mercoledì, dicembre 04, 2013

Immagini di un'infanzia violata


Questa immagine è davvero emblematica di come i ragazzi palestinesi sono costretti a vivere nella Palestina occupata, i patimenti, i soprusi, le violazioni che sono costretti a subire da un'occupazione illegale e moralmente abietta. Qui un ragazzino palestinese si rivolge gridando a un soldato israeliano, chiedendo la liberazione del padre arrestato. Egli, tra l'altro, ha appena dovuto assistere all'aggressione del fratello da parte della soldataglia dell'Idf (foto postata da Hambe Abu Rahma da fb).


E talvolta capita che la soldataglia israeliana arresti questi bambini, in violazione non solo del diritto umanitario e delle varie Convenzioni sui diritti del fanciullo, ma persino della stessa legge di questo stato-canaglia. In questa foto Mahmoud Najib, un bambino di soli 10 anni, piange mentre viene arrestato dalle forze di occupazione a Gerusalemme est (3 dicembre 2013, foto postata da Younes Arar da fb).


Ma l'infanzia palestinese viene violata anche dall'embargo criminale imposto a Gaza ormai da più di sei anni, costringendo una popolazione di 1,7 milioni di palestinesi, molti dei quali bambini e ragazzi, a vivere in condizioni di estrema povertà e degrado (foto postata da Ramy Abdu da fb).


E che dire delle decine di migliaia di palestinesi che, dal 1993 ad oggi, hanno viste le loro case (più di 15.000 per l'esattezza) distrutte dalla sistematica opera di demolizione e di pulizia etnica dello stato-canaglia israeliano?  Ci si interroga come sarà l'adolescenza e la vita intera di questa bambina, qui ritratta mentre gioca sulle suppellettili che residuano dalla demolizione della sua casa nella Valle del Giordano (3 dicembre 2013, foto postata da Younes Arar su fb).

Talvolta, dopo che guardo immagini come queste che raffigurano bambini che mi guardano tristi, preoccupati eppure talvolta sorridenti dallo schermo del mio pc, mi volto a osservare i miei piccoli che giocano nella tranquillità e nel confort della mia abitazione, e davvero mi vengono le lacrime agli occhi.

Che in Israele si conoscano bene e si guardino con indifferenza i crimini dell'occupazione israeliana e le condizioni di vita della popolazione palestinese mi sorprende, ma fino a un certo punto.

Ma che la comunità internazionale, i governi dell'occidente, i nostri governanti, assistano impassibili alla tragedia dell'infanzia palestinese così brutalmente violata, mi riempie sempre di sgomento e di doloroso stupore.




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martedì, novembre 12, 2013

Si indaghi sulla morte del prigioniero palestinese Hassan al-Turabi

Il Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) chiede un’indagine immediata e indipendente sulle circostanze della morte di un prigioniero palestinese, Hassan al-Turabi, avvenuta martedì, 5 novembre 2013, nell’ospedale di Affoula, in territorio israeliano. Il PCHR è profondamente turbato dal fatto che le autorità israeliane possano aver ritardato nell’offrire al prigioniero (1) un trattamento medico tempestivo ed adeguato alle sue condizioni. Il PCHR, inoltre, condanna Israele per aver ignorato i ripetuti appelli per il rilascio di al-Turabi, sofferente di leucemia.

Hassan ‘Abdul Halim ‘Abdul Qader al-Turabi, 23enne del villaggio di Surra, vicino Nablus, è morto la mattina di martedì, 5 novembre 2013, nell’ospedale di Affoula, all’interno del territorio israeliano, dove era in cura per la leucemia.

Le forze israeliane avevano prelevato al-Turabi dalla sua casa nel villaggio di Surra il 7 gennaio 2013,  benché sapessero che soffrisse di leucemia. Il procuratore militare israeliano aveva accusato al-Turabi di appartenere alla Jihad islamica e di far parte di una delle sue cellule armate. Le sue condizioni di salute erano peggiorate 3 settimane fa nel carcere di Mageddo, all’interno del territorio israeliano, a causa dello scoppio di alcuni vasi sanguigni e di un violento vomito di sangue, così fu trasferito all’ospedale di Affoula. Venne ricoverato nel reparto di terapia intensiva, dove si scoprì che aveva tre coaguli di sangue nel collo, al torace e all’addome. Due giorni dopo, l’esercito israeliano annullò il suo ordine di detenzione, ma fu tenuto in ospedale a causa delle sue condizioni critiche.

La morte di al-Turabi evidenzia il deterioramento delle condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi all’interno delle carceri israeliane, che includono le misure repressive nei loro confronti, la negligenza medica cui sono soggetti e l’incapacità di fornire le cure mediche necessarie a centinaia di pazienti, specialmente a quelli che soffrono di gravi malattie.

Con la morte di al-Turabi, il numero dei prigionieri palestinesi che sono morti nelle carceri israeliane nel corso del 2013 è salito a tre. Il 2 aprile 2013, Maisara Abu Hamdiya, un 64enne di Hebron, è morto nell’ospedale militare di Soroka, in Israele, dove era in cura per un cancro alla gola; e il 23 febbraio 2013, Arafat Jaradat, 30enne di Hebron, è morto a causa delle torture a cui è stato sottoposto durante l’interrogatorio nel carcere di Mageddo, all’interno di Israele.

Il PCHR ritiene le autorità israeliane pienamente responsabili della morte di al-Turabi, e:

1. Chiede un’indagine immediata e indipendente sulla morte di al-Turabi;

2. Fa appello alla comunità internazionale affinché obblighi Israele a rispettare il diritto internazionale e il diritto umanitario, in particolare la Quarta Convenzione di Ginevra e le Norme minime dell’Onu sul Trattamento dei Prigionieri; e 


3. Esprime preoccupazione per il deterioramento delle condizioni di salute delle centinaia di palestinesi attualmente detenuti nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani a causa della negligenza medica, e chiede il trasferimento immediato in ospedale per i prigionieri che soffrono di gravi malattie, affinché ricevano cure mediche adeguate. 

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lunedì, novembre 04, 2013

Una bambina palestinese saluta suo padre...


Nada, una bambina palestinese di soli due anni, bacia la tomba del padre. Per molti bambini palestinesi, questo è l'unico modo che ormai hanno per salutare i propri genitori...

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Il JNF si mangia tutta la Palestina!


Quella che vedete qui sopra è la copertina della newsletter del Jewish National Fund del mese di settembre. Come si può notare il JNF, forse precorrendo solo di un po' i tempi, si è mangiato tutti i territori palestinesi! E poi parlano dei libri di scuola...

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martedì, agosto 20, 2013

Il Muro israeliano e la finzione della sicurezza



Secondo la propaganda degli amici di Israele (che purtroppo sembrano aver infiltrato anche Wikipedia), il Muro di "sicurezza" israeliano avrebbe come unico scopo quello di impedire l'infiltrazione in Israele dei "terroristi" palestinesi, diminuendo così drasticamente la possibilità di nuovi attentati. 

Ma se gli attentati si sono, come è in effetti, azzerati, questo è stato dovuto al cambio di strategia delle organizzazioni palestinesi e alla collaborazione in tema di sicurezza tra Israele e l'ANP, non certo perchè il Muro sia invalicabile.

E questa circostanza la mostra di tutta evidenza il video qui sopra, in cui si vedono alcuni Palestinesi che entrano illegalmente in Israele semplicemente correndo e sfruttando un buco nella recinzione. Solo che vanno a cercare un lavoro, non a commettere attentati...
  
E anche laddove il Muro si presenta non come semplice recinzione, ma come manufatto in cemento armato, è persino possibile scavalcarlo, come mostrano le foto qui sotto.

Il che ci porta a capire che quella della "sicurezza" è una scusa quasi banale: del resto, se quello fosse stato davvero il suo scopo, Israele il Muro avrebbe potuto costruirlo lungo il confine pre-1967 (la cd. green line).

E invece il Muro, attualmente, corre per ben l'85% del suo tracciato all'interno della Cisgiordania, sottraendo alla popolazione palestinese un ulteriore 10% di territorio e mantenendo al sicuro dalla parte israeliana oltre l'85% dei coloni illegalmente stanziati in terra palestinese (cfr. OCHA - The humanitarian impact of the Barrier, luglio 2013).

Ed è questo, infatti, il suo scopo reale. 




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domenica, agosto 18, 2013

Come animali in una gabbia

Sono le cinque del mattino a Betlemme, il sole sta sorgendo e centinaia di Palestinesi sono in piedi in una gabbia, in attesa, afferrando le sbarre di metallo come dei prigionieri.

Potrebbe sembrare un valico di frontiera, ma in realtà il checkpoint 300 si trova due chilometri a sud della green line, ben all'interno della Cisgiordania occupata. 

Tutti i giorni lavorativi, dalle 4 alle 7 della mattina, circa 4.000 Palestinesi sono costretti ad attraversare questo posto di blocco illegale per potersi recare al lavoro a Gerusalemme est o in Israele. E quelli in fila dentro una gabbia sono in realtà i più fortunati, perchè sono riusciti ad ottenere un permesso.   

Dice Adel, che attraversa il checkpoint 5 volte a settimana: "è disumano. Ci trattano come animali. Ogni mattina mi sento come un animale in una gabbia."

(Source: Ubuntifada










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mercoledì, luglio 31, 2013

L'intollerabile arroganza dell'ambasciatore israeliano


Quello che segue è l'articolo di Repubblica del 30 luglio dal titolo "L'ira di Gerusalemme contro i grillini 'nella loro missione ci hanno snobbati', in cui Tommaso Ciriaco da conto della protesta dell'Ambasciatore di Israele Naor Gilon per un viaggio conoscitivo di alcuni deputati del M5S in Palestina, protesta che si sostanzia in due principali accuse:
a) non aver incontrato parlamentari o altri esponenti israeliani;
b) essersi fatti guidare da Luisa Morgantini.

Ora, che un diplomatico invii una nota (anche) al Presidente della Camera per censurare il comportamento di alcuni deputati - che fino a prova contraria sono liberi di scegliere chi incontrare, i luoghi da visitare, le persone con cui parlare - è francamente irrituale (e irritante).

Quello che è del tutto intollerabile è che l'ambasciatore israeliano si permetta di insolentire volgarmente e di diffamare una cittadina italiana, una stimata pacifista ed ex Vice Presidente del Parlamento europeo come Luisa Morgantini. 

Si spera (ma non molto) che il nostro Ministro degli esteri abbia voglia di replicare a questa intollerabile protervia ed arroganza.

E spiace che, dall'articolo di Repubblica, traspaia una certa soddisfazione per lo "schiaffo" assestato ai deputati del M5S piuttosto che la dovuta indignazione per un comportamento inaccettabile come quello di Gilon.

Cara Repubblica, se un caso diplomatico esiste, riguarda il comportamento poco rispettoso e denigratorio, come tale inaccettabile, di un ambasciatore a cui dovrebbero bacchettare le manine...


ROMA— Poco diplomatico e ben assestato, lo schiaffo ai grillini è annunciato su carta intestata dell’ambasciatore israeliano Naor Gilon. Ed è diretto ai sei deputati del Movimento cinque stelle volati solo pochi giorni fa in Israele e nei territori dell’Anp. «Quando si vuole affrontare una situazione complessa è sempre opportuno ascoltare le posizioni di entrambe le parti. Purtroppo — è il rimprovero rivolto agli uomini di Grillo dall’ambasciatore — così non è stato in questo caso». L’accusa, pesante, è di aver dato retta solo alle ragioni dei palestinesi. Di non aver neanche tentato di incontrare i parlamentari israeliani. E di avere per di più viaggiato al fianco di un’attivista che nega «lo stesso diritto all’esistenza dello Stato d’Israele».

La missiva che certifica il caso diplomatico è diretta al capogruppo del M5S Riccardo Nuti. E, per conoscenza, anche alla Presidenza della Camera. Nel testo, l’ambasciatore Gilon ricorda di aver appreso dai media della missione dei sei grillini. Li elenca uno ad uno: Carlo Sibilia, Alessandro Di Battista, Manlio Di Stefano, Stefano Vignaroli, Paola Carinelli e Maria Edera Spadoni. Poi parte l’affondo: se si è trattato di «un viaggio di lavoro, al fine di conoscere la realtà sul campo, non mi resta che esprimere rammarico per l’occasione sprecata».

Ma il passaggio più duro arriva qualche riga dopo: «Il viaggio è stato organizzato dalla signora Luisa Morgantini, attivista ben nota per le sue posizioni estremiste », che negano allo Stato d’Israele il diritto ad esistere. «È superfluo dire — aggiunge con ironico rammarico l’ambasciatore — che il viaggio da lei organizzato non prevedeva alcun incontro con alcun esponente ufficiale o non ufficiale» israeliano. Neanche l’ombra di un summit con i parlamentari israeliani della Knesset, rimprovera Gilon.

Un focus è dedicato al deputato Paolo Bernini. Il cinquestelle — che però della delegazione non ha fatto parte — è messo sul banco degli imputati a causa di alcune dichiarazioni pubblicate sabato scorso, nelle quali si indica il sionismo come «una piaga».

«Una simile affermazione, che nasce probabilmente dalla mancanza delle minime nozioni di storia — si infuria l’esponente della diplomazia israeliana — supera la linea rossa che costituisce il
discrimen tra una critica costruttiva e una vera e propria istigazione e negazione della legittimità di esistenza dello Stato d’Israele ».

Difficile che la frattura possa ricomporsi. Gilon, comunque, ricorda l’incontro avuto con i grillini di palazzo Madama, poi invita i deputati a un «viaggio conoscitivo in Israele». Ma l’ultimo monito suona definitivo. E senza appello: «In questo momento storico è importante incoraggiare proprio le forze che sostengono la pace e il dialogo, evitando invece di fiancheggiare esponenti estremisti, aventi come obiettivo quello di infiammare l’odio e la violenza».

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I bambini nella prigione di Gaza




Gaza, bambini nella grande prigione a cielo aperto

Una ricerca dell'Unicef documenta gli incubi e i traumi profondi di una generazione che rischia di non avere un futuro.

di Luisa Betti

Mentre riprendono i negoziati israelo-palestinesi, la Striscia di Gaza continua a essere una prigione a cielo aperto: chiusa tra il mare, l'embargo di Israele e da giugno anche dall'Egitto. Una striscia di terra lunga 41 km e larga tra i 6 e i 12 km, dove vivono allo stremo un milione e 700 mila abitanti, di cui un terzo sotto la soglia di povertà. Un inferno dove circa la metà degli abitanti è minorenne e in cui rimane difficile pensare a un vero processo di pace senza domandarsi come le generazioni del futuro possano sostenere e costruire questa pace. Un pensiero che volge al peggio dopo il rapporto dell'Onu che ha accusato Israele di violenze sistematiche nei confronti dei minori detenuti, esprimendo «profonda preoccupazione circa i maltrattamenti e le torture ai bambini palestinesi arrestati».

Ma come crescono i bambini in un lembo di terra dove regna il terrore che tutto possa svanire insieme alla propria vita? Perché se è vero che un bambino può subire ferite profonde a seguito di esperienze violente, è anche vero che gli effetti invisibili di uno stato di pericolo costante durante la crescita possono essere indelebili. Lo stress emotivo della permanenza prolungata in un territorio che somiglia a una grande prigione, dove in ogni momento puoi essere colpito senza possibilità di fuga, può far sviluppare ai bambini problemi comportamentali che rendono difficoltoso, o impossibile, il recupero a una vita normale dal punto di vista psicologico, oltre che materiale. E quando i conflitti si protraggono nel tempo, come nel caso della Striscia di Gaza, i bambini possono sviluppare anche il desiderio di vendetta.

Dopo l'operazione «Piombo Fuso», che nel 2008-2009 ha provocato la morte di 1.380 palestinesi (tra cui 313 bambini), e a seguito dei bombardamenti nel novembre 2012 (con 174 morti, 1.399 feriti, 450 case distrutte e 105 scuole danneggiate nella Striscia), l'Unicef ha condotto uno studio per la valutazione dell'esposizione alla violenza nei conflitti in fase di crescita a Gaza, rendendo noto che il 97% dei minori presi in esame aveva visto corpi morti o feriti, e che il 47 % aveva assistito direttamente all'uccisione di persone. «Per i bambini un evento così mina il senso di sicurezza. Non capiscono cosa stia succedendo e si sentono impotenti. A volte possono persino pensare di essere responsabili del disagio sofferto dalla famiglia», dice Bruce Grant, responsabile Unicef nei Territori occupati.

Nei sintomi dell'esposizione al conflitto ci possono essere flashback, incubi, paura di uscire in pubblico e di stare soli. In particolare tra questi bambini sono stati osservati sintomi fisici come disturbi del sonno, digrigno dei denti, pianto ininterrotto, dolori corporei, alterazioni dell'appetito, anoressia, stordimento e stati confusionali; mentre tra i sintomi emotivi sono stati notati nervosismo eccessivo, rabbia, difficoltà di concentrazione, affaticamento mentale, insicurezza e senso di colpa, a cui si aggiungono le dimensioni della paura come la paura della morte, della solitudine, di suoni forti. Conseguenze che ogni minore sottoposto allo stress da guerra può avere, anche se per Gaza il problema è differente.

Andrea Iacomini, portavoce Unicef Italia, dice che «a Gaza esiste un problema di conflitto permanente in un contesto dove è difficile intervenire perché è come stare in una scatola sigillata da cui non puoi comunque uscire». Dopo le incursioni dell'anno scorso ci sono stati casi con bambini terrorizzati che non volevano dormire con le finestre chiuse, malgrado il freddo, per paura che un passaggio aereo mandasse in frantumi i vetri. Ma le conseguenze possono essere anche principi di sdoppiamento di personalità. «Il piccolo Udai - spiega Iacomini - ha detto agli operatori quello che ha visto prima di perdere la famiglia, in maniera priva di ogni emozione, raccontando che mentre era nella sua casa ha sentito un boato e ha visto dalla finestra una luce rossa e subito dopo la casa di fronte era sparita, riferendo di aver capito di aver perso i suoi vicini di casa; e poi ha detto di aver visto un nuovo lampo rosso ma senza boato, ritrovandosi tra le macerie di casa sua, ed è lì che ha compreso che la sua famiglia era stata colpita ma che lui era vivo. Un racconto che Udai ha fatto, mostrando una grave dissociazione da ciò stava descrivendo come se non fosse stato lui a viverla».

Dai disegni di questi bambini si può capire molto, perché anche se si tratta di disegni a tema libero fanno solo carri armati, aerei, bombe, sangue, pistole, mitragliatrici, morti: immagini di cui questi minori non riescono a liberarsi e che sanno di poter rivivere.

Nell'operazione «Piombo Fuso», la famiglia Olaiwa era in cucina e un proiettile d'artiglieria è entrato dalla finestra ferendo una delle figlie (Ghadir, 15 anni), decapitando la madre Amal (40), ammazzando sul colpo 4 dei suoi figli (Mo'tassem di 14 anni, Mo'men di 13, Lana di 9 e Isma'il di 7): un attacco a cui sono sopravvissuti il padre e il ragazzo di 16 anni che oltre ad aver riportato gravi ferite ha assistito alla mattanza dei suoi familiari. Mohammed Abu Eita (12 anni) ha visto colpire casa sua e ha visto morire sotto i suoi occhi il fratello Ahmed (16), la sorella Malak (2), il cuginetto Anwar (7), e ha visto il corpo della zia Zakia esplodere e le sue interiora sparse ovunque. Tahreer (18 anni), Ikram (15), Samar (13), Dina (8), Jawaher (4) sono le 5 sorelle che componevano la famiglia Balousha, e sono morte in seguito a una bomba lanciata a tre metri da casa loro: solo i fratelli di 17 e 11 anni sono sopravvissuti, ma hanno ancora negli occhi la loro famiglia sterminata. Eppure, in base all'articolo 38 della Convenzione sui diritti dell'infanzia ratificata da 193 nazioni, tra cui Israele, i Paesi firmatari devono prendere misure tali da assicurare protezione ai minori. L'avvocata Micòl Savia - rappresentante permanente dell'Associazione internazionale Giuristi democratici alle Nazioni Unite di Ginevra - spiega che «il diritto internazionale umanitario regola i conflitti in modo da limitarne gli effetti devastanti anche sui minori. I testi fondamentali sono le quattro Convenzioni di Ginevra adottate il 12 agosto del '49, e i successivi Protocolli Addizionali.

Durante i conflitti i bambini godono di tutte le protezioni generali previste dal diritto internazionale umanitario, e in particolare dalla IV Convenzione di Ginevra, a cui si aggiunge anche la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell'Infanzia e il suo Protocollo Opzionale in vigore dal 12 febbraio 2002. Le violazioni di queste Convenzioni rappresentano un crimine di guerra in base all'articolo 8 dello Statuto di Roma sulla Corte Penale Internazionale, e possono essere perseguite da tutti i tribunali del mondo».

Eyad El Serraj, lo psichiatra che dirige il Gaza Community Mental Health Programme e si occupa dei disordini post-traumatici sui minori dal 1990, dice che per i bambini in cura si va dagli incubi alla difficoltà di concentrazione, dal senso di colpa per essere sopravvissuti, fino al senso di insicurezza e impotenza. Secondo El Serraj, la relazione che questi bambini hanno con i genitori è distorta perché si rendono conto fin dalla prima infanzia che non sono in grado di proteggerli, e parla di un trauma collettivo che aggrava il conflitto preparando la strada a nuova violenza, in quanto «il conflitto, da un punto di vista psicologico, dà vita a un ciclo di vittimizzazione e aggressione che continua a ripetersi, aggravandosi». I giovani passerebbero attraverso un momento iniziale di totale apatia, in cui si sentono stanchi e impotenti: uno stato d'animo che conduce spesso a gravi forme di depressione e alla fase di vittimizzazione. Poi il conflitto continua e i giovani cominciano a dare segni di forte ansietà e rabbia. E qui comincia la fase di aggressione che conduce a esplosioni di violenza: un ciclo che continua a ripetersi e ad aggravarsi. E da questi bambini così feriti e vulnerabili che dipende l'instaurazione futura di una pace vera e duratura. Nena News

*Articolo pubblicato il 30 luglio 2013 dal quotidiano Il Manifesto


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martedì, aprile 30, 2013

Lettera aperta al Sindaco di Assisi


Domani 1 maggio, alle ore 10:15, verrà conferita al Presidente israeliano Shimon Peres la cittadinanza onoraria di Assisi. 

Che la "Città della Pace" voglia tributare questo onore al Presidente di uno stato-canaglia che tanta sofferenza ha causato e continua a causare ad un intero popolo, a colui che ha condiviso e approvato entusiasticamente ogni crimine efferato commesso dall'esercito israeliano, nessuno escluso, a cominciare dal massacro di "Piombo Fuso", mi lascia attonito e disgustato.  

Ho scritto quindi di getto, e invito anche tutti i lettori a fare altrettanto, la lettera che segue al Sindaco di Assisi.

Gentile Sig. Sindaco,

sono rimasto profondamente stupito e addolorato dalla notizia secondo cui la città di Assisi conferirà la cittadinanza onoraria al Presidente israeliano Shimon Peres, lo stesso che approvò e condivise pienamente l’operazione militare israeliana denominata “Piombo Fuso”, che ebbe luogo tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009 e si risolse in un vero e proprio massacro della popolazione civile di Gaza.

Shimon Peres ebbe, tra l’altro, a dichiarare: l’operazione militare israeliana a Gaza è "a justified operation that has no other alternative. The people are united behind the operation”, e ancora “he IDF had demonstrated restraint and capabilities to hit its targets while avoiding hitting innocents” (cfr. http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3645607,00.html).

Le statistiche, purtroppo, hanno dimostrato l’esatto contrario: in poco più di tre settimane, l’esercito israeliano ha ucciso 1.409 palestinesi, di cui 1.172 non stavano prendendo parte alle ostilità (si tratta dell’83% del totale!) e, tra essi, 111 donne e 342 bambini (cfr. http://www.icawc.net/fonds/Gaza-operation-Cast-Lead_statistical-analysis%20by%20Al%20Haq_August%202009.pdf).

E questo per tacere della sistematica distruzione di fabbriche, edifici pubblici, negozi, case, financo ospedali, e dell’uso indiscriminato in aree densamente popolate del fosforo bianco, di granate a “flechettes”, di proiettili DIME.

Io spero e prego che la decisione di conferire la cittadinanza onoraria della Città della Pace al rappresentante di uno stato che tanta sofferenza ha causato e continua a causare ad un intero popolo pressoché indifeso possa essere riconsiderata, perché – mi creda – profondamente errata e offensiva per la memoria di tanta povera gente inerme ed innocente massacrata dalla furia di uno degli eserciti più formidabili al mondo.

Distinti saluti

(inviare a sindaco@comune.assisi.pg.it)





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giovedì, marzo 28, 2013

Netanyahu, la versione israeliana di Rambo

Un'altra bella vignetta di quell'inveterato antisemita di Carlos Latuff!

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