6 giugno 2012

Il PCHR condanna il rinnovo della detenzione amministrativa per otto palestinesi, tra cui un membro del PLC


E’ notizia di questi giorni che i detenuti palestinesi starebbero ipotizzando di riprendere lo sciopero della fame di massa a cui avevano posto fine lo scorso 14 maggio, a seguito del raggiungimento di un accordo in base al quale gli israeliani si erano impegnati a migliorare le condizioni di detenzione e, soprattutto, a cessare l’uso indiscriminato della politica della detenzione amministrativa, una violazione inaudita di ogni minimo standard di equità e di diritto in base al quale i palestinesi possono essere incarcerati sulla base di un semplice ordine dell’autorità militare, senza alcun processo e senza che l’imputato possa nemmeno conoscere le accuse che gli vengono mosse e le prove a sostegno.

In violazione dell’accordo infatti, qualche giorno addietro, gli israeliani avevano proceduto al rinnovo di ben otto ordini di detenzione amministrativa nei confronti di altrettanti palestinesi, tra i quali il deputato del Consiglio legislativo palestinese Mohammed Maher Bader.

Va rilevato, in proposito, che tra gli oltre 300 palestinesi incarcerati in regime di detenzione amministrativa, vi sono 20 componenti e lo stesso Speaker del Consiglio, il Dr. Aziz Dweik, ai quali  viene negato l’esercizio di ogni elementare diritto di difesa e ad avere un giusto processo.

Giova ricordare che i parlamentari attualmente detenuti erano stati eletti nel gennaio del 2006 nelle fila del partito Cambiamento e Riforma, riconducibile ad Hamas, e sono stati arrestati subito dopo la cattura di Gilad Shalit il 25 giugno del 2006, senza alcuna accusa se non quella di appartenere ad una organizzazione “terroristica” e di fornirle supporto attraverso la loro attività parlamentare, dunque come atto di pura e semplice ritorsione.

La detenzione amministrativa, in Cisgiordania, è applicata sulla base dell’Ordine Militare n.1226, che autorizza i comandanti militari a detenere un individuo fino a sei mesi qualora essi ritengano che sussistono ragionevoli motivi ”per presumere che la sicurezza dell’area o la sicurezza pubblica richiedano la detenzione”; tale Ordine, tuttavia, non definisce in alcun modo i termini “sicurezza dell’area” o “sicurezza pubblica”, né stabilisce un periodo massimo cumulativo di detenzione amministrativa, che dunque può essere prorogata all’infinito.

Poiché non vi è obbligo di rendere note le prove a carico degli imputati, inoltre, l’esercizio del diritto di difesa e la possibilità di proporre appello contro un ordine di detenzione amministrativa, pur ammessa, resta del tutto inefficace in quanto l’imputato e il suo avvocato non hanno alcun accesso alle informazioni sulle quali l’accusa viene proposta. In questo senso, la detenzione amministrativa è incompatibile con i fondamentali diritti umani ed è indegna di uno stato di diritto, quale evidentemente non è Israele.

Il Centro Palestinese per i Diritti Umani (Palestinian Center for Human Rights - PCHR) condanna il rinnovo degli ordini di detenzione amministrativa nei confronti di otto palestinesi, tra i quali Mohammed Maher Bader, un membro del Consiglio Legislativo Palestinese (Palestinian Legislative Council – PLC) appartenente al blocco Cambiamento e Riforma, da parte delle forze di occupazione israeliane. Il PCHR chiede alla comunità internazionale di fare pressione sulle forze di occupazione israeliane per porre fine alla politica della detenzione amministrativa, poiché essa viola il diritto fondamentale ad un giusto processo.

Le forze di occupazione israeliane hanno preso questa decisione due settimane dopo che era stato raggiunto un accordo tra i prigionieri palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane e il servizio carcerario israeliano. In base a tale accordo, i palestinesi detenuti nelle carceri israeliane hanno posto fine il 14 maggio 2012 al loro sciopero della fame a tempo indeterminato, in cambio del soddisfacimento di molte delle loro richieste.

Circa 1.600 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane hanno iniziato uno sciopero della fame a tempo indeterminato il 17 aprile del 2012, mentre altri avevano iniziato il loro sciopero della fame singolarmente a partire dal 29 febbraio. Le richieste dei prigionieri in sciopero della fame includevano il miglioramento delle condizioni di detenzione all’interno delle carceri e dei centri di detenzione israeliani, il permesso di ricevere visite familiari, specialmente per i detenuti provenienti dalla Striscia di Gaza, la fine della detenzione in isolamento, la fine della detenzione amministrativa, il permesso ai detenuti di proseguire i loro studi e la fine delle campagne di perquisizioni notturne.

Va rilevato che oltre 300 detenuti amministrativi, tra cui 20 membri ed un Presidente del PLC, il Dr. Aziz Dweik, sono incarcerati in strutture di detenzione israeliane in violazione del diritto ad un giusto processo, che comprende il diritto di ricevere una difesa adeguata e di essere informato delle accuse a proprio carico. La detenzione amministrativa è applicata solamente in base ad un ordine amministrativo, senza ricorrere ad un tribunale, violando in tal modo gli standard di una equa procedura giudiziaria, comprendente il giusto processo.   

In considerazione di quanto precede, il PCHR invita:

1) La comunità internazionale ad esercitare pressioni sulle autorità israeliane affinché adempiano integralmente e rispettino l’accordo, e riconsiderino le loro politiche nei confronti dei prigionieri palestinesi, al fine di assicurare il rispetto delle norme relative agli standard internazionali per il trattamento dei prigionieri; e

2) Le organizzazioni per i diritti umani e le organizzazioni di solidarietà internazionali ad unire i loro sforzi per porre fine alla politica della detenzione amministrativa adottata da Israele, una politica che viola il diritto fondamentale ad un giusto processo.

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18 ottobre 2011

Liberati Gilad Shalit e 477 prigionieri palestinesi






Dopo 1.941 giorni nelle mani di Hamas, Gilad Shalit è tornato a casa: le prime immagini di Gilad Shalit scortato dal personale della sicurezza presso un terminal in Egitto sono state trasmesse martedì dalla televisione egiziana. Lo si è visto camminare, apparentemente in buona salute.

“Gilad Shalit è a casa” ha detto il portavoce del comando dell’esercito israeliano poco dopo che le immagini erano state trasmesse. Il generale di brigata Yoav Mordechai ha fatto l’annuncio in diretta televisiva al valico di frontiera di Kerem Shalom, tra Israele e l’Egitto, mentre Shalit entrava in Israele.

Tra coloro che, nel video, accompagnavano Shalit vi era anche Ahmed Jabari, il capo dell’ala militare di Hamas. In precedenza, uno dei leader di Hamas nella Striscia di Gaza aveva confermato la consegna di Shalit all’Egitto da parte del gruppo, come parte dello scambio di prigionieri con Israele.

In un messaggio scritto, Mahmoud Zahar aveva dichiarato che il suo gruppo non deteneva più Shalit. Funzionari palestinesi a Gaza hanno dichiarato che nelle prime ore di martedì un Suv ha portato velocemente Shalit al di là della frontiera ed ha fatto subito ritorno a Gaza.

Il portavoce di Hamas Fauzi Barhoum ha dichiarato ad al-Jazeera che la prima fase dello scambio di prigionieri “è stata completata con successo”.

Dal lato israeliano del confine, tutti i 477 prigionieri che si era stabilito venissero rilasciati nell’ambito della prima fase dell’accordo su Shalit sono stati consegnati nei punti di incontro stabiliti con la Croce Rossa.

Gli autobus con a bordo i prigionieri che dovranno essere deportati in Egitto e all’estero sono entrati in territorio egiziano. Inoltre alcuni autobus hanno anche lasciato la prigione di Ofer, nei pressi di Gerusalemme, con a bordo i prigionieri destinati ad essere rilasciati in Cisgiordania.

Dei prigionieri rilasciati in questa prima fase, in particolare, 96 saranno autorizzati a tornare nelle loro case in Cisgiordania e 131 nella Striscia di Gaza; il resto purtroppo non godrà di questa possibilità e, tra loro, 40 verranno deportati in Qatar e in Turchia. Ventisette saranno le donne rilasciate, vale a dire tutte quelle detenute per motivi di sicurezza.

Parallelamente, al valico di Taba, dovrebbe avvenire lo scambio tra la spia israeliana Ilan Grapel e gli 81 prigionieri egiziani in atto detenuti nelle carceri israeliane.

La prima tappa di Gilad Shalit una volta tornato in Israele sarà presso la base dell’Idf ad Amital, dove potrà finalmente contattare la sua famiglia e sottoporsi ad esami medici. Successivamente, verrà trasferito alla base aerea di Tel Nof, dove Shalit incontrerà il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro della difesa Ehud Barak e il capo di stato maggiore dell’Idf Benny Gantz e, infine, potrà riabbracciare la sua famiglia.

(fonte: Ynet e Jpost)

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6 maggio 2011

La riconciliazione palestinese frutto della rivoluzione egiziana e del fallimento degli Usa

Abbiamo già sottolineato l’importanza fondamentale dell’accordo di riconciliazione tra Hamas e Fatah, che potrebbe imprimere un nuovo impulso al processo di pace israelo-palestinese.

Nei due articoli che seguono, proposti nella traduzione di
Medarabnews, vengono messi in risalto due dei fattori principali che hanno determinato e/o accelerato il processo di riunificazione delle diverse fazioni palestinesi.

Nel primo, scritto dal giornalista palestinese Rajab Abu Sirriyeh per il quotidiano al-Ayyam, si fa rilevare come l’accordo raggiunto con la mediazione egiziana sia il frutto dei profondi cambiamenti in atto nella regione, dal cambio di regime in Egitto alle proteste popolari in Siria, cambiamenti di cui Israele dovrà giocoforza tenere in conto. La caduta di Hosni Mubarak, in particolare, ha tolto di mezzo quello che era diventato di fatto un alleato di Usa e Israele nel mantenimento dello status quo e nell’assedio di Gaza.

Nel secondo articolo, scritto da Daniel Levy per il Guardian, si evidenziano invece i fattori connessi allo stallo del processo di pace e al fallimento della mediazione degli Stati Uniti, dimostratisi ormai con certificata evidenza incapaci di assumere un ruolo di honest broker del conflitto israelo-palestinese.

L’incrollabile fiducia di Abu Mazen nella mediazione americana, ovvero – se si vuole – i generosi finanziamenti concessi all’Anp, avevano portato l’Autorità palestinese a trasformarsi addirittura in braccio armato dell’occupazione, e i cd. Palestine Papers hanno mostrato come i negoziatori palestinesi fossero inclini a concessioni inaudite ad Israele, financo sulla spinosa questione degli insediamenti ebraici a Gerusalemme est.

Ma, alla fine, anche Abu Mazen si è dovuto piegare di fronte all’evidenza del fatto che, mentre il processo di pace non muoveva un solo passo in avanti, le colonie e i coloni si accrescevano a dismisura, e con essi la ferrea presa di Israele sui territori occupati, mentre la sua popolarità e il suo prestigio andavano diminuendo di pari passo.

Resta da capire se gli Usa continueranno a restare prigionieri dello strapotere della Israel Lobby, che si traduce nella totale impotenza diplomatica dell’amministrazione americana, e soprattutto se Israele si convertirà ad un approccio maggiormente pragmatico verso la controparte palestinese. Perché la riconciliazione tra i Palestinesi è un passo indispensabile per poter giungere, un giorno si spera, ad una pace equa e duratura in Medio Oriente.

Riconciliazione palestinese: il primo frutto regionale della rivoluzione egiziana
di Rajab Abu Sirriyeh – 29.4.2011


La reazione del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del suo ministro degli esteri Avigdor Lieberman all’annuncio della firma preliminare dell’accordo di riconciliazione palestinese tra Hamas e Fatah conferma fino a che punto Israele avesse investito sullo stato di divisione esistente tra i palestinesi, ed allo stesso tempo indica che questo evento storico, che ha posto i palestinesi seriamente sulla strada per ottenere uno Stato, andrà incontro a una “guerra” israeliana, sostenuta entro certi limiti da alcuni ambienti americani, di cui sarà necessario tener conto quando si tratterà di cominciare a implementare l’accordo. Solo con questa consapevolezza, infatti, sarà possibile evitare una nuova battuta d’arresto, e i decisori politici palestinesi capiranno che implementare l’unità nazionale è un atto di lotta per la cui difesa e salvaguardia è necessario mobilitare tutte le energie nazionali, affinché tale unità sopravviva a dispetto degli israeliani.

Tornando a quanto è accaduto la sera di mercoledì scorso, è necessario dire che la strada verso la riconciliazione non poteva non essere una strada ardua e difficile, lungo la quale i palestinesi hanno lottato contro tutti i fallimenti e i complotti orchestrati da numerose potenze regionali, le quali hanno sfruttato le divisioni palestinesi per realizzare i propri obiettivi politici a spese degli interessi della Palestina. E’ altrettanto necessario dire che la sostanza dell’accordo conferma che tutte le forze interne hanno da guadagnare dalla sua riuscita, mentre le potenze straniere nel loro complesso hanno solo da perdere da tale accordo. Tuttavia è necessario qui esprimere tutta la gratitudine al Cairo la cui nuova leadership, pur essendo impegnata sul fronte interno, ha seguito con solerzia, e senza le passate strumentalizzazioni politiche, il processo di riconciliazione. L’atteggiamento equilibrato del Cairo, lontano dal clamore dei media, ha convinto le due parti contendenti a firmare l’accordo, godendo l’Egitto post-25 gennaio di una fiducia maggiore (presso entrambe le parti) di quella di cui godeva l’Egitto pre-rivoluzionario.

Vi sono dunque fattori interni e fattori regionali che hanno facilitato gli sforzi di riconciliazione. Il cambiamento avvenuto in Egitto ha infatti fatto sì che il nuovo regime del Cairo godesse di una fiducia maggiore, da parte di Hamas, rispetto al regime precedente alla rivoluzione. Allo stesso tempo, la fiducia di Fatah e dell’ANP nel Cairo è rimasta inalterata. Si può dunque dire che, sebbene il documento di riconciliazione egiziano fosse stato messo a punto fin dall’ottobre 2009, e fosse stato firmato da Fatah (ma non da Hamas), il fatto che non sono intervenute modifiche sostanziali al documento indica che l’elemento decisivo è stato quello della fiducia, giacché il Cairo rimarrà il garante principale dell’implementazione dell’accordo di riconciliazione.

Inoltre, è necessario rilevare che la partecipazione dei Fratelli Musulmani alla rivoluzione, il loro sostegno al governo transitorio, ed il loro orientamento a prendere parte attivamente al nuovo sistema politico che si sta preparando in Egitto, rappresentano un ulteriore fattore che ha spinto Hamas verso la riconciliazione. Gli effetti della rivoluzione che sta investendo il mondo arabo sono stati anch’essi determinanti a spingere in questa direzione – ed in particolare gli eventi siriani. Il coinvolgimento del regime di Damasco nell’instabilità regionale, e l’incerto futuro della leadership di Hamas nella capitale siriana, sono tutti fattori che hanno spinto in direzione della riconciliazione. Ad essi bisogna aggiungere l’emergere di divergenze tra le posizioni del Qatar e di uno dei maggiori ispiratori dei Fratelli Musulmani e dei principali esponenti del mondo islamico sunnita attuale – lo sheikh Yusuf al-Qaradawi – da un lato, e le posizioni del regime siriano dall’altro, riguardo alle proteste del popolo siriano ed alla risposta repressiva del regime.

Perfino quando è stato detto che l’Egitto non era più determinato a farsi carico della riconciliazione, e che non si opponeva all’eventuale trasferimento della questione presso altre capitali arabe, Hamas non ha fatto propria quest’idea, e nemmeno Damasco, sebbene ciò sarebbe effettivamente potuto accadere in passato, quando al Cairo era al potere il vecchio regime.

Bisogna poi rilevare che la mobilitazione dalla piazza palestinese a partire dalla metà dello scorso marzo, che è all’origine dell’invito del primo ministro di Hamas Ismail Haniyeh al presidente palestinese a recarsi in visita a Gaza, e poi l’iniziativa del presidente palestinese stesso, sono stati altrettanti fattori decisivi per superare gli ostacoli che hanno lungamente impedito la firma dell’accordo di riconciliazione. Questa volta, infatti, il popolo palestinese, i suoi giovani, e le sue forze politiche, non si sono limitati a chiedere la fine delle divisioni, ma hanno compiuto passi concreti per porvi fine scendendo in piazza e sfidando le autorità di governo in Cisgiordania e a Gaza.

In questo modo i palestinesi si avviano all’appuntamento di settembre nutrendo fiducia nel futuro, essendo più forti e influenti. Essi infatti non andranno all’ONU ad elemosinare uno Stato, ma a rivendicare il loro chiaro diritto ad esso. In alternativa, i palestinesi avranno a loro disposizione tutte le opzioni per imporne uno, rinnovando la loro lotta in tutte le sue forme allo scopo di ottenerlo. Questa volta essi saranno spalleggiati da un muro arabo più forte ed efficace, che non sarà forse rappresentato dall’insieme dei paesi arabi che hanno superato l’appuntamento del vertice arabo, lo scorso marzo, senza convocarlo, ma dalla Lega Araba e dall’Egitto in primo luogo, i quali saranno maggiormente in grado di influenzare e contrastare la prepotenza israeliana che continua a rappresentare il vero ostacolo sulla via della risoluzione della questione palestinese da vent’anni a questa parte.

La determinazione del Cairo a svolgere il proprio ruolo regionale con efficacia maggiore rispetto al passato è confermata dalle dichiarazioni dei nuovi leader egiziani, che hanno suscitato la collera ed il risentimento degli israeliani. Come ha annunciato il primo ministro egiziano Essam Sharaf, infatti, l’Egitto intende convocare una conferenza internazionale per dare una soluzione alla questione palestinese, e non per avviare ancora una volta dei negoziati.

Questa posizione palestinese più forte, sostenuta da un ruolo egiziano ed arabo più efficace, andrà incontro ad una “guerra” israeliana che chiederà ancora una volta un governo palestinese in cui Hamas accetti le condizioni imposte dal Quartetto nel 2006 – la rinuncia alla violenza, il rispetto degli accordi firmati in precedenza dall’ANP, e così via. La formazione di un governo di tecnici ha però proprio l’obiettivo di sottrarre questa possibilità a Israele, la quale in realtà trema di fronte all’unità nazionale palestinese.

Se Israele ha reagito in questo modo di fronte al semplice annuncio dell’accordo preliminare, cosa farà dopo la formazione del governo palestinese? I palestinesi saranno certamente soggetti a numerose pressioni politiche e finanziarie, che forse arriveranno a toccare gli aiuti finanziari ricevuti dall’ANP ritardando il pagamento degli stipendi degli impiegati. Tuttavia la costituzione di un governo di personalità competenti, non direttamente legate alle fazioni palestinesi, ridurrà la capacità degli israeliani di muovere guerra a tale governo. In ogni caso la possibilità di agire rimane in mano ai palestinesi, i quali fino a settembre possono imporre agli israeliani di chiudere il capitolo del loro attuale governo ostile alla pace, che non è un partner negoziale, ed è un residuato dell’era antecedente alla primavera della libertà araba. Nella misura in cui i regimi sulla cui debolezza Israele ha fatto affidamento per perpetuare la propria occupazione hanno cominciato a crollare, lo Stato ebraico deve inchinarsi alla tempesta araba e riconoscere almeno un livello minimo di diritti per i palestinesi.

Rajab Abu Sirriyeh è un giornalista e scrittore palestinese


Per quasi 20 anni, le politiche di Fatah (la fazione dominante all’interno dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina) sono risultate scontate fino alla noia. Questa settimana al Cairo, accettando un accordo che prevede l’unità e la condivisione del potere con Hamas, Fatah ha stupito tutti. È vero che la riconciliazione nazionale palestinese è già stata tentata, fugacemente e senza entusiasmo, a seguito di un’intesa mediata dai sauditi nella primavera del 2007, e che potrebbe di nuovo fallire. Ma questa volta la mossa di Fatah sembra essere una rottura più calcolata e profonda con la prassi del passato, e la prevedibile condanna degli USA sembra pesare meno.

Dalla decisione presa a Algeri nel 1998 che vide il Consiglio Nazionale Palestinese adottare la soluzione dei due Stati sulla base dei confini del 1967, passando per la Dichiarazione dei principi di Oslo del 1993 che riconosceva il diritto all’esistenza di Israele, fino alla ripresa dei negoziati israelo-palestinesi del settembre scorso a Washington DC, l’approccio dell’OLP si può ridurre a una semplice equazione: che una combinazione di atteggiamento conciliante palestinese, ragionato interesse personale da parte israeliana, e influenza americana, avrebbe prevalso sugli squilibri di forza fra Israele e Palestina e portato all’indipendenza palestinese e alla fine dell’occupazione.

Promuovere questa formula era una sfida sul piano dell’immagine per un Yasser Arafat segnato dalle campagne militari, ma questi fu sostituito, oltre sei anni fa, da quel Mahmoud Abbas indiscutibilmente considerato favorevole alla pace. E ancora i palestinesi hanno continuato a ripiegare su questa formula, nonostante il fallimento. Fatah ha portato avanti negoziati senza condizioni, un coordinamento di sicurezza con le forze di difesa israeliane, un processo di sviluppo delle istituzioni statali sotto l’occupazione, con un’inspiegabile fiducia nell’azione di mediazione americana, anche se gli insediamenti si diffondevano nei territori occupati, le elezioni sono state perse a favore di Hamas, e le accuse di collaborazionismo si inasprivano.

L’ultimo risultato della partita che si gioca in Palestina, il fayyadismo (che prende il nome dal primo ministro Salam Fayyad e si basa sull’idea che una buona capacità di governo palestinese indurrebbe Israele al ritiro, o almeno le pressioni della comunità internazionale la costringerebbero a farlo), è destinato a una fine ignominiosa entro questo settembre. Il programma di due anni finalizzato alla costituzione di uno stato avrà avuto successo, ma comunque non potrà far nulla contro l’inamovibile occupazione israeliana.

Gli esiti sono sotto gli occhi di tutti. L’equazione di un’OLP conciliante non funziona.

L’elemento principale di questa strategia era il dominio esclusivo della mediazione statunitense sul processo di pace. Nei mesi scorsi, i palestinesi si sono lentamente tirati fuori dalle strettoie americane. Abbas si è rifiutato di continuare i negoziati di settembre con Israele quando gli Stati Uniti non sono riusciti ad ottenere un’estensione della seppur parziale e limitata moratoria sugli insediamenti implementata da Netanyahu. L’OLP ha costretto il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad un voto sugli insediamenti, nonostante le pressioni americane, lasciando gli USA da soli con il loro veto e un voto finale di 14 a 1. Le preparazioni per un riconoscimento da parte delle Nazioni Unite dello Stato palestinese procedono rapidamente (ancora, in contrapposizione alla politica americana). In ultimo, e cosa più significativa, Fatah ha raggiunto questo accordo con Hamas.

La divisione dei palestinesi, nei ruoli dei cosiddetti ‘moderati’ contrapposti agli ‘estremisti’, è stata un fondamento della politica USA (e di Israele). Se l’accordo di unità palestinese tiene ( e la cautela è d’obbligo essendo i dettagli dell’accordo ancora da concordare, e data la passata storia di false partenze), non lo sarà più. Non sarebbe accurato attribuire questo sviluppo ad un cambiamento radicale nella politica dell’amministrazione Obama. Piuttosto, questo passaggio si comprende meglio rispetto ad una situazione di attrito, congiuntamente alle nuove realtà regionali nascenti dalla Primavera Araba. L’attrito ha un contesto ovvio: nel corso degli anni, c’è stata un’inarrestabile crescita degli insediamenti israeliani e un persistente controllo sui territori. Quando gli accordi di Oslo furono firmati nel 1993, c’erano 111.000 coloni solo nella Cisgiordania; oggi quel numero supera i 300.000, e il 60% della Cisgiordania e tutta Gerusalemme Est rimangono sotto l’esclusivo controllo israeliano. E c’è stata l’impunità puntualmente garantita ad Israele dagli USA.

Ciò che è cambiato è che, in una regione che sta attraversando un processo di democratizzazione, l’Egitto non riveste più il ruolo di garante dello status quo e sta riscoprendo la capacità di assumere una politica regionale che sia indipendente, costruttiva e recettiva nei confronti della propria opinione pubblica. La svolta nella posizione dell’Egitto era fondamentale per arrivare ad un progresso nella riconciliazione palestinese.

L’accordo Fatah-Hamas incontrerà inevitabilmente una rocciosa opposizione da parte degli USA. Il Congresso potrebbe decidere di interrompere il finanziamento all’Autorità Palestinese, potrebbe essere ritirata l’assistenza sulla sicurezza, e gli slogan politici di Israele (“hanno scelto la pace con i terroristi invece della pace con Israele”) saranno ben recepiti negli ambienti del Campidoglio. Ma, se dovesse tenere, questo accordo di riconciliazione sarà davvero uno sviluppo negativo per i palestinesi, gli USA o anche per Israele?

Per i palestinesi stessi, l’unità interna sembra un prerequisito per la nascita di una nuova struttura e strategia nazionale, nonché per far rivivere un’OLP dotata di legittimazione, potere e rappresentatività. L’unità crea un’interlocuzione palestinese, la possibilità di una posizione più forte nei negoziati, e dà un accesso diretto ad Hamas per impegnarsi nel processo politico, qualora dovesse scegliere di farlo. Sarà decisiva per qualsiasi strategia l’osservanza da parte palestinese del diritto internazionale e, in tale contesto, della non-violenza.

I palestinesi farebbero bene ad evitare una rottura preventiva con gli USA, ma una riduzione della dipendenza dagli Stati Uniti, inclusa la possibile interruzione degli aiuti americani, sarebbe assai lontana dall’essere un disastro e potrebbe agevolare un approccio più produttivo e intraprendente da parte palestinese per ottenere la propria libertà. L’unità, o addirittura un voto dell’ONU per il riconoscimento, non costituiranno di per sé una strategia pienamente efficace o la fine dell’occupazione. Rimangono sfide enormi: amministrare il coordinamento sulla sicurezza (interna ed esterna), governare un’autorità autonoma limitata che, per poter funzionare, dipende dalla buona volontà di Israele e, non ultimo, alleviare la miseria conseguente all’isolamento di Gaza. L’unità, tuttavia, può essere un primo passo verso lo sviluppo di una strategia palestinese convincente sul piano locale e globale, soprattutto data la nuova prospettiva di un significativo appoggio egiziano.

Per gli USA, la questione israelo-palestinese è un interesse cruciale per la sicurezza nazionale in una regione critica del mondo. Insieme a questo, le peculiarità della politica interna americana in merito a qualunque cosa sia legata ad Israele portano gli USA ad ingabbiarsi e limitare la propria capacità di manovra in questo campo. Troppo spesso il risultato è l’impotenza diplomatica degli americani.

Potrebbero esserci dei vantaggi per gli USA nel vedersi togliere in qualche modo il carico di questo problema, sia che ciò avvenga attraverso un aumento dell’indipendenza palestinese sul piano strategico, attraverso il rafforzamento della diplomazia egiziana, o un maggiore coinvolgimento dell’Europa o delle Nazioni Unite. Tali sviluppi potrebbero migliorare le prospettive di una soluzione, creare aperture per un impegno statunitense più efficace verso Israele, o almeno mitigare il crescente impatto debilitante che questa questione ha sulle posizioni USA in Medio Oriente.

Infine, Israele. E’ improbabile che Israele dia il benvenuto ad una controparte palestinese più indipendente, dotata di capacità strategiche o di maggior potere. Finora, Israele è non meno, ma più insicura ed incerta sul suo futuro. Sotto molti aspetti, l’aggravamento dello squilibrio nell’attuale processo di pace e l’esitazione palestinese sotto il profilo delle strategie dà ad Israele la falsa sensazione di un’impunità permanente e ne ha incoraggiato le tendenze più auto-distruttive (non ultime, quelle verso la costruzione di insediamenti e il nazionalismo intollerante).

C’è ragione di pensare che una correzione nell’atteggiamento da parte dei leader israeliani verso un maggiore realismo, pragmatismo e capacità di compromesso possa emergere in risposta ad un avversario palestinese più difficile, tattico e – si spera – nonviolento.

Daniel Levy è senior fellow presso la New America Foundation e la Century Foundation, dove si occupa delle politiche di pace in Medio Oriente; in precedenza è stato consigliere dell’ufficio del primo ministro israeliano Barak; è stato anche tra i propositori dell’Iniziativa di Ginevra

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4 maggio 2011

La svolta storica della riconciliazione palestinese

La notizia è davvero di quelle destinate a lasciare il segno e a mutare profondamente lo scenario politico mediorientale: dopo quattro anni di aspre divisioni (ma anche scontri sanguinosi) Hamas e Fatah, le due principali fazioni palestinesi, hanno firmato ieri un protocollo d’intesa che sancisce la riconciliazione nazionale, facendo seguito all’accordo già raggiunto la scorsa settimana grazie alla mediazione egiziana.

L’accordo, sottoscritto anche dalle altre organizzazioni e partiti minori, prevede tra l’altro la formazione di un nuovo governo di unità nazionale formato da “tecnici”, la liberazione dei prigionieri politici detenuti a Gaza e in Cisgiordania, la convocazione di elezioni parlamentari e presidenziali entro un anno.

L’articolo che segue, un editoriale della redazione di Medarabnews, sintetizza efficacemente i risvolti di questo accordo, le motivazioni che hanno spinto Abu Mazen e Hamas a sottoscriverlo, le reazioni internazionali, le novità che ne derivano per lo scacchiere mediorientale.

Qui vogliamo solo aggiungere che l’unità del popolo palestinese e dei suoi rappresentanti rappresenta una precondizione essenziale per la soluzione del conflitto israelo-palestinese cd. a due stati, che a parole tutti (o quasi tutti) vorrebbero raggiungere. La notizia dell’accordo tra Fatah e Hamas, dunque, dovrebbe essere salutata unanimemente come un importante passo verso la pace nella regione.

Così, ad esempio, Robert Serry, il Coordinatore Speciale dell’Onu per il processo di pace in Medio Oriente, in un comunicato ufficiale ha dichiarato: “La riunificazione è essenziale per il raggiungimento di una soluzione a due stati che dovrebbe essere realizzata attraverso negoziati”. Così, ad esempio, Gush Shalom in un comunicato per la stampa ha accolto favorevolmente l’annuncio della riconciliazione tra Fatah e Hamas, aggiungendo, per bocca di Uri Avnery, che “l’unità dei Palestinesi … non è una minaccia per Israele, ma uno dei suoi massimi interessi”.

Usa e Israele, all’opposto, hanno accolto la notizia quasi come si fosse trattato dell’annuncio di una nuova e incombente minaccia per la pace e la sicurezza israeliana e del mondo. Israele, in particolare, ha parlato di un “errore fatale” (Peres dixit) e, per pronto accomodo, ha immediatamente deciso di sospendere il trasferimento delle entrate fiscali che lo stato israeliano raccoglie per conto dell’Autorità Palestinese, e che rappresentano il 37% circa del budget finanziario annuale dell’Anp.

Negli Usa, d’altra parte, con una indicazione felicemente bipartisan, sono numerosi i membri del Congresso che auspicano – come reazione all’accordo tra Fatah e Hamas – un deciso taglio agli aiuti finanziari fino ad ora garantiti all’Anp di Abu Mazen.

Nel mezzo, la solita posizione pavida e attendista dell’Unione europea che, per bocca di Catherine Ashton, rappresentante Ue per gli affari esteri, dichiara di dover ancora “studiare i dettagli di questo accordo”! Purtroppo, non è una novità…

Riconciliazione palestinese: una nuova variabile nel panorama dei cambiamenti mediorientali.
4.5.2011

La notizia, annunciata mercoledì scorso e sancita dalla cerimonia ufficiale di oggi, ha colto di sorpresa tutti: dopo quattro anni di aspre divisioni, Hamas e Fatah, le due principali fazioni palestinesi che controllano rispettivamente Gaza e la Cisgiordania, hanno sottoscritto un accordo di riconciliazione.

L’accordo, raggiunto grazie al contributo determinante della mediazione egiziana, prevede la costituzione di un governo ad interim di unità nazionale composto da figure di alto profilo non affiliate a nessuna delle due fazioni, la ripresa delle attività del Consiglio legislativo (il parlamento palestinese rimasto paralizzato a causa del dissidio tra i due partiti palestinesi), l’unificazione dei servizi di sicurezza, la liberazione dei prigionieri politici delle due fazioni detenuti nelle carceri di Gaza e della Cisgiordania, la ristrutturazione dell’OLP in modo da permettere l’ingresso di Hamas nell’organizzazione, l’avvio della ricostruzione di Gaza, e la convocazione di elezioni parlamentari e presidenziali entro un anno.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha tenuto a precisare che il nuovo governo non sarà incaricato dei negoziati con Israele, i quali rimarranno prerogativa esclusiva dell’OLP e sua personale. Questa precisazione, e l’accortezza di voler costituire un esecutivo composto da “figure indipendenti”, hanno l’obiettivo di scongiurare che Israele e la comunità internazionale mettano subito in scacco il nuovo governo di unità nazionale riesumando la sequela di richieste che il Quartetto (USA, ONU, UE e Russia) aveva imposto al governo Hamas nel 2006 all’indomani della vittoria elettorale del movimento islamico palestinese: riconoscimento di Israele, rinuncia alla violenza (cioè alla resistenza armata), e accettazione degli accordi precedentemente firmati dall’ANP con Israele.

Si tratta di condizioni che Hamas ha fermamente ribadito più volte di non voler accettare, in primo luogo perché neanche Israele ha riconosciuto uno Stato palestinese né ha accettato di definire i propri confini, in secondo luogo perché Hamas non vuole rinunciare a quello che dal suo punto di vista è un “legittimo strumento di resistenza”, come precondizione a qualsiasi negoziato e non come conseguenza di un processo negoziale e del raggiungimento di un accordo (e intende in ogni caso continuare a mantenere la tregua a Gaza che in questi anni ha dimostrato di saper rispettare), ed infine poiché ritiene che lo stesso Stato di Israele abbia più volte violato, e tuttora non rispetti, gli accordi firmati con l’ANP.

UN NUOVO BOICOTTAGGIO A DANNO DEI PALESTINESI?

Ribadire che i negoziati rimangono sotto la giurisdizione dell’OLP (di cui Hamas al momento non far parte), e che il governo ad interim di unità nazionale sarà composto da “tecnici indipendenti” rappresenta dunque una manovra da parte palestinese – e di Fatah in particolare – per evitare che il nuovo esecutivo venga sottoposto allo stesso assedio a cui fo sottoposto il governo Hamas.

Tale manovra tuttavia appare probabilmente vana – e Abbas deve essere stato consapevole dei rischi a cui andava incontro – poiché il governo Netanyahu ha subito dichiarato che l’ANP deve scegliere tra la pace con Israele e la pace con Hamas. Come ulteriore misura, Tel Aviv ha deciso di sospendere (per ora temporaneamente, ma la misura è candidata a diventare definitiva) il trasferimento di milioni di dollari in entrate fiscali palestinesi all’ANP – una misura che fu già adottata da Israele tra il 2000 e il 2002 in coincidenza con la seconda Intifada, e tra il 2006 e il 2007 quando Hamas era parte integrante del governo palestinese.

Nel frattempo, non solo esponenti dell’estrema destra israeliana, ma anche alcuni membri del governo Netanyahu hanno affermato che Israele dovrebbe minacciare l’annessione della Cisgiordania come rappresaglia contro l’accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas.

Inoltre, alla sospensione del trasferimento delle entrate fiscali palestinesi – di fatto soldi palestinesi gestiti da Israele – potrebbe presto aggiungersi la sospensione dei finanziamenti americani all’ANP. Infatti, se alcuni membri dell’amministrazione USA hanno adottato un atteggiamento attendista e di cautela nei confronti del nuovo governo palestinese che potrebbe delinearsi, ben diversa è stata la reazione del Congresso. Negli Stati Uniti, Hamas è considerato un’organizzazione terroristica, ed è politicamente e giuridicamente molto difficile che dei soldi americani possano andare ad un governo che, malgrado le manovre palestinesi per renderlo “indipendente”, avrebbe di fatto il sostegno di una tale organizzazione.

Se si tiene conto che Obama si avvia alla sua corsa per la rielezione nel 2012, e che finora le pressioni della lobby israeliana a Washington sono sempre riuscite a piegare la volontà della Casa Bianca (di recente il caso più emblematico si è verificato quando gli USA hanno fatto ricorso al veto – per la prima volta sotto la presidenza Obama – per bloccare una risoluzione ONU di condanna degli insediamenti israeliani la quale ha avuto 14 voti favorevoli su 15, compresi quelli di Gran Bretagna, Francia e Germania), appare probabile che l’ANP dovrà confrontarsi con un nuovo boicottaggio americano qualora l’accordo di riconciliazione dovesse essere realmente implementato.

IL RICORSO ALL’ONU

Tale accordo, ed il conseguente braccio di ferro che già si prefigura tra l’ANP da un lato ed Israele – e probabilmente Washington – dall’altro, sono due fattori emersi all’improvviso mentre l’ANP era nel pieno della propria corsa per ottenere il riconoscimento di uno Stato palestinese in settembre da parte dell’ONU.

Sebbene un simile riconoscimento non si tradurrebbe certamente nella vera creazione di uno Stato, i vertici palestinesi ritengono che esso ridurrebbe lo spazio di manovra di Israele e renderebbe più difficile a Washington appoggiare incondizionatamente le politiche israeliane. In particolare, il presidente Abbas confida nell’appoggio dei paesi europei e delle potenze emergenti, in un contesto di crescente internazionalizzazione della questione palestinese che ha visto recentemente paesi come Brasile e Argentina riconoscere ufficialmente uno Stato palestinese indipendente entro i confini del 1967.

Tuttavia, se fino a questo momento a Tel Aviv e Washington i detrattori dell’iniziativa dell’ANP presso le Nazioni Unite affermavano che Abbas non poteva chiedere il riconoscimento di uno Stato palestinese in quanto egli non era rappresentativo del suo popolo, diviso in due entità separate guidate da due governi diversi a Gaza e a Ramallah, ora essi sosterranno che l’ONU non può riconoscere uno Stato governato da un’entità “terroristica”. La battaglia si preannuncia dunque aspra anche al “palazzo di vetro”.

Da quanto fin qui esposto emerge che le sfide che attendono il futuro governo palestinese di unità nazionale – se del tutto esso vedrà la luce – sono enormi. A questo punto ci si potrebbe chiedere cosa ha spinto le due controparti a stipulare un accordo di riconciliazione, dopo che per anni ogni forma di negoziato tra esse era sembrata inesorabilmente destinata al fallimento, e soprattutto cosa ha convinto il presidente Mahmoud Abbas a scommettere su questo accordo, alla luce dei rischi di boicottaggio con cui l’ANP dovrà confrontarsi in conseguenza di esso.

FALLIMENTO DEL PROCESSO DI PACE E SOLLEVAZIONI POPOLARI

E’ opinione di diversi analisti che a spingere Abbas in questa direzione sia stato il fallimento di tutto ciò su cui egli aveva puntato nel corso dei suoi anni alla presidenza: la scelta del negoziato a oltranza e la cieca fiducia nella mediazione americana, mentre gli insediamenti israeliani continuavano a espandersi senza sosta.

Molti ritengono che Abbas abbia definitivamente perso la fiducia nell’amministrazione Obama, dopo che quest’ultima si è dimostrata incapace di imporre a Israele il congelamento degli insediamenti, e addirittura ha continuato ad appoggiare le posizioni israeliane in sede ONU.

Ma il fallimento dell’amministrazione Obama ha sancito anche il fallimento personale di Abbas e delle sue politiche, e dunque la sua completa delegittimazione agli occhi dei palestinesi – soprattutto se si tiene conto che il suo mandato è ormai scaduto da tempo.

La posizione di Abbas si è ulteriormente complicata a seguito delle rivolte della cosiddetta “primavera araba” che, partendo dalla Tunisia, si è propagata in tutta la regione. L’ANP, ostaggio dei finanziamenti americani ed occidentali, è vista da molti arabi come un esempio della corruzione e dell’inettitudine dei regimi arabi, e del loro asservimento a potenze straniere come gli Stati Uniti.

La caduta di Hosni Mubarak ha poi rappresentato per Abbas la scomparsa del suo più importante alleato in Medio Oriente. Il nuovo regime egiziano non sembra intenzionato a giocare il ruolo di difensore dello status quo, e di partner di Israele e degli USA nell’assedio di Gaza.

Tutti questi elementi hanno convinto il presidente palestinese a giocare il tutto per tutto, puntando quel poco di capitale politico rimastogli su un accordo di riconciliazione con Hamas.

Per altro verso, il tramonto politico di Hosni Mubarak ha rimosso l’ostacolo più ingombrante nei rapporti tra il Cairo ed il movimento islamico palestinese. Il nuovo regime egiziano, che sembra essere in buoni rapporti con i Fratelli Musulmani egiziani di cui Hamas rappresenta per certi versi una costola, sta cercando di recuperare un ruolo indipendente a livello regionale, anche perché tale ruolo rappresenterebbe un potente fattore di legittimazione agli occhi dell’ancora turbolento fronte egiziano interno.

Non considerando più Hamas come un nemico esistenziale dell’Egitto, il nuovo regime del Cairo è riuscito a sua volta a guadagnarsi la fiducia del movimento islamico palestinese il quale lo ha accettato come garante dell’accordo di riconciliazione – a differenza di quanto aveva fatto con Mubarak.

Anche la scelta di Hamas, del resto, proprio come quella di Mahmoud Abbas, è stata motivata in parte da ragioni di debolezza. Assediato ormai da quattro anni nell’impoverita enclave di Gaza, isolato a livello internazionale ed in crisi di consensi nella Striscia, il movimento ha visto nelle scorse settimane la sua unica retrovia araba – la Siria, che ospita il capo dell’ufficio politico del partito, Khaled Meshaal – travolta dalle proteste popolari e dalla brutale repressione del regime di Damasco.

Hamas, che come detto non è altro che la branca palestinese della Fratellanza Musulmana, è venuto a trovarsi in una posizione imbarazzante dal momento che è ospite di un regime che in questo momento, a causa della sua condotta repressiva, è duramente criticato dai Fratelli Musulmani siriani, da quelli giordani e dallo stesso Yusuf al-Qaradawi, influente leader spirituale sunnita noto per le sue abituali apparizioni sugli schermi di al-Jazeera.

Inoltre, alla luce della destabilizzazione interna della Siria, il futuro della presenza di Hamas nel paese è a rischio, al pari di quella delle altre fazioni palestinesi tradizionalmente ospitate dal regime siriano. Nei giorni scorsi, alcune voci poi smentite (almeno fino a questo momento) avevano addirittura indicato che la leadership di Hamas avrebbe abbandonato Damasco per il Qatar.

Tutto ciò ha avuto un ruolo determinante nel convincere il movimento palestinese ad uscire dal suo isolamento a livello arabo, allacciando contatti con nuovi partner – il nuovo Egitto, e lo stesso Qatar, che ha calorosamente appoggiato l’accordo di riconciliazione – e cercando di rompere l’assedio di Gaza attraverso un accordo con il Cairo e con l’ANP. Tale accordo, anche secondo quanto ribadito dal governo egiziano, dovrebbe spianare la strada all’apertura del valico di Rafah con l’Egitto.

INCOGNITE DELL’ACCORDO E VARIABILI REGIONALI

L’accordo raggiunto tra Fatah e Hamas è dunque il frutto dello stallo del processo di pace, del fallimento della mediazione americana, e delle trasformazioni regionali che hanno visto il divampare delle proteste popolari e delle rivendicazioni di giustizia e democrazia in tutto il Medio Oriente, seguite dall’emergere di un nuovo governo al Cairo e dal pauroso vacillare del regime di Damasco.

La riconciliazione è poi un accordo di necessità, motivato almeno in parte dalle difficoltà in cui versano sia Hamas che Fatah. Pertanto tale accordo – che è stato accolto con favore dalla popolazione palestinese, la quale da anni chiede di essere rappresentata da un unico governo e da istituzioni unitarie – è esposto a numerose incognite e interrogativi.

La vera sfida sarà l’effettiva implementazione dell’accordo, tenuto conto che:

- Esso ha una forma molto vaga e comporta il rischio che la Palestina rimanga di fatto divisa in due entità separate: Gaza e la Cisgiordania.

- Sarà estremamente difficile armonizzare i servizi di sicurezza affiliati a Hamas con quelli dell’ANP addestrati e finanziati dagli USA.

- Fatah e Hamas dovranno accordarsi su un programma politico nazionale comune, che al momento non esiste.
- L’ANP è un’istituzione debole che per funzionare dipende in ogni cosa dalla buona volontà della potenza occupante.

- Non è chiaro fino a che punto l’Egitto, che è il garante dell’accordo, riuscirà a portare avanti la sua nuova politica indipendente qualora dovesse emergere una forte opposizione da parte di Washington.

Al di là di questi interrogativi, vi sono però variabili a livello regionale che, alla luce della situazione estremamente fluida che caratterizza il Medio Oriente in questo momento, potrebbero giocare a favore dell’accordo. Ad esempio:

1) Pur essendo certo che il governo Netanyahu farà di tutto per far fallire la riconciliazione, non è chiaro fino a che punto gli Stati Uniti, pur volendolo, siano in grado di esercitare pressioni realmente efficaci sull’ANP, sul Cairo e in sede ONU, alla luce della loro debolezza interna e del numero e della complessità dei fronti sui cui essi sono già impegnati sia militarmente che diplomaticamente – talvolta per difendere vitali interessi nazionali.

2) Sebbene Tel Aviv e Washington possano certamente imporre un boicottaggio finanziario all’ANP, la determinazione con cui Abbas ha mostrato di voler difendere l’accordo ha spinto diversi osservatori a ipotizzare che alcuni paesi arabi potrebbero essere disposti a coprire almeno in parte le spese dell’ANP (a questo proposito molti guardano all’Arabia Saudita, i cui rapporti con Washington in questo momento non sono idilliaci).

3) La capacità del Cairo di portare avanti una politica estera più assertiva e indipendente, di difendere l’accordo e di porre realmente fine all’insostenibile assedio di Gaza aumenterà se il nuovo regime egiziano riuscirà a stabilizzare la situazione politica ed economica interna, ad assicurarsi una reale legittimazione democratica, ed a trovare finanziatori esteri che aiutino il paese ad uscire dalla crisi che sta attraversando, eventualmente rendendolo meno dipendente dagli aiuti americani (il viaggio del primo ministro egiziano Essam Sharaf in Arabia Saudita, Qatar e Kuwait, la scorsa settimana, aveva anche questo fra i suoi obiettivi).

Certo è che – come ha scritto recentemente il presidente turco Abdullah Gul dalle pagine del New York Times – un accordo di pace israelo-palestinese rappresenterebbe un contributo essenziale a far sì che le rivoluzioni attualmente in corso in Medio Oriente portino a una nuova era di democrazia e di concordia nella regione. Ma è altrettanto vero che – come ha scritto l’ex consigliere dell’ANP Khaled Elgindy – non è pensabile che la pace possa essere raggiunta solo con una parte dei palestinesi, a spese dell’altra; o che i palestinesi debbano essere costretti a scegliere tra l’eventualità di restare in guerra con se stessi e quella di restare in guerra con Israele.

E’ dunque evidente che un accordo di riconciliazione tra i palestinesi è un passo necessario e imprescindibile per il raggiungimento di una pace equa e duratura in Medio Oriente. Nell’interesse della sicurezza, della stabilità e della democrazia nella regione, dunque, questo accordo non dovrebbe essere ostacolato né da Israele né dagli Stati Uniti.

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30 marzo 2011

In Europa le menzogne israeliane hanno sempre meno presa.

Nell’interessante articolo che segue, scritto da Daud Abdullah per il sito web di al-Jazeera e qui proposto nella traduzione offerta da Medarabnews, si da’ conto di un recente sondaggio condotto in vari paesi europei, da cui si evince un sempre crescente distacco tra i cittadini Ue e i rispettivi governi nazionali riguardo a Israele, al suo essere o meno uno stato “democratico”, ai rapporti da tenere con esso.

Nonostante l’aggressività e l’influenza economica e politica della lobby ebraica nei vari paesi europei, e malgrado la disinformazione sparsa a piene mani dai media di regime, nell’opinione pubblica si fa’ strada ogni giorno di più la consapevolezza della brutalità e dell’efferatezza dei crimini commessi da Israele e dell’intollerabilità delle quotidiane violazioni dei diritti umani poste in essere da questo stato-canaglia ai danni del popolo palestinese.

Una spinta in più per proseguire ed intensificare l’opera di informazione sui crimini dell’occupazione israeliana e le campagne di boicottaggio e di disinvestimento nei confronti dello stato ebraico.

Gli Europei divisi su Israele. di Daud Abdullah – 13.3.2011

Il Medio Oriente non è l’unica regione in cui si assiste ad un crescente divario tra i governi e le persone. Un importante sondaggio condotto in Europa ha mostrato come i governi siano sempre meno in sintonia con le opinioni delle loro popolazioni sul conflitto in Palestina.

Questo è uno dei principali risultati di un’indagine effettuata da un istituto di sondaggi con sede a Londra, l’unità di ricerca governativa e sociale dell’ICM, per conto del Centro Studi di Al Jazeera, del Middle East Monitor e del Muslim European Research Centre.

Il sondaggio, il primo del suo genere a concentrarsi esclusivamente sulle percezioni degli europei nei confronti del conflitto, è stato condotto in Germania, Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Gran Bretagna.

Dalla sua creazione nel 1948, gli europei hanno sempre simpatizzato con lo Stato di Israele. Gli hanno profuso illimitata assistenza diplomatica, politica e militare, e persino risorse nucleari, gentilmente offerte dai francesi. Il sondaggio rivela che ora gli europei guardano con poca simpatia a pratiche che sono chiaramente illegali, ingiuste e oppressive.

Mentre i governi europei, individualmente e collettivamente, rendono regolarmente omaggio alla democrazia israeliana – affermando che è l’unica democrazia in Medio Oriente – le loro opinioni pubbliche sono riluttanti a farlo. Il 34% delle 7.045 persone intervistate ritiene che Israele non sia una democrazia, mentre meno della metà del campione, ovvero il 45%, crede che lo sia.

In Italia e in Spagna, uno stupefacente 41% ritiene che Israele non sia una democrazia. Esprimendo questo punto di vista, l’opinione pubblica europea sembra voler dire ai governi: la nostra fedeltà va ai principi di democrazia, e non ai politici di carriera che agiscono in modo diverso.

Uno dei motivi più salienti dietro questo atto di accusa contro la democrazia israeliana è rappresentato dalle sue azioni “illegali” e dalla sua indifferenza nei confronti degli standard internazionali di comportamento. Metà degli europei, il 53%, considera illegale l’assedio alla Striscia di Gaza, il 60% ha detto che l’invasione dell’énclave nel 2008-09 è stata illegale, mentre il 64% ha affermato che l’attacco di Israele contro la Freedom Flotilla nel maggio 2010 era anch’esso illegale. Il messaggio che emerge dal sondaggio, a quanto pare, è che il futuro sostegno da parte degli europei deve essere guadagnato, e non va dato per scontato sulla base di menzogne o di un’adesione solo parziale alle norme internazionali.

Similmente, più di un terzo degli intervistati (il 34%) ha detto che gli ebrei che hanno la cittadinanza in un paese europeo non dovrebbero essere autorizzati a servire nell’esercito israeliano, a fronte di un mero 17% che ha affermato il contrario.

Israele come ‘potenza occupante’

Il cambiamento in atto oggi corrisponde al rifiuto del paradigma della «guerra al terrore», cinicamente usato come copertura per negare ai palestinesi il diritto fondamentale alla libertà. Gli europei, dunque, sono tornati alla formula «occupato/occupante». Il sondaggio ha rivelato una migliore comprensione della natura dell’occupazione israeliana.

Ha dimostrato che il 49% degli intervistati riconosce in Israele la potenza occupante, mentre il 22% ha dichiarato di non sapere se lo fosse o meno. Quando l’Università di Glasgow condusse il suo studio in Gran Bretagna nel 2001 scoprì che il 71% non sapeva che fossero gli israeliani ad occupare i territori palestinesi.

Benché il sondaggio dell’ICM riveli un netto miglioramento nella comprensione del conflitto, esso dimostra una chiara mancanza di consapevolezza della situazione, considerando il fatto che ci sono molte risoluzioni delle Nazioni Unite che fanno esplicito riferimento ad Israele come potenza occupante. In realtà, quindi, più cittadini europei dovrebbero essere consapevoli del parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 2004, nel quale si afferma che “gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, sono illegali, ed un ostacolo alla pace e allo sviluppo economico e sociale” .

Un’altra rivelazione interessante emersa dal sondaggio riguarda il tema delle critiche rivolte a Israele. Mentre il 50% degli intervistati è d’accordo con l’opinione secondo la quale criticare Israele non rende una persona antisemita, solo il 12% ha detto che criticare Israele significa essere antisemita.

Questo particolare risultato, senza dubbio, colpisce al cuore le affermazioni di lobbisti filo-israeliani e di personaggi del calibro dell’ex primo ministro spagnolo Jose Maria Aznar, che equiparano il rivolgere critiche contro Israele all’antisemitismo.

Chiaramente sotto le pressioni di un’aggressiva lobby filo-israeliana, molti governi europei, tra cui la Gran Bretagna, hanno preso provvedimenti per cambiare le loro leggi in materia di giurisdizione universale. Il sondaggio, tuttavia, ha mostrato che una chiara maggioranza, il 58%, si oppone all’idea di cambiare le leggi al fine di rendere più facile a persone accusate di crimini di guerra recarsi in Europa, mentre solo il 10% è d’accordo con tali modifiche. In Gran Bretagna, solo il 7% sostiene simili cambiamenti.

Questa è la percentuale più bassa registrata in Europa. Va rilevato che 2.000 persone sono state intervistate in Gran Bretagna con un margine di errore del 2%. Eppure il governo in carica è determinato a portare avanti questa impopolare politica. Il messaggio clamoroso è che la giustizia non è monopolio di un determinato popolo, di una specifica religione o di un dato paese. Si tratta di un valore universale.

Coinvolgere Hamas

Un’importante risultato del sondaggio riguarda infine l’inclusione o l’esclusione di Hamas dai colloqui di pace. Sebbene l’Unione Europea abbia deciso nel 2003 di includere Hamas nella lista delle organizzazioni “terroristiche” e di escluderlo da qualsiasi negoziato, il 45% degli intervistati ha detto che Hamas dovrebbe essere coinvolto.

In Gran Bretagna, dove l’ex ministro degli esteri Jack Straw aveva svolto un ruolo fondamentale nell’inserire Hamas in questa lista, il 44% ritiene che Hamas dovrebbe essere incluso nel processo politico, e solo il 19% afferma che il movimento dovrebbe esserne escluso. Ancora una volta, su un tema tanto importante, i governi europei sembrano essere da una parte e le loro popolazioni da un’altra.

Negli ultimi anni Israele ha investito enormi risorse umane e materiali per migliorare la sua immagine pubblica in Europa. Mentre il sondaggio dell’ICM ha dimostrato che la sua lobby europea ha influito sulla politica così come sui mass media, tale azione di lobby non si è trasformata in sostegno pubblico.

La causa di questa sconfitta è la percezione crescente dell’opinione pubblica che Israele sia uno Stato che cerca di progredire e prosperare attraverso la sottomissione di un altro popolo. Oggi il pubblico europeo vede le cose diversamente. A differenza dei suoi governi, ritiene che la realizzazione di ciascuno potrà essere ottenuta soltanto attraverso il riconoscimento della dignità umana fondamentale e della libertà di tutte le altre persone, compresi i palestinesi.

Daud Abdullah è direttore del Middle East Monitor (MEMO)

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16 dicembre 2010

Il mediatore fasullo.

Il conflitto israelo-palestinese è ancora in cerca di un suo “honest broker” che ne faciliti lo sbocco verso un accordo di pace equo e duraturo.

Non sono da considerarsi un mediatore “onesto” gli Stati Uniti, che ora hanno persino rinunciato a chiedere (rectius, a implorare) uno stop dei lavori di ampliamento delle colonie illegali nella West Bank.

Ma non è nemmeno tale un paese arabo come l’Egitto, più sensibile ai desiderata di Israele e degli Usa piuttosto che ai bisogni e ai diritti del popolo palestinese. Non è un caso che l’Egitto, dopo Israele è ovvio, sia il maggior beneficiario nell’area di trasferimenti monetari da parte degli Stati Uniti.

Tutto questo non è certo una novità, ma le recenti rivelazioni di Wikileaks e i dispacci diplomatici Usa che attestano la cooperazione di intelligence tra l’Egitto e Israele e l’odio di Mubarak verso Hamas appalesano al mondo questa ignobile realtà, e compromettono fortemente quel ruolo di mediatore che l’Egitto cercava di ritagliarsi in Medio Oriente.

Sull’argomento, nella traduzione fornita da Medarabnews, propongo l’articolo scritto da Abigail Hauslohner e apparso il 9 dicembre scorso sul sito web di Time Magazine.

Una parentesi: l’unico stato assolutamente non toccato dalle rivelazioni di Wikileaks è Israele. Ciò ha determinato l’irrefrenabile contentezza di Netanyahu (“se Wikileaks non ci fosse bisognerebbe inventarlo”), ma anche l’insorgere in taluni di dubbi e dietrologie su tale circostanza.

Ma è naturale che i dispacci diplomatici Usa non contengano nulla di negativo su Israele, vista la totale compenetrazione e coincidenza della politica estera israeliana e di quella statunitense nella regione, quali rivelazioni scomode sarebbero dovute scaturire dai dispacci diplomatici americani?

Il diluvio di cablogrammi diplomatici riservati degli Stati Uniti rilasciati a partire da domenica 28 novembre da WikiLeaks rischia di compromettere ulteriormente il già discutibile ruolo dell’Egitto quale mediatore neutrale tra le due fazioni palestinesi, di mettere in imbarazzo gli Stati Uniti con uno dei suoi principali alleati mediorientali, e di esporre l’autocratico regime di Hosni Mubarak ad ulteriori critiche dopo elezioni parlamentari segnate da molteplici denunce di brogli e abusi elettorali.

Per il Cairo, l’interesse del paese rivolto alle elezioni avvenute proprio nel giorno delle prime pubblicazioni di WikiLeaks potrebbe servire a distrarre l’opinione pubblica per il momento. I quotidiani egiziani di lunedì hanno dedicato un po’ di spazio ai cablogrammi, tuttavia si sono concentrati sulle rivelazioni riguardanti i loro vicini ed altri paesi – ma non l’Egitto. Nel frattempo un portavoce del Ministero degli Esteri si è rifiutato di rilasciare commenti riguardo all’impatto dei documenti – sostenendo che non era informato degli eventi e che si trovava in Libia. Ma gli analisti dicono che sia inevitabile che i dettagli sull’intransigenza della posizione egiziana nei confronti di Hamas, e sulla stretta collaborazione del Cairo con Israele, forniscano nuovi argomenti al più grande gruppo di opposizione in Egitto, i Fratelli Musulmani, i quali hanno subito una dura sconfitta nelle elezioni dello scorso fine settimana.

Uno degli argomenti più forti dei Fratelli Musulmani contro l’impopolare regime di Mubarak è la presunta vicinanza di quest’ultimo a Israele – un vicino ancora largamente malvisto dalla maggioranza degli Egiziani. A seguito della rivelazione dei dispacci diplomatici, l’Egitto dovrà ora rendere conto di nuovi dettagli che riguardano la sua cooperazione con lo Stato ebraico e il suo ruolo di mediatore per la pace. “Credo che la cosa più importante sia il nesso che esiste tra questi documenti che spiegano tutto, e l’imbavagliamento della democrazia e dei Fratelli Musulmani”, dice Essam al-Erian, un membro dell’ufficio direttivo della Fratellanza. “Se in Egitto ci fosse una democrazia e i Fratelli Musulmani diventassero più forti, questo minaccerebbe il buon rapporto che c’è tra l’Egitto gli Israeliani”.

La Fratellanza ora ha una miniera di informazioni a cui attingere. Per esempio, una comunicazione del febbraio 2009 a firma di Margaret Scobey, l’ambasciatrice statunitense al Cairo, e diretta al Segretario di Stato Hillary Clinton, descrive una condivisione di informazioni di intelligence fra l’Egitto e Israele che rischia di aggiungere ulteriore credito alle accuse secondo cui la cooperazione fra i due Stati avrebbe portato all’attacco a Gaza avvenuto il mese prima — un’accusa veementemente negata dall’Egitto. Potenzialmente ancora più incriminante è un comunicato dell’ambasciata americana di Tel Aviv risalente al gennaio 2009, che rivela che l’Egitto era stato consultato riguardo agli attacchi aerei e terrestri di Israele a Gaza prima dell’aggressione.

Quello che dovrebbe preoccupare di più il governo egiziano, però, è il colpo subito come mediatore regionale per la pace. Per anni il governo Mubarak si è presentato come l’unico attore diplomatico capace di ricucire la spaccatura del 2007 fra le due fazioni palestinesi Fatah e Hamas, la quale aveva lasciato a Hamas il controllo di Gaza e a Fatah quello della West Bank. I Palestinesi ritengono che la riconciliazione fra le due fazioni sia un requisito necessario per il successo di qualsiasi accordo di pace con Israele, ma molti accusano l’Egitto di essere un mediatore di parte e quindi inadatto al ruolo. I documenti rivelati lasciano ora pochi dubbi sulla posizione egiziana.

“Mubarak odia Hamas e lo considera alla stregua dei Fratelli Musulmani in Egitto, che lui considera come la sua più grande minaccia politica”, scrisse Scobey nel cablogramma del Febbraio 2009. Un altro comunicato che descrive l’incontro fra il capo dei servizi segreti egiziani Omar Suleiman e il Generale David Petraeus del CENTCOM statunitense, sempre nel 2009, rivela che Suleiman era pessimista sulle possibilità di raggiungere un accordo. “Mi considero un uomo paziente, ma sto perdendo la pazienza”, disse Suleiman a Petraeus. Lo stesso cablogramma sottolinea anche che l’Egitto era determinato a indebolire Hamas e a rafforzare l’appoggio popolare al Presidente palestinese Mahmoud Abbas in Occidente.

“Hamas userà quel comunicato per lanciare una campagna contro la diplomazia egiziana e accusare l’Egitto di avere un ruolo destabilizzante nel processo di riconciliazione”, prevede Emad Gad, un analista di relazioni internazionali presso l’al-Ahram Center for Political and Strategic Studies al Cairo. “Possono danneggiare il ruolo di mediatore dell’Egitto”.

Allo stesso tempo questa fuga di notizie rivela una relazione a volte alquanto tesa tra gli Stati Uniti e uno dei suoi più fedeli alleati regionali. “Gli Egiziani da tempo sentono che nel migliore dei casi diamo per scontata la loro amicizia, e nel peggiore che ignoriamo deliberatamente i loro consigli mentre cerchiamo di obbligarli ad accettare le nostre posizioni”, Scobey informò la Clinton nel comunicato del Febbraio 2009. L’ambasciatrice descrive il secondo maggiore beneficiario di aiuti militari statunitensi come “un alleato spesso ostinato e recalcitrante. Inoltre, la percezione che l’Egitto ha di sé come dell’ ‘indispensabile Stato Arabo’ è condizionata dalla sua reale efficacia nelle questioni regionali, tra cui il Sudan, il Libano e l’Iraq”. Poi Scobey suggerisce che la Clinton esalti pubblicamente l’importanza dell’Egitto negli affari regionali.

Altri dettagli, come una descrizione negativa del Ministro degli Esteri egiziano, potrebbero solo essere imbarazzanti. Quest’ultimo ha dichiarato lunedì al TIME che stava ancora vagliando i documenti e non era pronto a dare una risposta. Ma in un discorso pronunciato a Washington, la Clinton ha detto che, anche se in alcuni casi i comunicati sono dannosi e mettono a rischio la vita di vari operatori, la politica estera statunitense non è dettata dai cablogrammi e non sarebbe stata seriamente influenzata dalla mega-fuga di notizie. In risposta alla domanda di un giornalista, ha detto: “Sono sicura che il partenariato e le relazioni che abbiamo costruito all’interno di questo governo supereranno questa sfida.”

Abigail Hauslohner è corrispondente dal Cairo per il Time Magazine; ha trascorso lunghi periodi in Medio Oriente a partire dal 2006, seguendo l’Iraq, l’Afghanistan, il Sudan, lo Yemen, Gaza e l’Egitto

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1 dicembre 2010

Processo di pace: Hamas è parte del problema o della soluzione?

A partire dall’ ”End of Mission Report” dell’inviato Onu per il Medio Oriente Alvaro De Soto, numerose sono state in questi ultimi anni le voci influenti di critica alla posizione internazionale di boicottaggio e di esclusione di Hamas dal processo di pace con Israele.

Eppure non da ora il movimento islamico ha mostrato atteggiamenti pragmatici e ha dato più volte prova della volontà di pervenire ad una soluzione politica del conflitto israelo-palestinese. E, d’altra parte, non si riesce bene a capire come si possa davvero giungere ad un definitivo accordo di pace senza il coinvolgimento di Hamas.

Su questo verte l’articolo che segue, scritto il 10 novembre scorso da Mahmoud Jaraba per il sito web Carnegie Endowment e qui proposto nella traduzione di
Medarabnews.

Hamas e il processo di pace: parte del problema o parte della soluzione?

Il 14 ottobre Khaled Meshaal, capo dell’ala politica di Hamas, ha riferito al settimanale Newsweek che “c’è una posizione ed un programma che tutte le parti palestinesi condividono. Uno stato palestinese entro i confini del 1967 con Gerusalemme come capitale. Il diritto al ritorno. Uno stato sovrano sul suo territorio e lungo i suoi confini. E senza insediamenti”. Meshaal ha osservato che Hamas accetterà qualsiasi accordo con Israele che sia condiviso dalla maggioranza dei palestinesi, aggiungendo che “l’amministrazione americana dovrebbe sentire queste cose direttamente da noi”.

Le posizioni di Meshaal non sono una novità per Hamas, il quale ha assunto posizioni piuttosto pragmatiche su tali questioni da quando nel gennaio del 2006 ottenne la maggioranza (74 seggi su 132) nel parlamento palestinese e formò il decimo governo palestinese. Da allora, Hamas ha cercato di mostrare il suo lato più pragmatico, in particolare accettando una soluzione politica al problema palestinese. La soluzione implica la formazione di uno stato palestinese che si estenda dai confini del 1967 al fiume Giordano. Questa opinione è stata presentata nel documento di riconciliazione palestinese (anche chiamato “Documento dei Prigionieri”, un accordo tra alcuni attivisti detenuti appartenenti ad Hamas e ad altre fazioni palestinesi, il quale è stato modificato nel giugno del 2006). Il movimento ha anche annunciato in varie occasioni la sua volontà di sospendere la resistenza armata e di avviare una tregua di 10 anni in cambio di uno Stato palestinese sui territori del 1967.

Le dichiarazioni di Meshaal coincidono con la fase di stallo dei negoziati israelo-palestinesi e con la ripresa dei colloqui di riconciliazione tra Hamas e Fatah. Tali dichiarazioni contengono due importanti messaggi, uno per l’opinione pubblica nazionale, l’altro per l’arena internazionale. Il messaggio per quest’ultima è stato abbastanza chiaro: Hamas è un partner vitale e il suo coinvolgimento non significherebbe la fine dei negoziati – tale messaggio era diretto in particolare all’Europa, dove molti governi sono sempre più inclini a parlare direttamente con Hamas.

Il messaggio interno: pragmatismo di Hamas e timori di Fatah

Le dichiarazioni di Meshaal avevano anche lo scopo di mostrare ai palestinesi che Hamas è pragmatico e sicuro di sé, mentre l’Autorità Palestinese (ANP) e Fatah sono sulla difensiva. Le risposte contraddittorie dell’ANP e di Fatah alle sue dichiarazioni riflettono la situazione disperata in cui versa Ramallah: i negoziati con Israele sono in una fase di stallo, e Fatah è debole come sempre. Adnan al-Damiri, portavoce ufficiale dei servizi di sicurezza palestinesi, ha accusato Hamas di cercare di “essere una controfigura della leadership palestinese”. Dal canto suo, Osama al-Kawasimi, portavoce di Fatah, ha invece ben accolto le affermazioni Meshaal, affermando che esse dimostrano “una completa compatibilità con le posizioni politiche adottate dalla leadership palestinese nel 1988″, e che tali affermazioni avrebbero reso “la partnership palestinese più realistica”.

I tentativi di Hamas di dimostrare pragmatismo e apertura perlomeno verso alcuni degli attori internazionali sono una fonte costante di irritazione per l’ANP. Nel corso degli ultimi anni, Hamas ha dimostrato più perseveranza e manovrabilità politica di quanto molti non si aspettassero. Recentemente, il movimento ha iniziato a rompere l’embargo politico che lo ha isolato a livello internazionale, dimostrando la sua capacità di controllare lo stato della sicurezza a Gaza e di gestire accordi di sicurezza con Israele, tra cui una tregua raggiunta attraverso la mediazione egiziana.

Da parte sua, Fatah teme di perdere la sua posizione di preminenza se gli attori internazionali dovessero aprirsi ad Hamas. La strategia del defunto Yasser Arafat e di Fatah, a partire dai negoziati di Oslo del 1993, si è sempre basata sull’opporre la propria moderazione alle posizioni intransigenti di Hamas e alla sua tendenza all’uso della violenza. Il presidente Mahmoud Abbas ha seguito la stessa strategia fin dal 2005, in particolare dopo la frattura inter-palestinese, verificatasi a metà del 2007.

Mentre il controllo di Hamas su Gaza e il fallimento delle trattative per ottenere concessioni da parte israeliana hanno indebolito la posizione di Abu Mazen, la riconciliazione tra Fatah e Hamas potrebbe rafforzare il suo ruolo in patria e all’estero, e al tempo stesso sostenere i membri moderati all’interno di Hamas. Dopotutto, nell’Accordo Nazionale, Hamas decise di non opporsi alla gestione di negoziati diretti con Israele da parte del presidente palestinese, e Hamas potrebbe ribadire questo punto in un accordo futuro.

Le posizioni dei sostenitori di Hamas

I sostenitori di Hamas hanno anche un atteggiamento più pragmatico nei confronti della pace di quanto molti non si aspetterebbero.

Dai sondaggi condotti dal Palestinian Center for Policy and Survey Research con sede a Ramallah negli anni prima e dopo la spaccatura del 2007, emerge che i seguaci di Hamas non erano inesorabilmente a favore della violenza, a differenza di ciò che si ritiene comunemente.

La maggioranza dei sostenitori di Hamas si sono definiti come ampiamente a favore del processo di pace (il 55%, in media, nei sondaggi condotti da marzo 2006 a dicembre 2008, contro l’86% tra i sostenitori di Fatah). Inoltre, secondo un’indagine condotta nel marzo del 2006 in Cisgiordania e a Gaza, il 70% dei sostenitori di Hamas e l’84% dei sostenitori di Fatah sostenevano la piena riconciliazione fra palestinesi e israeliani, qualora venisse fondato uno stato palestinese e tale stato fosse riconosciuto da Israele. Paradossalmente, secondo un sondaggio dell’ottobre del 2010, una percentuale maggiore di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza si descrive come a favore del processo di pace (il 69%), rispetto a solo il 58% dei palestinesi in Cisgiordania.

Prendendo in considerazione le opzioni che i sostenitori di Hamas e Fatah potrebbero accettare come punto di partenza per un progetto nazionale palestinese unitario, i sondaggi mostrano che la maggioranza in entrambi i campi sostiene una soluzione politica basata sulla formazione di uno stato nei territori occupati nel giugno del 1967. Il 76% dei sostenitori di Hamas e praticamente tutti i sostenitori di Fatah (il 96%) concordano sul fatto che l’obiettivo del popolo palestinese è quello di creare uno stato palestinese indipendente su tutti i territori occupati nel 1967 con Gerusalemme come sua capitale. I sostenitori di Fatah e Hamas concordano anche sul diritto al ritorno dei profughi e sulla liberazione di tutti i prigionieri, come garantito dalle Nazioni Unite, secondo un sondaggio del giugno del 2006. Lo stesso sondaggio rivela che un’esigua maggioranza di sostenitori di Hamas (il 56%) e la stragrande maggioranza dei sostenitori di Fatah (l’86%) è a favore della costruzione di un consenso nazionale sulla base delle risoluzioni internazionali e arabe, come stabilito nel Documento dei Prigionieri.

Questi dati dimostrano che la base di Hamas ha spostato le proprie convinzioni in favore della volontà di raggiungere una pace che garantisca i più elementari diritti dei palestinesi, come previsto dalle risoluzioni delle Nazioni Unite, almeno fino alla spaccatura del 2007 e alla guerra di Israele a Gaza. Hamas ha ripetutamente detto che rispetterà le posizioni dei suoi sostenitori, e quelle dell’opinione pubblica palestinese in generale, in qualsiasi accordo futuro. Forse i sostenitori di Hamas ora sono più disillusi, dopo molti anni di cattivi rapporti con Fatah, di isolamento a Gaza, e di repressione in Cisgiordania. Ma le dichiarazioni di Meshaal rivelano che i leader di Hamas sono ancora disposti a mostrare un lato pragmatico, e ciò fa sperare sull’evoluzione di nuovi punti di vista all’interno del gruppo.

Mahmoud Jaraba è autore di “Hamas: Tentative March toward Peace” (Ramallah: Palestinian Center for Policy and Survey Research, 2010)

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15 ottobre 2010

La pace di Israele è solo un bluff.

Gli ennesimi colloqui di pace tra Israeliani e Palestinesi, appena iniziati, si trovano già in una fase di stallo, a causa dell'ostinato rifiuto da parte di Israele di sospendere l'attività di espansione delle colonie: proprio in questi giorni, il governo Netanyahu ha approvato la costruzione di 3.500 nuove unità abitative, di cui 238 a Gerusalemme est.

E', dunque, abbastanza normale che non siano in molti a nutrire fiducia nel buon esito di questi negoziati e, tra essi, vi è anche il leader di Hamas Khaled Meshaal, qui intervistato da Gianni Perrelli per l'Espresso n.41 in edicola la scorsa settimana.

La pace di Israele e' solo un bluff.

colloquio con Khaled Meshaal di Gianni Perrelli

Il negoziato per il Medio Oriente è un'altra volta in un vicolo cieco per colpa dell'ostinazione di Israele. Noi Palestinesi non abbiamo la forza sufficiente per poter dialogare alla pari. E il loro premier, Benjamin Netanyahu, non fa nulla per colmare questo squilibrio e favorire lo sviluppo della trattativa. E rifiuta tutte le nostre proposte...

Khaled Meshaal, 54 anni, leader dal 2004 di Hamas (il movimento palestinese che governa la Striscia di Gaza e che nella galassia della resistenza ha le posizioni più radicali), è pessimista sulla ripresa dei colloqui promossa da Barack Obama tra Netanyahu e il Presidente dell'Autorità nazionale palestinese Abu Mazen. E' da quattro decenni in esilio, non trascorre mai due notti di seguito nello stesso letto, ha subito almeno tre attentati.

Il più grave, nel settembre del '97, fu ordito proprio da Netanyahu (anche allora premier) che inviò a Amman una squadra di dieci agenti segreti. I sicari si intrufolarono di notte nella casa di Meshaal e, mentre dormiva, gli iniettarono una dose di veleno nel collo. Due degli attentatori furono arrestati. Re Hussein di Giordania intimò al governo israeliano l'invio dell'antidoto che strappò il capo palestinese alla morte.

"L'espresso" ha incontrato Meshaal in una sede superblindata alla periferia di Damasco. Occhio attento alle news che scorrono in televisione, scettico, quasi sprezzante, sull'invito rivolto da Netanyahu ai Palestinesi di non abbandonare il tavolo delle trattative.

"Abu Mazen, dopo la fine della moratoria sugli insediamenti, ha giustamente detto che è impossibile proseguire il dialogo. Ma il governo israeliano finge di cercare ancora la pace solo per dimostrare di essere veramente interessato al negoziato. Un modo per prendere tempo. Spetta alle grandi potenze smascherare questo inganno. In primo luogo agli Stati Uniti, ma anche all'Europa, che non può sottrarsi alle sue responsabilità. Perchè il dramma mediorientale è un bubbone che sta infettando tutto il mondo".

Migliorerebbe la prospettiva se in Israele fossero al governo i laburisti?

"Netanyahu è sicuramente un estremista. Ma anche quando erano al potere i laburisti non è successo niente. Il rifiuto degli israeliani dipende dal sionismo. Chi conosce la storia sa che è una filosofia di vita prima ancora che una dottrina politica".

Non pensa che Israele potrebbe avere un atteggiamento più morbido se decideste di liberare il soldato Gilad Shalit, prigioniero dal 2006?

"Per il momento il suo rilascio è fuori discussione. Nelle carceri israeliane i nostri prigionieri politici sono 8mila. Abbiamo proposto, in cambio della restituzione di Shalit, che ne liberassero un centinaio. Ma Netanyahu non è interessato".

Abu Mazen si è consultato con lei, magari indirettamente, prima di iniziare i colloqui di pace?

"No, i canali di comunicazione sono interrotti. Ma stiamo lavorando per riprendere a confrontarci. E' necessario fare uno sforzo comune per ritrovare l'unità fra tutti i gruppi della resistenza".

Hamas però è accusato di non rispettare a Gaza i parametri classici della democrazia.

"E' una affermazione ingiusta. Un frutto del complotto contro la nostra sicurezza che attraverso il blocco ha l'obiettivo di rovesciare il legittimo governo di Gaza".

Se fosse presente anche lei al negoziato quale strategia di dialogo adotterebbe?

"Prima di iniziare una vera trattativa per far cessare il conflitto, Israele dovrebbe impegnarsi a riconoscere sulla carta i nostri diritti. Solo così potremmo dialogare alla pari. Altrimenti, fino a che ci troveremo in una condizione di inferiorità, i colloqui per noi sono solo pericolosi. Servono invece a Netanyahu per uscire dall'isolamento cercando di relegare in secondo piano l'occupazione dei nostri territori. E sono utili anche ad Obama per rimontare la corrente alla vigilia delle elezioni di novembre".

Obama e Hillary Clinton sembrano in realtà guardare più lontano: al traguardo storico della pace duratura che conferirebbe un altissimo profilo all'attuale Amministrazione americana.

"Se è così, perchà non hanno mai mosso un dito contro la prepotenza degli israeliani? Noi abbiamo proposto di ripristinare le frontiere del '67. Ma gli Usa continuano ad avere un occhio di riguardo per Netanyahu che non mostra alcuna voglia di aderire a questo piano. Gli stessi giornali israeliani, sul fronte della sicurezza, scrivono che la linea politica di Obama è una garanzia per il loro popolo. E il mediatore americano George Mitchell nei suoi colloqui del Cairo ci ha esortato a non rompere il negoziato senza parlare della ripresa degli insediamenti".

Anziché irrigidirsi non sarebbe più costruttivo proporre qualche compromesso, andando incontro alla sacrosanta esigenza di sicurezza degli israeliani? Una trattativa non si sblocca mai se non si trova un punto di mediazione.

"Un giusto compromesso lo abbiamo individuato vent'anni fa quando, proponendo il ritiro di Israele nelle frontiere del '67, ci siamo detti disposti a rinunciare in cambio della pace al 20 per cento del nostro territorio. E' stata una concessione di non poco conto. Ora è ingiusto che ci chiedano altri sacrifici. L'obiettivo inderogabile resta la costituzione di uno Stato palestinese indipendente, il ritorno ai confini antecedenti la guerra dei sei giorni, il diritto al rimpatrio dei profughi. Meno di questo non possiamo accettare".

Se neanche stavolta sarà individuata una via d'uscita, che scenario immagina per il futuro?

Se la porta resterà chiusa non potrà che continuare la nostra resistenza. Non abbiamo altra scelta".

Può scoppiare la terza Intifada?

"Può essere uno sbocco".

Ma accentuerebbe il vostro isolamento.

"Non siamo così soli. Ci è molto vicina la Turchia. E possiamo contare su amici fidati come l'Iran, la Siria, il Qatar, il Sudan".

Lei è mai stato contattato come possibile interlocutore dagli inviati di Obama?

"Direttamente no. Ci sono stati solo contatti marginali. Con funzionari in pensione mandati a Damasco per tastare il terreno".

Come giudica la politica estera di Obama?

"Le sue mosse iniziali sembravano dischiudere un approccio amichevole nei confronti del mondo arabo. Poi qualcosa è cambiato. E in questo negoziato Obama non si è certo stracciato le vesti per impedire che Netanyahu estendesse l'occupazione. E' possibile che il presidente americano sia animato da buone intenzioni, ma non riesce a metterle in pratica. O perchè non ha la forza sufficiente o perchè è ostacolato da influenze esterne".

Sul dossier Iran cosa pensa della linea di Washington?

"Penso che i problemi gli arriveranno ancora una volta da Israele, che sta valutando la possibilità di attaccare l'Iran".

Un'eventuale bomba iraniana non è una minaccia per tutto il Medio Oriente?

"Se a Obama da' fastidio la presenza dell'atomica in quest'area, perchè non interviene su Israele che l'ha in dotazione?".

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18 febbraio 2010

Il "lavoro sporco" di Fatah in Cisgiordania.

Dopo la presa del potere nella Striscia di Gaza da parte di Hamas, nel giugno del 2007, la principale preoccupazione di Israele e degli Usa è stata quella di impedire che la stessa cosa potesse succedere nella West Bank.

A tal fine gli Usa hanno inviato sul posto il generale Dayton con il compito di formare e addestrare le forze di sicurezza fedeli ad Abu Mazen, mettendolo a capo di un progetto da 261 milioni di dollari che – alla fine del 2011 – dovrebbe portare alla formazione di 10 nuovi battaglioni di sicurezza, uno per ciascun governatorato della Cisgiordania più uno di riserva.

Lo scopo di questo progetto è chiaro. Parlando davanti ad una sottocommissione della Camera dei Rappresentanti, nel 2007, Dayton ha avuto modo di affermare come esso sia volto a “fornire sicurezza ai Palestinesi e a preservare e proteggere gli interessi dello Stato di Israele”.

Il che ha comportato non solo una serie di attacchi indiscriminati alla rete di sicurezza sociale di Hamas in Cisgiordania, ma anche, e soprattutto, l’instaurazione di un regime repressivo fatto di irruzioni, carcere duro e torture. In stretto coordinamento con i comandi di Tsahal ed in puro stile israeliano.

Pur di mantenere il potere, dunque, Abu Mazen si è persino adattato a svolgere per conto degli Israeliani il “lavoro sporco” di repressione e di annientamento delle strutture di Hamas in Cisgiordania. Con il rischio concreto, tuttavia, di provocare una vera e propria guerra civile.

Questo è l’argomento dell’articolo che segue, scritto l’8 febbraio scorso dal corrispondente canadese John Elmer per il sito web in lingua inglese di al-Jazeera, qui proposto nella traduzione di
Medarabnews.

Betlemme – Abu Abdullah non è mai stato condannato per nessun crimine, ma negli ultimi due anni è stato arrestato così tante volte da aver perso il conto. È stato arrestato al lavoro, al mercato, per strada e, più di una volta, durante violente incursioni compiute da uomini col volto coperto che hanno fatto irruzione in casa sua e lo hanno catturato davanti alla sua famiglia. Nel cuore del campo profughi di Deheishe, nei sobborghi di Betlemme, Abu Abdullah descrive nei dettagli le violenze fisiche che ha subito in carcere, le numerose infreddature, le notti insonni trascorse in celle sporche e striminzite, i periodi prolungati che ha passato legato in posizioni di logorante tensione muscolare, e le lunghe ore di aggressivi interrogatori. “Gli interrogatori cominciano sempre allo stesso modo”, spiega Abu Abdullah. “Chiedono di sapere chi ho votato alle ultime elezioni”.

Abu Abdullah non è il solo. Da quando il governo provvisorio del primo ministro palestinese Salam Fayyad ha preso il potere a Ramallah nel giugno 2007, storie come quelle di Abu Abdullah sono diventate la routine in Cisgiordania. Gli arresti sono parte di un piano più ampio messo in atto dalle forze di sicurezza palestinesi – finanziate e addestrate da ‘patroni’ europei e americani – per schiacciare l’opposizione e consolidare la presa sul potere in Cisgiordania da parte del governo guidato da Fatah.

Uno sforzo internazionale

Il governo del presidente palestinese Mahmoud Abbas è sostenuto da migliaia di membri delle forze di sicurezza e di polizia da poco addestrati, il cui obiettivo dichiarato è l’eliminazione dei gruppi islamisti che possono rappresentare una minaccia per il potere del governo – ovvero Hamas e i suoi sostenitori.

Sotto gli auspici del Tenente Generale Keith Dayton, coordinatore della sicurezza americana, queste forze di sicurezza ricevono una formazione pratica da personale militare canadese, britannico e turco in un centro di addestramento nel deserto, in Giordania.

Il programma è stato accuratamente coordinato con ufficiali di sicurezza israeliani. A partire dal 2007, il Centro internazionale di addestramento della polizia in Giordania ha formato e schierato 5 battaglioni della Forza di sicurezza nazionale Palestinese in Cisgiordania. Entro la fine del mandato di Dayton, nel 2011, il progetto da 261 milioni di dollari vedrà 10 nuovi battaglioni di sicurezza, uno per ciascuno dei 9 governatorati della Cisgiordania, più un’unità di riserva.

Il loro scopo è chiaro. Parlando davanti a una sottocommissione delle Camera dei Rappresentanti, nel 2007, Dayton definì il progetto come “davvero importante per portare avanti i nostri interessi nazionali, fornire sicurezza ai palestinesi e preservare e proteggere gli interessi dello stato di Israele”.

Altri sono stati persino più espliciti a proposito della funzione di queste forze di sicurezza. Quando Nahum Barnea, un esperto corrispondente israeliano specializzato in questioni legate alla difesa, nel 2008 ha assistito ad un incontro di coordinamento di massimo livello tra comandanti palestinesi e israeliani, ha detto di essere rimasto sbalordito da quanto aveva sentito.

“Hamas è il nemico, e abbiamo deciso di muovergli una guerra totale”, ha detto Majid Faraj, l’allora capo dell’intelligence militare palestinese ai comandanti israeliani, secondo quanto riferito da Barnea. “Ci stiamo occupando di ogni istituzione di Hamas in conformità con le vostre istruzioni”.

Dopo la presa del potere da parte di Hamas a Gaza

Quando Dayton arrivò negli ultimi giorni del 2005, la sua missione di era quella di creare una forza di sicurezza palestinese apparentemente incaricata di opporsi alla resistenza palestinese. Il progetto ebbe inizio a Gaza. Sean McCormack, al tempo un portavoce del Dipartimento di Stato americano, spiegò il ruolo di Dayton come “il vero lavoro tecnico, di formazione e di equipaggiamento, nel contribuire a costituire le forze di sicurezza”.

Ma a poche settimane dal suo arrivo, le cose cominciarono ad andare in pezzi. La decisiva vittoria di Hamas alle elezioni del 2006 inaugurò un paralizzante embargo internazione contro i palestinesi a Gaza. Poco dopo, le forze di sicurezza di Hamas e Fatah iniziarono a combattere per le strade, e ciò culminò con la presa del potere da parte di Hamas nella Striscia, nel giugno del 2007.

Gli obiettivi iniziali di Dayton erano andati in fumo, e mentre Fayyad diventava primo ministro di un governo “provvisorio” a Ramallah, veniva formulata una nuova strategia di sicurezza.

Mentre un sinistro status quo si instaurava a Gaza, la nuova missione di Dayton divenne chiara. Il compito del coordinatore della sicurezza era ora quello “di prevenire una presa del potere di Hamas in Cisgiordania”, secondo Michael Eisenstadt, ex collaboratore di Dayton.

Un attacco coordinato all’apparato civile di Hamas fu lanciato immediatamente dopo la presa del potere da parte di quest’ultimo a Gaza nel giugno 2007. Il Generale di divisione Gadi Dhamni, a capo del comando centrale dell’esercito israeliano, diresse un’iniziativa volta a colpire la base dell’appoggio di Hamas in Cisgiordania. Il piano, soprannominato Strategia Dawa, comportava l’esatta identificazione dell’esteso apparato di assistenza sociale di Hamas, il pilastro della sua popolarità tra molti palestinesi.

Omar Abdel Razeq, ex ministro delle finanze nel breve governo Hamas, spiega gli effetti di questa iniziativa. “Quando parliamo delle infrastrutture parliamo delle società, delle cooperative e delle istituzioni che erano preposte all’aiuto dei poveri”, dice. “Loro hanno fatto fuori le infrastrutture di Hamas”. Il Generale di Brigata Michael Herzog, capo di stato maggiore di Ehud Barak, il ministro della Difesa israeliano, ha riassunto il punto di vista degli israeliani sul progetto. “Dayton sta facendo un ottimo lavoro”, ha detto. Siamo molto contenti di quello che sta svolgendo”.

Le accuse di tortura

La strategia Dawa ha visto più di 1.000 palestinesi imprigionati dalle forze dell’Autorità Palestinese (ANP). Gli arresti – sebbene concentrati su Hamas e sui suoi sospetti alleati – hanno toccato un ampio strato della società palestinese, e tutte le fazioni politiche. Hanno preso di mira assistenti sociali, studenti, insegnanti e giornalisti. Ci sono state regolari irruzioni nelle moschee, nei campus universitari e negli enti benefici, e ripetute accuse di torture, a carico degli ufficiali delle forze di sicurezza finanziate dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Tali accuse includono diversi decessi avvenuti in prigione.

Nel mese di ottobre, Abbas ha emanato un decreto contro le forme di tortura più violente usate dalle sue forze di sicurezza e ha sostituito il suo ministro dell’interno, il Generale Abdel Razak-al-Yahya, partner di vecchia data di Israele e degli Stati Uniti, con Said Abu Ali. Sebbene si sia registrato un miglioramento a partire dall’emanazione del decreto, gli attivisti dei diritti umani hanno sostenuto che i cambiamenti non sono sufficienti. “Non è ancora previsto nessun processo, ancora non è stata fornita alcuna giustificazione legale per molti degli arresti, e i civili sono ancora trascinati in giudizio davanti alle corti militari”, dice Salah Moussa, un avvocato della Commissione Indipendente per i Diritti Umani (Independent Commission for Human Rights, ICHR, istituzione creata nel 1993 tramite un decreto dell’allora presidente palestinese Yasser Arafat (N.d.T.) ).

Il Generale di divisione Adnan Damiri, portavoce delle forze di sicurezza palestinesi, ha riconosciuto che sono stati commessi atti illeciti ma li ha classificati come atti individuali, e non dettati dalla politica.“A volte ci sono stati ufficiali e soldati che hanno commesso errori in questo senso, compresa la tortura”, ha detto Damiri. “Ma adesso li stiamo punendo”. Damiri ha citato 42 casi di tortura negli ultimi 3 mesi che hanno comportato varie forme di sanzioni, compresa la perdita del grado. Sei soldati sono stati mandati in congedo a causa delle loro azioni. Ma nelle strade, il clima è peggiorato da quando i servizi di sicurezza spalleggiati dall’estero hanno stretto la loro morsa in Cisgiordania.

Naje Odeh, leader di una comunità di sinistra nel campo di Deheishe, che gestisce un centro per la gioventù, ha descritto l’apparato di sicurezza come legato ai regimi della Giordania e dell’Egitto, alleati degli Stati Uniti. Odeh dice che le forze di sicurezza che compiono i raid sanno che ciò che stanno facendo è sbagliato. “Perché hanno il volto coperto? “, domanda retoricamente. “Perché noi conosciamo queste persone. Conosciamo le loro famiglie. Essi si vergognano di quello che stanno facendo”.

Alcuni temono che il comportamento delle forze di sicurezza addestrate dagli Stati Uniti e dall’UE faranno scoccare la scintilla di uno scontro potenzialmente mortale. “Se loro attaccano le tue moschee, le tue scuole, le tue società, tu puoi essere paziente, ma per quanto?”, domanda un leader islamico in Cisgiordania.

Abdel Razeq, ex ministro delle finanze di Hamas, è più esplicito nelle sue previsioni, e dice: “Se le forze di sicurezza insistono a difendere gli israeliani, questa è una ricetta per la guerra civile”.

Jon Elmer è un giornalista e fotografo freelance di nazionalità canadese; ha seguito il conflitto israelo-palestinese da Gaza e dalla Cisgiordania.

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