31 luglio 2013

I bambini nella prigione di Gaza




Gaza, bambini nella grande prigione a cielo aperto

Una ricerca dell'Unicef documenta gli incubi e i traumi profondi di una generazione che rischia di non avere un futuro.

di Luisa Betti

Mentre riprendono i negoziati israelo-palestinesi, la Striscia di Gaza continua a essere una prigione a cielo aperto: chiusa tra il mare, l'embargo di Israele e da giugno anche dall'Egitto. Una striscia di terra lunga 41 km e larga tra i 6 e i 12 km, dove vivono allo stremo un milione e 700 mila abitanti, di cui un terzo sotto la soglia di povertà. Un inferno dove circa la metà degli abitanti è minorenne e in cui rimane difficile pensare a un vero processo di pace senza domandarsi come le generazioni del futuro possano sostenere e costruire questa pace. Un pensiero che volge al peggio dopo il rapporto dell'Onu che ha accusato Israele di violenze sistematiche nei confronti dei minori detenuti, esprimendo «profonda preoccupazione circa i maltrattamenti e le torture ai bambini palestinesi arrestati».

Ma come crescono i bambini in un lembo di terra dove regna il terrore che tutto possa svanire insieme alla propria vita? Perché se è vero che un bambino può subire ferite profonde a seguito di esperienze violente, è anche vero che gli effetti invisibili di uno stato di pericolo costante durante la crescita possono essere indelebili. Lo stress emotivo della permanenza prolungata in un territorio che somiglia a una grande prigione, dove in ogni momento puoi essere colpito senza possibilità di fuga, può far sviluppare ai bambini problemi comportamentali che rendono difficoltoso, o impossibile, il recupero a una vita normale dal punto di vista psicologico, oltre che materiale. E quando i conflitti si protraggono nel tempo, come nel caso della Striscia di Gaza, i bambini possono sviluppare anche il desiderio di vendetta.

Dopo l'operazione «Piombo Fuso», che nel 2008-2009 ha provocato la morte di 1.380 palestinesi (tra cui 313 bambini), e a seguito dei bombardamenti nel novembre 2012 (con 174 morti, 1.399 feriti, 450 case distrutte e 105 scuole danneggiate nella Striscia), l'Unicef ha condotto uno studio per la valutazione dell'esposizione alla violenza nei conflitti in fase di crescita a Gaza, rendendo noto che il 97% dei minori presi in esame aveva visto corpi morti o feriti, e che il 47 % aveva assistito direttamente all'uccisione di persone. «Per i bambini un evento così mina il senso di sicurezza. Non capiscono cosa stia succedendo e si sentono impotenti. A volte possono persino pensare di essere responsabili del disagio sofferto dalla famiglia», dice Bruce Grant, responsabile Unicef nei Territori occupati.

Nei sintomi dell'esposizione al conflitto ci possono essere flashback, incubi, paura di uscire in pubblico e di stare soli. In particolare tra questi bambini sono stati osservati sintomi fisici come disturbi del sonno, digrigno dei denti, pianto ininterrotto, dolori corporei, alterazioni dell'appetito, anoressia, stordimento e stati confusionali; mentre tra i sintomi emotivi sono stati notati nervosismo eccessivo, rabbia, difficoltà di concentrazione, affaticamento mentale, insicurezza e senso di colpa, a cui si aggiungono le dimensioni della paura come la paura della morte, della solitudine, di suoni forti. Conseguenze che ogni minore sottoposto allo stress da guerra può avere, anche se per Gaza il problema è differente.

Andrea Iacomini, portavoce Unicef Italia, dice che «a Gaza esiste un problema di conflitto permanente in un contesto dove è difficile intervenire perché è come stare in una scatola sigillata da cui non puoi comunque uscire». Dopo le incursioni dell'anno scorso ci sono stati casi con bambini terrorizzati che non volevano dormire con le finestre chiuse, malgrado il freddo, per paura che un passaggio aereo mandasse in frantumi i vetri. Ma le conseguenze possono essere anche principi di sdoppiamento di personalità. «Il piccolo Udai - spiega Iacomini - ha detto agli operatori quello che ha visto prima di perdere la famiglia, in maniera priva di ogni emozione, raccontando che mentre era nella sua casa ha sentito un boato e ha visto dalla finestra una luce rossa e subito dopo la casa di fronte era sparita, riferendo di aver capito di aver perso i suoi vicini di casa; e poi ha detto di aver visto un nuovo lampo rosso ma senza boato, ritrovandosi tra le macerie di casa sua, ed è lì che ha compreso che la sua famiglia era stata colpita ma che lui era vivo. Un racconto che Udai ha fatto, mostrando una grave dissociazione da ciò stava descrivendo come se non fosse stato lui a viverla».

Dai disegni di questi bambini si può capire molto, perché anche se si tratta di disegni a tema libero fanno solo carri armati, aerei, bombe, sangue, pistole, mitragliatrici, morti: immagini di cui questi minori non riescono a liberarsi e che sanno di poter rivivere.

Nell'operazione «Piombo Fuso», la famiglia Olaiwa era in cucina e un proiettile d'artiglieria è entrato dalla finestra ferendo una delle figlie (Ghadir, 15 anni), decapitando la madre Amal (40), ammazzando sul colpo 4 dei suoi figli (Mo'tassem di 14 anni, Mo'men di 13, Lana di 9 e Isma'il di 7): un attacco a cui sono sopravvissuti il padre e il ragazzo di 16 anni che oltre ad aver riportato gravi ferite ha assistito alla mattanza dei suoi familiari. Mohammed Abu Eita (12 anni) ha visto colpire casa sua e ha visto morire sotto i suoi occhi il fratello Ahmed (16), la sorella Malak (2), il cuginetto Anwar (7), e ha visto il corpo della zia Zakia esplodere e le sue interiora sparse ovunque. Tahreer (18 anni), Ikram (15), Samar (13), Dina (8), Jawaher (4) sono le 5 sorelle che componevano la famiglia Balousha, e sono morte in seguito a una bomba lanciata a tre metri da casa loro: solo i fratelli di 17 e 11 anni sono sopravvissuti, ma hanno ancora negli occhi la loro famiglia sterminata. Eppure, in base all'articolo 38 della Convenzione sui diritti dell'infanzia ratificata da 193 nazioni, tra cui Israele, i Paesi firmatari devono prendere misure tali da assicurare protezione ai minori. L'avvocata Micòl Savia - rappresentante permanente dell'Associazione internazionale Giuristi democratici alle Nazioni Unite di Ginevra - spiega che «il diritto internazionale umanitario regola i conflitti in modo da limitarne gli effetti devastanti anche sui minori. I testi fondamentali sono le quattro Convenzioni di Ginevra adottate il 12 agosto del '49, e i successivi Protocolli Addizionali.

Durante i conflitti i bambini godono di tutte le protezioni generali previste dal diritto internazionale umanitario, e in particolare dalla IV Convenzione di Ginevra, a cui si aggiunge anche la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell'Infanzia e il suo Protocollo Opzionale in vigore dal 12 febbraio 2002. Le violazioni di queste Convenzioni rappresentano un crimine di guerra in base all'articolo 8 dello Statuto di Roma sulla Corte Penale Internazionale, e possono essere perseguite da tutti i tribunali del mondo».

Eyad El Serraj, lo psichiatra che dirige il Gaza Community Mental Health Programme e si occupa dei disordini post-traumatici sui minori dal 1990, dice che per i bambini in cura si va dagli incubi alla difficoltà di concentrazione, dal senso di colpa per essere sopravvissuti, fino al senso di insicurezza e impotenza. Secondo El Serraj, la relazione che questi bambini hanno con i genitori è distorta perché si rendono conto fin dalla prima infanzia che non sono in grado di proteggerli, e parla di un trauma collettivo che aggrava il conflitto preparando la strada a nuova violenza, in quanto «il conflitto, da un punto di vista psicologico, dà vita a un ciclo di vittimizzazione e aggressione che continua a ripetersi, aggravandosi». I giovani passerebbero attraverso un momento iniziale di totale apatia, in cui si sentono stanchi e impotenti: uno stato d'animo che conduce spesso a gravi forme di depressione e alla fase di vittimizzazione. Poi il conflitto continua e i giovani cominciano a dare segni di forte ansietà e rabbia. E qui comincia la fase di aggressione che conduce a esplosioni di violenza: un ciclo che continua a ripetersi e ad aggravarsi. E da questi bambini così feriti e vulnerabili che dipende l'instaurazione futura di una pace vera e duratura. Nena News

*Articolo pubblicato il 30 luglio 2013 dal quotidiano Il Manifesto


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4 agosto 2010

Per favore, non portate via il mio papà!

Distretto di Hebron, Cisgiordania. Khaled Jabari ha solo 5 anni, ma gli tocca di vivere un momento angosciante e drammatico, che probabilmente lo segnerà per la vita, quando i soldati israeliani arrestano il suo papà Fadel, colpevole di aver rubato dell'acqua.

A piedi nudi, in preda a una crisi di nervi, chiama a gran voce suo padre e cerca di aggrapparsi a lui per non farselo portare via, poi uno dei soldati lo allontana e Fadel viene fatto salire a bordo di una jeep che si allontana rapidamente.

Quale migliore scuola dell'odio esiste al mondo di quella gestita dalla canaglia di Tsahal?

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12 gennaio 2009

Appello: Un futuro per Gaza.

FERMIAMO IL MASSACRO. GAZA HA BISOGNO DELLA TUA VOCE, ORA!

Gli innumerevoli appelli lanciati dalla Comunità internazionale, le numerose forme di protesta e di dissenso della società civile in tutto il mondo, le posizioni concrete di molti governi e forze politiche che non ignorano la verità contro l’aggressione inumana di Israele alla popolazione civile della Striscia di Gaza sono rimasti inascoltati.

Israele persegue il massacro della popolazione di Gaza con criminale perseveranza in cui sembra non ci sia culmine alla violenza, alla volontà di distruzione, all’arroganza, alla scusa di garantirsi la sicurezza con la crudeltà, con il sopruso, con l’inganno, con la morte.

Pace e sicurezza si garantiscono con il rispetto dei diritti umani e con il dialogo. I morti non possono più dialogare. La storia testimonia della non volontà di Israele di dialogare, ieri come oggi.

Israele deve fermare immediatamente la sua offensiva contro Gaza che in questi orribili 15 giorni ha ucciso 827 persone nella maggior parte dei casi riducendole a pezzi, ne ha ferite oltre 3350 delle quali oltre la metà saranno disabili, ha traumatizzato la totalità degli abitanti.

Questa follia omicida si è diretta in particolare sui bambini e sulle bambine di Gaza. 239 sono stati uccisi, oltre 1000 feriti, tutti terrorizzati. Sono molti i bambini uccisi dal terrore ancor prima di vedere la luce in questo mondo assurdo, nati morti. Tanti altri ancora sono venuti in questo mondo assurdo prematuramente e ora lottano per la vita.

Tante donne hanno perso la vita dando alla luce queste vite, o hanno partorito nelle case o in quel che ne restava, tra le macerie, senza acqua, senza elettricità, senza gas, senza cibo a sufficienza, nel terrore e nella minaccia di bombardamenti, senza nessun posto in cui scappare.

Sono decine i dispersi, centinaia gli uomini fatti prigionieri e deportati nelle carceri israeliane. Occorrerà molto tempo prima che si sappia qualcosa di loro e del loro stato di salute.

Israele ora, come sempre negli ultimi 8 anni, sta usando armi di distruzione di massa proibite dalle convenzioni internazionali.

Israele tortura la popolazione di Gaza anche impedendo agli aiuti umanitari di arrivare in soccorso alle vittime non permettendo l’ingresso nella Striscia di Gaza ai medici e ai rifornimenti e sparando sui convogli delle Nazioni Unite. Israele rigetta ogni risoluzione delle Nazioni Unite e viola deliberatamente il diritto internazionale umanitario.

Chiunque tace di fronte a queste violazioni ne è complice.

CRIC – Centro Regionale d’Intervento per la Cooperazionewww.cric.it
Per adesioni: cricroma@quipo.it

Dal 1991 il CRIC in Palestina, promuove ed appoggia programmi socio-educativi, sanitari, di tutela ambientale, di sicurezza alimentare, di difesa dei diritti umani e di azione umanitaria, realizzati attraverso il sostegno e il supporto a gruppi, ONG, associazioni e a comunità locali.

Per appoggiare la Campagna UN FUTURO PER GAZA a sostegno delle attività educative e psicosociali a favore dei bambini e delle bambine di Gaza puoi inviare un contributo volontario tramite Bonifico Bancario a favore del CRIC: BANCA POPOLARE ETICA, ag. PADOVA (35131),
IBAN: IT93 A050 1812 1000 0000 0100 028
indicando come causale: “UN FUTURO PER GAZA”

La tua donazione, ai sensi dell’art. 13 del D. Lgs 460/97, potrà essere detratta dalla dichiarazione dei redditi, come onere deducibile.

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2 ottobre 2008

Come si educano alla pace i bambini israeliani...




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10 agosto 2007

Non ci sarà giustizia per Abir.


La mattina dell’ultimo giorno della sua breve vita Abir Aramin, una bambina palestinese di dieci anni del villaggio di ‘Anata, a est di Gerusalemme, mentre usciva di casa per andare a scuola aveva detto a suo padre che, nel pomeriggio, prima di tornare a casa a studiare sarebbe passata da un’amica a giocare.

Suo padre – ce lo racconta lui stesso in una commovente lettera scritta in memoria della sua piccolina – le aveva risposto che non se ne parlava neanche, e adesso se ne dispera, avrebbe voluto farla contenta almeno per quell’ultima volta.

Abir Aramin è morta il 18 gennaio di quest’anno, dopo che, due giorni prima, era stata colpita alla testa da una granata stordente sparatagli contro da un soldato dell’esercito israeliano; Abir stava uscendo da scuola e si era trovata in mezzo a una protesta di un gruppo di studenti contro la costruzione del muro di “sicurezza”, che le guardie di frontiera israeliane stavano cercando di disperdere sparando proiettili rivestiti di gomma, gas lacrimogeni e granate stordenti.

L’esercito israeliano, con diverse versioni, ha sempre negato la propria responsabilità riguardo la morte di Abir, sostenendo, da ultimo, che la piccola era stata colpita alla testa da una pietra lanciata dai suoi quasi coetanei palestinesi, e tuttavia – come ha ricordato ieri l’organizzazione israeliana Yesh Din – numerosi testimoni hanno raccontato come Abir si fosse accasciata in terra nel momento in cui i soldati israeliani stavano sparando verso di lei ed un gruppo di ragazzine che cercavano di allontanarsi dalla zona degli scontri.

Testimoni palestinesi, naturalmente, e dunque non degni di alcuna fede, benché tra essi vi fosse persino il direttore della scuola, Sawsan Abu Solb, e così la scorsa settimana le autorità israeliane hanno deciso di chiudere definitivamente l’inchiesta sull’accaduto, per insufficienza di prove.

Come è possibile che una bambina di dieci anni riceva un colpo alla testa, che sia provato che sia stata assassinata, e che nessuno sia chiamato a rispondere di questo crimine?

In Israele è possibile, soprattutto quando di mezzo vi sono i valorosi soldatini di Tsahal da una parte e, dall’altra, civili palestinesi inermi ed innocenti.

Secondo l’ong israeliana B’tselem, nel corso del 2006 l’esercito israeliano ha ucciso 660 Palestinesi, inclusi 141 minori; di questi, ben 322 sono stati uccisi benché disarmati e nonostante non stessero prendendo parte in alcun modo ad azioni ostili.

Il che val quanto dire che quasi un Palestinese su due è stato assassinato a sangue freddo e/o senza alcuna plausibile giustificazione.

Ciò è in primo luogo addebitabile alle norme che regolano (o dovrebbero regolare…) l’uso delle armi da fuoco da parte dell’esercito israeliano, che sono ben al di sotto degli standard richiesti a livello internazionale.

Così oggi i soldati israeliani sono autorizzati a sparare anche in situazioni in cui non vi è immediato pericolo per la loro vita, a sparare senza preavviso, ad aprire il fuoco contro chiunque entri in una determinata area “chiusa”.

Ma, soprattutto, l’uccisione di civili innocenti da parte dei soldati di Tsahal è favorita, se non palesemente incoraggiata, dalla mancanza di serie investigazioni su tali “incidenti” da parte delle autorità di Israele, che crea un clima di sostanziale impunità e fa passare il chiaro messaggio secondo cui i membri delle forze di sicurezza non verranno mai chiamati a rispondere del loro operato.

Su quest’ultimo aspetto Human Rights Watch ha pubblicato nel giugno del 2005 un circostanziato report dal titolo significativo (Promoting Impunity: The Israeli Military’s Failure to Investigate Wrongdoing), da cui si può rilevare che, a fronte degli oltre 1.720 civili palestinesi innocenti uccisi a quella data (e delle altre diverse migliaia feriti), si sono avute soltanto 198 investigazioni, e che da queste sono scaturite 19 incriminazioni e “ben” 6 (sei!) condanne: di queste la più grave è stata una condanna alla detenzione per 20 mesi, ma in tutti gli altri casi – come ha osservato HRW – le pene sono state meno severe di quelle, per fare un esempio, comminate agli obiettori di coscienza.

Come ben si vede, dal 2005 ad oggi nulla è cambiato.

Gideon Levy, su Haa'retz, ci racconta di altri episodi simili al brutale assassinio di Abir Aramin.

Jamil Jibji, 14 anni, è stato ucciso da una fucilata alla testa dopo che dei bambini avevano iniziato a tirare pietre contro una jeep dell’esercito israeliano: Jamil era il quarto ragazzino ad essere ucciso in quell’area in circostanze similari.

Taha al-Jawi ha toccato la barriera di “sicurezza” nei pressi dell’aeroporto abbandonato di Atarot e, come risposta, i soldati israeliani gli hanno sparato ad una gamba e lo hanno lasciato lì, a morire come un cane: aveva solo 17 anni.

In quest’ultimo caso, addirittura, l’Ufficio del portavoce dell’Idf ha difeso la decisione dei soldati israeliani di sparare contro dei ragazzini che, in pieno giorno, al massimo stavano danneggiando la recinzione di filo spinato, ma che comunque non ponevano alcuna minaccia né contro i soldati né contro lo Stato di Israele: nessuna parola di rincrescimento o di condanna per l’accaduto, nessuna indagine, anzi una ferma e decisa difesa dell’operato di Tsahal, uccidere un ragazzino disarmato sparandogli senza preavviso.

“Queste storie”, scrive Gideon Levy, “non hanno fatto rumore da noi (in Israele). Alcune di esse non sono state nemmeno riportate nei notiziari. L’uccisione di un ragazzo o di una ragazza palestinesi non turba il pubblico israeliano. La West Bank è tranquilla, non vi sono praticamente attacchi terroristici, l’attenzione è rivolta ad altre questioni, e sotto la copertura di questa falsa e provvisoria tranquillità i nostri soldati, i nostri figli migliori, uccidono numerosi bambini e ragazzini palestinesi come ordinaria amministrazione…”.

Bassam Aramin, il padre di Abir, nella sua lettera aveva scritto: “Non riposerò fino a quando il soldato responsabile della morte di mia figlia sarà processato, e affronterà le conseguenze di quanto ha fatto. Così potrò vedere che il mondo non scorda mia figlia, la mia adorata Abir”.

Difficilmente il povero Bassam potrà riposare, e il mondo purtroppo non si è mai interessato della morte della sua bambina: non ci sarà giustizia per Abir Aramin, nessuno pagherà per la sua morte né per quella degli oltre 880 bambini palestinesi uccisi dagli Israeliani a partire dalla seconda Intifada.

Non so se questo sarebbe di consolazione per suo padre, ma almeno noi non la dimenticheremo.

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3 agosto 2007

Essere bambini in Palestina.



Save the Children, la più grande organizzazione internazionale indipendente per la tutela e la promozione dei diritti dei bambini nel mondo, ha da poco reso noti alcuni dati riguardanti le condizioni di vita dei bambini palestinesi nei Territori occupati, di cui riporto una sintesi.

- Quasi quattro milioni di Palestinesi vivono nei Territori occupati, 2,5 milioni nella West Bank e 1,49 milioni nella Striscia di Gaza; il 53% della popolazione, pari a 2,1 milioni, è di età inferiore ai 18 anni.

- Il 42% dei bambini palestinesi sono da considerarsi rifugiati, dato che sale al 69% con riguardo alla sola Striscia di Gaza.

- 882 bambini palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano o dai coloni nel periodo compreso tra lo scoppio della seconda Intifada (settembre 2000) ed il 30 giugno 2007.

- Nel solo mese di giugno, l’esercito israeliano ha ucciso 9 bambini e ne ha feriti 21, mentre gli scontri intestini tra i gruppi armati palestinesi hanno causato la morte di 7 bambini ed il ferimento di altri 6.

- Dal settembre del 2000, 68 donne palestinesi sono state costrette a partorire presso un check-point, fatto questo che ha determinato la morte di 4 donne e di 34 neonati.

- Alla fine di giugno, 426 minori palestinesi risultano detenuti nelle prigioni israeliane.

- A partire dallo scoppio dell’Intifada e fino alla fine del 2006, solo a Gaza Israele ha distrutto totalmente o parzialmente 7.287 abitazioni, lasciando senza un tetto 34.902 bambini su un totale di 68.692 residenti; nella West Bank, le case distrutte ammontano a 3.302 e i Palestinesi interessati a 16.510.

- 7 famiglie su 10 nei Territori occupati, vale a dire 2,4 milioni di Palestinesi, vive al di sotto della soglia di povertà, e tale dato ricomprende circa i due terzi dei bambini palestinesi.

- 40.000 bambini dei Territori occupati sono costretti a lavorare, a cause delle pessime condizioni finanziarie delle famiglie.

- Una malnutrizione cronica interessa il 10% dei bambini al di sotto dei 5 anni; solo a Gaza, ben 50.000 bambini risultano malnutriti.

- Piu’ del 70% dei bambini di Gaza al di sotto dei 9 mesi risulta affetto da anemia, il che può determinare gravi conseguenze per il loro sviluppo fisico e cognitivo.

- La maggior parte dei Palestinesi vive con una dotazione d’acqua ben inferiore a quanto raccomandato dalla World Health Organization per cucinare, bere e lavarsi (150 litri al giorno per persona); nella West Bank ciascun Palestinese ha accesso a circa 56 litri d’acqua al giorno, mentre tale quantità scende a 51 litri nella Striscia di Gaza.

- Per il 27% delle famiglie palestinesi risulta problematico accedere ai servizi sanitari a causa dei check-points di Tsahal, per il 37% a causa delle chiusure e delle restrizioni israeliane, e per il 46% a causa dei costi dei trattamenti medici.

- 10.000 bambini muoiono ogni anno, a causa soprattutto di malattie prevenibili e scarse cure per i neonati.

- Quasi la metà dei bambini palestinesi ha avuto esperienze di forti traumi e stress causati dalle violenze e dai raid israeliani, o è stato testimone di violenze contro un membro della propria famiglia.

- A causa delle chiusure e dei coprifuoco, più di 226.000 scolari di 580 scuole della West Bank, particolarmente nella zona settentrionale, trova impossibile, saltuario o pericoloso il recarsi a scuola.

- Un’intera generazione di bambini giornalmente assiste sempre più a episodi di violenza, persino all’interno delle scuole, che dovrebbero essere luogo sicuro e protetto; uno studio risalente al 2004 della Birzeit University ha rilevato che il 45% degli studenti ha visto la propria scuola assediata dall’esercito israeliano, il 18% ha assistito all’uccisione di un compagno di scuola ed il 13% a quella di un insegnante.

Un’intera generazione di bambini – aggiungo io – massacrata e in balia di un’occupazione militare illegale e sempre più brutale e feroce, abbandonata a un destino di violenza, morte e devastazione dall’Occidente “civilizzato”, che assiste impassibile ad ogni più efferato crimine di guerra commesso quasi quotidianamente dai valorosi soldatini di Tsahal.

Nessuna pena, nessun soccorso e, dunque, nessuna speranza per questi poveri innocenti.

Nessuna speranza, neanche per il piccolo Talal, 5 anni, che allo staff di Save the Children ha dichiarato:
“Vado all’asilo ogni giorno da solo. Ho paura quando vado solo. Ho paura che gli Israeliani mi spareranno. Vorrei che fosse mia madre a portarmi all’asilo, ma mia madre è occupata. Mio padre è stato arrestato dagli Israeliani e adesso è in prigione. Ho visto gli Israeliani prenderlo. Non l’ho più visto da allora”.

E noi, che stiamo facendo per il piccolo Talal?

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