15 dicembre 2011

Che fine hanno fatto le manifestazioni di piazza in Israele?

Perché le manifestazioni di piazza degli “indignados” israeliani non hanno più avuto seguito, nonostante la Commissione Trajtenberg non abbia avviato grandi cambiamenti nel Paese?

Una delle risposte che si da Claudia De Martino nell’articolo che segue, tratto da Medarabnews, è che, ancora una volta, la politica estera e le minacce - vere o presunte o appositamente create - per la “sicurezza” di Israele valgono a spegnere ogni dibattito e ogni proposta di riforma sociale ed economica.

Tant’è che è difficile ipotizzare che i tagli alla spesa militare – pure ipotizzati dalla Commissione presieduta dall’economista israeliano – troveranno mai una effettiva attuazione.

Israele: il “time-out” delle rivolte sociali e l’autunno arabo
di Claudia De Martino – 15.12.2011

A qualche mese dalle rivolte arabe, scoppiava anche la “primavera israeliana” con le prime rivolte di piazza a Tel Aviv sul boulevard Rotschild. Si trattava delle prime grandi manifestazioni in Israele che non avevano come scopo la fine di una guerra o la protesta contro crimini di massa perpetrati dal proprio esercito o ancora una risposta unitaria a episodi di terrorismo, ma piuttosto la rivolta delle classi medie contro il caro-vita e l’inflazione e lo smantellamento del welfare state nel Paese.

Non che il crollo dei sussidi e dei servizi sociali in Israele risalga all’estate del 2011, ma durante quell’estate finalmente gli israeliani – meno ossessionati dai problemi impellenti della sicurezza nazionale o dal pericolo di razzi Katiusha (dal Sud del Libano) e Qassam (dalla Striscia di Gaza) – recuperavano un po’ di autocritica e riprendevano il filo di una riflessione sociale interrotta dallo scoppio dell’Intifada al-Aqsa (2000), per guardarsi dentro e affrontare le anomalie strutturali della crescita del proprio Paese, riununciando alla perenne ricerca di un nemico esterno.

Così Israele scopriva molte cose, e anche il mondo esterno apprendeva istantaneamente su Israele che nel Paese non era la guerra l’unico problema, ma anche la giustizia sociale. Per un Paese che cresceva al ritmo medio del 4% (tra il 3.6% del 2008 e il 4.7% del 2010) annuo e che aveva appena varcato la soglia del club dell’OECD, la crisi economica sembrava uno spettro lontano, e le prospettive future le più rosee di tutta l’area mediterranea. Gli analisti finanziari continuavano a gridare al “miracolo economico”, e in realtà affibbiavano la stessa etichetta anche all’economia della smembrata Autorità Nazionale Palestinese, con una crescita annua pari al 7%(fino al 2009). Secondo questa lettura macroeconomica, la crescita nei due Paesi – con un’economia giovane e, nel caso di Israele, anche fortemente ancorata all’innovazione tecnologica nelle biotecnologie e nell’informatica – avrebbe dovuto continuare a espandersi e conquistare nuove quote di mercato al’infinito (esattamente come si prospettava per l’Europa).

La brusca interruzione di questo andamento virtuoso è intervenuta, dunque, come una doccia fredda inspiegabile. E’ vero che vi era stata la rivoluzione tunisina e poi anche le manifestazioni di massa a piazza Tahrir, ma quegli eventi riguardavano il mondo arabo piagato dalle dittature e dalla povertà endemica, e non avevano niente a che spartire con il ricco e moderno Israele. Ancora, vi era stata anche la crisi economica mondiale che aveva colpito con particolare virulenza l’Europa, causando una crisi del debito in tutti i Paesi europei del Mediterraneo e provocando le manifestazioni di massa di milioni di giovani disoccupati – gli Indignados – per protestare contro la disoccupazione giovanile, ma quelli erano fatti relativi alla “Vecchia Europa”, un continente che non cresceva più economicamente da anni e che non si era accorto del proprio ritardo. Nessuna delle due crisi, alla fine, sembrava toccare da vicino Israele, che tradizionalmente si ritiene un Paese che “dwells alone”, che “fa (e sta) da solo”.

Quando dunque comparvero le prime tende dei giovani di Tel Aviv che si accamparono nel boulevard Rotschild, nessuno capì bene cosa stessero facendo e perché fossero lì. Era chiaro che si sarebbe trattato di una protesta sterile di alcuni giovani viziati: la “bella gioventù laica” di Israele che un tempo era stata il fiore di Tsahal (dell’esercito) e oggi, invece, spesso militava in movimenti antimilitaristi. Eccentrica e poco rappresentativa di un Paese che, invece, ha problemi molto seri e reali, normalmente associati alla guerra, ma in realtà costituiti da quel 23,3% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà (in Israele pari a 7 dollari e 30 centesimi al giorno) in una delle economie più avanzate del mondo. Tale soglia di povertà è più alta della vicina West Bank (dove si assesta al 18,3%, ed è inferiore a quella di Gaza, pari al 38%, che però viene universalmente riconosciuta come uno dei Paesi e delle economie più arretrate).

Invece i giovani di Tel Aviv, in maggioranza studenti, sono scesi in piazza anche loro in una protesta senza leaders –emulando piazza Tahrir – e Daphni Leef, una degli attivisti di maggior spicco, ha preso la parola per criticare il mercato degli alloggi, i costi degli affitti, l’inflazione che erode il potere d’acquisto della classe media, i monopoli nel settore alimentare e nella distribuzione dei prodotti (la rivolta scoppiò proprio a seguito del rialzo del prezzo di un popolare cottage cheese della Tnuva) e le concentrazioni che fan sì che la ricchissima economia israeliana sia in mano a poche famiglie (sempre le stesse), l’alto tasso di esternalizzazioni dei lavoratori nelle aziende (10% contro la media OECD del 5%), i tassi folli sui prestiti forniti dalle banche, i costi altissimi di servizi base come l’energia e l’acqua e di quelli bancari, ma anche sollevando questioni di equità di base tra cittadini, come il caso di un quartiere arabo di Lod (Samech Het) che fino al 2011 non aveva allaccio per l’acqua né fognature, ma si riforniva tramite un’unica pompa, come nel Medioevo.

Una volta data la scintilla, le persone si sono riversate nelle piazze per estendere la protesta anche ad altri settori che non erano mai stati oggetto di interventi statali: il monopolio delle frequenze televisive, i tassi ingiustificati imposti dalle compagnie di telefonia mobile, i tassi di interesse mostruosi sulle assicurazioni pensionistiche e i fondi pensione privati (perchè ormai le pensioni statali sono state completamente depauperate), il controllo verticistico nelle aziende, i sussidi alle yeshivot ultraortodosse ed agli uomini religiosi con grandi famiglie a carico che non lavorano tutta la vita, la mancanza di un tetto ragionevole per i salari ai dirigenti, il livello altissimo della tassazione (pari al 48%), le risorse e gli investimenti indirizzati esclusivamente al settore della difesa e non a quello dell’istruzione e dell’innovazione scientifica, che hanno fatto dire a Avi Hasson – direttore del dipartimento scienza e innovazioni del Ministero del’Industria, del Commercio e del Lavoro – che il budget e gli investimenti nel suo settore sono scesi in 10 anni del 36.3%, inducendo il Ministero a rifiutare la sovvenzione di molti progetti di interesse nazionale che avrebbero potuto produrre crescita e posti di lavoro.

Ad una piattaforma sociale di protesta così inclusiva e così mirata, improvvisamente, non partecipavano più solo gli studenti snob di Tel Aviv ma anche le classi medie di Haifa, gli ebrei orientali (mizrahi) di Beersheva e gruppi di persone comuni in altre 12 città del Paese che non si erano mai classificate come attivisti. Solo Gerusalemme rimaneva moderatamente toccata dalle manifestazioni.

Infine, una volta scoperchiato il vaso di Pandora, ecco che alcuni attivisti per i diritti sociali sono arrivati a chiedersi inevitabilmente se vi fosse un nesso tra guerra e situazione economica del Paese, o meglio redistribuzione interna del reddito, e se e quanto pesassero gli insediamenti su questo bilancio. Un’anima minoritaria del movimento si è allora interrogata su questo ulteriore punto critico, poco affrontato nel Paese da una prospettiva strettamente economica: il costo delle colonie. Spingere troppo, però, sull’approfondimento di questo tasto avrebbe comportato una divisione del movimento: una rottura con coloro che giustificano e sostengono la rivolta sociale ma non vogliono in nessun modo che essa venga – a parer loro – “strumentalizzata” per assumere una posizione anche nel conflitto israelo-palestinese. Il movimento racchiude molte anime, con sensibilità diverse rispetto alle colonie.

Com’è finita dunque la protesta? E perché, sebbene la Commissione Trajtenberg – nominata per stilare una lista di priorità nazionali – non abbia avviato grandi cambiamenti nel Paese e la sua attività non abbia inciso sui settori più sensibili, oggi la protesta è finita?

La risposta è molto semplice e ha due motivazioni che convergono: la prima è antropologica, e tende a spiegare la fine delle proteste sociali con l’inizio delle vacanze e delle festività religiose in Israele alla metà di settembre – esattamente come in Italia l’arrivo del Natale stempera il carattere delle manifestazioni studentesche dell’”autunno caldo”; la seconda attiene, invece, alla politica estera: se niente è cambiato all’interno di Israele, né Nethanyau ha cambiato idea su welfare state e colonie, la regione circostante è diventata per Israele sempre più problematica.

La lontana Tunisia ha fatto le elezioni per veder vincere gli islamisti moderati di an-Nahda, ed è stata poi doppiata dal vicinissimo Egitto – un Paese chiave per la sicurezza di Israele – dove i Fratelli Musulmani usciti vincenti dalla prima tornata elettorale hanno già dichiarato che intendono rivedere le clausole del Trattato di Pace del ’79 in senso più favorevole all’Egitto. Intanto la repressione in Siria prosegue con quasi 5.000 morti, senza che la comunità internazionale intervenga, e con una leadership israeliana che mantiene un basso profilo sulla questione perché –al di là delle vane parole di Barak – Israele non sa se ciò che seguirà la caduta di Assad sarà meglio dei 40 anni che l’hanno preceduta.

In altri termini, ancora una volta le notizie che provengono dal resto della regione – senza dimenticare l’incubo incombente del nucleare iraniano – aiutano Nethanyau a mantenere gli israeliani tra l’”incudine e il martello”, senza permettere loro di rialzare la testa. A ciò si aggiunge il fatto che, anche nel dinamico Israele, le rivoluzioni sociali hanno perso il loro momentum – così come gli ideali socialisti e di giustizia sociale – e oggi un popolo giovane ma schiacciato dalla guerra riesce a sognare un futuro diverso solo in brevi momenti, quelle stagioni luminose come i primi anni ’90 in cui spiragli di dialogo sembrano improvvisamente spalancarsi con i palestinesi e lasciar intravedere la possibilità di una soluzione al conflitto che li lega.

Claudia De Martino

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2 Commenti:

Alle 17 dicembre 2011 20:04 , Blogger Mary ha detto...

ciao! sono artemisia di splinder, ho cambiato blog e ora sono su blogspot, ti andrebbe di aggiornare il blogroll? CIAO!

 
Alle 21 dicembre 2011 12:50 , Blogger vichi ha detto...

Ho letto solo ora il tuo post, provvedo subito!

 

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