22 ottobre 2005

La carta straccia della Roadmap.

La settimana che si avvia a concludersi ha visto, ancora una volta, del sangue innocente versato nei Territori palestinesi occupati.
L’episodio più grave si è avuto domenica 16 ottobre, quando militanti palestinesi delle Brigate al-Aqsa hanno aperto il fuoco da un auto in corsa ad una stazione di autostop presso il raccordo di Gush Etzion, un blocco di colonie israeliane nel West Bank, uccidendo tre giovani coloni israeliani e ferendo altre tre persone.
Poco dopo, un ragazzino 14enne israeliano è stato ferito gravemente durante un altro attacco presso la colonia di Eli, sempre in Cisgiordania.
Le tre vittime del fuoco palestinese sono state due ragazze di 23 e 21 anni, Kinneret Mandel e Matat Adler-Rosenfeld, e un ragazzino di 14 anni, Oz Ben-Meir.
Kinneret e sua cugina Matat erano state insieme a Gerusalemme e aspettavano di poter tornare a casa a Carmel; una macchina del loro insediamento si era fermata per prender su alcuni autostoppisti, ma non vi era posto anche per loro e pochi minuti dopo si è scatenato l’inferno, quando da un auto in corsa – probabilmente proveniente da Betlemme – un gruppo di Palestinesi ha cominciato a sparare all’impazzata.
Così ha trovato la morte anche il povero Oz Ben-Meir, il quale con un suo amico stava invece cercando di arrivare a Gerusalemme ed era in attesa di un passaggio; Oz, il secondo di sei fratelli, abitava con la sua famiglia nell’insediamento di Ma’on, vicino Hebron.
E’ largamente diffusa nel mondo arabo l’idea che i coloni israeliani – in quanto residenti illegalmente nei Territori occupati – possano costituire un obiettivo lecito per gli attacchi dei militanti armati, ma questa è pura e semplice follia perché l’uccisione di civili inermi è sempre e comunque un atto immorale oltreché contrario al diritto umanitario, e nessuna lotta di liberazione può giustificare la distruzione di tre giovani vite incolpevoli.
Questi metodi terroristici, peraltro, non aiutano in nulla la causa palestinese, ed anzi a pagare le conseguenze di questo ennesima azione sanguinosa saranno proprio gli abitanti della Cisgiordania, dato che Israele ha immediatamente decretato la chiusura al traffico privato palestinese delle principali strade di congiunzione delle varie comunità con la highway 60, la strada che congiunge Gerusalemme a Nablus ed Hebron, ha ridisposto l’esercito circondando Hebron e Betlemme e ha reinstallato i check points già dismessi intorno a queste due città e a Ramallah, con tutte le conseguenze che ciò comporta per gli spostamenti di lavoratori, commercianti, studenti, nonché delle persone che necessitano di accedere a cure mediche.
Ciò detto, tuttavia, non può essere sottaciuto come il sangue di questi giovani innocenti ricada in pari misura sul governo israeliano, per la cieca e brutale linea di condotta da esso tenuta nei confronti del popolo palestinese.
Il Presidente dell’Anp Mahmoud Abbas era riuscito a promuovere una tregua fra Israele e le varie fazioni palestinesi, tregua che nelle ultime settimane era stata sostanzialmente rispettata da queste ultime.
Ma come ha risposto Israele?
Nella settimana tra il 29 settembre ed il 5 ottobre, l’esercito israeliano ha ucciso 7 Palestinesi, tra cui una donna ed un bambino, a Jenin e Nablus, e ha condotto oltre 30 incursioni nel West Bank arrestando 66 civili, tra cui una donna e due ragazzi; i coloni israeliani, nello stesso periodo, hanno compiuto indisturbati raid contro gli abitanti Palestinesi di Hebron e le loro proprietà, ed hanno divelto oltre 200 alberi di ulivo nel villaggio di Artas, vicino Betlemme.
Nella settimana compresa tra il 6 e il 12 ottobre, Tsahal ha ucciso quattro Palestinesi, tra cui due ragazzi di 15 e 17 anni (vedi “Ombre nella notte”), ha compiuto 26 incursioni in Cisgiordania arrestando 36 civili, ha confiscato 60 ettari di terreni agricoli vicino Nablus per permettere l’espansione dell’insediamento di Shavi Shomron.
Nelle stesse ore dell’attacco di Gush Etzion, nel villaggio di Barqeen, a ovest di Jenin, l’esercito israeliano ha ucciso un militante della Jihad islamica, il 33enne Nehad Abu Ghanem, nel corso di un tentativo di arresto che in realtà si è tramutato nell’ennesimo assassinio extra-giudiziario compiuto da Israele, considerato che l’uomo è stato colpito alla testa da distanza ravvicinata e che i soldati israeliani, per oltre mezz’ora, hanno impedito che si tentasse di soccorrerlo, fino a che non sono stati sicuri della sua morte.
Il 18 ottobre, vicino a Hebron, l’esercito israeliano – in risposta al lancio di alcuni sassi – ha sparato ad altezza d’uomo, ferendo due ragazzini palestinesi, il 12enne Hammam Abu Tharee’ e il 13enne Mohammed Yasser Masalma.
Il 20 ottobre, vicino Hussan, località nei pressi di Betlemme, i valorosi soldatini di Tsahal hanno ucciso il 16enne Akram Zaor, sospettato di voler tirare bombe molotov contro le auto israeliane di passaggio: come sempre, al momento del bisogno, le pietre magicamente si trasformano in bombe o cocktail esplosivi di varia natura!
Nel frattempo, è continuata l’espansione degli insediamenti colonici e il furto di terra a danno dei Palestinesi; è continuata la costruzione del muro di “sicurezza” che taglia quasi in due il West Bank e, soprattutto, tende ad impedire che i Palestinesi possano mai accampare qualche diritto su Gerusalemme est, altro che farla divenire la capitale del futuro Stato Palestinese!
Nel frattempo, è continuata la sequela impressionante di arresti in Cisgiordania – almeno 500 da settembre ad oggi – soprattutto di esponenti di Hamas, nel tentativo da parte di Israele di impedire la partecipazione di questa organizzazione alle prossime elezioni politiche palestinesi.
Nel frattempo, nella Striscia di Gaza è continuata la chiusura del valico internazionale di Rafah e del valico di Beit Hanoun (Erez), rendendo ancora più ridicola la farsa del ritiro israeliano tanto strombazzato dai media: come possa qualificarsi Gaza un territorio “liberato”, infatti, non si capisce proprio, visto che i suoi confini sono sigillati per le persone e per le merci, che lo spazio aereo e marittimo sono controllati da Israele, che persino alla pesca sono imposte severe restrizioni.
Il premier palestinese Mahmoud Abbas ha cercato seriamente di porre un freno al problema del terrorismo, con determinazione che non è disconosciuta nemmeno dagli Israeliani, anche se i risultati non sono stati certo soddisfacenti.
L’Anp si è dimostrata pronta anche allo scontro armato con Hamas, e per questo ha subito anche perdite umane, ha sventato almeno 17 attacchi terroristici nell’ultimo mese e, soprattutto, il suo Presidente era riuscito a convincere le fazioni palestinesi ad una tregua.
Ora l’attacco di Gush Etzion fornisce il destro ad Israele per accusare nuovamente l’Anp di non far nulla di quanto stabilito dalla roadmap ma – come abbiamo visto – è proprio Israele a mancare clamorosamente alle previsioni della roadmap stessa e a non ottemperare a nessuno degli obblighi che pure anche ad esso sono imposti.
In questo quadro fosco, molte speranze erano riposte – almeno da parte Palestinese – nell’incontro tra Abu Mazen ed il Presidente Usa George Bush, avvenuto ieri, ma l’esito dell’incontro è stato assai deludente.
Se da una parte Abbas ha incassato l’atteggiamento neutrale degli Usa rispetto alla partecipazione di Hamas alle prossime elezioni politiche ed un invito, ancorché generico, rivolto agli Israeliani a sospendere l’espansione degli insediamenti colonici, dall’altra nulla ha detto il Presidente Usa riguardo alla sospensione della costruzione del muro, alla cessazione dei raid dell’esercito israeliano, alla liberazione dei prigionieri palestinesi, e Bush non si è neppure impegnato riguardo ad una data limite per la costituzione dello Stato palestinese.
Eppure sono proprio questi i punti focali della questione.
Non si può pretendere che cessino gli attacchi terroristici se Tsahal continua le sue esecuzioni extra-giudiziarie e i suoi arresti di massa; non si può chiedere che le organizzazioni dei militanti palestinesi depongano le armi se non si dà loro una prospettiva politica che conduca al raggiungimento di un equo accordo di pace, non si può chiedere all’Anp di implementare la road map e rispettare gli obblighi da essa derivanti se per primo è Israele a non rispettarne gli impegni, soprattutto per quanto attiene all’espansione degli insediamenti e alla cessazione degli attacchi contro la popolazione civile, così come del resto non rispetta nemmeno le prescrizioni dell’Icj dell’Aja riguardo al muro di “sicurezza”.
Poco prima dell’incontro tra Bush e Abu Mazen, Yuval Steinitz, il Presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa della Knesset, ha affermato che se il Presidente dell’Anp non combatterà più attivamente il terrorismo, Israele potrebbe isolarlo alla Muqata, come aveva fatto per il suo predecessore Arafat.
Bene, è proprio grazie ad atteggiamenti come questo che la roadmap verso la pace può davvero considerarsi morta e sepolta.


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2 Commenti:

Alle 22 ottobre 2005 alle ore 07:25 , Anonymous Anonimo ha detto...

Ho linkato il tuo ottimo blog dal mio blog http://kelebek.splinder.com.

Ho fatto un link anche dal mio sito http://www.kelebekler.com/occ/linkocc.htm, ma sarà in rete solo tra qualche giorno o settimana.

Auguri per il tuo lavoro!

Miguel Martinez

 
Alle 28 ottobre 2005 alle ore 16:59 , Blogger thecutter ha detto...

anch'io ti do il benvenuto Vichi! Miguel mi ha parlato di questo blog, ed ho messo il link. E' bello vedere commenti sulla situazione in Palestina in italiano. Ti auguro tutto il bene del mondo.

 

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