mercoledì, febbraio 01, 2012

Ad Anata va in scena la distruzione delle case e dei diritti umani dei palestinesi

Il 23 gennaio, nel cuore della notte, i bulldozer dell’esercito israeliano hanno demolito sette abitazioni nel villaggio palestinese di Anata, alla periferia di Gerusalemme, lasciando senza un tetto 52 persone, tra cui 29 bambini, la maggior parte dei quali di età inferiore agli 8 anni. Una di queste case è stata distrutta per la quinta volta…

Solo nel 2011, secondo i dati forniti dall’Agenzia dell’Onu per gli affari umanitari (OCHA), Israele ha provveduto a demolire 622 strutture abitative, spingendo oltre 1.100 palestinesi – più della metà dei quali bambini – nella terribile condizione di profughi. Questa politica, severamente condannata (ma solo a parole…) dalla comunità internazionale, si inquadra in un preciso piano di lenta ma inesorabile pulizia etnica, a danno soprattutto, come in questo caso, delle comunità beduine.

Non è peregrino ricordare che Israele, in quanto stato occupante, ha il dovere di proteggere la popolazione indigena sotto occupazione e di assicurarne il benessere e la dignità; chiaramente, la politica della demolizione delle abitazioni non solo è in aperto contrasto con tale dovere, ma tradisce in pieno ogni ideale umanitario. All’opposto di quanto accade, ai palestinesi andrebbe invece garantito il diritto fondamentale ad una corretta e non discriminatoria pianificazione urbanistica, che ne garantisca e ne soddisfi le necessità abitative connesse all’incremento della popolazione.

Nell’articolo che segue, scritto da Federica De Giorgi per
Medarabnews, l’autrice prende lo spunto dalle tristi vicende di Anata per ricordare l’attualità e la necessità di dare applicazione alle norme scolpite nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, per impedire il prevalere della forza e dell’arbitrio.

Ma oggi, purtroppo, la bandiera dei diritti umani viene agitata strumentalmente per giustificare interventi armati “umanitari” che poco o nulla hanno a che fare con nobili ragioni ideali, mentre altrove – e soprattutto qui in Palestina – si consente ad uno stato canaglia ed immorale di distruggere con i bulldozer, insieme alle case, anche i diritti fondamentali che spettano a ciascun essere umano.

RILEGGERE LA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’UOMO ALLA LUCE DELLA RECENTE DISTRUZIONE DELLA COMUNITÀ PALESTINESE DI ANATA
di Federica De Giorgi - 30 gennaio 2012

Lo scorso 23 gennaio un gruppo di soldati israeliani ha demolito tre abitazioni nella zona est di Anata, villaggio della Cisgiordania centrale, sito nella zona nord di Gerusalemme. Nell’arco di poche ore, inoltre, ben cinquanta persone, fra cui 29 bambini, sono state sfrattate dai loro alloggi. Pochi giorni dopo, il 27 gennaio – una data che ha una qualche reminiscenza così drammatica da risultare quasi surreale – altre ruspe israeliane hanno continuato a demolire una serie di abitazioni nel medesimo villaggio.. Lo scopo del governo israeliano è molteplice: espellere i palestinesi residenti a Gerusalemme est, relegarli in piccole enclaves come già succede a Gaza e rafforzare il controllo di alcune zone di confine con l’area C, che si troveranno oltre il Muro, quali appunto il villaggio di Anata. Nonostante l’ONU abbia più volte chiesto al Governo israeliano di terminare questa politica di espropriazioni e demolizioni, tali pratiche erano e continuano ad essere molto diffuse. Solo nel 2011 ben 622 edifici palestinesi sono stati smantellati dalle autorità israeliane e 1.094 persone sono state sfrattate.

Il 28 gennaio scorso per l’ultima volta le Nazioni Unite hanno richiamato Israele a porre fine a questa politica di distruzione delle abitazioni palestinesi nella West Bank. Il sistematico incremento degli insediamenti non solo allontana sempre di più la possibilità di una risoluzione del conflitto israelo-palestinese, ma è considerato anche illegale da tutta la comunità internazionale.

In un rapporto privato redatto il 19 gennaio scorso dalla Rappresentanza europea in Israele si legge che il Paese “sta attivamente perpetuando le sue annessioni a Gerusalemme est”. Nel suddetto documento si fa anche riferimento alla serie di problematiche a cui è sottoposta la popolazione palestinese: “la divisione in zone limitate, le continue demolizioni e gli sfratti, una politica iniqua dell’istruzione, il difficile accesso alle cure sanitarie, l’inadeguata fornitura di risorse e di investimenti e il problema delle residenze precarie”, per citarne solo alcune.

Nonostante l’impellente necessità di agire, l’Unione Europea si limita soltanto ad evidenziare un problema, che affonda le sue radici nel lontano 1948: permettere la fondazione di uno Stato su base etnica e confessionale, ed erigerlo ad emblema di democrazia, è assai grave, soprattutto se dopo sessantaquattro anni, tale Stato commette crimini di pulizia etnica ai danni di un’altra popolazione.

Sempre nel 1948, pochi mesi dopo, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” chiudeva un capitolo triste e doloroso della storia mondiale: poneva fine, anche simbolicamente, alle barbarie della Seconda guerra mondiale. A tutt’oggi, questo documento non è solo attuale, ma è soprattutto necessario.

Così sorge spontanea una domanda: oggi, dopo sessantaquattro anni, servirà forse una seconda “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”?

Basterebbe applicare quello che è già stato scritto, basterebbe avere la non piccola consapevolezza che il potere e le armi non equivalgono a diritti, ma che tutti noi, con senso di responsabilità, dovremmo denunciare le ingiustizie, non solo quelle che ci riguardano, ma anche quelle che avvengono dietro l’angolo, e via via, sempre più distanti da noi, fino ad avere un orizzonte più ampio, questo “considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”. (cit. Primo preambolo della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”.)

Federica De Giorgi è una studentessa di filologia classica all’Università di Roma Tre

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mercoledì, gennaio 25, 2012

Proprietari terrieri “assenti”? Ma se non possono nemmeno recarsi nelle loro terre!

Nell’articolo che segue, scritto alcuni giorni dopo il Natale per l’agenzia di news americana Catholic News Service (CNS), si parla essenzialmente della sottrazione illegale delle terre del popolo palestinese da parte di Israele sfruttando il meccanismo della cd. Legge sulle proprietà degli assenti, attraverso un vero e proprio atto di pirateria di cui gli israeliani sono dei veri e propri maestri.

Con la Legge sulle proprietà degli assenti (Absentees’ Property Law) – solo una delle infinite
armi legislative di confisca di massa con cui Israele ha sottratto e sottrae la terra di Palestina ai suoi legittimi proprietari – Israele si è appropriato dei beni dei palestinesi costretti ad allontanarsi dalle loro terre a seguito della guerra del 1948, dichiarandoli “assenti” e affidando la terra “abbandonata” ad un organismo di custodia, il quale successivamente ha provveduto a insediarvi i nuovi immigrati di religione ebraica: si stima che, sono nel periodo 1948 – 1953, 350 dei 370 nuovi insediamenti colonici siano stati costruiti su terra confiscata in base a tale legge (cfr. Wikipedia, “Israeli land and property laws”).

Legge che funziona benissimo tutt’ora nelle zone attraversate dal muro dell’apartheid israeliano, sulla base di un meccanismo semplice semplice, da volgari truffatori da quattro soldi: si prende un terreno palestinese, separato dalla residenza del suo proprietario dal percorso del muro o recinzione di “sicurezza”, si impedisce al legittimo proprietario di poter accedere alla propria terra e di coltivarla, lo si dichiara “assente” e gli si confisca il tutto.

Anche se il malcapitato – come nel caso in esame – è li, a poche centinaia di metri di distanza, a struggersi e a disperarsi per i propri beni che gli sono stati sottratti in base ad un meccanismo che solo in Israele hanno il coraggio di chiamare “legge”.

Ma, visto che parliamo di Betlemme, l’argomento dell’articolo – se vogliamo – racconta anche del trattamento che i “fratelli maggiori” ebrei riservano ai palestinesi di religione cristiana, purtroppo abbandonati sia dalla Santa Sede sia dai tanti campioni della cristianità di casa nostra, evidentemente capaci di indignarsi a comando solo su certe tematiche e non per il destino dei nostri fratelli in Terra Santa.

Perché la drammatica diminuzione del numero dei cristiani in Palestina, anno dopo anno, è causata non certo dalle persecuzioni degli islamici, quanto dalla sottrazione delle terre e delle risorse, dal sistema dei checkpoint, dall’occupazione israeliana, dalla mancanza di prospettive per il futuro che affligge le giovani generazioni.

“Ci sentiamo abbandonati dal mondo intero”, sembra quasi gridarlo uno degli agricoltori palestinesi intervistati. E purtroppo ha ragione.

Absentee landowners? West Bank landowners can’t get to their land
di Judith Sudilovsky – 30.12.2011

Betlemme, Cisgiordania. Jamal Salman stava da un lato della doppia barriera di separazione, su un terreno appartenente alla propria famiglia. Dall’altra parte delle barriere erette da Israele, solo a poche centinaia di metri di distanza ma oltre la sua portata, c’era altro terreno della famiglia con un uliveto.

A novembre, a Salman e a più di 180 proprietari terrieri di Betlemme è stato comunicato che Israele aveva posto i loro uliveti – più di 1.700 acri (1 acro è pari a circa 0,4 ettari, n.d.t.) di terreni situati oltre la barriera – sotto l’amministrazione del Custode per la Proprietà degli Assenti, considerando “assenti” i proprietari di queste terre. Si tratta dell’ultimo provvedimento prima della confisca formale.

“Io sto qui … e guardo la mia terra oltre la barriera come (proprietario) assente”, dice Salman, indicando gli alberi attraverso le recinzioni. L’ultima volta che gli è stato permesso di attraversare la barriera per coltivare il suo uliveto è stato nel 2009.

Questo 73enne sta guidando una campagna dei proprietari terrieri, per lo più cristiani, nel tentativo di evitare che venga loro confiscata ancora altra terra. Racconta che stanno pensando di impugnare la decisione di assenza davanti alla Corte Suprema israeliana.

L’espropriazione della terra qui non è storia nuova, dice Salman, cattolico ed ex sindaco di Betlemme.

Dopo che nel 2002 Israele ha costruito la barriera di separazione, agli agricoltori non è stato più permesso di attraversare la recinzione verso la valle per raggiungere i loro uliveti. A Salman sono rimaste solo 360 iarde quadrate di terra (poco meno di 330 metri quadri, n.d.t.), mentre le restanti 1.560 iarde quadrate della sua proprietà (circa 1.426 metri quadri, n.d.t.) sono state confiscate e si trovano adesso dall’altro lato della barriera, racconta.

“Questi terreni facevano guadagnare molto denaro a noi e alle nostre famiglie”, grazie all’olio d’oliva prodotto dalle olive, dice. “Da li ricavavamo anche le olive e l’olio d’oliva per noi stessi. Abbiamo perso tutto”.

Dopo che il caso degli agricoltori fu portato davanti alla Corte Suprema dall’avvocato per i diritti umani israeliano Danny Seidmann, la corte stabilì che dovevano essere costruiti dei cancelli nella serie di duplici recinzioni e che dovevano essere rilasciati ai contadini dei permessi speciali durante il periodo del raccolto, in modo da consentirgli di accedere alla loro proprietà.

Inoltre, secondo Seidmann, nel 2004 gli venne fornita da funzionari governativi un’intesa scritta secondo cui ai proprietari terrieri sarebbe stato dato l’accesso alla loro terra. Un anno dopo l’ufficio del procuratore generale dichiarò anche illegale l’utilizzo della Legge sulla Proprietà degli Assenti nei confronti dei residenti della West Bank la cui terra era situata sul lato israeliano della barriera.

Ma la realtà era diversa. I cancelli venivano aperti solo in determinati orari, e ai contadini sono stati rilasciati permessi per accedere ai loro terreni soltanto tre volte dal 2005, raccontano i proprietari.

I permessi vengono dati solo alla persona a cui la terra è registrata, tutta gente che adesso va dai sessanta agli ottant’anni. A nessun altro membro della famiglia è permesso di entrare per dare aiuto con il raccolto, dice Jallal Hanouna, 61 anni.

Secondo quanto afferma Salman, da quando Israele ha preso il controllo della Cisgiordania sottraendolo nel 1967 alla Giordania, ai Palestinesi è stato impedito di trasferire la proprietà dei beni persino ai propri figli, così che essi non potevano effettuare i passaggi di proprietà in favore dei membri più giovani della famiglia.

“Per noi è impossibile coltivare la terra da soli”, dice Salman. “Loro non permettono a nessun altro parente o membro della famiglia di aiutarci. Non ci hanno dato l’autorizzazione ad andare nei nostri terreni, e adesso sostengono di considerarci assenti dalla nostra terra, che possiamo vedere con i nostri stessi occhi. Io non sono assente, sono proprio qui”.

Un anno, quando ai contadini venne permesso di recarsi nei loro terreni, essi giunsero nella loro proprietà per scoprire che tutte le olive erano già state raccolte da qualcun altro, racconta Hanouna.

Seidmann afferma che non è chiaro se la decisione di rivendicare la terra in virtù della Legge sulla Proprietà degli Assenti è stata semplicemente un tentativo da parte del governo di tentare qualcosa di illegale durante un anno di elezioni negli Usa, quando l’attenzione negli Stati Uniti è rivolta altrove, o se essa è divenuta una politica del governo.

L’Amministrazione civile israeliana, competente per il rilascio dei permessi, non ha risposto alla richiesta di un commento.

Hanouna afferma che la terra non solo rappresenta il loro futuro in termini di reddito derivante dalla raccolta delle olive, ma simboleggia anche la loro capacità di offrire un futuro ai loro figli a Betlemme. Altri appezzamenti di terra minacciati sono gli ultimi terreni rimasti dove la città - e in particolare i residenti di religione cristiana - può espandersi, dal momento che Betlemme è circondata da tutti gli altri lati da insediamenti israeliani, ha detto.

“Ci sentiamo abbandonati dal mondo intero. Noi siamo tutti cristiani. Questa è al 99% terra cristiana”, dice Hanouna. “Questa terra era la speranza per i Cristiani, per i nostri figli, di espandersi. Questo è tutto ciò che possediamo”.

Se non c’è spazio perché i nostri figli costruiscano le loro case, l’esodo dei giovani dalla città continuerà ed aumenterà, dal momento che cercano di farsi la loro vita da qualche parte dove non si sentano imprigionati, ha affermato.

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giovedì, gennaio 19, 2012

Diplomatici Ue: necessario dividere Gerusalemme

Gli inviati della Ue presso l’Autorità palestinese già da tempo hanno preparato un rapporto che contiene alcune prime, e molto parziali, misure da adottare per cercare di frenare l’inarrestabile espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme est.

Tali misure prevederebbero tra l’altro, secondo quanto riportato da Ynet, l’inserimento dei coloni violenti in una “lista nera” e il divieto di intrattenere rapporti economici con aziende israeliane aventi sede o operanti a Gerusalemme est.

Ma, soprattutto, i diplomatici Ue esprimono la loro preoccupazione che la continua espansione delle colonie israeliane impedisca di conseguire la soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese, e sottolineano come una pace durature presupponga la necessità di dividere Gerusalemme.

Sarebbe un buon inizio, se solo i Paesi membri della Ue si decidessero ad adottare le misure proposte dal documento…

Inviati europei: inserire i coloni israeliani in una lista nera

Gli inviati europei redigono un duro rapporto che mira a fare pressioni affinchè Israele cambi politica in Cisgiordania e chiede che i coloni violenti vengano iuseriti in una “lista nera” e che Gerusalemme venga divisa.

di Elior Levy – 18.1.2012

L’Europa dichiara guerra ai coloni? I capi delle delegazioni dell’Unione europea presso l’Autorità palestinese hanno elaborato un documento contenente dure raccomandazioni allo scopo di rafforzare il controllo dell’Autorità palestinese su Gerusalemme est e di premere su Israele affinché modifichi le sue politiche in Cisgiordania.

Il severo documento, le cui parti essenziali vengono pubblicate per la prima volta, è stato acquisito da Ynet.

Le raccomandazioni includono la preparazione di una “lista nera” di coloni considerati violenti, al fine di poter valutare successivamente la possibilità di vietarne l’ingresso nell’Unione europea. Il documento chiede anche di incoraggiare una maggiore attività e rappresentanza dell’Olp a Gerusalemme est.

Il rapporto, inoltre, raccomanda alle maggiori autorità Ue in visita a Gerusalemme est di astenersi dal farsi scortare da rappresentanti ufficiali israeliani o da personale della sicurezza.

“Gerusalemme deve essere divisa”

I funzionari, inoltre, sono sollecitati a dare disposizioni alle aziende turistiche europee di astenersi dal fornire supporto alle imprese israeliane situate a Gerusalemme est e ad accrescere la consapevolezza dell’opinione pubblica europea sui prodotti israeliani che provengono dagli insediamenti o da Gerusalemme est.

Un diplomatico occidentale ha detto a Ynet che gli europei sono ben consapevoli delle implicazioni di queste ultime raccomandazioni. Egli ha anche espresso la speranza che il documento incoraggi la Ue a intraprendere iniziative concrete per porre fine all’espansione degli insediamenti colonici, ivi compresa una legislazione che vieti le transazioni finanziarie che riguardano la costruzione delle colonie.

Un documento redatto dai capi delegazione esprime preoccupazione per l’aumento dell’attività edilizia israeliana a Gerusalemme est, che secondo gli inviati europei compromette la possibilità di raggiungere la soluzione a due stati. Senza la divisione di Gerusalemme, che dovrebbe fungere da capitale sia per Israele sia per la Palestina, sarebbe impossibile assicurare una pace durevole, hanno scritto gli inviati europei. (…)

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lunedì, gennaio 09, 2012

Conferenze e incontri di Mazin Qumsiyeh in Italia

Il professor Mazin Qumsiyeh, docente presso le università di Betlemme e di Birzeit, presidente del Palestinian Center for Rapprochment Between People e coordinatore del Popular Committee against the Wall and Settlements, sarà in Italia per un giro di incontri e conferenze.

UDINE, martedì 10 gennaio, ore 20:30-22:30, “Sala Ajace” al centro della città - Conferenza pubblica a seguito della inaugurazione di una mostra fotografica sul problema dell'acqua in Palestina sul tema “La resistenza popolare palestinese non violenta”. Contatto: edment@alice.it

TRIESTE, mercoledì 11 gennaio, ore 17:00 Conferenza pubblica nella sala "Narodni dom" dell'Università di Trieste sul tema: "La Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico & Culturale di Israele". Contatto: mauro.minni@virgilio.it

MILANO, lunedì 16 gennaio, ore 20:30-20:40, Casa della Cultura, via Borgogna 3, Milano -Conferenza pubblica: "La Resistenza Popolare contro l'Apartheid - Un percorso per il futuro in Palestina." Contatto: francesco.stevanato@gmail.com

GENOVA, martedì 17 gennaio, pomeriggio, informal meeting

GENOVA, martedì 17 gennaio, ore 17:30-20:00, Conferenza pubblica a Palazzo Tursi in via Garibaldi, 9. Contatto: Angelo Cifatte, linea fissa +39 010.5701274

Vedi anche www.qumsiyeh.org/upcomingevents.

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mercoledì, dicembre 28, 2011

Chi ha rubato il Natale ai cristiani di Gaza?

I resoconti delle celebrazioni del Natale nei territori occupati in qualche caso hanno dato conto del fatto che Israele ha concesso un certo numero di permessi (500) ai cristiani di Gaza per recarsi nei luoghi santi e partecipare alle celebrazioni religiose.

Nessuno, come era lecito aspettarsi, ha fatto notare che il “gesto di buona volontà” natalizio concesso dai bravi Israeliani ha consentito di viaggiare ad un numero di cristiani di Gaza inferiore al 2010, avendo le autorità governative diminuito il numero dei permessi da 600 a 500 ed avendo limitato l’età dei fortunati alle persone di età inferiore a 16 e superiore a 46 anni (l’anno scorso il limite di età partiva dai 35 anni).

Il risultato è che due terzi dei cristiani di Gaza non hanno ricevuto i permessi per celebrare il Natale nei luoghi santi della Cisgiordania, e che alcuni che questa possibilità l’avevano hanno dovuto rinunciare perché solo alcuni membri della famiglia riscontravano i criteri stabiliti dal COGAT e, di conseguenza, sono rimasti nella Striscia per celebrare il Natale insieme al resto della famiglia.

Anche questo è il segno dell’attenzione che i “fratelli maggiori” ebrei riservano ai cristiani di Terra Santa, privati in un colpo solo di diritti fondamentali quali quello alla libertà di circolazione e alla libertà di culto, nel contesto di una punizione collettiva quale è l’assedio alla Striscia di Gaza che ogni giorno diventa sempre più intollerabile.

Chi ha rubato il Natale?

La gioia del Natale è arrivata un po’ in anticipo per i Palestinesi residenti in Cisgiordania e a Gaza, con l’annuncio del Coordinatore delle attività governative nei Territori (COGAT) di gesti di buona volontà per i cristiani durante le festività natalizie. Sembrerebbe che Babbo Natale abbia deciso che 500 cristiani palestinesi di Gaza di età inferiore ai 16 anni e superiore ai 46 sono stati buoni quest’anno e quindi meritano la possibilità di visitare la famiglia in Israele e in Cisgiordania e di partecipare alle festività religiose nei luoghi santi al di fuori della Striscia.

Si tratta di un gesto ben accetto ed è certamente importante che i principi della liberta di circolazione e della libertà di culto religioso, anche come gesti di buona volontà, trovino estrinsecazione nei provvedimenti del COGAT.

Ma uno sguardo più attento al gesto di buona volontà suggerisce che il Grinch – e non solo Babbo Natale – è stato al lavoro. Nella calza di quest’anno per i cristiani di Gaza c’è una riduzione della loro capacità di accedere ai luoghi santi durante le festività, in rapporto agli anni passati: Israele ha innalzato l’età di coloro ai quali è vietato viaggiare a 46 anni, invece di 35 anni, ed ha fissato una quota di appena 500 persone a cui è consentito di muoversi, nonostante l’anno scorso lo abbiano fatto circa 600 cristiani.

Che siano stati cattivi o buoni, almeno i due terzi dei circa 1.500 cristiani di Gaza, inclusi tutti quelli di età compresa tra i 16 e i 46 anni che sono esclusi dal gesto, non potranno celebrare le festività insieme ai membri della loro famiglia che soddisfano i criteri e riescono ad entrare nella quota. Ciò significa che una famiglia di sei persone, con la mamma e il papà di età superiore a 46 anni ma con figli di età pari a 20, 16, 14 e 7 anni dovranno perdere o la possibilità di viaggiare o l’alternativa di trascorrere il Natale insieme.

Lo scorso anno a Natale, ed anche la scorsa Pasqua, i criteri stabilivano che le persone di età superiore a 35 anni potevano ricevere i permessi. Non è chiaro perché questo Natale solo gli over 46 possano viaggiare. La politica israeliana è ancor più restrittiva per i musulmani di Gaza: nessun musulmano, qualunque sia la sua età, può recarsi nei luoghi santi, una politica approvata in tribunale all’inizio di quest’anno, quindi suppongo che dobbiamo esser grati per i piccoli miracoli. In ogni caso, buon Natale e felice anno nuovo a tutti!

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mercoledì, dicembre 21, 2011

E' primavera anche per la destra israeliana

Le paure suscitate ad arte in Israele, che si sente minacciato dalla primavera araba e dai fondamentalisti alle porte, hanno consentito al premier Netanyahu di tacitare le proteste di piazza e di rafforzare la sua ideologia e il suo governo.

Purtroppo questo comporta l’incremento dell’attività di espansione delle colonie, delle demolizioni e degli espropri, anche e soprattutto a Gerusalemme est: in una parola, insomma, la fine di ogni realistica possibilità di componimento pacifico del conflitto israelo-palestinese.

E’ questo il tema dell’articolo che segue, scritto per Ha’aretz dal giornalista Aluf Benn e qui proposto nella traduzione di Medarabnews.

Springtime for the Israeli right as well
di Aluf Benn – 16.12.2011

La reazione di Israele agli sconvolgimenti della primavera araba è stata un attacco di panico i cui sintomi si sono progressivamente aggravati via via che le manifestazioni di Facebook e Twitter negli Stati arabi si sono trasformate in violente guerre civili e hanno rafforzato i movimenti islamisti. La paura lungamente repressa di Israele che la caduta di Hosni Mubarak avrebbe fatto emergere i Fratelli Musulmani al suo posto e che l’Egitto sarebbe diventato un nuovo Iran – o, nel migliore dei casi, una Turchia in stile Erdogan – si sta realizzando, e la preoccupazione sta crescendo.

L’apprensione di Israele non riflette soltanto un’istintiva repulsione per l’Islam politico: essa riguarda anche gli equilibri di potere regionali. La situazione strategica di Israele è peggiorata nell’ultimo anno. Le alleanze regionali con la Turchia e l’Egitto sono crollate. Inoltre, non è chiaro per quanto tempo ancora esisterà quella con il regno hascemita di Giordania; nel frattempo, anche quest’ultimo sta tenendo a distanza Israele. Gli Stati Uniti, indeboliti sotto la traballante leadership di Barack Obama, non comandano più in Medio Oriente. La Grecia, nuovo alleato di Israele, sta cadendo a pezzi a causa della crisi economica. L’Iran ignora le minacce e le sanzioni, e prosegue la sua corsa al nucleare. L’Autorità Palestinese si sta avvicinando sempre più ad Hamas.

Questo fosco scenario è punteggiato da qualche sprazzo di luce. Il regime di Assad in Siria si è avvitato in una crisi senza uscita, a seguito della quale anche Hezbollah si è indebolito. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas voleva che le Nazioni Unite riconoscessero la Palestina, ma Israele ha fatto naufragare la sua iniziativa. L’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo, che, come Israele, sono affezionati al vecchio ordine regionale e temono i cambi di regime e la crescente potenza dell’Iran, stanno tacitamente collaborando con Israele su questioni di interesse comune.

Ma tutto questo è magra consolazione. A fronte di un crescente isolamento, Israele ha reagito come il bullo della classe quando viene spaventato, scoprendo i denti e minacciando guerra. Ha compiuto un test di missili balistici ed esercitazioni di attacco a lungo raggio, creando l’impressione che fosse sul punto di colpire gli impianti nucleari iraniani. Il messaggio rivolto ai vicini e alla comunità internazionale è: “Israele è ancora importante, e può combinare guai”.

Gli sconvolgimenti regionali di quest’anno hanno preoccupato la maggior parte degli israeliani, ma fra essi ve n’è uno che ha trasformato la paura in un’opportunità politica senza precedenti. Fin dall’avvento della primavera araba, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha compreso che la caduta di Mubarak poneva fine alla dottrina “terra in cambio di pace”. Dal punto di vista di Netanyahu e dei suoi colleghi di destra, era stato ormai dimostrato oltre ogni dubbio che non vi è nessuno con cui dialogare e niente di cui parlare, e che qualunque territorio evacuato da Israele alla fine diventerà una base per attacchi terroristici contro lo Stato ebraico – come sta accadendo ora nel Sinai. Da un giorno all’altro, la sinistra israeliana ha perso l’ideologia alla base della sua proposta per risolvere il conflitto con gli arabi, che aveva predicato per anni. Una merce che non ha più acquirenti ora.

In una dichiarazione davanti alla Knesset il 23 novembre, Netanyahu si è vantato dicendo che era stata confermata la sua valutazione secondo cui, invece che dalla democrazia liberale, gli Stati arabi sarebbero stati sommersi da un’ “ondata islamista”. Avevo ragione – ha dichiarato compiacendosi – quando ho chiesto di essere cauti nei colloqui con i palestinesi e di non affrettarsi a fare concessioni.

Né egli si è limitato ai semplici commenti. Incoraggiato dall’indebolimento del suo rivale Barack Obama, Netanyahu ha accelerato l’attività edilizia negli insediamenti e intensificato gli espropri intorno a Gerusalemme.

Un altro piccolo sforzo, altri due o tre anni al potere, e il sogno della destra si realizzerà: ebrei in numero sufficiente saranno insediati lungo il crinale della Cisgiordania per tagliare la strada una volta per tutte all’idea di due Stati per due popoli.

Partendo dalla Cisgiordania, negli ultimi mesi Netanyahu ha spostato la sua attenzione all’interno di Israele, lanciando una campagna per sopprimere i propri rivali nei settori della politica, della magistratura e dell’informazione. Egli ha liberato Gilad Shalit raggiungendo un accordo con Hamas, cosa che gli ha fatto recuperare il sostegno del centro, e si è posizionato come un leader popolare senza veri concorrenti. Incoraggiato dalla sua ascesa nei sondaggi, il premier ha compiuto passi volti ad anticipare le prossime elezioni generali, in modo da ottenere un altro mandato prima che la recessione si aggravi e che i suoi rivali abbiano la possibilità di riorganizzarsi, e in modo da prevenire possibili ingerenze americane in occasione delle elezioni israeliane qualora Obama dovesse sorprendere le aspettative vincendo un secondo mandato.

Le paure scatenate dalla primavera araba hanno portato Netanyahu più vicino che mai all’obiettivo di perpetuare il suo dominio e di schiacciare le “vecchie élite” di Israele. Negli Stati arabi, i fiori della primavera sono appassiti rapidamente. Invece nell’ufficio del primo ministro a Gerusalemme, e nelle sale riunioni delle fazioni della destra nella Knesset, i suoi alleati stanno fiorendo in vivaci espressioni di auto-compiacimento, nell’attesa di una schiacciante vittoria ideologica e politica sulla sinistra.

Aluf Benn è un giornalista israeliano; è corrispondente diplomatico del quotidiano israeliano ‘Haaretz’; segue la politica estera israeliana ed il processo di pace israelo-palestinese dal 1993

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Vivere nel sovraffollamento


Il 10 dicembre scorso ricorreva il 63° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (UDHR), il cui articolo 13 prevede che “ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato” e il “diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese”. Ma questa celebrazione ha scarso o nullo valore per i profughi palestinesi, soprattutto per quelli di Gaza che, oltre a vedersi negato questo diritto fondamentale, sono costretti a vivere, anzi a sopravvivere, in condizioni disumane.

L’attuale situazione nei Territori occupati mostra come Israele continui a violare impunemente il diritto internazionale e i diritti umani dei Palestinesi, particolarmente proprio quelli scolpiti nella Dichiarazione. Israele prosegue la sua occupazione illegale, compie assassinii e atti di violenza e di tortura a danno dei prigionieri palestinesi, infligge enormi danni a persone e proprietà, impone restrizioni punitive del movimento di beni e merci da e per Gaza e con l’estero. Centinaia di pazienti non possono essere curati all’estero o ricevere le medicine indispensabili a causa di una delle più infami punizioni collettive che si siano viste al mondo. Tutto questo costituisce una palese e vergognosa violazione della UDHR.

Dal 10 dicembre dello scorso anno, solo nella Striscia di Gaza, Israele ha ucciso circa 130 persone, tra cui due donne e 16 bambini, ha arrestato 68 persone, inclusi nove bambini, ha danneggiato 150 case, di cui dieci totalmente distrutte, ha raso al suolo e livellato 9.200 metri quadri di campi coltivati, ha danneggiato 50 strutture pubbliche, di cui 4 completamente distrutte; 21 di queste erano strutture scolastiche. In aggiunta, l’esercito israeliano ha danneggiato 20 negozi e 22 fabbriche, sei delle quali interamente distrutte, e 17 veicoli.

E, soprattutto, i rifugiati palestinesi della Striscia di Gaza, devono affrontare una realtà quotidiana veramente drammatica, senza mezzi di sussistenza e con condizioni abitative assolutamente disastrose. E’ il caso della famiglia di Muhammed Salman Abu Rashad, che qui di seguito viene raccontato.

Overcrowded living

Muhammed Salman Abu Rashad, 45 anni, Amna Abu Rashad, 31 anni, e i loro nove figli vivono nel campo profughi di Jabalia , una delle zone più densamente popolate della terra. I componenti di questa famiglia rappresentano soltanto 11 degli 1,1 milioni di rifugiati che costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione di Gaza, pari approssimativamente a 1,7 milioni di persone.

Secondo la United Nations Relief and Works Agency (UNRWA), Jabalia è il più grande degli otto campi profughi di Gaza e ospita circa 110.000 rifugiati registrati in un’area di soli 1,4 chilometri quadrati; ovviamente, il campo è tristemente noto per il suo sovraffollamento. La politica israeliana illegale di blocco, utilizzata per la prima volta per isolare la Striscia di Gaza nel 1991, è stata particolarmente devastante per i residenti del campo di Jabalia che, come Muhammed Abu Rashad, in precedenza facevano affidamento sui lavori all’interno di Israele per mantenere le loro famiglie. Dall’inizio del blocco totale di Gaza nel 2007, gli ormai disoccupati residenti sono stati costretti a fare affidamento per sopravvivere sugli aiuti dell’UNRWA.

La struttura della casa di Abu Rashad, in gran parte costituita da una stanza di 3 metri per 3, è tipica di molte case del campo di Jabalia. Una singola stanza funge da camera da letto, soggiorno, studio e zona pranzo per tutti gli undici membri della famiglia. Con l’inverno alle porte, è ovvio che la casa, che mostra lunghe crepe serpeggianti sui muri ed un vano d’ingresso aperto dove ci dovrebbe essere una porta funzionante, è del tutto inadeguata per la coppia ed i loro nove figli, con un decimo in arrivo. Quando arriva la pioggia, scorre dentro la casa e sulle loro coperte, e nonostante fuori sia una giornata fresca ed asciutta, l’umidità nella stanza è particolarmente avvertibile. Muhammed è pronto a far notare che le condizioni in carcere sarebbero migliori: “non è una casa, ma un cimitero”.

Vivere ammassati incide su tutti gli aspetti della vita familiare, ma per i 9 figli della coppia l’effetto è paralizzante. La maggioranza dei bambini della famiglia studia durante il turno serale nella locale scuola dell’UNRWA, che è costretta a tenere doppi turni per agevolare tutti gli studenti del campo. Quando i bambini ritornano a casa è buio e, date le costanti interruzioni di corrente, la mancanza di spazio, ed il forte rumore dei generatori elettrici, i bambini non riescono a studiare. Come risultato, due dei figli di Abu Rashad sono stati bocciati un anno a scuola e sono rimasti indietro.

Con la mancanza di spazio per giocare – sia in casa sia all’esterno negli stretti vicoli disseminati di rifiuti – i bambini hanno poco spazio fisico o emotivo e tendono come risultato a scagliarsi l’uno contro l’altro. I ragazzi ricorrono alla violenza contro i loro fratelli più piccoli e Muhammed mi racconta che le sue due figlie sono incapaci “di comportarsi come giovani ragazze”, imitando invece la violenza dei loro fratelli nel tentativo di “tenergli testa”. Muhammed stesso si rammarica di scagliarsi contro i suoi figli quando si comportano male, dicendo che lo stress di vivere in ambienti così opprimenti lo rende ansioso e incline a scoppi d’ira.

Vivere ammassati ha ripercussioni non solo sulla salute mentale dei componenti della famiglia ma anche sulla loro salute fisica. Colpendo i bambini è ovvio che tutti soffrono di raffreddori ed influenza. Muhammed dice che “quando un bambino contrae una malattia, senza lo spazio per tenerlo isolato e per curarlo, gli altri bambini vengono tutti rapidamente infettati”. Data l’umidità ed il freddo costanti, far stare di nuovo bene i bambini una volta che si sono ammalati non è un compito facile.

Mentre l’affollamento ha lasciato la famiglia ad un punto di crisi, la situazione è solo in via di peggioramento. I figli attualmente sono piccoli, il maggiore ha 15 anni, ma via via che crescono la piccola stanza progressivamente diventerà più angusta. La figlia più grande Sundus, di 10 anni, presto sarà troppo grande per dormire accanto ai suoi fratelli. Muhammed ci dice che con la sopraelevazione delle case attuali dei vicini nel tentativo di alleviare i loro problemi di affollamento, presto il sole sarà completamente oscurato dalla casa della famiglia, già umida. Il risultato, secondo Muhammed, sarà “la distruzione della famiglia”.

La crisi dei rifugiati palestinesi è uno dei problemi più grandi e di più lunga durata al mondo riguardanti i rifugiati; oggi all’incirca uno su quattro dei rifugiati di tutto il mondo è un Palestinese. I diritti dei profughi palestinesi, e in particolare il “diritto al ritorno”, sono protetti da numerose Risoluzioni Onu, inclusa la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 194. Tuttavia, fintanto che la comunità internazionale rifiuterà di far rispettare il diritto internazionale, queste risoluzioni continueranno ad avere una scarsa rilevanza per i rifugiati della Striscia di Gaza, i cui diritti umani fondamentali continuano ad essere sistematicamente negati.

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giovedì, dicembre 15, 2011

Che fine hanno fatto le manifestazioni di piazza in Israele?

Perché le manifestazioni di piazza degli “indignados” israeliani non hanno più avuto seguito, nonostante la Commissione Trajtenberg non abbia avviato grandi cambiamenti nel Paese?

Una delle risposte che si da Claudia De Martino nell’articolo che segue, tratto da Medarabnews, è che, ancora una volta, la politica estera e le minacce - vere o presunte o appositamente create - per la “sicurezza” di Israele valgono a spegnere ogni dibattito e ogni proposta di riforma sociale ed economica.

Tant’è che è difficile ipotizzare che i tagli alla spesa militare – pure ipotizzati dalla Commissione presieduta dall’economista israeliano – troveranno mai una effettiva attuazione.

Israele: il “time-out” delle rivolte sociali e l’autunno arabo
di Claudia De Martino – 15.12.2011

A qualche mese dalle rivolte arabe, scoppiava anche la “primavera israeliana” con le prime rivolte di piazza a Tel Aviv sul boulevard Rotschild. Si trattava delle prime grandi manifestazioni in Israele che non avevano come scopo la fine di una guerra o la protesta contro crimini di massa perpetrati dal proprio esercito o ancora una risposta unitaria a episodi di terrorismo, ma piuttosto la rivolta delle classi medie contro il caro-vita e l’inflazione e lo smantellamento del welfare state nel Paese.

Non che il crollo dei sussidi e dei servizi sociali in Israele risalga all’estate del 2011, ma durante quell’estate finalmente gli israeliani – meno ossessionati dai problemi impellenti della sicurezza nazionale o dal pericolo di razzi Katiusha (dal Sud del Libano) e Qassam (dalla Striscia di Gaza) – recuperavano un po’ di autocritica e riprendevano il filo di una riflessione sociale interrotta dallo scoppio dell’Intifada al-Aqsa (2000), per guardarsi dentro e affrontare le anomalie strutturali della crescita del proprio Paese, riununciando alla perenne ricerca di un nemico esterno.

Così Israele scopriva molte cose, e anche il mondo esterno apprendeva istantaneamente su Israele che nel Paese non era la guerra l’unico problema, ma anche la giustizia sociale. Per un Paese che cresceva al ritmo medio del 4% (tra il 3.6% del 2008 e il 4.7% del 2010) annuo e che aveva appena varcato la soglia del club dell’OECD, la crisi economica sembrava uno spettro lontano, e le prospettive future le più rosee di tutta l’area mediterranea. Gli analisti finanziari continuavano a gridare al “miracolo economico”, e in realtà affibbiavano la stessa etichetta anche all’economia della smembrata Autorità Nazionale Palestinese, con una crescita annua pari al 7%(fino al 2009). Secondo questa lettura macroeconomica, la crescita nei due Paesi – con un’economia giovane e, nel caso di Israele, anche fortemente ancorata all’innovazione tecnologica nelle biotecnologie e nell’informatica – avrebbe dovuto continuare a espandersi e conquistare nuove quote di mercato al’infinito (esattamente come si prospettava per l’Europa).

La brusca interruzione di questo andamento virtuoso è intervenuta, dunque, come una doccia fredda inspiegabile. E’ vero che vi era stata la rivoluzione tunisina e poi anche le manifestazioni di massa a piazza Tahrir, ma quegli eventi riguardavano il mondo arabo piagato dalle dittature e dalla povertà endemica, e non avevano niente a che spartire con il ricco e moderno Israele. Ancora, vi era stata anche la crisi economica mondiale che aveva colpito con particolare virulenza l’Europa, causando una crisi del debito in tutti i Paesi europei del Mediterraneo e provocando le manifestazioni di massa di milioni di giovani disoccupati – gli Indignados – per protestare contro la disoccupazione giovanile, ma quelli erano fatti relativi alla “Vecchia Europa”, un continente che non cresceva più economicamente da anni e che non si era accorto del proprio ritardo. Nessuna delle due crisi, alla fine, sembrava toccare da vicino Israele, che tradizionalmente si ritiene un Paese che “dwells alone”, che “fa (e sta) da solo”.

Quando dunque comparvero le prime tende dei giovani di Tel Aviv che si accamparono nel boulevard Rotschild, nessuno capì bene cosa stessero facendo e perché fossero lì. Era chiaro che si sarebbe trattato di una protesta sterile di alcuni giovani viziati: la “bella gioventù laica” di Israele che un tempo era stata il fiore di Tsahal (dell’esercito) e oggi, invece, spesso militava in movimenti antimilitaristi. Eccentrica e poco rappresentativa di un Paese che, invece, ha problemi molto seri e reali, normalmente associati alla guerra, ma in realtà costituiti da quel 23,3% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà (in Israele pari a 7 dollari e 30 centesimi al giorno) in una delle economie più avanzate del mondo. Tale soglia di povertà è più alta della vicina West Bank (dove si assesta al 18,3%, ed è inferiore a quella di Gaza, pari al 38%, che però viene universalmente riconosciuta come uno dei Paesi e delle economie più arretrate).

Invece i giovani di Tel Aviv, in maggioranza studenti, sono scesi in piazza anche loro in una protesta senza leaders –emulando piazza Tahrir – e Daphni Leef, una degli attivisti di maggior spicco, ha preso la parola per criticare il mercato degli alloggi, i costi degli affitti, l’inflazione che erode il potere d’acquisto della classe media, i monopoli nel settore alimentare e nella distribuzione dei prodotti (la rivolta scoppiò proprio a seguito del rialzo del prezzo di un popolare cottage cheese della Tnuva) e le concentrazioni che fan sì che la ricchissima economia israeliana sia in mano a poche famiglie (sempre le stesse), l’alto tasso di esternalizzazioni dei lavoratori nelle aziende (10% contro la media OECD del 5%), i tassi folli sui prestiti forniti dalle banche, i costi altissimi di servizi base come l’energia e l’acqua e di quelli bancari, ma anche sollevando questioni di equità di base tra cittadini, come il caso di un quartiere arabo di Lod (Samech Het) che fino al 2011 non aveva allaccio per l’acqua né fognature, ma si riforniva tramite un’unica pompa, come nel Medioevo.

Una volta data la scintilla, le persone si sono riversate nelle piazze per estendere la protesta anche ad altri settori che non erano mai stati oggetto di interventi statali: il monopolio delle frequenze televisive, i tassi ingiustificati imposti dalle compagnie di telefonia mobile, i tassi di interesse mostruosi sulle assicurazioni pensionistiche e i fondi pensione privati (perchè ormai le pensioni statali sono state completamente depauperate), il controllo verticistico nelle aziende, i sussidi alle yeshivot ultraortodosse ed agli uomini religiosi con grandi famiglie a carico che non lavorano tutta la vita, la mancanza di un tetto ragionevole per i salari ai dirigenti, il livello altissimo della tassazione (pari al 48%), le risorse e gli investimenti indirizzati esclusivamente al settore della difesa e non a quello dell’istruzione e dell’innovazione scientifica, che hanno fatto dire a Avi Hasson – direttore del dipartimento scienza e innovazioni del Ministero del’Industria, del Commercio e del Lavoro – che il budget e gli investimenti nel suo settore sono scesi in 10 anni del 36.3%, inducendo il Ministero a rifiutare la sovvenzione di molti progetti di interesse nazionale che avrebbero potuto produrre crescita e posti di lavoro.

Ad una piattaforma sociale di protesta così inclusiva e così mirata, improvvisamente, non partecipavano più solo gli studenti snob di Tel Aviv ma anche le classi medie di Haifa, gli ebrei orientali (mizrahi) di Beersheva e gruppi di persone comuni in altre 12 città del Paese che non si erano mai classificate come attivisti. Solo Gerusalemme rimaneva moderatamente toccata dalle manifestazioni.

Infine, una volta scoperchiato il vaso di Pandora, ecco che alcuni attivisti per i diritti sociali sono arrivati a chiedersi inevitabilmente se vi fosse un nesso tra guerra e situazione economica del Paese, o meglio redistribuzione interna del reddito, e se e quanto pesassero gli insediamenti su questo bilancio. Un’anima minoritaria del movimento si è allora interrogata su questo ulteriore punto critico, poco affrontato nel Paese da una prospettiva strettamente economica: il costo delle colonie. Spingere troppo, però, sull’approfondimento di questo tasto avrebbe comportato una divisione del movimento: una rottura con coloro che giustificano e sostengono la rivolta sociale ma non vogliono in nessun modo che essa venga – a parer loro – “strumentalizzata” per assumere una posizione anche nel conflitto israelo-palestinese. Il movimento racchiude molte anime, con sensibilità diverse rispetto alle colonie.

Com’è finita dunque la protesta? E perché, sebbene la Commissione Trajtenberg – nominata per stilare una lista di priorità nazionali – non abbia avviato grandi cambiamenti nel Paese e la sua attività non abbia inciso sui settori più sensibili, oggi la protesta è finita?

La risposta è molto semplice e ha due motivazioni che convergono: la prima è antropologica, e tende a spiegare la fine delle proteste sociali con l’inizio delle vacanze e delle festività religiose in Israele alla metà di settembre – esattamente come in Italia l’arrivo del Natale stempera il carattere delle manifestazioni studentesche dell’”autunno caldo”; la seconda attiene, invece, alla politica estera: se niente è cambiato all’interno di Israele, né Nethanyau ha cambiato idea su welfare state e colonie, la regione circostante è diventata per Israele sempre più problematica.

La lontana Tunisia ha fatto le elezioni per veder vincere gli islamisti moderati di an-Nahda, ed è stata poi doppiata dal vicinissimo Egitto – un Paese chiave per la sicurezza di Israele – dove i Fratelli Musulmani usciti vincenti dalla prima tornata elettorale hanno già dichiarato che intendono rivedere le clausole del Trattato di Pace del ’79 in senso più favorevole all’Egitto. Intanto la repressione in Siria prosegue con quasi 5.000 morti, senza che la comunità internazionale intervenga, e con una leadership israeliana che mantiene un basso profilo sulla questione perché –al di là delle vane parole di Barak – Israele non sa se ciò che seguirà la caduta di Assad sarà meglio dei 40 anni che l’hanno preceduta.

In altri termini, ancora una volta le notizie che provengono dal resto della regione – senza dimenticare l’incubo incombente del nucleare iraniano – aiutano Nethanyau a mantenere gli israeliani tra l’”incudine e il martello”, senza permettere loro di rialzare la testa. A ciò si aggiunge il fatto che, anche nel dinamico Israele, le rivoluzioni sociali hanno perso il loro momentum – così come gli ideali socialisti e di giustizia sociale – e oggi un popolo giovane ma schiacciato dalla guerra riesce a sognare un futuro diverso solo in brevi momenti, quelle stagioni luminose come i primi anni ’90 in cui spiragli di dialogo sembrano improvvisamente spalancarsi con i palestinesi e lasciar intravedere la possibilità di una soluzione al conflitto che li lega.

Claudia De Martino

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domenica, dicembre 11, 2011

No alle bollicine "illegali" di Sodastream



L'acqua è limpida… gli affari di Sodastream, NO!

Sodastream, ditta israeliana che produce gasatori per l'acqua di rubinetto, spacciati per prodotti "eco-chic", nasconde una brutta verità: il suo principale impianto di produzione si trova in un insediamento israeliano costruito illegalmente nei Territori palestinesi occupati.

Sodastream punta sul mercato italiano con campagne pubblicitarie milionarie.

Diciamo ai rivenditori e ai promotori dei prodotti Sodastream che non li vogliamo in Italia!

Firma la lettera, NO alle bollicine di Sodastream:

http://stopagrexcoitalia.org/iniziative/online/273-sodastream.html

Le organizzazioni, associazioni, comitati e collettivi possono inviare adesioni a: stopsodastream@gmail.com. La lettera/petizione può essere firmata sul sito di Stop Agrexco Italia oppure scaricata in formato PDF per portarla al rivenditore.

Testo della lettera:

Spett.le rivenditore,

Vi scriviamo per informarvi, in quanto rivenditori dei prodotti Sodastream, che questa ditta opera in palese violazione del diritto internazionale. Infatti, come si evince anche dal suo rapporto annuale, la principale fabbrica della Sodastream si trova a Mishor Adumim, zona industriale di Ma'aleh Adumim, un insediamento israeliano costruito illegalmente nei territori Palestinesi occupati.[1]

Per questo motivo, nel luglio del 2011 COOP Svezia, che detiene una quota di mercato pari al 21,5% dei supermercati svedesi, ha annunciato la sospensione della vendita dei prodotti Sodastream.[2]

Vi chiediamo, pertanto, di seguire l'esempio della COOP Svezia e di cessare la vendita dei prodotti Sodastream, motivando la nostra richiesta come segue:

a) Gli insediamenti israeliani nei territori Palestinesi occupati sono illegali secondo il Diritto Internazionale. I prodotti degli insediamenti sono pertanto il risultato di una violazione del diritto internazionale e di un abuso delle risorse naturali di un popolo sotto occupazione, anche questo un crimine secondo la IV Convenzione di Ginevra.[3]

b) A sancire l’illegalità degli insediamenti, una sentenza del 2010 della Corte di Giustizia della Comunità Europea ha dichiarato i prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani non ammissibili per le tariffe doganali preferenziali previste dall'accordo UE-Israele.[4] È stata proprio la Sodastream al centro di questa sentenza per aver omesso il luogo esatto di provenienza sui propri prodotti.

c) La Sodastream finanzia direttamente l’insediamento di Ma’aleh Adumim attraverso le tasse comunali che vengono utilizzate esclusivamente per sostenere la crescita e lo sviluppo dell’insediamento.[5]

d) Nonostante Sodastream pubblicizzi i suoi prodotti come “eco-ambientali”, le tasse comunali pagate a Ma'aleh Adumim finanziano la gestione della discarica israeliana di Abu Dis, anche essa costruita illegalmente in Cisgiordania, in cui vengono scaricate 1100 tonnellate di rifiuti al giorno provenienti da Gerusalemme e dagli insediamenti israeliani circostanti.[6] Il Ministero dell’Ambiente israeliano ha affermato che la discarica, ubicata sopra la Mountain Aquifer, la principale fonte d’acqua in Cisgiordania, sta “inquinando corsi d’acqua e terre nelle vicinanze”.[7]

e) L'organizzazione israeliana per i diritti dei lavoratori Kav LaOved ha documentato casi in cui i lavoratori palestinesi della fabbrica Sodastream di Mishor Adumim, con poche alternative oltre a quella di lavorare negli insediamenti, erano pagati meno della metà del salario minimo, lavoravano in condizioni terribili e venivano licenziati se protestavano. Inoltre, i lavoratori palestinesi vivono sotto occupazione e quindi non godono dei diritti civili, e dipendono dai loro datori di lavoro per i permessi di lavoro.[8]

La Sodastream ha dimostrato di avere poco o nessun riguardo per il Diritto Internazionale e per i diritti umani, mentre fa di tutto per presentarsi come un'impresa socialmente responsabile che tutela l’ambiente. Invece si rende complice e trae profitti dalla sistematica violazione che il governo israeliano fa del Diritto Internazionale e dei diritti umani basilari del popolo palestinese: crimini quali la confisca illegale delle terre e delle risorse palestinesi e la costruzione del Muro di segregazione, condannata dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 2004.[9]

Poiché pensiamo che la vendita dei prodotti Sodastream avvenga da parte vostra in buona fede, riteniamo che non vorrete in alcun modo facilitare la violazione dei diritti umani: pertanto con questa lettera, vi chiediamo di porre termine alla commercializzazione dei prodotti della Sodastream.

Attendiamo un vostro gentile riscontro.

[1] Sodastream International Ltd. Annual Report for the Fiscal Year Ended December 31, 2010

[2] Coop stops purchases of Soda Stream , 19.07.2011

[3] IV Convenzione di Ginevra per la protezione delle persone civili in tempo di guerra, Titolo III Statuto e trattamento delle persone protette, Sezione III Territori occupati, art. 49 , 12.08.1949

[4] Corte di giustizia dell'Unione europea, Comunicato stampa n. 14/10, Prodotti originari della Cisgiordania non possono beneficiare del Regime doganale preferenziale istituito dall'accordo CE-Israele , 25.02.2010

[5] SodaStream: A Case Study for Corporate Activity in Illegal Israeli Settlements , Coalition of Women for Peace – Israel, gennaio 2011

[6] Adumim Industrial Park

[7] Jerusalem refuses to stop using Abu Dis landfill , 14.06.2011

[8] Palestinian Workers at the SodaStream Factory , SodaStream: A Case Study for Corporate Activity in Illegal Israeli Settlements, Coalition of Women for Peace – Israel, gennaio 2011

[9] Legal Consequences of the Construction of a Wall in the Occupied Palestinian Territory; Advisory Opinion of the International court of Justice. 09.07.2004

Prime firme:

Stop Agrexco Roma

Amici della Mezzauna Rossa Palestinese

Un Ponte per...

Comitato per la Campagna di Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni contro Israele (Campania)

Women's International League for Peace and Freedom – Italia

Associazione per la Pace

Luisa Morgantini - già Vice Presidente del Parlamento Europeo

Lo Sguardo di Handala – Onlus

Statunitensi per la pace e la giustizia – Roma

Comitato varesino per la Palestina

UMVA : Unione dei musulmani varesini

Musvarè : Associazione dei musulmani italiani varesini

Omar al Faruk : Centro culturale islamico varesino

Comitato "Con la Palestina nel cuore" (Roma)

Forum Palestina

BDS Milano

Donne in Nero - Roma

Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese

BDS Pisa

Gruppo per la Palestina - Pisa

Pax Christi Italia

Istituto di Ricerca per la Pace (Italy) – Rete Corpi Civili di Pace

Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus di Firenze

Associazione per la pace della provincia di Pordenone

Coordinamento Campagna BDS Bologna

Khalil Shaheen, Director of the Economic and Social Rights Unit, Palestinian Center for Human Rights – Gaza

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giovedì, dicembre 08, 2011

Coldplay - Paradise - Palestine

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