Israel Gave This Gaza Family a Five-minute Warning. Then It Bombed Its Home
By Gideon Levy Jun 06, 2019
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Un piccolo spazio di informazione e riflessione per rimediare al colpevole silenzio dei media sulla tragedia del popolo palestinese.
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A third generation has been born into the occupation by now. A third generation of children who know only the reality of daily human rights violations. It’s hard to find hope when the occupation infiltrates every aspect of your life; it’s hard to grow up when you don’t feel safe even in your own home, with soldiers waking you in the dead of night; it’s hard to feel free when soldiers and police officers detain you on your way to school; it’s hard to breathe when you live, whether as child or adult, with your most basic rights as a person denied – the right to freedom and to dignity.While Israeli authorities and their various emissaries are doing everything in their power to silence dissent over the occupation’s chokehold on Palestinians, we are here to ensure that you know what is being done in the occupied territories and to work towards a better reality.Join us. Share this video and support B’Tselem:https://www.btselem.org/donate*All the footage was filmed by our Camera Project volunteers in 2015.
Posted by B'Tselem בצלם on Giovedì 31 dicembre 2015
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Le paure suscitate ad arte in Israele, che si sente minacciato dalla primavera araba e dai fondamentalisti alle porte, hanno consentito al premier Netanyahu di tacitare le proteste di piazza e di rafforzare la sua ideologia e il suo governo.
Purtroppo questo comporta l’incremento dell’attività di espansione delle colonie, delle demolizioni e degli espropri, anche e soprattutto a Gerusalemme est: in una parola, insomma, la fine di ogni realistica possibilità di componimento pacifico del conflitto israelo-palestinese.
E’ questo il tema dell’articolo che segue, scritto per Ha’aretz dal giornalista Aluf Benn e qui proposto nella traduzione di Medarabnews.
Springtime for the Israeli right as well
di Aluf Benn – 16.12.2011
La reazione di Israele agli sconvolgimenti della primavera araba è stata un attacco di panico i cui sintomi si sono progressivamente aggravati via via che le manifestazioni di Facebook e Twitter negli Stati arabi si sono trasformate in violente guerre civili e hanno rafforzato i movimenti islamisti. La paura lungamente repressa di Israele che la caduta di Hosni Mubarak avrebbe fatto emergere i Fratelli Musulmani al suo posto e che l’Egitto sarebbe diventato un nuovo Iran – o, nel migliore dei casi, una Turchia in stile Erdogan – si sta realizzando, e la preoccupazione sta crescendo.
L’apprensione di Israele non riflette soltanto un’istintiva repulsione per l’Islam politico: essa riguarda anche gli equilibri di potere regionali. La situazione strategica di Israele è peggiorata nell’ultimo anno. Le alleanze regionali con la Turchia e l’Egitto sono crollate. Inoltre, non è chiaro per quanto tempo ancora esisterà quella con il regno hascemita di Giordania; nel frattempo, anche quest’ultimo sta tenendo a distanza Israele. Gli Stati Uniti, indeboliti sotto la traballante leadership di Barack Obama, non comandano più in Medio Oriente. La Grecia, nuovo alleato di Israele, sta cadendo a pezzi a causa della crisi economica. L’Iran ignora le minacce e le sanzioni, e prosegue la sua corsa al nucleare. L’Autorità Palestinese si sta avvicinando sempre più ad Hamas.
Questo fosco scenario è punteggiato da qualche sprazzo di luce. Il regime di Assad in Siria si è avvitato in una crisi senza uscita, a seguito della quale anche Hezbollah si è indebolito. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas voleva che le Nazioni Unite riconoscessero la Palestina, ma Israele ha fatto naufragare la sua iniziativa. L’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo, che, come Israele, sono affezionati al vecchio ordine regionale e temono i cambi di regime e la crescente potenza dell’Iran, stanno tacitamente collaborando con Israele su questioni di interesse comune.
Ma tutto questo è magra consolazione. A fronte di un crescente isolamento, Israele ha reagito come il bullo della classe quando viene spaventato, scoprendo i denti e minacciando guerra. Ha compiuto un test di missili balistici ed esercitazioni di attacco a lungo raggio, creando l’impressione che fosse sul punto di colpire gli impianti nucleari iraniani. Il messaggio rivolto ai vicini e alla comunità internazionale è: “Israele è ancora importante, e può combinare guai”.
Gli sconvolgimenti regionali di quest’anno hanno preoccupato la maggior parte degli israeliani, ma fra essi ve n’è uno che ha trasformato la paura in un’opportunità politica senza precedenti. Fin dall’avvento della primavera araba, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha compreso che la caduta di Mubarak poneva fine alla dottrina “terra in cambio di pace”. Dal punto di vista di Netanyahu e dei suoi colleghi di destra, era stato ormai dimostrato oltre ogni dubbio che non vi è nessuno con cui dialogare e niente di cui parlare, e che qualunque territorio evacuato da Israele alla fine diventerà una base per attacchi terroristici contro lo Stato ebraico – come sta accadendo ora nel Sinai. Da un giorno all’altro, la sinistra israeliana ha perso l’ideologia alla base della sua proposta per risolvere il conflitto con gli arabi, che aveva predicato per anni. Una merce che non ha più acquirenti ora.
In una dichiarazione davanti alla Knesset il 23 novembre, Netanyahu si è vantato dicendo che era stata confermata la sua valutazione secondo cui, invece che dalla democrazia liberale, gli Stati arabi sarebbero stati sommersi da un’ “ondata islamista”. Avevo ragione – ha dichiarato compiacendosi – quando ho chiesto di essere cauti nei colloqui con i palestinesi e di non affrettarsi a fare concessioni.
Né egli si è limitato ai semplici commenti. Incoraggiato dall’indebolimento del suo rivale Barack Obama, Netanyahu ha accelerato l’attività edilizia negli insediamenti e intensificato gli espropri intorno a Gerusalemme.
Un altro piccolo sforzo, altri due o tre anni al potere, e il sogno della destra si realizzerà: ebrei in numero sufficiente saranno insediati lungo il crinale della Cisgiordania per tagliare la strada una volta per tutte all’idea di due Stati per due popoli.
Partendo dalla Cisgiordania, negli ultimi mesi Netanyahu ha spostato la sua attenzione all’interno di Israele, lanciando una campagna per sopprimere i propri rivali nei settori della politica, della magistratura e dell’informazione. Egli ha liberato Gilad Shalit raggiungendo un accordo con Hamas, cosa che gli ha fatto recuperare il sostegno del centro, e si è posizionato come un leader popolare senza veri concorrenti. Incoraggiato dalla sua ascesa nei sondaggi, il premier ha compiuto passi volti ad anticipare le prossime elezioni generali, in modo da ottenere un altro mandato prima che la recessione si aggravi e che i suoi rivali abbiano la possibilità di riorganizzarsi, e in modo da prevenire possibili ingerenze americane in occasione delle elezioni israeliane qualora Obama dovesse sorprendere le aspettative vincendo un secondo mandato.
Le paure scatenate dalla primavera araba hanno portato Netanyahu più vicino che mai all’obiettivo di perpetuare il suo dominio e di schiacciare le “vecchie élite” di Israele. Negli Stati arabi, i fiori della primavera sono appassiti rapidamente. Invece nell’ufficio del primo ministro a Gerusalemme, e nelle sale riunioni delle fazioni della destra nella Knesset, i suoi alleati stanno fiorendo in vivaci espressioni di auto-compiacimento, nell’attesa di una schiacciante vittoria ideologica e politica sulla sinistra.
Aluf Benn è un giornalista israeliano; è corrispondente diplomatico del quotidiano israeliano ‘Haaretz’; segue la politica estera israeliana ed il processo di pace israelo-palestinese dal 1993
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Perché le manifestazioni di piazza degli “indignados” israeliani non hanno più avuto seguito, nonostante la Commissione Trajtenberg non abbia avviato grandi cambiamenti nel Paese?
Una delle risposte che si da Claudia De Martino nell’articolo che segue, tratto da Medarabnews, è che, ancora una volta, la politica estera e le minacce - vere o presunte o appositamente create - per la “sicurezza” di Israele valgono a spegnere ogni dibattito e ogni proposta di riforma sociale ed economica.
Tant’è che è difficile ipotizzare che i tagli alla spesa militare – pure ipotizzati dalla Commissione presieduta dall’economista israeliano – troveranno mai una effettiva attuazione.
Israele: il “time-out” delle rivolte sociali e l’autunno arabo
di Claudia De Martino – 15.12.2011
A qualche mese dalle rivolte arabe, scoppiava anche la “primavera israeliana” con le prime rivolte di piazza a Tel Aviv sul boulevard Rotschild. Si trattava delle prime grandi manifestazioni in Israele che non avevano come scopo la fine di una guerra o la protesta contro crimini di massa perpetrati dal proprio esercito o ancora una risposta unitaria a episodi di terrorismo, ma piuttosto la rivolta delle classi medie contro il caro-vita e l’inflazione e lo smantellamento del welfare state nel Paese.
Non che il crollo dei sussidi e dei servizi sociali in Israele risalga all’estate del 2011, ma durante quell’estate finalmente gli israeliani – meno ossessionati dai problemi impellenti della sicurezza nazionale o dal pericolo di razzi Katiusha (dal Sud del Libano) e Qassam (dalla Striscia di Gaza) – recuperavano un po’ di autocritica e riprendevano il filo di una riflessione sociale interrotta dallo scoppio dell’Intifada al-Aqsa (2000), per guardarsi dentro e affrontare le anomalie strutturali della crescita del proprio Paese, riununciando alla perenne ricerca di un nemico esterno.
Così Israele scopriva molte cose, e anche il mondo esterno apprendeva istantaneamente su Israele che nel Paese non era la guerra l’unico problema, ma anche la giustizia sociale. Per un Paese che cresceva al ritmo medio del 4% (tra il 3.6% del 2008 e il 4.7% del 2010) annuo e che aveva appena varcato la soglia del club dell’OECD, la crisi economica sembrava uno spettro lontano, e le prospettive future le più rosee di tutta l’area mediterranea. Gli analisti finanziari continuavano a gridare al “miracolo economico”, e in realtà affibbiavano la stessa etichetta anche all’economia della smembrata Autorità Nazionale Palestinese, con una crescita annua pari al 7%(fino al 2009). Secondo questa lettura macroeconomica, la crescita nei due Paesi – con un’economia giovane e, nel caso di Israele, anche fortemente ancorata all’innovazione tecnologica nelle biotecnologie e nell’informatica – avrebbe dovuto continuare a espandersi e conquistare nuove quote di mercato al’infinito (esattamente come si prospettava per l’Europa).
La brusca interruzione di questo andamento virtuoso è intervenuta, dunque, come una doccia fredda inspiegabile. E’ vero che vi era stata la rivoluzione tunisina e poi anche le manifestazioni di massa a piazza Tahrir, ma quegli eventi riguardavano il mondo arabo piagato dalle dittature e dalla povertà endemica, e non avevano niente a che spartire con il ricco e moderno Israele. Ancora, vi era stata anche la crisi economica mondiale che aveva colpito con particolare virulenza l’Europa, causando una crisi del debito in tutti i Paesi europei del Mediterraneo e provocando le manifestazioni di massa di milioni di giovani disoccupati – gli Indignados – per protestare contro la disoccupazione giovanile, ma quelli erano fatti relativi alla “Vecchia Europa”, un continente che non cresceva più economicamente da anni e che non si era accorto del proprio ritardo. Nessuna delle due crisi, alla fine, sembrava toccare da vicino Israele, che tradizionalmente si ritiene un Paese che “dwells alone”, che “fa (e sta) da solo”.
Quando dunque comparvero le prime tende dei giovani di Tel Aviv che si accamparono nel boulevard Rotschild, nessuno capì bene cosa stessero facendo e perché fossero lì. Era chiaro che si sarebbe trattato di una protesta sterile di alcuni giovani viziati: la “bella gioventù laica” di Israele che un tempo era stata il fiore di Tsahal (dell’esercito) e oggi, invece, spesso militava in movimenti antimilitaristi. Eccentrica e poco rappresentativa di un Paese che, invece, ha problemi molto seri e reali, normalmente associati alla guerra, ma in realtà costituiti da quel 23,3% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà (in Israele pari a 7 dollari e 30 centesimi al giorno) in una delle economie più avanzate del mondo. Tale soglia di povertà è più alta della vicina West Bank (dove si assesta al 18,3%, ed è inferiore a quella di Gaza, pari al 38%, che però viene universalmente riconosciuta come uno dei Paesi e delle economie più arretrate).
Invece i giovani di Tel Aviv, in maggioranza studenti, sono scesi in piazza anche loro in una protesta senza leaders –emulando piazza Tahrir – e Daphni Leef, una degli attivisti di maggior spicco, ha preso la parola per criticare il mercato degli alloggi, i costi degli affitti, l’inflazione che erode il potere d’acquisto della classe media, i monopoli nel settore alimentare e nella distribuzione dei prodotti (la rivolta scoppiò proprio a seguito del rialzo del prezzo di un popolare cottage cheese della Tnuva) e le concentrazioni che fan sì che la ricchissima economia israeliana sia in mano a poche famiglie (sempre le stesse), l’alto tasso di esternalizzazioni dei lavoratori nelle aziende (10% contro la media OECD del 5%), i tassi folli sui prestiti forniti dalle banche, i costi altissimi di servizi base come l’energia e l’acqua e di quelli bancari, ma anche sollevando questioni di equità di base tra cittadini, come il caso di un quartiere arabo di Lod (Samech Het) che fino al 2011 non aveva allaccio per l’acqua né fognature, ma si riforniva tramite un’unica pompa, come nel Medioevo.
Una volta data la scintilla, le persone si sono riversate nelle piazze per estendere la protesta anche ad altri settori che non erano mai stati oggetto di interventi statali: il monopolio delle frequenze televisive, i tassi ingiustificati imposti dalle compagnie di telefonia mobile, i tassi di interesse mostruosi sulle assicurazioni pensionistiche e i fondi pensione privati (perchè ormai le pensioni statali sono state completamente depauperate), il controllo verticistico nelle aziende, i sussidi alle yeshivot ultraortodosse ed agli uomini religiosi con grandi famiglie a carico che non lavorano tutta la vita, la mancanza di un tetto ragionevole per i salari ai dirigenti, il livello altissimo della tassazione (pari al 48%), le risorse e gli investimenti indirizzati esclusivamente al settore della difesa e non a quello dell’istruzione e dell’innovazione scientifica, che hanno fatto dire a Avi Hasson – direttore del dipartimento scienza e innovazioni del Ministero del’Industria, del Commercio e del Lavoro – che il budget e gli investimenti nel suo settore sono scesi in 10 anni del 36.3%, inducendo il Ministero a rifiutare la sovvenzione di molti progetti di interesse nazionale che avrebbero potuto produrre crescita e posti di lavoro.
Ad una piattaforma sociale di protesta così inclusiva e così mirata, improvvisamente, non partecipavano più solo gli studenti snob di Tel Aviv ma anche le classi medie di Haifa, gli ebrei orientali (mizrahi) di Beersheva e gruppi di persone comuni in altre 12 città del Paese che non si erano mai classificate come attivisti. Solo Gerusalemme rimaneva moderatamente toccata dalle manifestazioni.
Infine, una volta scoperchiato il vaso di Pandora, ecco che alcuni attivisti per i diritti sociali sono arrivati a chiedersi inevitabilmente se vi fosse un nesso tra guerra e situazione economica del Paese, o meglio redistribuzione interna del reddito, e se e quanto pesassero gli insediamenti su questo bilancio. Un’anima minoritaria del movimento si è allora interrogata su questo ulteriore punto critico, poco affrontato nel Paese da una prospettiva strettamente economica: il costo delle colonie. Spingere troppo, però, sull’approfondimento di questo tasto avrebbe comportato una divisione del movimento: una rottura con coloro che giustificano e sostengono la rivolta sociale ma non vogliono in nessun modo che essa venga – a parer loro – “strumentalizzata” per assumere una posizione anche nel conflitto israelo-palestinese. Il movimento racchiude molte anime, con sensibilità diverse rispetto alle colonie.
Com’è finita dunque la protesta? E perché, sebbene la Commissione Trajtenberg – nominata per stilare una lista di priorità nazionali – non abbia avviato grandi cambiamenti nel Paese e la sua attività non abbia inciso sui settori più sensibili, oggi la protesta è finita?
La risposta è molto semplice e ha due motivazioni che convergono: la prima è antropologica, e tende a spiegare la fine delle proteste sociali con l’inizio delle vacanze e delle festività religiose in Israele alla metà di settembre – esattamente come in Italia l’arrivo del Natale stempera il carattere delle manifestazioni studentesche dell’”autunno caldo”; la seconda attiene, invece, alla politica estera: se niente è cambiato all’interno di Israele, né Nethanyau ha cambiato idea su welfare state e colonie, la regione circostante è diventata per Israele sempre più problematica.
La lontana Tunisia ha fatto le elezioni per veder vincere gli islamisti moderati di an-Nahda, ed è stata poi doppiata dal vicinissimo Egitto – un Paese chiave per la sicurezza di Israele – dove i Fratelli Musulmani usciti vincenti dalla prima tornata elettorale hanno già dichiarato che intendono rivedere le clausole del Trattato di Pace del ’79 in senso più favorevole all’Egitto. Intanto la repressione in Siria prosegue con quasi 5.000 morti, senza che la comunità internazionale intervenga, e con una leadership israeliana che mantiene un basso profilo sulla questione perché –al di là delle vane parole di Barak – Israele non sa se ciò che seguirà la caduta di Assad sarà meglio dei 40 anni che l’hanno preceduta.
In altri termini, ancora una volta le notizie che provengono dal resto della regione – senza dimenticare l’incubo incombente del nucleare iraniano – aiutano Nethanyau a mantenere gli israeliani tra l’”incudine e il martello”, senza permettere loro di rialzare la testa. A ciò si aggiunge il fatto che, anche nel dinamico Israele, le rivoluzioni sociali hanno perso il loro momentum – così come gli ideali socialisti e di giustizia sociale – e oggi un popolo giovane ma schiacciato dalla guerra riesce a sognare un futuro diverso solo in brevi momenti, quelle stagioni luminose come i primi anni ’90 in cui spiragli di dialogo sembrano improvvisamente spalancarsi con i palestinesi e lasciar intravedere la possibilità di una soluzione al conflitto che li lega.
Claudia De Martino
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In Israele si sta creando una miscela esplosiva, formata dalla pressoché totale impunità per ogni violazione di legge che imbaldanzisce i coloni israeliani e dagli attacchi alle ong israeliane, anche da parte del governo e di membri della Knesset, che dipingono le organizzazioni per i diritti umani come una sorta di “quinta colonna” che agisce per indebolire e recar danno allo stato ebraico.
Si spiega così l’allarme lanciato dal ministro Yitzhak Aharonovitch, che denuncia la possibilità che in Israele possa avvenire un nuovo assassinio politico.
Ministro per la Pubblica Sicurezza: esiste la minaccia di un altro assassinio politico in Israele.
In Israele esiste la minaccia di un altro assassinio politico, ha riferito oggi alla Knesset il Ministro per la Pubblica Sicurezza Yitzhak Aharonovitch.
La dichiarazione di Aharonovitch è arrivata in risposta ad una interrogazione del deputato Isaac Herzog (Labor) a seguito delle ripetute aggressioni ai danni dell’attivista Hagit Ofran e dell’organizzazione Peace Now.
Di recente, minacce di morte sono state scritte con lo spray nel condominio dove abita la Ofran, un’attivista di Peace Now, e gli uffici di Peace Now a Gerusalemme sono stati vandalizzati nel corso di sospetti attacchi di “price tag”.
“Price tag” è la definizione data dagli estremisti alle attività contro i Palestinesi, gli attivisti per la pace o le forze di sicurezza in risposta a quelle che vengono considerate azioni rivolte contro le colonie o gli avamposti illegali in Cisgiordania.
“La polizia sta conducendo un’efficace indagine e ha arrestato un sospetto che si trova ancora in stato d’arresto”, ha detto ai deputati Aharonovitch. “Sul caso si sta ancora indagando. L’ufficio investigativo sta facendo tutto il possibile per prevenire tali atti e per indagare a fondo su ciò che è successo”.
“Per quanto riguarda la minaccia di un altro assassinio politico, si tratta davvero di un problema”, ha affermato Aharonovitch. “E’ il mio lavoro essere preoccupato. La minaccia esiste. Sia per noi che per il servizio di sicurezza Shin Bet, è nostro compito essere vigili e svolgere ogni attività. Stiamo parlando di una minaccia che copre l’intero spettro politico”.
Il più infame assassinio politico nella storia israeliana avvenne il 4 novembre del 1995, quando l’allora Primo Ministro Yitzhak Rabin venne assassinato da un estremista ebraico di destra dopo una manifestazione per la pace a Tel Aviv.
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Dove va Israele? Se lo chiede, con sguardo angosciato e pessimista, il giornalista di Ha’aretz Gideon Levy, e non a torto.
Il suo Israele in divenire, infatti, non è così immaginario e paradossale come sembrerebbe a prima vista, laddove si considerino le proposte di modifica dei criteri di nomina alla Corte Suprema attualmente in esame, i sette anni di galera che rischia Uri Blau solo per aver praticato il suo mestiere – quello del giornalismo investigativo – le proposte di legge che mirano a penalizzare il finanziamento delle ong per la tutela dei diritti umani, il divieto di usare immagini femminili nella pubblicità o la separazione tra uomini e donne nei tram, la lotta in corso per trasformare Israele in una ”teocrazia militare”.
Davvero Israele tende ad allontanarsi sempre più dall’immagine spacciata da molti di uno stato democratico di tipo occidentale.
A new Israel in the making
di Gideon Levy – 13.11.2011
Un giorno non lontano da oggi ci sveglieremo in un diverso tipo di paese, il paese che ora è in via di formazione. Non sarà come il paese che conosciamo, che ha già la sua quota di difetti, storture e mali. E quando ce ne renderemo conto, sarà troppo tardi. A quel punto, il vecchio Israele verrà descritto in termini entusiastici, un modello di democrazia e di giustizia, paragonato alla nuova versione che sta prendendo forma mentre noi chiudiamo gli occhi davanti ad essa, giorno dopo giorno, legge dopo legge.
Il modo di vita nel nuovo Israele in cui vivremo e moriremo non ci ricorderà affatto il paese a cui eravamo abituati. Anche questo articolo non sarà pubblicabile. Soltanto le opinioni corrette verranno mandate in stampa, quelle approvate dall’associazione dei giornalisti sponsorizzata dal nuovo governo, le cui persone siederanno in ogni redazione in modo che non vi sia divergenza dal coro delle opinioni accettato.
Leggi e regolamenti (chiaramente verranno approvati come norme “di emergenza”) proibiranno la pubblicazione di qualsiasi cosa possa, agli occhi delle autorità, danneggiare lo stato. Una nuova legge proibirà la diffamazione dello stato, ed il giornale che terrete in mano sarà diverso. Riporterà solamente buone notizie.
I programmi radiofonici e televisivi non saranno quelli con cui avete familiarità. Nessun mezzo di informazione sarà in grado di superare i limiti della legge a causa delle sanzioni draconiane per essere entrati in conflitto con essa. La parola "occupazione" sarà illegale, al pari dell'espressione "stato palestinese". I giornalisti traditori saranno messi alla gogna o arrestati, o almeno licenziati. Quel giorno non tarderà ad arrivare.
In un futuro non troppo lontano, il paesaggio urbano avrà un aspetto differente. Quello che oggi accade a Gerusalemme domani si inscenerà in tutto il paese, quando l’immagine delle donne verrà bandita dalla pubblica visione. Oggi Gerusalemme, domani l’intero paese. Bus separati e strade per uomini e per donne. Radio e televisioni manderanno in onda soltanto cantanti uomini. Ad un certo punto, alle donne verrà richiesto di coprirsi il capo. Poi sarà il turno degli uomini. Ad essi sarà vietato mostrarsi interamente rasati o senza un copricapo. Quel giorno non tarderà ad arrivare.
Le città saranno chiuse durante lo Shabbat. Né un negozio né un cinema saranno aperti. Poi arriverà il divieto di guidare durante lo Shabbat. I ristoranti non-kosher diventeranno illegali. Saranno obbligatorie le Mezuzahs (oggetto rituale ebraico da porre sullo stipite della porta, a destra di chi entra, n.d.t.) sullo stipite di ogni stanza in ogni casa. Alle coppie non registrate presso il rabbinato non sarà permesso di vivere insieme, e le coppie in cui solo uno dei due è Ebreo saranno immediatamente deportate. Alle coppie non sposate sarà vietato camminare a braccetto in pubblico.
Una volta al mese tutti gli scolari del paese faranno visite di solidarietà alle colonie in Cisgiordania. Ogni lezione avrà inizio con il canto dell’inno nazionale ed un saluto alla bandiera. Quelli che non presteranno servizio militare perderanno la cittadinanza e saranno deportati.
E lo stato ebraico avrà una Knesset ebraica. Agli Arabi prima sarà proibito di correre per il parlamento con propri partiti. Poi ad essi non sarà permesso del tutto di essere eletti. Fino ad allora, i parlamentari che all’inizio di ogni sessione della Knesset non canteranno le parole dell’inno nazionale sullo “struggimento dell’anima ebraica” saranno definitivamente rimossi.
Agli Arabi verrà negato il diritto all’istruzione universitaria, con l’eccezione di una quota simbolica approvata dal servizio di sicurezza Shin Bet. Sarà illegale affittare agli Arabi, altrimenti che nelle loro città e villaggi, e la lingua araba sarà bandita. Verranno messe al bando anche le poesie del poeta arabo Mahmoud Darwish e dei suoi compatrioti ebrei Aharon Shabtai e Yitzhak Laor. Amos Oz, A. B. Yehoshua e David Grossman dovranno decidere. Loro, e tutti i cittadini del paese, dovranno dichiararsi sionisti per essere pubblicati.
La Cisgiordania verrà annessa, ma non i Palestinesi che ci vivono. Le organizzazioni di sinistra verranno rese illegali e i loro leader arrestati. Il governo pubblicherà una lista nera di quelli con opinioni dannose a cui non sarà permesso di lasciare il paese o di parlare con i media stranieri. Solo chi ha ucciso Ebrei sarà considerato un vero assassino, e le raccolte delle leggi saranno divise in due parti, una per gli Ebrei e una per i non Ebrei. La pena di morte sarà applicata soltanto agli Arabi.
Una legislazione speciale darà ai coloni il diritto di prendere il controllo di qualunque territorio della Cisgiordania, e la censura militare vieterà qualsiasi notizia che possa “nuocere alla solidità delle Forze di Difesa israeliane”. La Corte Suprema servirà soltanto da corte di appello e non esaminerà petizioni dirette riguardanti violazioni dei diritti civili. I giudici della Corte Suprema saranno selezionati dalla Knesset e i seggi saranno riservati ai coloni della Cisgiordania, ai rabbini e ai membri dei partiti al potere. Solo giudici religiosi potranno ricoprire la carica di Presidente della Corte. I rabbini avranno l’immunità legale simile a quella di cui godono i parlamentari. Ogni dichiarazione di guerra o accordo di pace necessiterà dell’approvazione del Consiglio dei Saggi della Torah.
In realtà, non c’è bisogno di molta immaginazione per arrivare a tutto questo. Il futuro è adesso. La rivoluzione è in corso, basta aspettare ciò che verrà.
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