29 novembre 2011

I costi dell'occupazione israeliana

Uno dei “must” della propaganda filoisraeliana – oltre alla lista perennemente riproposta e aggiornata dei Premi Nobel vinti negli anni da Ebrei di tutto il mondo – è l’argomento più o meno formulato come segue: “vedete, gli Israeliani hanno fatto fiorire il deserto e creato una economia florida e in costante espansione, i Palestinesi invece sono solo dei buoni a nulla e dei piagnoni, e campano solo grazie agli aiuti internazionali”.

Tale tipo di argomentazione, tuttavia, omette di ricordare alcuni fattori che giocano a favore dell’economia dello stato israeliano, quali ad esempio i generosi aiuti finanziari dell’alleato Usa (circa 3 miliardi di dollari l’anno), ovvero la stretta partnership economica e culturale e le generose agevolazioni fiscali concesse ad Israele dall’Unione europea.

E, soprattutto, questa argomentazione evita accuratamente di ricordare come i successi dell’economia israeliana si basino in buona parte sul dominio coloniale imposto sui Territori palestinesi occupati, nella duplice forma dello sfruttamento delle risorse naturali delle popolazioni native e dei molteplici ostacoli frapposti all’attività e al normale funzionamento delle aziende palestinesi, che potrebbero costituire una temibile concorrenza per le imprese israeliane.

Sarebbe davvero interessante poter osservare come se la caverebbe l’economia israeliana alle prese con il blocco di un’intera e vasta porzione di territorio, con gli ostacoli alla circolazione di beni e persone, con la diseguale distribuzione delle risorse idriche, con il divieto all’importazione e all’esportazione di una serie infinita di materie prime e manufatti.

L’occupazione israeliana, peraltro, ha un costo indiretto anche per i contribuenti italiani ed europei, chiamati a contribuire con la fiscalità generale alle donazioni e agli aiuti finanziari, solo grazie ai quali l’intero apparato burocratico ed amministrativo dell’Anp riesce a funzionare.

Aiuti finanziari che, in realtà, costituiscono anch’essi un sostegno ad Israele e al regime di occupazione, in primo luogo perché mantengono in piedi, tra le altre cose, l’apparato repressivo dell’Autorità palestinese oramai divenuto, nelle zone a controllo palestinese, un vero e proprio braccio armato dell’occupante, in secondo luogo perché – in caso di eventuale dissolvimento delle strutture dell’Anp – dovrebbe essere Israele, quale potenza occupante, a farsi carico delle spese per il benessere ed il mantenimento della popolazione occupata.

Nell’articolo che segue, i costi dell’occupazione israeliana dei Territori palestinesi vengono quantificati in quasi 7 miliardi di dollari l’anno (circa l’85% dell’intero Pil palestinese!). Se i Paesi europei finalmente si impegnassero a premere su Israele per porre fine a questa immorale e illegale occupazione militare in stile apartheid della Cisgiordania e di Gaza, non solo i Palestinesi potrebbero godere di un’economia sufficiente a garantire un dignitoso tenore di vita alla popolazione, ma i contribuenti europei potrebbero pure evitare che parte dei loro soldi vada a finire – in maniera certamente indesiderata – nelle immeritevoli tasche del laborioso popolo di Israele.

L’occupazione israeliana esige un alto prezzo dall’economia palestinese, secondo un rapporto del Ministero dell’Economia nazionale palestinese e dell’Applied Research Institute di Gerusalemme – che valuta i danni in 6,9 miliardi di dollari l’anno – definita questa una stima prudente. Il dato corrisponde a circa l’85% del Pil palestinese per il 2010, pari a 8,124 miliardi di dollari.

Il calcolo include l’interruzione delle attività economiche nella Striscia di Gaza a causa del blocco israeliano, i mancati proventi derivanti dalle risorse naturali che Israele sfrutta in ragione del suo diretto controllo sulla maggior parte del territorio e i costi aggiuntivi che gravano sulle uscite palestinesi a causa delle restrizioni imposte da Israele alla circolazione, all’utilizzo della terra e alla produzione.

L’introduzione al rapporto afferma che il blocco dello sviluppo economico palestinese deriva dalla tendenza colonialista dell’occupazione israeliana dal 1967 in poi: lo sfruttamento delle risorse naturali accoppiato con la volontà di impedire all’economia palestinese di competere con quella israeliana.

Il rapporto è stato pubblicato alla fine di settembre, pochi giorni dopo che il Presidente palestinese Mahmoud Abbas aveva avanzato richiesta di adesione a pieno titolo alle Nazioni Unite.

La sua pubblicazione durante il periodo delle High Holidays ha comportato che esso difficilmente è stato menzionato dai media israeliani.

Quantificando le perdite causate dall’occupazione israeliana, gli autori del rapporto hanno voluto dissipare l’erronea impressione che si è sviluppata negli ultimi due o tre anni che l’economia palestinese stia prosperando spontaneamente, mentre in realtà è sostenuta dalle donazioni che compensano i costi dell’occupazione.

La maggior parte delle perdite per l’economia palestinese è dovuta alla politica del blocco di Gaza, che impedisce ogni produzione ed esportazione. Il calcolo è stato fatto sulla base della comparazione con il tasso di crescita del Pil in Cisgiordania, che negli anni precedenti al blocco era simile al tasso di crescita a Gaza. Così, gli autori del rapporto stimano che nel 2010 il divario tra il Pil potenziale di Gaza (circa 3 miliardi di dollari) ed il Pil reale sia stato di oltre 1,9 miliardi di dollari. L’economia palestinese, e specialmente il settore agricolo, perde una somma equivalente a causa della discriminatoria ripartizione dell’acqua tra Palestinesi ed Israeliani operata da Israele. Basandosi su un rapporto del 2009 della Banca Mondiale, gli autori dello studio trovano non solo che gli accordi di Oslo hanno congelato una situazione di diseguale distribuzione dell’acqua pompata dalla Cisgiordania (un rapporto di 80 a 20), ma anche che Israele sta pompando più acqua dalla falda acquifera occidentale di quanto fosse consentito dall’accordo.

Allo stesso tempo Israele vende acqua ai Palestinesi per compensare la parte di cui essi abbisognano. Il controllo israeliano sulle risorse idriche e sull’accesso alla terra nell’Area C impedisce ai Palestinesi di sviluppare l’agricoltura irrigua, che oggi rappresenta solo il 9% della superficie coltivata.

Gli autori stimano che se non fosse per le restrizioni israeliane sarebbe certamente possibile sviluppare considerevolmente il settore agricolo, fino a quasi un quarto del Pil del 2010.

La politica israeliana di limitare l’accesso all’acqua provoca anche vari problemi sanitari. Gli autori dello studio hanno sommato i costi derivanti dal trattamento di questi problemi sanitari – 20 milioni di dollari – e li hanno aggiunti alle perdite totali.

L’economia palestinese perde anche i potenziali profitti che deriverebbero da altre risorse naturali, che oggi Israele sfrutta o impedisce ai Palestinesi di valorizzare: minerali dal Mar Morto, pietre e ghiaia nelle cave, gas naturale al largo delle coste di Gaza. Questi profitti negati sono stimati in circa 1,83 miliardi di dollari.

I siti naturali ed archeologici, quali risorse per il turismo, sono bloccati dal controllo israeliano sull’Area C e dalle restrizioni alla circolazione che esso impone all’interno dell’intera Cisgiordania. Ad esempio, solamente le perdite causate dal controllo israeliano del Mar Morto ammontano annualmente a 144 milioni di dollari.

Il rapporto quantifica anche i danni causati dallo sradicamento di 2,5 milioni di alberi di ulivo e di altri alberi da frutto dall’inizio dell’occupazione nel 1967 – una perdita annua di 138 milioni di dollari.

Il settore industriale soffre di restrizioni non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania. Ciò, in parte, è dovuto alle severe restrizioni all’importazione che Israele impone su una lista di 56 voci di materie prime e macchinari in quanto definiti a “duplice uso” – per la produzione industriale e per l’uso bellico.

L’elenco è stato redatto nel 2008 e include, tra le altre cose, fertilizzanti, varie materie prime, torni, levigatrici, tubi metallici, apparecchiature ottiche e strumenti per la navigazione. Il rapporto afferma che questi beni sono ancora fortemente limitati nonostante il miglioramento nella situazione della sicurezza e la cooperazione tra le forze di sicurezza palestinesi, l’esercito israeliano e il servizio di sicurezza Shin Bet.

Tali restrizioni danneggiano in maniera diretta una molteplicità di industrie quali quelle alimentari, delle bevande, metallurgiche, tessili, farmaceutiche, dell’abbigliamento e cosmetiche.

Il rapporto si basa sui risultati di uno studio presentato al Ministero dell’Economia nel 2010 riguardante le opportunità per il commercio palestinese. Esso afferma, ad esempio, che dopo che Israele nel 2007 ha vietato l’importazione della glicerina in Cisgiordania, un’azienda di cosmetici di Nablus non è più stata in grado di esportare in Israele. Secondo gli standard israeliani, i prodotti per la cura della pelle devono contenere glicerina.

A causa del controllo israeliano dei valichi e dell’Area C, il Tesoro palestinese non è in grado di riscuotere interamente le tasse e i dazi doganali su ogni prodotto venduto in Cisgiordania.

Il rapporto stima che i mancati introiti fiscali per le casse palestinesi ammontino annualmente a circa 400 milioni di dollari.

Il rapporto, inoltre, calcola una perdita fiscale indiretta; un Pil ridotto rispetto a quello potenziale significa meno entrate derivanti dalle imposte. “Secondo i nostri calcoli, senza l’occupazione l’economia sarebbe più grande dell’84,9%, quindi genererebbe 1,389 miliardi di dollari di entrate fiscali aggiuntive. Aggiungendo questa cifra ai costi fiscali diretti si ottiene un totale dei costi fiscali derivanti dall’occupazione di 1,796 miliardi di dollari”.

Gli autori mettono in rilievo che si tratta di una stima delle perdite prudente. Essa non include vari calcoli congetturali come le perdite derivanti dal divieto di costruire nell’Area C, o le perdite economiche causate dalla barriera di separazione e dalle restrizioni ai commerci verso Gerusalemme est. “Considerato il deficit fiscale complessivo di Cisgiordania e Gaza pari a 1,358 miliardi di dollari nel 2010,” afferma il rapporto, “senza i costi fiscali diretti e indiretti imposti dall’occupazione, l’economia palestinese sarebbe in grado di mantenere un sano equilibrio di bilancio con un avanzo di 438 milioni di dollari. Essa non dovrebbe dipendere dagli aiuti dei donatori per mantenere l’equilibrio di bilancio e sarebbe in grado di ampliare in misura sostanziale la spesa finanziaria per stimolare il necessario sviluppo sociale ed economico”.

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