14 maggio 2008

Hebron, il regno del terrore di Tsahal.

Da dove nasce l'odio contro Israele? Forse anche da episodi del genere...
Gerusalemme - Seduto ad un tavolo da picnic in un’anomala oasi di pace da qualche parte in Israele, il ventiduenne, capelli scuri, T-shirt nera, jeans e Crocs rosse, è comprensibilmente esitante. Conosciamo il suo nome e se dovessimo usarlo verrebbe sottoposto ad un’indagine che porterebbe a una probabile condanna penale.

Gli uccelli cantano mentre ci descrive dettagliatamente alcune delle cose cha ha fatto e visto fare come soldato di leva a Hebron. E si tratta senza dubbio di azioni criminali: veicoli Palestinesi fermati senza alcuna buona ragione, finestrini distrutti e gli occupanti picchiati per aver ribattuto (per aver detto, ad esempio, che erano diretti all’ospedale); il furto di tabacco subito da un negoziante palestinese che viene poi picchiato a sangue quando protesta; il lancio di granate ad urto nelle finestre di Moschee mentre all’interno si prega. E c’è di peggio.

Il ragazzo ha lasciato l’esercito alla fine dello scorso anno, e la sua decisione di parlare fa parte di uno sforzo congiunto per rendere noto il prezzo morale pagato dai giovani Israeliani di leva in ciò che, probabilmente, è l’incarico più problematico nei territori occupati. E questo anche perchè Hebron è l’unica città Palestinese il cui centro è controllato direttamente dall’esercito, ventiquattro ore su ventiquattro, per proteggere i noti coloni integralisti che si trovano nell’area. Ci dice con decisione che adesso prova rimorso per quello che ripetutamente è accaduto durante il suo mandato.

Ma i suoi continui, anche se nervosi, ghigni e sorrisi ci fanno intuire, se pur minimamente, la spavalderia con cui avrebbe potuto descrivere le sue bravate tra amici al bar. Ripetutamente si rivolge all’ex-soldato più anziano che lo ha convinto a parlarci, dicendo, quasi per cercare rassicurazioni: “Lo sai come vanno le cose a Hebron”.

Il più anziano è Yehuda Shaul, che di certo “sa come vanno le cose a Hebron” avendo prestato servizio nella città in un’unità di combattimento all’apice dell’Intifada. È tra i fondatori di Shovrim Shtika, o Breaking the Silence (‘Rompendo il silenzio’), che pubblicherà domani le sconvolgenti testimonianze di 39 Israeliani- incluso questo giovane ventiduenne- che hanno prestato servizio nell’esercito a Hebron tra il 2005 e il 2007. Coprono una moltitudine d’esperienze, dalla rabbia e un senso d’impotenza di fronte ai spesso violenti abusi nei confronti della popolazione Araba da parte dei coloni integralisti, fino a le molestie da parte dei soldati, i residenti palestinesi picchiati senza alcuna provocazione, furti in case e negozi, e fuoco armato su dimostranti disarmati.

Il maltrattamento dei civili sotto occupazione è comune a molti eserciti nel mondo - incluso quello inglese, dall’Irlanda del Nord all’Iraq.

Paradossalmente però, pochi paesi a parte Israele hanno una ong come Breaking the Silence, che cerca - attraverso le esperienze dei soldati stessi - come scritto nel loro sito, “di forzare la società Israeliana ad affrontare la realtà che ha creato” nei territori occupati.

Al pubblico israeliano era stato dato un esempio negativo della vita militare a Hebron proprio quest’anno quando un giovane luogotenente della Brigata Kfir di nome Yaakov Gigi è stato condannato a quindici mesi di prigione per aver - dopo aver portato con sé altri cinque soldati - dirottato un taxi Palestinese per condurre ciò che i media israeliani hanno descritto come un “raptus di corsa scatenata”, in cui uno dei soldati ha aperto il fuoco ferendo un civile palestinese che si trovava di passaggio, per poi cercare di mentire e i coprire i fatti.

In un’intervista-confessione su Uvda, un programma investigativo della rete Israeliana Channel Two, Gigi, che prima d’ora era per molti versi un soldato modello, parla di come si “perda la condizione umana” stando a Hebron. Quando gli chiesero che cosa intendesse, rispose: “perdere la condizione umana vuol dire diventare un animale”.

A differenza di Gigi, l’esercito israeliano non ha condannato il soldato che aveva aperto il fuoco sul civile, insistendo che “gli eventi avvenuti all’interno della Brigata Kfir sono altamente inusuali”.

Ma come ci conferma il soldato ventiduenne, anche lui nella Brigata Kfir, nella sua testimonianza a Breaking the Silence, lui è stato “molte volte” coinvolto in gruppi che dirottavano taxi, mettendo l’autista nel sedile posteriore e ordinandogli di diriger loro in posti “dove odiano gli Ebrei” in modo da “fare un balagan” (ebraico per “gran casino”).

Esiste inoltre il conflitto tra fazioni palestinesi: “Ci hanno detto di andare ad investigare l’accaduto. Il comandante del nostro plotone era un pò fuori di testa. Comunque, quando individuavamo delle case lui ci diceva : “Ok, chiunque vedete armato con sassi o altro, non mi frega cosa - sparate”. Tutti penseranno che sia colpa dell’conflitto tra palestinesi...” E il comandante della compagnia sapeva? “Nessuno sapeva. Sono iniziative private del plotone, queste azioni.”

Li avete colpiti? “Certo, non solo loro. Chiunque venisse vicino... Particolarmente gambe e braccia. Alcuni hanno anche sostenuto colpi addominali... Credo che a qualche punto si siano resi conto che eravamo soldati, ma non ne erano certi... Non potevano credere che soldati facessero questo”.

Oppure l’uso di un bambino di dieci anni per localizzare e punire un 15enne che lanciava sassi: “Allora abbiamo preso un ragazzino Palestinese che stava nelle vicinanze, sapevamo che conosceva chi era stato. Diciamo che l’abbiamo colpito un pochino, per dirla alla leggera, finché non si è deciso a parlare. Lo sai come vanno le cose quando la tua mente è già incasinata, e non hai più pazienza per Hebron e gli arabi ed ebrei del posto.

“Il ragazzino era molto spaventato, avendo capito che gli stavamo addosso. Con noi c’era un comandante che era un po’ un fanatico. Gli abbiamo passato il bambino, e lui lo ha veramente picchiato a sangue... Si fermava lungo la strada per fargli vedere i buchi nel terreno, chiedendogli: ‘è qui che vuoi morire? O qui?’ Il ragazzino diceva, ‘No, no!’”

“Ad ogni modo, il bambino non riusciva a stare in piedi da solo. Stava già piangendo....E il comandante continua, ‘Non fingere’, mentre lo calcia ancora. Poi X, che aveva sempre difficoltà con certe cose, si mise in mezzo dicendo, ‘Non toccarlo più, basta’. Il comandante gli dice, “Sei diventato un sinistroide, o cosa?’ e lui rispondendo, ‘No, Io non voglio vedere certe cose.’”

“Noi stavamo li, vicino a tutto questo, ma non abbiamo fatto nulla. Eravamo indifferenti, sai. Ok. Solo dopo il fatto inizi a pensare. Non immediatamente. Facevamo cose simili ogni giorno....Era diventata un’abitudine...”

“Anche i genitori hanno visto tutto. Il comandante ordinò [alla madre], ‘Non ti avvicinare’. E caricò il fucile con il colpo in canna. Lei era molto spaventata. Poi mise la canna del fucile letteralmente in bocca al ragazzino. ‘Se qualcuno si avvicina, lo uccido. Non datemi fastidio. Io uccido. Non ho pietà.’ Allora il padre...prese da parte la madre dicendo, “Calmati, lasciali..., cosi lo lasceranno stare.’”

Non tutti i soldati che prestano servizio a Hebron diventano “animali”. Iftach Arbel, 23, proveniente da una famiglia di classe medio-alta e tendenzialmente inclinante a sinistra, ha servito come comandante a Hebron poco prima del ritiro da Gaza, quando secondo lui l’esercito voleva dimostrare di poter essere duro anche nei confronti dei coloni. Molte delle testimonianze, includendo quella di Arbel, descrivono come i coloni educhino i loro bambini, partendo anche dai quattro anni, a lanciare pietre contro i palestinesi, attaccare le loro case e anche al furto delle loro possessioni. Secondo Arbel, i coloni di Hebron sono “cattiveria pura” e l’unica soluzione è la “loro rimozione”.

Lui sostiene che sarebbe possibile, nonostante questo clima, migliorare il trattamento dei palestinesi. Aggiungendo: “Facevamo incursioni di notte. Sceglievamo una casa a caso, dalla foto aerea, in modo da esercitare le routine di combattimento, perchè è d’istruzione ai soldati sai, voglio dire, Io sono pienamente d’accordo. Ma poi a mezzanotte svegli qualcuno e gli metti la casa sotto sopra con tutti che ancora dormono sui materassi.”

Arbel dice che la maggioranza dei soldati si trova in qualche modo tra il suo esempio ad un estremo e quello dei più violenti sull’altro. Attraverso anche solo due testimonianze dei suoi coetanei, possiamo capire cosa intenda.

Uno di loro ci dice: “Facevamo tanti tipi di esperimenti per vedere chi poteva fare la migliore spaccata a Abu Snena. Mettevamo [i palestinesi] contro il muro, come per perquisirli, e gli dicevamo di allargare le gambe. Allarga, allarga, allarga, era un gioco per vedere chi lo faceva meglio. Oppure facevamo a chi riusciva a mantenere il respiro più a lungo.”

“Soffochiamoli. Uno dei soldati si avvicinava fingendo di perquisirli, poi d’un tratto iniziava a urlare come se gli avessero detto qualcosa e li soffocava...bloccandogli il respiro; devi premere il pomo d’Adamo. Non è piacevole. Guardare l’orologio mentre lo fai, fino a farlo svenire. Quello che impiega più tempo a svenire è il vincitore.”

Al di là della violenza c’è anche il furto. “C’è questo negozio di accessori per auto lì. Ogni volta, i soldati si prendevano radio, di tutto. Questo tipo, se glielo vai a chiedere, ti dirà molte cose che gli hanno fatto i soldati.

“Un’intera pergamena... facevano irruzione regolarmente. ‘Senti, se parli, ti sequestriamo l’intero negozio, distruggiamo tutto.’ Sai, era spaventato a parlare. Stava già trattando, ‘Sentite, mi state danneggiando finanziariamente’. Io personalmente non ho mai preso nulla, ma ti dico, c’era gente che si prendeva casse, interi sound system”.

“Diceva, ‘Per favore, datemi 500 shekel, ci sto rimettendo soldi.’ ‘Senti, se continui ci prendiamo tutto.’ ‘Ok, Ok, prendilo, ma sentite, non prendete più di dieci impianti al mese.’ Qualcosa del genere.

‘Sono già in bancarotta.’ Era così disperato. I ragazzi nella nostra unità si rivendevano tutto al rientro a casa, facevano scambi. La gente è cosi stupida.”

L’esercito dice che i soldati della Israeli Defence Force operano secondo “determinate e rigide norme di comportamento” e che la loro richiesta adesione a ciò deve solo “incrementare nell’eventualità che i soldati della Idf vengono a contatto con civili.” Aggiungendo che “Se vengono scoperte prove in supporto alle dichiarazioni, i colpevoli subiranno la massima attenzione giuridica.” Dice anche che “Il Military Advocate General ha rilasciato accuse contro una serie di soldati dovute a dichiarazioni di condotta criminale... I soldati trovati colpevoli sono stai puniti severamente dal tribunale militare, in proporzione al crimine commesso”. Non hanno finora quantificato le accuse.

Nella loro introduzione alle testimonianze, Breaking the Silence dice: “La determinazione dei soldati nel portare a termine la loro missione crea tragici risultati: Le norme in vigore perdono significato, l’inconcepibile diventa routine....[Le] testimonianze servono per dimostrare come i soldati vengano spediti nella brutale realtà che li circonda, una realtà dove le vite di molte migliaia di famiglie Palestinesi sono in balia di un gruppo di giovani. Hebron diviene quindi un esempio della flagrante realtà in cui i figli d’Israele vengono costantemente spediti.

Una forza per la giustizia

Breaking the Silence è stato fondato quattro anni fa da un gruppo di ex-soldati, la maggioranza dei quali ha servito nelle unità di combattimento della Israel Defence Force a Hebron. Molti prestano ancora servizio ogni anno come riserve. Hanno collezionato intorno alle 500 testimonianze di ex-soldati che hanno prestato servizio in Cisgiordania e a Gaza. La loro prima introduzione al pubblico è avvenuta con un’esposizione di fotografie fatte da soldati arruolati a Hebron, e la organizzazione mette anche a disposizione visite guidate della città per studenti Israeliani e diplomatici. Riceve fondi da organizzazioni come la Jewish Philanthropic Moriah Fund, la New Israel Fund, l’Ambasciata inglese a Tel Aviv e l’Unione Europea.

(Traduzione di Andrea Dessi per Osservatorio Iraq)

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4 Commenti:

Alle 15 maggio 2008 08:00 , Blogger Antonio Candeliere ha detto...

Rimango senza parole. Per fortuna che ci sei tu a diffondere queste episodi che altrimenti rimarrebbero all'oscuro.

 
Alle 16 maggio 2008 02:25 , Blogger vichi ha detto...

Caro Antonio,
non è che io vada pazzo per Travaglio, però su una cosa ha ragione da vendere: l'agenda delle notizie da pubblicare sui giornali la detta la politica.
Si spiega così la TOTALE assenza di notizie assolutamente drammatiche e spaventose come quella di cui stiamo commentando dai media a maggior diffusione in Italia.
Soprattutto, poi, in presenza di una lobby ben radicata e potente come quella ebraica.
Ciao,
Vichi

 
Alle 23 giugno 2008 20:49 , Anonymous Anonimo ha detto...

ma allora questo è proprio antisemitismo!!!se c'è una cosa su cui gli ebrei non hanno potere in italia è proprio la politica e l'informazione. finalmente hai rivelato la tua essenza antisemita velata da quella antisionista. che schifo!!!. tu e quelli come te sono il pus dell'italia!!!!

 
Alle 23 giugno 2008 22:59 , Blogger vichi ha detto...

Che gli ebrei non abbiano voce in capitolo nella politica italiana è francamente una affermazione risibile, considerando il pattuglione appena eletto e guidato da quella bella persona che è la colona Fiamma Nirenstein, oppure le recenti esternazioni di Frattini su Israele e la Ue, oppure ancora la cd. sinistra per Israele, etc. etc.
Per quanto riguarda l'informazione, senza voler fare nomi e cognomi che tutti ben conoscono (se no si rischia di essere accusati di compilare liste di proscrizione, che cazzata...), basta rilevare lo spazio pari a zero dato ai terribili racconti di Breaking the Silence oggetto dell'articolo.
Oppure osservare che del ragazzo picchiato a Parigi hanno parlato tutti i giornali e le tv, degli anziani agricoltori palestinesi picchiati da quei bastardi dei settlers con mazze da baseball - indovina un po' - solo qualche blog antisemita come il mio!
Quel che più rattrista è che gente come anonimo non si convince neanche davanti all'evidenza.

 

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