28 dicembre 2007

Nel frattempo, in Cisgiordania.

di Gideon Levy - Haaretz, 24/12/2007

Non lasciatevi ingannare dalla quiete: è immaginaria. Mentre tutti gli sguardi sono rivolti a Gaza, si è creata l'impressione, con l'ausilio dei media che chiudono un occhio, che la Cisgiordania sia tranquilla. Visto che qui comandano i “bravi ragazzi”, quelli con cui siamo andati ad Annapolis, quelli che riceveranno il denaro dai Paesi donatori, e la vita è splendida, così sembra.

Bene, non è il caso. Anche in Cisgiordania la vita dei Palestinesi è intollerabile, anche lì viene versato il sangue. Per l’esercito israeliano si tratta delle solite faccende, con un dito sul grilletto spaventosamente veloce. Lo spirito di Annapolis e le elevate parole del primo ministro qui non persuadono.
Negli ultimi mesi ho visitato abbastanza case in lutto, in Cisgiordania. In tutte si piangevano familiari uccisi senza alcuna ragione. Ogni settimana, persone innocenti vengono uccise in Cisgiordania, e nessuno ne parla. Fra le decine di Palestinesi uccisi recentemente, non tutti lanciavano Qassam o erano capibanda di Gaza. Se un giorno scoppierà una nuova rivolta in Cisgiordania, avrà origine da queste case in lutto.

La routine giornaliera in Cisgiordania è anche manifestamente disumana. La notte che, l'estate scorsa, ho trascorso nel campo profughi di Jenin mi ha aperto gli occhi: l'IDF entra nel campo ogni notte, e, persino quando non uccide, incute un gran terrore nei cuori di migliaia di famiglie, vittime dell'ansia. Pochi Israeliani possono immaginare la routine quotidiana dei residenti in Cisgiordania, durante il giorno e, ancor più, la notte. E non abbiamo detto una parola sulla povertà, i blocchi stradali e le demolizioni delle case.

La storia delle recenti uccisioni in Cisgiordania non è al nostro ordine del giorno, perché finora i Palestinesi non hanno risposto con attacchi di ritorsione per queste morti. Ma non è certo che la quiete continuerà.

Adib Salim, paralizzato sul lato destro, vendeva semi di lupini. Ha osato metter fuori la testa durante uno dei raid condotti dall'IDF a Nablus. I soldati lo hanno assassinato. Il portavoce dell'IDF ha sostenuto che aveva minacciato di sparare ai soldati, ma il venditore di semi, paralizzato, sarebbe stato assolutamente incapace di farlo.

Abdel Wazir, il 71enne cugino del leggendario Abu Jihad, era un contabile in pensione. Ha trascorso una notte terrificante in casa: per ore i soldati hanno sparato accanto alla sua finestra, mentre era seduto con la moglie sul sofà, entrambi impietriti dalla paura. Quando ha sentito l'ordine di uscire, ha lasciato la sua casa ed è stato colpito a morte all’istante.

Jihad Shaar, 19 anni, si stava recando dal suo villaggio, Tekua, ad iscriversi all'università. I soldati lo hanno ucciso per motivi non chiariti a colpi di manganello e a calci, mentre aspettava alla fermata dell'autobus. Il portavoce dell'IDF ha riferito che i soldati “si sono comportati in modo appropriato”.

Mohammed Salah era un poliziotto palestinese, dopo anni di lavoro come piastrellista nelle colonie. Durante il servizio, ha fermato un furgone commerciale palestinese sospetto che aveva cercato di evitare il posto di blocco palestinese a Betlemme. Salah ha aperto la porta, sospettando che il furgone trasportasse merce rubata, e i militari dell'IDF sotto copertura che erano all’interno (i famigerati "travestiti" della Duvdevan, n.d.t.) hanno sparato, uccidendolo. Il portavoce dell'IDF ha sostenuto che aveva cercato di sparare ai soldati, ma tutti i testimoni oculari hanno rigettato nel modo più assoluto questa versione.

Firas Kaskas, accompagnato dal fratello e dal cognato, era andato a fare un'escursione naturalistica vicino a Ramallah. Notato un branco di gazzelle che correvano verso lo wadi, si sono fermati a guardare. I soldati, apparsi improvvisamente, gli hanno sparato da lontano, senza preavviso. Il portavoce dell'IDF ha sostenuto che i militari pensavano stesse piazzando un ordigno esplosivo nel cuore della riserva naturale.

Tutte queste persone sono state uccise dall'IDF nelle ultime settimane, senza alcuna ragione. Aggiungete all’elenco Mohammed Askar, di Saida, a cui è stato sparato a distanza ravvicinata durante i disordini nella prigione di Ketziot; Kamela Kabha, di Bartaa, un'anziana donna che il figlio aveva tentato di portare di corsa all'ospedale di Jenin e che è stata bloccata al checkpoint di Reihan per tre ore, finché gli è morta fra le braccia, e altri episodi di assassinio: avrete così il vero quadro degli “sforzi di pace” israeliani.

E non abbiamo nemmeno menzionato la costruzione nelle colonie.

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