28 aprile 2008

Indispensabile il dialogo con Hamas.

Le polemiche sorte in occasione del recente viaggio dell'ex Presidente americano Jimmy Carter in Medio Oriente hanno riaperto il dibattito sulla possibilità di instaurare un dialogo con Hamas, da molti considerata una organizzazione puramente e semplicemente votata al terrorismo.
Ma, non da ora, molti analisti del conflitto israelo-palestinese hanno avvertito come sia indispensabile, al fine di raggiungere una pace effettiva e duratura, che si dialoghi con questa organizzazione, su un piano di mutuo rispetto, dignità e reciprocità.
Questo è il tema dell'articolo di Rami G. Khouri, pubblicato l'11 aprile su Agence Global, qui proposto nella traduzione di Arabnews.
Comprendere le sei "r" di Hamas.
La controversia sorta intorno all’opportunità dell’incontro fra l’ex presidente americano Jimmy Carter ed il leader di Hamas residente a Damasco, Khaled Meshaal, ha suscitato un serio dibattito riguardo a due questioni molto attuali in Medio Oriente: l’ideologia e le politiche di Hamas, e l’atteggiamento del governo degli Stati Uniti nei confronti del movimento islamico palestinese.

Israele, gli Stati Uniti, ed alcuni altri paesi si rifiutano di avere rapporti con Hamas poiché lo vedono esclusivamente come un’organizzazione terroristica votata alla “distruzione di Israele”. Ma la realtà è più complessa rispetto a questa interpretazione. Hamas ha certamente compiuto atti di terrorismo contro i civili israeliani e deve essere ritenuto responsabile per simili azioni – in un contesto in cui tutti coloro che compiono omicidi e atti di terrorismo in Medio Oriente devono analogamente essere ritenuti responsabili, inclusi Israele, gli arabi, gli iraniani, gli americani e gli inglesi.

Hamas sostiene che le sue azioni siano una legittima resistenza nel contesto di una molto più brutale guerra israeliana contro i civili palestinesi. Una guerra che fa uso del terrore, degli omicidi, dei sequestri, della fame, degli arresti, della colonizzazione, del razzismo e della segregazione in stile Apartheid, e di altre politiche riprovevoli. In questo modo rimaniamo in una fase di stallo, ed allo stesso tempo in uno stato di guerra.

Questa importante questione potrebbe tuttavia costituire la chiave per compiere un progresso verso una pace vera. Perché ciò sia possibile, il mondo dovrebbe giudicare e coinvolgere Hamas sulla stessa base che venne usata nel caso di altri gruppi militanti o terroristi nel mondo, dall’IRA nell’Irlanda del Nord ai Viet Cong in Vietnam, dalla SWAPO (South West Africa People’s Organization) in Namibia all’ANC (African National Congress) in Sudafrica, e, in tempi più recenti, dai ribelli in Iraq ai Talebani in Afghanistan e Pakistan.

Questo approccio comprende tipicamente quattro elementi: parlare con il gruppo in questione invece di boicottarlo; mettere in evidenza le sue azioni inaccettabili a cui esso deve porre fine; individuare le sue legittime richieste nazionali o politiche che possono essere soddisfatte; e, negoziare in un contesto di uguaglianza in modo da delineare una situazione da cui tutti possono trarre vantaggio, una situazione che ponga fine al terrore, elimini le ragioni che vi stanno dietro, soddisfi le richieste ed i diritti minimi di tutte le parti in causa, e realizzi la pace e la sicurezza.

La chiave per ottenere una situazione di mutuo beneficio sta nell’analizzare e nel trattare Hamas nel contesto complessivo delle sue azioni, e non solo attraverso la lente ristretta dei suoi atti di terrorismo. Questo significa comprendere, e confrontarsi, con le sei “parole chiave” che Hamas rappresenta: resistenza, rispetto, reciprocità, ricostruzione, diritti, e profughi.

1) La “resistenza” contro l’occupazione e l’aggressione israeliana rappresenta il principale compito di Hamas, ed è la parola chiave all’interno del suo nome in lingua araba: “Harakat al-Muqawama al-Islamiyya” (Movimento di Resistenza Islamico). Esso resiste, sfida, e combatte attivamente Israele, e ciò include il tentativo di delegittimizzarlo, ed il rifiuto di riconoscere lo stato ebraico fino a quando Israele non deciderà in cambio di riconoscere i diritti nazionali palestinesi e l’integrità territoriale dello stato palestinese.

2) Ottenere il “rispetto” è una parte difficilmente afferrabile, ma essenziale, della battaglia di Hamas contro Israele; esso è stato ottenuto in parte, grazie all’accordo che Israele ha raggiunto con Hamas su due cessate il fuoco, e con la possibilità di accordarsi su un terzo, che potrebbe essere seguito da uno scambio di prigionieri.

3) La “reciprocità” – ovvero l’applicazione del “rispetto” in una forma politica tangibile – richiede che israeliani e palestinesi abbiano rapporti, e siano trattati dal mondo, in base agli stessi criteri ed alle stesse regole per quanto riguarda l’uso della violenza, l’applicazione delle Convenzioni di Ginevra, il coinvolgimento politico, e l’applicazione delle risoluzioni ONU. Ciò si applica anche al “reciproco riconoscimento statale” con Israele, che Hamas ora afferma di accettare se Israele dovesse ritirarsi dai territori occupati nel 1967, e se dovesse applicare le risoluzioni ONU sui diritti dei profughi.

4) La “ricostruzione” della società palestinese, ponendo fine al caos, alla corruzione, all’insicurezza, agli abusi di potere ed alla confusione politica che hanno caratterizzato gli anni dominati da Fatah – soprattutto nell’era del processo di Oslo – è la motivazione chiave che spiega perché Hamas sia cresciuto in statura e credibilità negli ultimi decenni. Gran parte dell’attrattiva che questo movimento rappresenta per gli elettori è legata a questioni interne, ed alla richiesta di una vita quotidiana normale e dignitosa – almeno nella stessa misura in cui viene ribadita la richiesta di resistere e di combattere Israele.

5) Un pilastro essenziale della legittimità e della popolarità di Hamas è la sua insistenza sul fatto che il popolo palestinese ha dei “diritti” nazionali individuali e collettivi che deve poter esercitare in piena sovranità, libertà e sicurezza; se i palestinesi dovranno combattere militarmente per ottenere i loro diritti – come molti altri hanno fatto nel mondo – ebbene che così sia.

6) Un aspetto importante del programma politico di Hamas è la sua insistenza sul fatto che la lotta nazionale palestinese comprende molti aspetti, che insieme formano un tutto unico che include il territorio, i pieni diritti individuali e nazionali, ed una giusta soluzione del problema dei “profughi”, in base alle risoluzioni ONU. Hamas ricorda al mondo e ad Israele che il conflitto israelo-palestinese riguarda gli eventi del 1947-48, e non solo quelli del 1967. E afferma che il ritiro unilaterale israeliano da Gaza non è né una soluzione giusta e complessiva del conflitto, né in alcun modo un conformarsi alla legalità internazionale.

Questi sei aspetti basilari della visione del mondo e del programma politico di Hamas dovrebbero essere riconosciuti più chiaramente da coloro che affermano di voler promuovere un processo di pace arabo-israeliano. Essi costituiscono il fondamento coerente per dei potenziali negoziati, per la pace, la sicurezza e la coesistenza – ma solo sulla base del rispetto, della reciprocità, e di una corretta applicazione della legalità internazionale, che valga per tutti.

Rami G. Khouri è un analista politico di origine giordano-palestinese e di nazionalità americana; è direttore dell’Issam Fares Institute of Public Policy and International Affairs presso l’American University di Beirut, ed è direttore del quotidiano libanese “Daily Star”

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2 Commenti:

Alle 28 aprile 2008 14:24 , Anonymous Anonimo ha detto...

leggi qua:
http://it.wikipedia.org/wiki/Hamas
come si fa a fare pace con questi?
prova a chiederlo al tipo che ha scritto l'articolo.
e che dia una risposta sensata...
caposkaw

 
Alle 29 aprile 2008 12:37 , Blogger vichi ha detto...

La necessità di fare la pace con "questi" è stata segnalata da tutti quelli che, a vario titolo e da posizioni imparziali, si sono occupati del conflitto israelo-palestinese, a cominciare da Alvaro de Soto, da Dugard e quanti altri.
In un quadro in cui il rispetto delle convenzioni e degli accordi internazionali, nonché del diritto umanitario, sia richiesto e imposto a tutte le parti in causa.
Perchè non è possibile che Hamas sia considerata una organizzazione "terroristica" e che, invece, Israele possa tranquillamente compiere stragi e orrori quotidiani come l'assassinio di 4 bambini piccoli e della loro madre, avvenuto ieri, utilizzando il proprio strapotere bellico in spregio ad ogni norma di diritto umanitario.
Né è lecito lamentare il mancato riconoscimento di Israele da parte dei gruppi islamici se l'analogo diritto all'esistenza di uno Stato palestinese e la definizione dei suoi confini viene nei fatti denegata dallo Stato ebraico.
Segnalo, infine, come più e più volte Hamas abbia proposto periodi di tregua ad Israele, sempre sdegnosamente rifiutati.
E allora chi è che non vuole la pace?

 

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