martedì, aprile 30, 2013

Lettera aperta al Sindaco di Assisi


Domani 1 maggio, alle ore 10:15, verrà conferita al Presidente israeliano Shimon Peres la cittadinanza onoraria di Assisi. 

Che la "Città della Pace" voglia tributare questo onore al Presidente di uno stato-canaglia che tanta sofferenza ha causato e continua a causare ad un intero popolo, a colui che ha condiviso e approvato entusiasticamente ogni crimine efferato commesso dall'esercito israeliano, nessuno escluso, a cominciare dal massacro di "Piombo Fuso", mi lascia attonito e disgustato.  

Ho scritto quindi di getto, e invito anche tutti i lettori a fare altrettanto, la lettera che segue al Sindaco di Assisi.

Gentile Sig. Sindaco,

sono rimasto profondamente stupito e addolorato dalla notizia secondo cui la città di Assisi conferirà la cittadinanza onoraria al Presidente israeliano Shimon Peres, lo stesso che approvò e condivise pienamente l’operazione militare israeliana denominata “Piombo Fuso”, che ebbe luogo tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009 e si risolse in un vero e proprio massacro della popolazione civile di Gaza.

Shimon Peres ebbe, tra l’altro, a dichiarare: l’operazione militare israeliana a Gaza è "a justified operation that has no other alternative. The people are united behind the operation”, e ancora “he IDF had demonstrated restraint and capabilities to hit its targets while avoiding hitting innocents” (cfr. http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3645607,00.html).

Le statistiche, purtroppo, hanno dimostrato l’esatto contrario: in poco più di tre settimane, l’esercito israeliano ha ucciso 1.409 palestinesi, di cui 1.172 non stavano prendendo parte alle ostilità (si tratta dell’83% del totale!) e, tra essi, 111 donne e 342 bambini (cfr. http://www.icawc.net/fonds/Gaza-operation-Cast-Lead_statistical-analysis%20by%20Al%20Haq_August%202009.pdf).

E questo per tacere della sistematica distruzione di fabbriche, edifici pubblici, negozi, case, financo ospedali, e dell’uso indiscriminato in aree densamente popolate del fosforo bianco, di granate a “flechettes”, di proiettili DIME.

Io spero e prego che la decisione di conferire la cittadinanza onoraria della Città della Pace al rappresentante di uno stato che tanta sofferenza ha causato e continua a causare ad un intero popolo pressoché indifeso possa essere riconsiderata, perché – mi creda – profondamente errata e offensiva per la memoria di tanta povera gente inerme ed innocente massacrata dalla furia di uno degli eserciti più formidabili al mondo.

Distinti saluti

(inviare a sindaco@comune.assisi.pg.it)





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giovedì, marzo 28, 2013

Netanyahu, la versione israeliana di Rambo

Un'altra bella vignetta di quell'inveterato antisemita di Carlos Latuff!

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giovedì, marzo 14, 2013

Le truppe israeliane uccidono un civile e feriscono altri 5 palestinesi nel campo profughi di al-Fawar: si tratta della sesta vittima del 2013 in Cisgiordania


Ancora una volta, un giovane palestinese – questa volta di soli 22 anni – muore a causa dell’uso eccessivo della forza e del totale dispregio di ogni norma di diritto internazionale posta a tutela della popolazione civile da parte delle truppe israeliane.

Il copione, con qualche variante, è sempre lo stesso: i soldati israeliani entrano in un campo profughi, in una cittadina, in un villaggio, a volte per operare un arresto, altre volte solo per far vedere che esistono e che comandano loro, qualche volta addirittura per “allenare” i soldati ad operazioni sotto copertura.

Capita che succeda un imprevisto, che si lancino pietre, che scoppino tumulti, che un uomo esca a controllare che intorno alla sua casa non gironzoli un ladro o un malintenzionato. Ed allora le ss israeliane non esitano un istante a sparare per uccidere, ma solo per “autodifesa” sia chiaro…

Mahmoud al-Titi è morto perché gli hanno sparato alla testa un proiettile esplosivo; si tratta della sesta vittima innocente in Cisgiordania dall’inizio dell’anno. E le canaglie che lo hanno assassinato, ancora una volta, la faranno franca, alimentando quel clima di impunità e rafforzando la convinzione, ben viva nei soldati di tsahal, di godere di una vera e propria licenza di uccidere.

La sera di martedì, 12 marzo 2013, in un incidente implicante l’uso eccessivo della forza, le truppe israeliane hanno ucciso un civile palestinese e ne hanno feriti altri cinque, inclusi tre ragazzi, nel campo profughi di al-Fawar, a sud di Hebron. Uno dei minori feriti nell’incidente era fratello della vittima. 

Secondo le indagini condotte dal Palestinian Centre for Human Rights (PCHR), intorno alle 22:20 di martedì, 12 marzo 2013, una jeep dell’esercito israeliano è entrata nel campo profughi di al-Fawar dall’ingresso a ovest. Mentre la jeep si avvicinava al centro del campo ha avuto un guasto. Decine di bambini e di giovani del campo si sono allora radunati intorno alla jeep e hanno iniziato a tirare pietre contro di essa. In risposta, i soldati israeliani sono usciti immediatamente dalla jeep ed hanno aperto il fuoco sulla folla. Come risultato, il 22enne Mahmoud ‘Aadel Fares al-Titi è rimasto gravemente ferito da un proiettile alla mascella. Un’ambulanza della Mezzaluna Rossa palestinese ha cercato subito di evacuarlo, ma è stata bloccata per 15 minuti dai soldati israeliani posizionati ad un checkpoint all’entrata del campo. L’ambulanza ha poi trasportato al-Titi all’ospedale Abu al-Hassan al-Qassem nel villaggio di Yatta, a sud di Hebron, ma il giovane è stato dichiarato morto prima dell’arrivo in ospedale. Secondo fonti mediche, il proiettile era apparentemente di tipo esplosivo, ed è esploso nella testa della vittima, causando una grave emorragia. Nell’incidente, inoltre, sono rimasti feriti cinque civili, tra i quali tre minori: Le loro generalità sono le seguenti:

1) Mahmoud Khalil al-Shalfan, 19 anni, ferito da un proiettile all’addome;
2) Fares Mahmoud al-Najjar, 16 anni, ferito da un proiettile alla mano destra;
3) Rami Mohammed al-Krunz, 35 anni, ferito da un proiettile al piede sinistro;
4) Suhaib Tariq al-Hlaiqawi, 16 anni, ferito da un proiettile alla coscia sinistra;
5) Fares ‘Aadel al-Titi, 13 anni, ferito da un proiettile alla mano destra.

Il PCHR è seriamente preoccupato per gli incidenti di questo tipo, che riflettono il continuato uso eccessivo della forza da parte delle truppe israeliane contro i civili palestinesi in spregio delle loro vite.

Il PCHR si appella alla comunità internazionale affinché adotti immediate ed efficaci misure per porre fine a tali incidenti e ribadisce la sua richiesta alle Alte Parti Contraenti della Quarta Convenzione di Ginevra del 1949 di adempiere ai loro obblighi ai sensi dall’articolo 1, vale a dire di rispettare e far rispettare la Convenzione in ogni circostanza, e all’obbligo di cui all’articolo 146 di perseguire i soggetti che si presume commettano le gravi violazioni elencate ai sensi della Convenzione. Tali gravi violazioni costituiscono crimini di guerra ai sensi dell’articolo 8 dello Statuto di Roma del Tribunale Penale Internazionale.

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martedì, marzo 12, 2013

Giovane palestinese travolto e ucciso da coloni a Salfit

Stamattina un giovane palestinese del villaggio di Qarawa Bani Hassan, a ovest di Salfit, è morto per le ferite riportate dopo essere stato investito sabato scorso dall'auto di un colono, nei pressi dell'insediamento di Burqan, nel nord della Cisgiordania.

Zaid Ali Rayan, questo era il nome dell'uomo, aveva 28 anni ed era padre di due figli.

(fonte: PNN)

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Quei cani dei coloni israeliani


Betlemme, 11 marzo 2013, Nena News - Coloni israeliani addestrano i cani ad attaccare i palestinesi. Lo rivela il parlamentare palestinese alla Knesset, Ahmed Tibi, che si è detto in possesso di un video nel quale si vede un'unità speciale di cani addestrati dai coloni ad aggredire palestinesi se gridano "Allah u-Akbar" (Dio è grande).

Tibi aveva già reso noto in passato dell'esistenza di un'unità cinofila addestrata dai soldati dell'esercito israeliano e da utilizzare durante le manifestazioni nei Territori Occupati. All'epoca, nel 2010, l'IDF smentì le accuse affermando che i cani erano utilizzati soltanto per individuare eventuali nemici e non per praticare violenze contro civili.

Stavolta, però, si tratterebbe di un'ulteriore "militarizzazione" dei coloni israeliani, già autorizzati a possedere e usare armi da fuoco contro la popolazione palestinese.

"Pratiche razziste e contrarie alla legge internazionale", le ha definite Tibi parlando con la stampa. Non si tratterebbe di una novità. Sono numerosi i video che circolano in internet e mostrano attacchi simili condotti da soldati israeliani utilizzando cani. Due esempi: il video che mostra un'anziana donna del villaggio di Ubbediya, a Betlemme, aggredita dai cani dell'IDF, e quello che mostra l'aggressione contro un manifestante a Kufer Qaddum. 


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giovedì, febbraio 21, 2013

La ricompensa umanitaria per il silenzio


Sovente i cantori della più becera propaganda filo-israeliana di casa nostra mettono in evidenza come i palestinesi siano percettori di generosi aiuti finanziari, accusandoli senza mezzi termini di essere degli “scrocconi” e di vivere alle spalle dei contribuenti europei.

Ma la verità sta esattamente all’opposto: gli aiuti internazionali al popolo palestinese servono solo a rimediare ai guasti e ai crimini dell’occupazione israeliana. Di più, la “generosità” degli stati dell’occidente è solo un modo per farsi perdonare l’accettazione dello status quo dell’occupazione israeliana, del blocco di Gaza, dell’espansione delle colonie, del regime di apartheid che vige nella West Bank.

E questo il senso del bell’articolo che segue, scritto da Amira Hass per Ha’aretz. Va soprattutto evidenziato come la giornalista metta giustamente in chiaro come ogni sorta di collaborazione con lo stato-canaglia israeliano, nel campo militare così come nelle relazioni commerciali, ma anche nel campo culturale ed accademico, altro non rappresenta se non un implicito incoraggiamento allo stato ebraico a perseguire nelle sue politiche illegali e immorali.

I generosi aiuti forniti ai Palestinesi attraverso vari canali sono la ricompensa offerta dagli stati occidentali per la tolleranza da loro mostrata nei confronti dell’apartheid israeliano.

di Amira Hass - 6.2.2013

C’è qualcosa di imbarazzante, persino di umiliante, nei due o nei tre o negli stormi di fuoristrada che accorrono verso il luogo di un disastro. I passeggeri di lingua straniera ne emergono per registrare accuratamente i danni, valutare gli aiuti necessari e quindi discutere del modo con cui fornirli. In seguito pubblicano i loro accertamenti e le loro conclusioni in relazioni ad uso interno e in brochure patinate contenenti immagini spettacolari, perché la sofferenza è fotogenica.

Anche quando queste squadre di soccorso sono estremamente altruiste, compassionevoli e scrupolose, l’aura del loro mondo ordinario, confortevole e salubre le circonda, isolandole da coloro per i quali la catastrofe è una routine. I primi si guadagnano da vivere con le calamità, i secondi le vivono. Non c’è bisogno di esser cinici, è lo scenario che è cinico per definizione.

Anche nei disastri naturali una gran parte della responsabilità ricade su inadempienze amministrative, atti umani, criminale negligenza il cui unico effetto è quello di perpetuare le differenze di classe. Ma almeno quando la causa immediata è una tempesta o un terremoto c’è una dimensione di ineluttabilità. Si determina la portata del disastro ma non il suo verificarsi.    

I team internazionali che raggiungono con le jeep ogni angolo della Cisgiordania, di Gerusalemme est e della Striscia di Gaza vivono di calamità che sono al 100% opera dell’uomo, un fatto che moltiplica il cinismo dello scenario. I camion cisterna di acqua potabile che regolarmente finanziano, i pacchi alimentari che distribuiscono a intervalli di poche settimane o mesi e le tende piantate ogni settimana sulle rovine di una casa demolita significano l’ennesimo successo israeliano: comprimere e ridurre la questione palestinese da una battaglia per la libertà, l’indipendenza e i diritti ad una questione di elemosina e di soccorso, di donazioni internazionali e del loro tempismo.  

I palestinesi “bisognosi” che ricevono donazioni di acqua, cibo e tende ad Hammamat al-Maleh, a Beit Lahia e a Shoafat sono bisognosi perché i tipici israeliani – la crema dei sistemi scolastici statali e statali-religiosi, gli alti ufficiali di carriera dell’esercito – che possono guardare ad un futuro splendido da civili nell’alta tecnologia o nei servizi pubblici si specializzano nell’abusare di loro. Che cos’è, se non un abuso, una tubazione da un capo all’altro del vostro terreno ad Al Farisya, nel nord della valle del Giordano, che porta l’acqua alle case ebraiche costruite sulla terra del vostro villaggio, ma dalla quale vi è proibito di prendere anche solo una goccia? Che cos’è, se non maltrattamento, lo sparare di routine alle persone che si sostentano con la pesca o la raccolta di rifiuti? E cos’è, se non sadismo, lo sfrattare le persone dalle loro case nei quartieri di Sheikh Jarrah e di Silwan, a Gerusalemme est, o il rifiutarsi di registrare i bambini sulle carte d’identità delle loro madri che vivono a Gerusalemme?    

Il pubblico per tutti questi rapporti che descrivono questi abusi e che sono stati scritti da questi team scrupolosi è costituito dagli alti diplomatici di stanza a Bruxelles, nelle capitali europee e nel Nord America. Si suppone che le informazioni siano trasmesse ai ministri degli esteri e ai governi. Gran parte di esse presumibilmente lo sono. Ma questi governi hanno preso la decisione politica consapevole di rimanere radicati nell’ipocrisia e di astenersi da un intervento politico. Piuttosto, si limitano a pagare per spegnere qualche incendio.

Anche questo è un enorme successo israeliano: la costante, quotidiana preoccupazione internazionale per le conseguenze della dominazione sui palestinesi e dell’acquisizione delle loro terre da parte di Israele è di natura umanitaria piuttosto che politica. Contro la loro volontà, quanti si impegnano in questo sforzo umanitario costituiscono una foglia di fico per gli stati occidentali che sulla carta sostengono i diritti e l’indipendenza dei palestinesi mentre nella pratica accettano l’apartheid israeliano.

L’apartheid genera i casi umanitari palestinesi nell’interesse dei quali si tengono importanti conferenze e dai quali molti burocrati palestinesi e stranieri si guadagnano (bene) da vivere. I generosi aiuti forniti ai palestinesi attraverso vari canali sono la ricompensa offerta dagli stati occidentali in cambio della tolleranza da essi mostrata nei confronti dell’apartheid israeliano e dell’incoraggiamento che gli forniscono, sotto forma di stretti legami nel settore della difesa, del miglioramento delle relazioni commerciali e degli scambi culturali e scientifici.     

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mercoledì, gennaio 16, 2013

Lettera aperta al Presidente Obama: gli aiuti americani a Israele non devono essere utilizzati per violare i diritti dei palestinesi



Caro Presidente Obama,

Siamo americani di piccole e grandi città, e siamo palestinesi e israeliani di un mondo lontano. Siamo le donne, gli uomini e i bambini che ogni giorno soffrono a Gaza, in Cisgiordania e in Israele, e siamo la gente di tutto il mondo che cerca di porre fine a questa sofferenza. Siamo le madri dei soldati e i figli dei refusenik. Siamo ebrei e musulmani, cristiani e atei, e persone appartenenti alle molte altre tradizioni del mondo.

E siamo tutti uniti dalla nostra determinazione a vedere una pace veramente giusta mettere radici in Israele e in Palestina. Questo obiettivo è diventato ancora più irraggiungibile durante il suo primo mandato, ma gli elettori americani le hanno appena dato una seconda opportunità per fare la storia.

La nostra richiesta è semplice.

Quindici leader religiosi hanno parlato chiaro con coraggio in una lettera al Congresso – affermando un principio che dovrebbe essere ovvio: Israele, il più grande beneficiario di lungo periodo degli aiuti americani, non dovrebbe essere al di sopra del diritto. La preghiamo, signor Presidente, di condizionare gli aiuti americani a Israele al rispetto del diritto degli Stati Uniti e di quello internazionale. Essi non devono essere usati per violare i diritti dei palestinesi.     

Qualsiasi cosa in meno è un pericolo per i palestinesi, per gli israeliani, per gli americani e per il mondo intero.

ObamaLetter.org è stata organizzata da Jewish Voice for Peace.
Co-sponsor: American Muslims for Palestine, Americans United for Palestinian Human Rights, Arab Jewish Partnership for Peace & Justice in the Middle East, The Austin Interfaith Community for Palestinian Rights, Badayl-Alternatives, Baptist Peace Fellowship of North America, Citizens for Justice in the Middle East--Kansas City, Coalition for Peace with Justice (North Carolina), Coalition to Stop $30 Billion to Israel, Community of Sant' Egidio/San Francisco, European Jews for a Just Peace, Friends of Palestine-Wisconsin, Friends of Sabeel North America, Grassroots International, Interdenominational Advocates for Peace Ann Arbor, Interfaith Peace-Builders, Jewish Voice for a Just Peace Switzerland, Jews for Justice for Palestinians (UK), Just Foreign Policy, Justice First Foundation, Kairos USA, Lutherans for Justice in the Holy Land Central Lutheran (Portland, OR), Michigan Stop the Nuclear Bombs Campaign, Middle East Task Force of Chicago Presbytery, Palestine Israel Network of the Episcopal Peace Fellowship, Political Approaches to Coexistence, Presbyterian Peace Fellowship, Unitarian Universalists for Justice in the Middle East, United Methodists' Holy Land Task Force, US Campaign to End the Israeli Occupation, US Peace Council, Upper Hudson Peace Action, Working Group Middle East of the Metropolitan Chicago Synod of the ELCA, Washington Interfaith Alliance for Middle East Peace. To add your group, email liz@jvp.org

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mercoledì, dicembre 19, 2012

I datteri israelo-palestinesi della Coop


Quello che segue è il testo della lettera che Assopace Palestina ha inviato a Coop Italia a proposito dei datteri Medjoul di Gerico.

Un'ottima e beneagurante iniziativa che però, a causa del testo mistificante della confezione con la quale è messo in vendita il prodotto, finisce con il lasciare l'amaro in bocca. Perchè per tanti, troppi, è ancora così difficile fare i conti con la realtà dell'occupazione e chiamare le cose con il loro nome.

                                                                                                                      Roma, 10 dicembre 2012

Cara Coop,

Grazie per aver deciso di sostenere, attraverso il  “re dei datteri” - il Medjoul di Gerico, in Palestina - la causa palestinese.  Quando abbiamo letto la notizia ne siamo stati felici. Molte e molti di noi si sono immediatamente recati nei negozi Coop per poter regalare durante le feste i datteri provenienti dalla Palestina.

Grazie anche per aver voluto contribuire, con parte del ricavato della vendita, alla realizzazione della prima clinica di chirurgia pediatrica a Betlemme. E grazie per aver creduto che la gente comune di entrambi gli schieramenti in conflitto – quello palestinese e quello israeliano -  abbia continuato a collaborare mettendo da parte le rivalità. Bisogna credere nelle cose perché le cose accadano.  Ed in effetti vi sono israeliani e palestinesi che lottano insieme per la fine dell’occupazione, perché i due popoli possano coesistere in libertà e uguaglianza. Queste forze vanno aiutate a crescere.

Per questo, da più di vent’anni, l’Associazione per la Pace si è impegnata  per una soluzione giusta e pacifica, nel rispetto della legalità internazionale, del conflitto israelo-palestinese. Una prevaricazione più che un conflitto, ma in ogni caso il più antico fra quelli in atto, e, soprattutto, un vero e proprio warlab, come viene definita la matrice della guerra moderna.

È in questa zona del mondo che si sono sperimentate tecniche di occupazione, procedure istituzionali, forme di controllo, armamenti, e soprattutto la trasformazione del diritto internazionale in una serie di norme a geometria variabile dove il principio che “la legge è uguale per tutti” non ha più valore. Al tempo stesso, attorno a questo preciso conflitto si diramano linee che investono l’intero Medio Oriente e che da lì si spingono ben oltre.

Ebbene, duole ammetterlo ma, nonostante l’impegno di molti, la “rivalità” (per usare una vostra espressione, noi useremmo la dominazione di un popolo sull’altro), tra questi due popoli  non solo prosegue, ma va aumentando in Cisgiordania con la crescita  delle colonie israeliane e delle sempre più violente aggressioni dei coloni nei confronti della popolazione palestinese. La Valle del Giordano, quella di Gerico e dei datteri, ne è un esempio lampante. E’ qui che il ciclo dell’acqua si concretizza nella sottrazione dell’acqua ai palestinesi, nella deviazione di quello che dovrebbe essere un bene comune ad uso esclusivo di insediamenti  illegali. E’ qui che i beduini sono costretti a fare senza acqua e luce per essere costretti ad andarsene, a lasciare.

E allora: va benissimo, come fate nel testo che accompagna la proposta dell’acquisto dei datteri, auspicare la collaborazione tra i popoli ed osservare quel che di buono riesce a fare la buona volontà dei singoli o delle associazioni. Va benissimo applaudire al miracolo di chi riesce a far fruttare i datteri nel deserto. Altra cosa è fare, anche in questo caso, di necessità virtù – ovvero - della necessità degli uni, una virtù degli altri.

Gli spedizionieri israeliani esportano i datteri palestinesi  perché solo loro possono farlo: ai palestinesi non è concesso, nessuna sovranità non solo sui propri confini, neppure per importare o esportare merce. Devono per costrizione dell’occupazione militare passare attraverso un esportatore israeliano. Questo significa perdere molto tempo e molti soldi, perché sicuramente l’esportatore israeliano non lo fa gratuitamente.

Questa è la realtà. E la realtà bisogna guardarla negli occhi se vogliamo davvero cambiarla.

Soprattutto, è necessario chiamare le cose con il loro nome, è necessario essere precisi. Perché dietro alle parole ci sono i diritti, compresi quelli violati. Per capirci, sulla scatola voi scrivete: Ingredienti: datteri medjoul. Provenienza: Oasi di Gerico – Territori Palestinesi – Israele. Era così difficile scrivere Palestina? Israele non c’entra, o meglio, non dovrebbe entrarci. Specialmente adesso che la Palestina è stata riconosciuta a livello mondiale come Stato – osservatore, ma pur sempre Stato - almeno noi che ci crediamo non facciamoci del male da soli!

Nella speranza di poter avviare future collaborazioni, un augurio di buon lavoro. 

Associazione per la Pace - assopacepalestina



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giovedì, novembre 22, 2012

Photo gallery: Israel war crimes in Gaza

Una galleria di foto che mostra i "terroristi" uccisi o feriti dagli assassini dell'esercito israeliano durante l'ultima operazione militare nella Striscia di Gaza, rivelatasi in realtà l'ennesimo massacro di povera gente inerme, stante il fatto che, su un totale di 156 palestinesi uccisi, ben 103 erano civili ((i due terzi del totale), tra essi 13 donne e 33 bambini. 


















http://sabbah.biz/mt/archives/2012/11/21/gaza-war-crimes-gallery/#lightbox/356/

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martedì, novembre 20, 2012

L'autodifesa di Israele: massacrata a Gaza un'intera famiglia


Domenica 18 novembre, nel primo pomeriggio, Israele ha dato l’ennesima dimostrazione di come stia prendendo deliberatamente di mira i civili nel corso dei suoi raid aerei su Gaza, in un orribile crimine di guerra che è costato la vita a 9 membri della famiglia al-Dalu. Un altro membro della famiglia è tutt’ora disperso, mentre due dei vicini, tra cui un’anziana donna, sono stati parimenti uccisi dall’esplosione provocata da un missile israeliano. Nove sono i feriti, tra cui due bambini e tre donne.

Secondo quanto riferisce il Palestinian Centre for Human Rights, intorno alle 14:30 di domenica scorsa, un F-16 israeliano ha lanciato un missile contro un edificio di 4 piani appartenente al 52enne Jamal Mahmoud Yassin al-Dalu. In quell’edificio, dove fino ad allora avevano vissuto 3 famiglie formate complessivamente da 11 persone, si trovava di fronte alla Bank of Palestine in al-Nasser Street, a nord di Gaza City.

Il missile ha distrutto completamente l’edificio, seppellendo i suoi residenti: come risultato, nove membri della famiglia (tra cui 4 donne e 4 bambini) sono stati uccisi. Le vittime identificate sono:

- Suhaila Mahmoud al-Dalu, 73 anni
- Tahani Hassan al-Dalu, 52 anni
- Mohammed Jamal Mahmoud al-Dalu, 29 anni
- Samah Abdul Hamid al-Dalu, 27 anni
- Raneen Jamal al-Dalu, 22 anni
- Sarah Mohammed Jamal al-Dalu, 7 anni
- Jamal Mohammed Jamal al-Dalu, 6 anni
- Yousef Mohammed Jamal al-Dalu, 4 anni
- Ibrahim Mohammed Jamal al-Dalu, 1 anno

Fino al pomeriggio di ieri, le squadre di soccorso stavano ancora cercando il corpo dell’ultimo componente della famiglia ancora mancante, la 17enne Yara Jamal Mahmoud al-Dalu.

Come risultato ulteriore del bestiale crimine israeliano, numerose case vicine all’edificio distrutto sono state gravemente danneggiate, e altri due civili palestinesi sono stati uccisi: si tratta della 75enne Ameena Matar al-Muzannar e del 19enne Abdullah Mohammed al-Muzannar.

Qui di seguito vi è un estratto del reportage di Fabio Scuto che, su Repubblica, riporta l’accaduto e racconta la drammaticità della vita a Gaza in queste ore; si tratta di un reportage onesto, salvo il fatto che si da spazio – come accade per la quasi totalità dei media peraltro – alla tesi spacciata dalla propaganda israeliana per cui la colpa della strage di civili in atto nella Striscia di Gaza sarebbe da addossare quasi in toto ai miliziani palestinesi, che nascondono le rampe di lancio di razzi e missili all’interno delle zone abitate.

Si tratta, come sempre, di una colossale menzogna, in quanto i raid israeliani prendono di mira costantemente edifici pubblici che non costituiscono obiettivi militari, o addirittura le case (vere o presunte) degli alti esponenti di Hamas e delle altre organizzazioni palestinesi.

Nel caso del massacro della famiglia al-Dalu, probabilmente il raid intendeva colpire la casa di un membro delle Brigate al-Qassam, e dunque si sarebbe trattato di un clamoroso errore. Un errore costato la vita a 11 persone innocenti.

Ma, errore o meno, colpire un edificio di civile abitazione è sempre e comunque un chiaro crimine di guerra ed una palese violazione del diritto umanitario. Violazione che nessuno in Occidente ha voglia di addebitare in alcun modo allo stato-canaglia israeliano e agli assassini che lo guidano.

E i morti nella Striscia di Gaza, ormai, ammontano a 111, più di mille i feriti.

La Repubblica: Un’intera famiglia cancellata dal blitz.
20.11.2012

Jamal, il patriarca della famiglia Al Dalou, con il volto gonfio di pianto abbraccia i parenti e i vicini di casa che sono venuti a porgergli le condoglianze per il lutto che lo ha colpito. E’ rimasto solo.

La sua famiglia – la moglie, il figlio, la nuora, la sorella e cinque nipoti – sono morti nel crollo della palazzina centrata da un missile domenica scorsa nel quartiere Nasser. In silenzio, stanno seduti su delle sedie di plastica bianca prestate da un vicino; a pochi metri di distanza un bulldozer sta scavando fra le rovine. Al tragico appello manca ancora Yara, l’altra figlia.

Poi in un clima di grande commozione, una piccola folla sfida i droni armati di missili e i caccia F-16, che come calabroni volano incessantemente, e per le strade deserte di Gaza City lo accompagna nel cimitero di Sheikh Radwan. Vengono sepolti anche i due vicini di casa uccisi dall’esplosione.

Secondo l’esercito israeliano nella palazzina, centrata da un missile ad alto potenziale, abitava un certo Yiahia Abayah, identificato come un leader del movimento armato della Jihad islamica. Ma ora nessuno degli abitanti sulla strada della famiglia Al Dalou dice d’avere mai sentito questo nome…

Forse la tragedia della famiglia Al Dalou potrebbe spingere i Paesi arabi, quelli europei, ma soprattutto gli Stati Uniti, a premere su Israele per fermare gli attacchi aerei.

La campagna aerea, le eliminazioni mirate, la distruzione di “arsenali” e commissariati di polizia è proseguita anche ieri – 23 le vittime della giornata, che portano i morti palestinesi a oltre 100 – ma una indicazione che le cose a Gaza per Israele non stanno andando come previsto è l’aumento costante del numero di vittime tra i civili palestinesi.

Anche prima della strage della famiglia Al Dalou, i resoconti delle vittime tra i bambini, le donne e gli anziani si sono moltiplicati, mentre il danno causato ai militanti di Hamas o di altre organizzazioni è stato relativamente limitato…

… Nella Striscia la morte è in agguato ovunque: negli edifici governativi come nelle basi delle milizie; nello stadio di calcio come nel Media Center Al Shuruq; nei campi agricoli vicini al confine… Chi esce per strada rischia la vita come chi sta in casa. In giro si avventura soltanto chi non può farne a meno: giornalisti, medici, tecnici della luce o del telefono.

L’attività commerciale è paralizzata. Nel centro di Gaza restano aperte le panetterie e qualche ristorante per i rari passanti. Il ministero dell’Economia del governo di Hamas assicura che ai negozi sono stati distribuiti generi di prima necessità. Ma le corsie dei supermercati, che aprono 1-2 ore, sono deserte e gli scaffali semivuoti.

“Non avvicinatevi ai santuari di Hamas”, ha intimato Israele agli abitanti della Striscia, dopo essersi inserito nelle frequenze della radio e della tv di Hamas. Non è così semplice visto che, al tempo stesso, Israele sostiene che i miliziani di Hamas, le loro installazioni e i loro arsenali, sono nascosti anche nelle scuole, nelle moschee, fra gli impianti sportivi, nel Media Center.

Ieri quel che restava del grattacielo Al-Shuruq nel quartiere di Rimal – che ospitava fra gli altri gli uffici di Sky News, Al Arabiya, Russia Today , la Press Tv iraniana, ma anche due tv vicine ad Hamas – è stato distrutto da un secondo attacco nel quale è morto un leader della Jihad islamica con tre miliziani, ma anche due civili.

Chi vive nelle zone più vicine al territorio israeliano cerca rifugi provvisori: ieri l’UNRWA – che assiste 800mila palestinesi privi di mezzi di sostentamento – ha aperto alcune delle scuole che gestisce, chiuse per motivi di sicurezza, per ospitare i nuovi sfollati. La sera a Gaza non c’è una luce accesa per la strada; la paura cresce, nell’angoscia che la “campagna di terra” promessa da Netanyahu sia imminente.

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