, recepita in Italia nel Codice dei Contratti Pubblici (D. Lgs. 12 aprile 2006, n. 163, Articolo 38, comma 1, lettera f), riguardante le procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici, prevede l’esclusione dagli appalti pubblici dei soggetti “che hanno commesso un errore grave nell’esercizio della loro attività professionale”.

Riteniamo che la Pizzarotti & C. S.p.A. di Parma, attraverso il suo coinvolgimento nel progetto per la linea ferroviaria A1 e il suo rifiuto di ritirarsi dal progetto che rappresenta una palese violazione del diritto internazionale, abbia commesso errori sufficientemente gravi nell’esercizio della propria attività professionale, e tali da giustificare l’esclusione da gare d’appalto per i lavori pubblici.

La linea ferroviaria A1, ad uso esclusivo della popolazione israeliana, percorre 6,5 chilometri attraverso la Cisgiordania occupata, in violazione del diritto internazionale umanitario e dei Trattati internazionali sui diritti umani, tra cui la IV Convenzione di Ginevra, che vieta lo sfruttamento delle terre da parte della potenza occupante e definisce come crimini di guerra la “distruzione ed appropriazione di beni, non giustificate da necessità militari”.

L’esclusione da appalti pubblici è stata la tattica utilizzata contro la Veolia, società francese coinvolta nella costruzione della ferrovia leggera a Gerusalemme Est occupata. Delibere per escludere Veolia dai propri appalti sono state approvate in diversi consigli comunali in Irlanda e Gran Bretagna, e Veolia ha perso numerose contratti per un ammontare di 10 miliardi di euro, tanto da essere costretta ad annunciare il ritiro dal progetto.

Cerchiamo di convincere la Pizzarotti!

Quello che segue è uno schema di proposta di delibera comunale/provinciale per chiedere che la Pizzarotti venga esclusa dagli appalti pubblici. La delibera può essere presentata da un membro del consiglio oppure su iniziativa popolare con la raccolta firme (controlla lo Statuto comunale per la procedura da seguire).

[Comune/Provincia] di ____________
PROPOSTA DI DELIBERA DI INIZIATIVA [CONSILIARE/POPOLARE]

Oggetto: Esclusione della Pizzarotti & C. S.p.A. dalle gare d’appalto e dalla stipula di contratti per lavori pubblici in base al Codice dei contratti pubblici

Premesso
che il Codice dei Contratti Pubblici D. Lgs. 12 aprile 2006, n. 163, (in attuazione direttiva comunitaria 2004/18 relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi) all’Articolo 38, comma 1, lettera f, prevede l’esclusione dagli appalti di lavori, forniture e servizi i soggetti “che hanno commesso un errore grave nell’esercizio della loro attività professionale, accertato con qualsiasi mezzo di prova da parte della stazione appaltante”;
che il [Comune/Provincia] di ___________ ha in corso e/o ha in passato stipulato e/o in futuro stipulerà contratti con Pizzarotti & C. S.p.A., con sede legale in Parma, Via Anna Maria Adorni, 1, codice fiscale 01755470158 e numero di iscrizione al Registro delle Imprese di Parma 23124;
Considerato
che Pizzarotti & C. S.p.A., attraverso la joint venture Shapir – Pizzarotti Railways registrata in Israele il 27 febbraio 2010, ha stipulato un contratto con le Ferrovie Israeliane per la costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità Tel Aviv – Gerusalemme, detto anche A1, in particolare per lo scavo di tunnel per la realizzazione della linea;
che la linea ferroviaria A1, ad uso esclusivo della popolazione israeliana, percorre 6,5 chilometri attraverso la Cisgiordania occupata, con la confisca di proprietà privata palestinese nei villaggi di Beit Iksa e Beit Sourik, inclusi terreni agricoli riconosciuti dalla Corte Suprema Israeliana come “risorsa fondamentale per la sussistenza” delle comunità; (Allegato 1)
che non vi era alcuna necessità di costruire la linea ferroviaria A1 su terre occupate in Cisgiordania: il vecchio tracciato del treno che collega Tel Aviv a Gerusalemme non attraversa i confini internazionali e uno alternativo, all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti dello Stato di Israele, era stato proposto nel progetto iniziale;
che i villaggi in questione hanno già subito espropri per la costruzione di insediamenti israeliani e del muro di separazione, entrambi ritenuti in contravenzione del Diritto Internazionale nel parere consultivo del 2004 della Corte Internazionale di Giustizia;
che la costruzione della linea ferrroviaria A1, insieme a una rete stradale per le enormi macchine scavatrici e per il trasporto di materiale di estrazione, sta portando alla distruzione di terreni agricoli oltre a renderli inaccessibili ai legittimi proprietari;
che la linea ferroviaria A1 è in violazione del Diritto Internazionale Umanitario e dei Trattati internazionali sui Diritti Umani, tra cui la IV Convenzione di Ginevra, in particolare Art. 53 che vieta “alla potenza occupante di distruggere beni mobili o immobili appartenenti individualmente o collettivamente a persone private, allo Stato o a enti pubblici, a organizzazioni sociali o a cooperative, salvo nel caso in cui tali distruzioni fossero rese assolutamente necessarie dalle operazioni militari”, in questo caso per la costruzione di infrastrutture permanenti inaccessibili alla popolazione locale;
che inoltre, le attività quali quelle poste in essere dalla Pizzarotti sono un vero e proprio crimine di guerra secondo quanto stabilito all’Articolo 8 dello Statuto della Corte Penale Internazionale, comma 2, lettera a, dove «crimini di guerra» include le “gravi violazioni della Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949″ tra le quali la “distruzione ed appropriazione di beni, non giustificate da necessità militari e compiute su larga scala illegalmente ed arbitrariamente”.
che Pizzarotti & C. S.p.A., attraverso il suo coinvolgimento nel progetto per la linea ferroviaria A1, che rappresenta una palese violazione del Diritto Internazionale, e che anzi è costituito a tutti gli effetti un crimine di guerra, ha chiaramente commesso errori sufficientemente gravi nell’esercizio della propria attività professionale, in modo da giustificare l’esclusione da gare d’appalto di lavori pubblici;
DELIBERA
1. di rivedere con urgenza tutti i contratti in corso con Pizzarotti & C. S.p.A.;

2. di escludere Pizzarotti & C. S.p.A. da tutte le gare d’appalto se non risolverà il contratto per la costruzione della A1;

3. di comunicare al più presto alla Pizzarotti & C. S.p.A. il contenuto di questa delibera e la determinazione del Consiglio [comunale/provinciale] di interrompere rapporti con Pizzarotti & C. S.p.A. finché continuerà ad operare contro il Diritto Internazionale.

Sul sito di Stop that Train si possono trovare l’elenco dei lavori della Pizzarotti in corso in tutta Italia e notizie sulle prossime gare cui partecipa la Pizzarotti.

Libera il tuo comune dalla Pizzarotti!

Si prega di inviare notizie di tutte le iniziative collegate alla delibera a: fermarequeltreno@gmail.com

Coalizione Italiana Stop That Train

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lunedì, maggio 09, 2011

Gaza, stiamo arrivando. Con Vittorio nel cuore

Il comunicato del Forum Palestina e le adesioni alla manifestazione nazionale del 14 maggio, in vista della prossima partenza della Freedom Flotilla 2.

Con l’approssimarsi della manifestazione nazionale del 14 maggio, vogliamo rivolgere un appello a tutte le associazioni, le forze politiche e le personalità che hanno aderito al progetto della Freedom Flotilla per far cessare l’assedio di cui i Palestinesi della Striscia di Gaza sono vittime da anni.

Le dichiarazioni del Ministro degli Esteri egiziano sull’ipotesi di un’apertura permanente del valico di Rafah ci incoraggiano ancora di più nel nostro progetto di raggiungere la Striscia via mare, sfidando il blocco israeliano insieme a tutte le organizzazioni della coalizione internazionale della Freedom Flotilla 2 – Stay Human

Il governo israeliano sta decidendo come affrontare la Flotilla, in un quadro regionale segnato da profondi sconvolgimenti, fra i quali la rinnovata unità delle forze politiche palestinesi, dopo anni di divisioni, unità che preoccupa oltre ogni misura l’occupazione israeliana. Non dimentichiamo come l’unità della resistenza sia stato un obiettivo per cui si sono mobilitati tanti giovani palestinesi, e come a questo obiettivo abbia dedicato le sue energie il nostro compagno, fratello ed amico Vittorio Arrigoni. Vittorio sarà sempre con noi, nei nostri cuori, nelle piazze, sulle nostre navi ed in tutte le nostre battaglie per la liberazione della Palestina e per una pace giusta in Medio Oriente.

I dirigenti israeliani si sono rivolti all’ONU ed ai governi, pretendendo che impediscano la partenza delle nostre navi, e il governo italiano ha prontamente risposto all’appello di Tel Aviv.

L’assalto dell’esercito israeliano alla prima Freedom Flotilla, lo scorso anno, è costato la vita a nove attivisti. Anche oggi, il governo israeliano rivendica la legittimità dell’assedio e nega la crisi umanitaria in cui versa Gaza a causa dell’assedio, e attribuisce alla flotilla intenti terroristici, preparando così il terreno per nuove iniziative di forza, immaginando che, come è sempre avvenuto in questi anni, alle blande condanne dei governi non farà seguito alcuna sanzione.

Il solo strumento di difesa che abbiamo è la solidarietà della società civile e delle forze democratiche. Vorremmo che questa solidarietà si manifestasse in tutta la sua ampiezza nella manifestazione del 14 maggio, ed è per questo motivo che chiediamo a tutti di esercitare il massimo sforzo affinché quel giorno vi sia la più ampia e determinata partecipazione. Chiediamo a tutte le organizzazioni di farci pervenire la propria adesione e di impegnarsi per far confluire a Roma il maggior numero di persone. Sono già in molti ad essersi attivati, a dimostrazione di quanto sia forte il bisogno di manifestare la propria solidarietà ai Palestinesi, ma c’è ancora molto da fare.

Il momento critico che sta attraversando la democrazia italiana, segnato prepotentemente dalla guerra e dalla volontà di impedire importanti consultazioni popolari, rende necessario mettere in campo la forza dei movimenti e della società civile.

La manifestazione del 14 maggio è un appuntamento importante per gli amici del popolo palestinese e della pace, per tutti quelli che credono nella democrazia, nella libertà, nella giustizia sociale e nei diritti umani. Un appuntamento da non mancare.

Il Coordinamento Nazionale della Freedom Flotilla Italia – Stay Human

Elenco dei pullman per la manifestazione



Prime adesioni pervenute:

Forum Palestina

Associazione Palestinesi in Italia

Free Gaza Movement Italia

ISM-Italia

Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese

Associazione Zaatar Onlus

Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese

Comitato Brindisi per Gaza

Associazione Amicizia Sardegna – Palestina

Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus (Firenze)

Comitato Palestina Bologna

Coordinamento Campagna BDS Bologna

Comitato “Con la Palestina nel cuore”

Comitato Pistoiese per la Palestina

Rete di Solidarietà con la Palestina e Pace nel Mediterraneo di Pescara

Campagna Solidarietà Palestina Marche

Comitato Perugia Palestina

Comitato di Solidarietà con il Popolo Palestinese di Torino

Gruppo musicale Handala

Collettivo Politico Fanon – Napoli

Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli

Partito della Rifondazione Comunista

Federazione della Sinistra

Partito Comunista dei Lavoratori

Sinistra Ecologia Libertà

Partito dei Comunisti Italiani

Rete dei Comunisti

Comunisti – Sinistra Popolare

Confederazione Unione Sindacale Italiana – U.S.I.

Per il Bene Comune

Patria Socialista

Forum Ambientalista

Sinistra Critica, Bari – Organizzazione per la Sinistra anticapitalista

Brigate di Solidarietà Attiva – Lazio

Gruppi di Azione per la Palestina – Parma

Un Ponte per…

Deposito Dei Segni Onlus

Comité de Solidaridad con la Causa Árabe /Spagna

Campo Antimperialista

Materiali Resistenti

Coordinamento Secondo Policlinico di Napoli

Assemblea Permanente NO F35 (Novara)

Forum Palestina Novara

Associazione Joe Strummer Magenta

Movimento per la tutela dei diritti dei Musulmani

Associazione LiberaRete

Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos di Campi Bisenzio

Libera TV

Rete No War – Roma

Circolo ARCI Handala – Imperia

Associazione Italia – Cuba – Circolo di Roma

Associazione YAKAAR Italia – Senegal

Women International League for Peace and Freedom (WILPF)

Coordinamento BDS Italia

Campagna Stop Agrexco Italia

Comitato Fiorentino Fermiamo la guerra

Centro di Solidarietà Internazionalista Alta Maremma

Associazione Italia -CUBA, Circolo di Parma

Parma X Gaza

Collettivo Comunista (marxista-leninista) di Nuoro

C.I.R.C. Internazionale

RESET - Collettivo Giovanile Territoriale

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Vicenza: convegno sui Corpi Civili di Pace

Comune di Vicenza
Assessorato alla Famiglia e alla Pace
IPRI - Rete CCP
(Italian Peace Research Institute.- Rete Corpi Civili di Pace)


La Prevenzione dei conflitti armati
e
La Formazione dei Corpi Civili di Pace


Convegno
Vicenza
3-5 giugno 2011


Ragioni del Convegno

Attualmente i governi di tutti gli stati del mondo non spendono quasi niente per prevenire le guerre, ma sprecano moltissimo denaro per provocarle e combatterle. Secondo esperti dell'IPRI-Rete CCP, ad ogni 10.000 € che si spendono per risolvere i conflitti con i mezzi militari corrisponde solo 1 € per la loro prevenzione con mezzi pacifici e nonviolenti.

La costruzione di una nuova base americana al “Dal Molin” e l’insediamento previsto di AFRICOM (U.S.Army Africa Command), fanno della città di Vicenza una vera e propria “cittadella militare”, con un importante ruolo strategico sulla scena internazionale. Giustamente la comunità vicentina si è allarmata e ha voluto far sentire la sua voce.

Dal 2006 la resistenza alla costruzione della nuova base ha visto moltissimi cittadini, gruppi, partiti, associazioni, la stessa Amministrazione comunale, impegnati in diverse azioni di sensibilizzazione e protesta. L’indizione per il 5 ottobre 2008 di una consultazione popolare da parte del sindaco, trasformata dopo il divieto governativo in consultazione popolare autogestita, ha visto la partecipazione spontanea di circa 24 mila cittadini di Vicenza. Di questi, 23.050 dichiararono sulla scheda il loro No alla base, restando però del tutto inascoltati.

Tutto questo ha fatto riflettere. Gli studiosi di risoluzione dei conflitti pensano che la difesa di un territorio e di una popolazione possa essere attuata attraverso strumenti diversi da quelli militari. Se cerchiamo dei mezzi più efficaci per evitare le guerre dobbiamo studiare i contesti conflittuali, prevedere e prevenire i conflitti armati, incominciare a progettare nuove strutture coerenti con il bisogno di pace, addestrare e formare personale esperto nella risoluzione nonviolenta dei conflitti.

Allora nelle nostre città vedremmo meno caserme, meno basi militari e più centri per la risoluzione nonviolenta dei conflitti, campus per la formazione dei corpi civili di pace.
Per queste ragioni si è scelta Vicenza come sede di un convegno nazionale che ha lo scopo di iniziare a progettare concretamente questa alternativa.

Il convegno è proposto dall'Assessorato alla Pace del Comune di Vicenza congiuntamente all’ Associazione IPRI-Rete CCP (Istituto di Ricerche per la Pace Italiano – Rete Corpi Civili di Pace) e si avvale della collaborazione del Centro interdipartimentale di ricerca e servizi sui diritti della persona e dei popoli dell'Università di Padova e di Transcend. A Peace Developement Environment Network, fondato da Johan Galtung.

Segreteria del Convegno
Casa per la Pace
Contrà Porta Nova 2 -36100 Vicenza
tel. 0444 327395 / cell. 335 6429807 (Francesco)
e-mail: casaperlapace@gmail.com

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venerdì, maggio 06, 2011

La riconciliazione palestinese frutto della rivoluzione egiziana e del fallimento degli Usa

Abbiamo già sottolineato l’importanza fondamentale dell’accordo di riconciliazione tra Hamas e Fatah, che potrebbe imprimere un nuovo impulso al processo di pace israelo-palestinese.

Nei due articoli che seguono, proposti nella traduzione di
Medarabnews, vengono messi in risalto due dei fattori principali che hanno determinato e/o accelerato il processo di riunificazione delle diverse fazioni palestinesi.

Nel primo, scritto dal giornalista palestinese Rajab Abu Sirriyeh per il quotidiano al-Ayyam, si fa rilevare come l’accordo raggiunto con la mediazione egiziana sia il frutto dei profondi cambiamenti in atto nella regione, dal cambio di regime in Egitto alle proteste popolari in Siria, cambiamenti di cui Israele dovrà giocoforza tenere in conto. La caduta di Hosni Mubarak, in particolare, ha tolto di mezzo quello che era diventato di fatto un alleato di Usa e Israele nel mantenimento dello status quo e nell’assedio di Gaza.

Nel secondo articolo, scritto da Daniel Levy per il Guardian, si evidenziano invece i fattori connessi allo stallo del processo di pace e al fallimento della mediazione degli Stati Uniti, dimostratisi ormai con certificata evidenza incapaci di assumere un ruolo di honest broker del conflitto israelo-palestinese.

L’incrollabile fiducia di Abu Mazen nella mediazione americana, ovvero – se si vuole – i generosi finanziamenti concessi all’Anp, avevano portato l’Autorità palestinese a trasformarsi addirittura in braccio armato dell’occupazione, e i cd. Palestine Papers hanno mostrato come i negoziatori palestinesi fossero inclini a concessioni inaudite ad Israele, financo sulla spinosa questione degli insediamenti ebraici a Gerusalemme est.

Ma, alla fine, anche Abu Mazen si è dovuto piegare di fronte all’evidenza del fatto che, mentre il processo di pace non muoveva un solo passo in avanti, le colonie e i coloni si accrescevano a dismisura, e con essi la ferrea presa di Israele sui territori occupati, mentre la sua popolarità e il suo prestigio andavano diminuendo di pari passo.

Resta da capire se gli Usa continueranno a restare prigionieri dello strapotere della Israel Lobby, che si traduce nella totale impotenza diplomatica dell’amministrazione americana, e soprattutto se Israele si convertirà ad un approccio maggiormente pragmatico verso la controparte palestinese. Perché la riconciliazione tra i Palestinesi è un passo indispensabile per poter giungere, un giorno si spera, ad una pace equa e duratura in Medio Oriente.

Riconciliazione palestinese: il primo frutto regionale della rivoluzione egiziana
di Rajab Abu Sirriyeh – 29.4.2011


La reazione del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del suo ministro degli esteri Avigdor Lieberman all’annuncio della firma preliminare dell’accordo di riconciliazione palestinese tra Hamas e Fatah conferma fino a che punto Israele avesse investito sullo stato di divisione esistente tra i palestinesi, ed allo stesso tempo indica che questo evento storico, che ha posto i palestinesi seriamente sulla strada per ottenere uno Stato, andrà incontro a una “guerra” israeliana, sostenuta entro certi limiti da alcuni ambienti americani, di cui sarà necessario tener conto quando si tratterà di cominciare a implementare l’accordo. Solo con questa consapevolezza, infatti, sarà possibile evitare una nuova battuta d’arresto, e i decisori politici palestinesi capiranno che implementare l’unità nazionale è un atto di lotta per la cui difesa e salvaguardia è necessario mobilitare tutte le energie nazionali, affinché tale unità sopravviva a dispetto degli israeliani.

Tornando a quanto è accaduto la sera di mercoledì scorso, è necessario dire che la strada verso la riconciliazione non poteva non essere una strada ardua e difficile, lungo la quale i palestinesi hanno lottato contro tutti i fallimenti e i complotti orchestrati da numerose potenze regionali, le quali hanno sfruttato le divisioni palestinesi per realizzare i propri obiettivi politici a spese degli interessi della Palestina. E’ altrettanto necessario dire che la sostanza dell’accordo conferma che tutte le forze interne hanno da guadagnare dalla sua riuscita, mentre le potenze straniere nel loro complesso hanno solo da perdere da tale accordo. Tuttavia è necessario qui esprimere tutta la gratitudine al Cairo la cui nuova leadership, pur essendo impegnata sul fronte interno, ha seguito con solerzia, e senza le passate strumentalizzazioni politiche, il processo di riconciliazione. L’atteggiamento equilibrato del Cairo, lontano dal clamore dei media, ha convinto le due parti contendenti a firmare l’accordo, godendo l’Egitto post-25 gennaio di una fiducia maggiore (presso entrambe le parti) di quella di cui godeva l’Egitto pre-rivoluzionario.

Vi sono dunque fattori interni e fattori regionali che hanno facilitato gli sforzi di riconciliazione. Il cambiamento avvenuto in Egitto ha infatti fatto sì che il nuovo regime del Cairo godesse di una fiducia maggiore, da parte di Hamas, rispetto al regime precedente alla rivoluzione. Allo stesso tempo, la fiducia di Fatah e dell’ANP nel Cairo è rimasta inalterata. Si può dunque dire che, sebbene il documento di riconciliazione egiziano fosse stato messo a punto fin dall’ottobre 2009, e fosse stato firmato da Fatah (ma non da Hamas), il fatto che non sono intervenute modifiche sostanziali al documento indica che l’elemento decisivo è stato quello della fiducia, giacché il Cairo rimarrà il garante principale dell’implementazione dell’accordo di riconciliazione.

Inoltre, è necessario rilevare che la partecipazione dei Fratelli Musulmani alla rivoluzione, il loro sostegno al governo transitorio, ed il loro orientamento a prendere parte attivamente al nuovo sistema politico che si sta preparando in Egitto, rappresentano un ulteriore fattore che ha spinto Hamas verso la riconciliazione. Gli effetti della rivoluzione che sta investendo il mondo arabo sono stati anch’essi determinanti a spingere in questa direzione – ed in particolare gli eventi siriani. Il coinvolgimento del regime di Damasco nell’instabilità regionale, e l’incerto futuro della leadership di Hamas nella capitale siriana, sono tutti fattori che hanno spinto in direzione della riconciliazione. Ad essi bisogna aggiungere l’emergere di divergenze tra le posizioni del Qatar e di uno dei maggiori ispiratori dei Fratelli Musulmani e dei principali esponenti del mondo islamico sunnita attuale – lo sheikh Yusuf al-Qaradawi – da un lato, e le posizioni del regime siriano dall’altro, riguardo alle proteste del popolo siriano ed alla risposta repressiva del regime.

Perfino quando è stato detto che l’Egitto non era più determinato a farsi carico della riconciliazione, e che non si opponeva all’eventuale trasferimento della questione presso altre capitali arabe, Hamas non ha fatto propria quest’idea, e nemmeno Damasco, sebbene ciò sarebbe effettivamente potuto accadere in passato, quando al Cairo era al potere il vecchio regime.

Bisogna poi rilevare che la mobilitazione dalla piazza palestinese a partire dalla metà dello scorso marzo, che è all’origine dell’invito del primo ministro di Hamas Ismail Haniyeh al presidente palestinese a recarsi in visita a Gaza, e poi l’iniziativa del presidente palestinese stesso, sono stati altrettanti fattori decisivi per superare gli ostacoli che hanno lungamente impedito la firma dell’accordo di riconciliazione. Questa volta, infatti, il popolo palestinese, i suoi giovani, e le sue forze politiche, non si sono limitati a chiedere la fine delle divisioni, ma hanno compiuto passi concreti per porvi fine scendendo in piazza e sfidando le autorità di governo in Cisgiordania e a Gaza.

In questo modo i palestinesi si avviano all’appuntamento di settembre nutrendo fiducia nel futuro, essendo più forti e influenti. Essi infatti non andranno all’ONU ad elemosinare uno Stato, ma a rivendicare il loro chiaro diritto ad esso. In alternativa, i palestinesi avranno a loro disposizione tutte le opzioni per imporne uno, rinnovando la loro lotta in tutte le sue forme allo scopo di ottenerlo. Questa volta essi saranno spalleggiati da un muro arabo più forte ed efficace, che non sarà forse rappresentato dall’insieme dei paesi arabi che hanno superato l’appuntamento del vertice arabo, lo scorso marzo, senza convocarlo, ma dalla Lega Araba e dall’Egitto in primo luogo, i quali saranno maggiormente in grado di influenzare e contrastare la prepotenza israeliana che continua a rappresentare il vero ostacolo sulla via della risoluzione della questione palestinese da vent’anni a questa parte.

La determinazione del Cairo a svolgere il proprio ruolo regionale con efficacia maggiore rispetto al passato è confermata dalle dichiarazioni dei nuovi leader egiziani, che hanno suscitato la collera ed il risentimento degli israeliani. Come ha annunciato il primo ministro egiziano Essam Sharaf, infatti, l’Egitto intende convocare una conferenza internazionale per dare una soluzione alla questione palestinese, e non per avviare ancora una volta dei negoziati.

Questa posizione palestinese più forte, sostenuta da un ruolo egiziano ed arabo più efficace, andrà incontro ad una “guerra” israeliana che chiederà ancora una volta un governo palestinese in cui Hamas accetti le condizioni imposte dal Quartetto nel 2006 – la rinuncia alla violenza, il rispetto degli accordi firmati in precedenza dall’ANP, e così via. La formazione di un governo di tecnici ha però proprio l’obiettivo di sottrarre questa possibilità a Israele, la quale in realtà trema di fronte all’unità nazionale palestinese.

Se Israele ha reagito in questo modo di fronte al semplice annuncio dell’accordo preliminare, cosa farà dopo la formazione del governo palestinese? I palestinesi saranno certamente soggetti a numerose pressioni politiche e finanziarie, che forse arriveranno a toccare gli aiuti finanziari ricevuti dall’ANP ritardando il pagamento degli stipendi degli impiegati. Tuttavia la costituzione di un governo di personalità competenti, non direttamente legate alle fazioni palestinesi, ridurrà la capacità degli israeliani di muovere guerra a tale governo. In ogni caso la possibilità di agire rimane in mano ai palestinesi, i quali fino a settembre possono imporre agli israeliani di chiudere il capitolo del loro attuale governo ostile alla pace, che non è un partner negoziale, ed è un residuato dell’era antecedente alla primavera della libertà araba. Nella misura in cui i regimi sulla cui debolezza Israele ha fatto affidamento per perpetuare la propria occupazione hanno cominciato a crollare, lo Stato ebraico deve inchinarsi alla tempesta araba e riconoscere almeno un livello minimo di diritti per i palestinesi.

Rajab Abu Sirriyeh è un giornalista e scrittore palestinese


Per quasi 20 anni, le politiche di Fatah (la fazione dominante all’interno dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina) sono risultate scontate fino alla noia. Questa settimana al Cairo, accettando un accordo che prevede l’unità e la condivisione del potere con Hamas, Fatah ha stupito tutti. È vero che la riconciliazione nazionale palestinese è già stata tentata, fugacemente e senza entusiasmo, a seguito di un’intesa mediata dai sauditi nella primavera del 2007, e che potrebbe di nuovo fallire. Ma questa volta la mossa di Fatah sembra essere una rottura più calcolata e profonda con la prassi del passato, e la prevedibile condanna degli USA sembra pesare meno.

Dalla decisione presa a Algeri nel 1998 che vide il Consiglio Nazionale Palestinese adottare la soluzione dei due Stati sulla base dei confini del 1967, passando per la Dichiarazione dei principi di Oslo del 1993 che riconosceva il diritto all’esistenza di Israele, fino alla ripresa dei negoziati israelo-palestinesi del settembre scorso a Washington DC, l’approccio dell’OLP si può ridurre a una semplice equazione: che una combinazione di atteggiamento conciliante palestinese, ragionato interesse personale da parte israeliana, e influenza americana, avrebbe prevalso sugli squilibri di forza fra Israele e Palestina e portato all’indipendenza palestinese e alla fine dell’occupazione.

Promuovere questa formula era una sfida sul piano dell’immagine per un Yasser Arafat segnato dalle campagne militari, ma questi fu sostituito, oltre sei anni fa, da quel Mahmoud Abbas indiscutibilmente considerato favorevole alla pace. E ancora i palestinesi hanno continuato a ripiegare su questa formula, nonostante il fallimento. Fatah ha portato avanti negoziati senza condizioni, un coordinamento di sicurezza con le forze di difesa israeliane, un processo di sviluppo delle istituzioni statali sotto l’occupazione, con un’inspiegabile fiducia nell’azione di mediazione americana, anche se gli insediamenti si diffondevano nei territori occupati, le elezioni sono state perse a favore di Hamas, e le accuse di collaborazionismo si inasprivano.

L’ultimo risultato della partita che si gioca in Palestina, il fayyadismo (che prende il nome dal primo ministro Salam Fayyad e si basa sull’idea che una buona capacità di governo palestinese indurrebbe Israele al ritiro, o almeno le pressioni della comunità internazionale la costringerebbero a farlo), è destinato a una fine ignominiosa entro questo settembre. Il programma di due anni finalizzato alla costituzione di uno stato avrà avuto successo, ma comunque non potrà far nulla contro l’inamovibile occupazione israeliana.

Gli esiti sono sotto gli occhi di tutti. L’equazione di un’OLP conciliante non funziona.

L’elemento principale di questa strategia era il dominio esclusivo della mediazione statunitense sul processo di pace. Nei mesi scorsi, i palestinesi si sono lentamente tirati fuori dalle strettoie americane. Abbas si è rifiutato di continuare i negoziati di settembre con Israele quando gli Stati Uniti non sono riusciti ad ottenere un’estensione della seppur parziale e limitata moratoria sugli insediamenti implementata da Netanyahu. L’OLP ha costretto il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad un voto sugli insediamenti, nonostante le pressioni americane, lasciando gli USA da soli con il loro veto e un voto finale di 14 a 1. Le preparazioni per un riconoscimento da parte delle Nazioni Unite dello Stato palestinese procedono rapidamente (ancora, in contrapposizione alla politica americana). In ultimo, e cosa più significativa, Fatah ha raggiunto questo accordo con Hamas.

La divisione dei palestinesi, nei ruoli dei cosiddetti ‘moderati’ contrapposti agli ‘estremisti’, è stata un fondamento della politica USA (e di Israele). Se l’accordo di unità palestinese tiene ( e la cautela è d’obbligo essendo i dettagli dell’accordo ancora da concordare, e data la passata storia di false partenze), non lo sarà più. Non sarebbe accurato attribuire questo sviluppo ad un cambiamento radicale nella politica dell’amministrazione Obama. Piuttosto, questo passaggio si comprende meglio rispetto ad una situazione di attrito, congiuntamente alle nuove realtà regionali nascenti dalla Primavera Araba. L’attrito ha un contesto ovvio: nel corso degli anni, c’è stata un’inarrestabile crescita degli insediamenti israeliani e un persistente controllo sui territori. Quando gli accordi di Oslo furono firmati nel 1993, c’erano 111.000 coloni solo nella Cisgiordania; oggi quel numero supera i 300.000, e il 60% della Cisgiordania e tutta Gerusalemme Est rimangono sotto l’esclusivo controllo israeliano. E c’è stata l’impunità puntualmente garantita ad Israele dagli USA.

Ciò che è cambiato è che, in una regione che sta attraversando un processo di democratizzazione, l’Egitto non riveste più il ruolo di garante dello status quo e sta riscoprendo la capacità di assumere una politica regionale che sia indipendente, costruttiva e recettiva nei confronti della propria opinione pubblica. La svolta nella posizione dell’Egitto era fondamentale per arrivare ad un progresso nella riconciliazione palestinese.

L’accordo Fatah-Hamas incontrerà inevitabilmente una rocciosa opposizione da parte degli USA. Il Congresso potrebbe decidere di interrompere il finanziamento all’Autorità Palestinese, potrebbe essere ritirata l’assistenza sulla sicurezza, e gli slogan politici di Israele (“hanno scelto la pace con i terroristi invece della pace con Israele”) saranno ben recepiti negli ambienti del Campidoglio. Ma, se dovesse tenere, questo accordo di riconciliazione sarà davvero uno sviluppo negativo per i palestinesi, gli USA o anche per Israele?

Per i palestinesi stessi, l’unità interna sembra un prerequisito per la nascita di una nuova struttura e strategia nazionale, nonché per far rivivere un’OLP dotata di legittimazione, potere e rappresentatività. L’unità crea un’interlocuzione palestinese, la possibilità di una posizione più forte nei negoziati, e dà un accesso diretto ad Hamas per impegnarsi nel processo politico, qualora dovesse scegliere di farlo. Sarà decisiva per qualsiasi strategia l’osservanza da parte palestinese del diritto internazionale e, in tale contesto, della non-violenza.

I palestinesi farebbero bene ad evitare una rottura preventiva con gli USA, ma una riduzione della dipendenza dagli Stati Uniti, inclusa la possibile interruzione degli aiuti americani, sarebbe assai lontana dall’essere un disastro e potrebbe agevolare un approccio più produttivo e intraprendente da parte palestinese per ottenere la propria libertà. L’unità, o addirittura un voto dell’ONU per il riconoscimento, non costituiranno di per sé una strategia pienamente efficace o la fine dell’occupazione. Rimangono sfide enormi: amministrare il coordinamento sulla sicurezza (interna ed esterna), governare un’autorità autonoma limitata che, per poter funzionare, dipende dalla buona volontà di Israele e, non ultimo, alleviare la miseria conseguente all’isolamento di Gaza. L’unità, tuttavia, può essere un primo passo verso lo sviluppo di una strategia palestinese convincente sul piano locale e globale, soprattutto data la nuova prospettiva di un significativo appoggio egiziano.

Per gli USA, la questione israelo-palestinese è un interesse cruciale per la sicurezza nazionale in una regione critica del mondo. Insieme a questo, le peculiarità della politica interna americana in merito a qualunque cosa sia legata ad Israele portano gli USA ad ingabbiarsi e limitare la propria capacità di manovra in questo campo. Troppo spesso il risultato è l’impotenza diplomatica degli americani.

Potrebbero esserci dei vantaggi per gli USA nel vedersi togliere in qualche modo il carico di questo problema, sia che ciò avvenga attraverso un aumento dell’indipendenza palestinese sul piano strategico, attraverso il rafforzamento della diplomazia egiziana, o un maggiore coinvolgimento dell’Europa o delle Nazioni Unite. Tali sviluppi potrebbero migliorare le prospettive di una soluzione, creare aperture per un impegno statunitense più efficace verso Israele, o almeno mitigare il crescente impatto debilitante che questa questione ha sulle posizioni USA in Medio Oriente.

Infine, Israele. E’ improbabile che Israele dia il benvenuto ad una controparte palestinese più indipendente, dotata di capacità strategiche o di maggior potere. Finora, Israele è non meno, ma più insicura ed incerta sul suo futuro. Sotto molti aspetti, l’aggravamento dello squilibrio nell’attuale processo di pace e l’esitazione palestinese sotto il profilo delle strategie dà ad Israele la falsa sensazione di un’impunità permanente e ne ha incoraggiato le tendenze più auto-distruttive (non ultime, quelle verso la costruzione di insediamenti e il nazionalismo intollerante).

C’è ragione di pensare che una correzione nell’atteggiamento da parte dei leader israeliani verso un maggiore realismo, pragmatismo e capacità di compromesso possa emergere in risposta ad un avversario palestinese più difficile, tattico e – si spera – nonviolento.

Daniel Levy è senior fellow presso la New America Foundation e la Century Foundation, dove si occupa delle politiche di pace in Medio Oriente; in precedenza è stato consigliere dell’ufficio del primo ministro israeliano Barak; è stato anche tra i propositori dell’Iniziativa di Ginevra

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