10 agosto 2007

Non ci sarà giustizia per Abir.


La mattina dell’ultimo giorno della sua breve vita Abir Aramin, una bambina palestinese di dieci anni del villaggio di ‘Anata, a est di Gerusalemme, mentre usciva di casa per andare a scuola aveva detto a suo padre che, nel pomeriggio, prima di tornare a casa a studiare sarebbe passata da un’amica a giocare.

Suo padre – ce lo racconta lui stesso in una commovente lettera scritta in memoria della sua piccolina – le aveva risposto che non se ne parlava neanche, e adesso se ne dispera, avrebbe voluto farla contenta almeno per quell’ultima volta.

Abir Aramin è morta il 18 gennaio di quest’anno, dopo che, due giorni prima, era stata colpita alla testa da una granata stordente sparatagli contro da un soldato dell’esercito israeliano; Abir stava uscendo da scuola e si era trovata in mezzo a una protesta di un gruppo di studenti contro la costruzione del muro di “sicurezza”, che le guardie di frontiera israeliane stavano cercando di disperdere sparando proiettili rivestiti di gomma, gas lacrimogeni e granate stordenti.

L’esercito israeliano, con diverse versioni, ha sempre negato la propria responsabilità riguardo la morte di Abir, sostenendo, da ultimo, che la piccola era stata colpita alla testa da una pietra lanciata dai suoi quasi coetanei palestinesi, e tuttavia – come ha ricordato ieri l’organizzazione israeliana Yesh Din – numerosi testimoni hanno raccontato come Abir si fosse accasciata in terra nel momento in cui i soldati israeliani stavano sparando verso di lei ed un gruppo di ragazzine che cercavano di allontanarsi dalla zona degli scontri.

Testimoni palestinesi, naturalmente, e dunque non degni di alcuna fede, benché tra essi vi fosse persino il direttore della scuola, Sawsan Abu Solb, e così la scorsa settimana le autorità israeliane hanno deciso di chiudere definitivamente l’inchiesta sull’accaduto, per insufficienza di prove.

Come è possibile che una bambina di dieci anni riceva un colpo alla testa, che sia provato che sia stata assassinata, e che nessuno sia chiamato a rispondere di questo crimine?

In Israele è possibile, soprattutto quando di mezzo vi sono i valorosi soldatini di Tsahal da una parte e, dall’altra, civili palestinesi inermi ed innocenti.

Secondo l’ong israeliana B’tselem, nel corso del 2006 l’esercito israeliano ha ucciso 660 Palestinesi, inclusi 141 minori; di questi, ben 322 sono stati uccisi benché disarmati e nonostante non stessero prendendo parte in alcun modo ad azioni ostili.

Il che val quanto dire che quasi un Palestinese su due è stato assassinato a sangue freddo e/o senza alcuna plausibile giustificazione.

Ciò è in primo luogo addebitabile alle norme che regolano (o dovrebbero regolare…) l’uso delle armi da fuoco da parte dell’esercito israeliano, che sono ben al di sotto degli standard richiesti a livello internazionale.

Così oggi i soldati israeliani sono autorizzati a sparare anche in situazioni in cui non vi è immediato pericolo per la loro vita, a sparare senza preavviso, ad aprire il fuoco contro chiunque entri in una determinata area “chiusa”.

Ma, soprattutto, l’uccisione di civili innocenti da parte dei soldati di Tsahal è favorita, se non palesemente incoraggiata, dalla mancanza di serie investigazioni su tali “incidenti” da parte delle autorità di Israele, che crea un clima di sostanziale impunità e fa passare il chiaro messaggio secondo cui i membri delle forze di sicurezza non verranno mai chiamati a rispondere del loro operato.

Su quest’ultimo aspetto Human Rights Watch ha pubblicato nel giugno del 2005 un circostanziato report dal titolo significativo (Promoting Impunity: The Israeli Military’s Failure to Investigate Wrongdoing), da cui si può rilevare che, a fronte degli oltre 1.720 civili palestinesi innocenti uccisi a quella data (e delle altre diverse migliaia feriti), si sono avute soltanto 198 investigazioni, e che da queste sono scaturite 19 incriminazioni e “ben” 6 (sei!) condanne: di queste la più grave è stata una condanna alla detenzione per 20 mesi, ma in tutti gli altri casi – come ha osservato HRW – le pene sono state meno severe di quelle, per fare un esempio, comminate agli obiettori di coscienza.

Come ben si vede, dal 2005 ad oggi nulla è cambiato.

Gideon Levy, su Haa'retz, ci racconta di altri episodi simili al brutale assassinio di Abir Aramin.

Jamil Jibji, 14 anni, è stato ucciso da una fucilata alla testa dopo che dei bambini avevano iniziato a tirare pietre contro una jeep dell’esercito israeliano: Jamil era il quarto ragazzino ad essere ucciso in quell’area in circostanze similari.

Taha al-Jawi ha toccato la barriera di “sicurezza” nei pressi dell’aeroporto abbandonato di Atarot e, come risposta, i soldati israeliani gli hanno sparato ad una gamba e lo hanno lasciato lì, a morire come un cane: aveva solo 17 anni.

In quest’ultimo caso, addirittura, l’Ufficio del portavoce dell’Idf ha difeso la decisione dei soldati israeliani di sparare contro dei ragazzini che, in pieno giorno, al massimo stavano danneggiando la recinzione di filo spinato, ma che comunque non ponevano alcuna minaccia né contro i soldati né contro lo Stato di Israele: nessuna parola di rincrescimento o di condanna per l’accaduto, nessuna indagine, anzi una ferma e decisa difesa dell’operato di Tsahal, uccidere un ragazzino disarmato sparandogli senza preavviso.

“Queste storie”, scrive Gideon Levy, “non hanno fatto rumore da noi (in Israele). Alcune di esse non sono state nemmeno riportate nei notiziari. L’uccisione di un ragazzo o di una ragazza palestinesi non turba il pubblico israeliano. La West Bank è tranquilla, non vi sono praticamente attacchi terroristici, l’attenzione è rivolta ad altre questioni, e sotto la copertura di questa falsa e provvisoria tranquillità i nostri soldati, i nostri figli migliori, uccidono numerosi bambini e ragazzini palestinesi come ordinaria amministrazione…”.

Bassam Aramin, il padre di Abir, nella sua lettera aveva scritto: “Non riposerò fino a quando il soldato responsabile della morte di mia figlia sarà processato, e affronterà le conseguenze di quanto ha fatto. Così potrò vedere che il mondo non scorda mia figlia, la mia adorata Abir”.

Difficilmente il povero Bassam potrà riposare, e il mondo purtroppo non si è mai interessato della morte della sua bambina: non ci sarà giustizia per Abir Aramin, nessuno pagherà per la sua morte né per quella degli oltre 880 bambini palestinesi uccisi dagli Israeliani a partire dalla seconda Intifada.

Non so se questo sarebbe di consolazione per suo padre, ma almeno noi non la dimenticheremo.

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