29 ottobre 2008

Se sfilano i gay, possiamo farlo anche noi!


Stamani l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha accolto il ricorso presentato da due attivisti dell’estrema destra ebraica, Itamar Ben-Gvir e Baruch Marzel, consentendo loro di tenere una manifestazione a Umm al-Fahm, cittadina abitata in gran parte da Arabi israeliani, intorno alla metà di novembre.

Certamente concordiamo sul fatto che la libertà di manifestazione del pensiero è alla base della democrazia, e che impedire una manifestazione o un corteo perché ne potrebbero derivare proteste o scontri fisici costituirebbe un pericoloso precedente.

E, tuttavia, si vorrebbe che analoga libertà, in Israele come nel resto del mondo, fosse parimenti assicurata anche ad altri che vorrebbero diffondere le proprie idee senza dover rischiare il linciaggio morale o, addirittura, di finire in galera, come accade a chi scrive libri sulle “pasque di sangue” o a chi sostiene tesi negazioniste dell’Olocausto degli Ebrei.

Perché quelli che andranno in corteo a manifestare a Umm al-Fahm non sono persone miti e gentili che intendono propugnare la pace e la fratellanza nel mondo, ma si tratta, al contrario, di teppaglia razzista che andrà a sventolare bandiere al grido di “la Terra di Israele appartiene agli Ebrei”.

Ben Gvir, secondo quanto riportato dal sito web del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, avrebbe dichiarato prima dell’udienza: “così come migliaia di agenti di polizia sono stati dispiegati per proteggere la sfilata dei gay (a Gerusalemme), dovrebbe essere lo stesso anche in questo caso”.

Si tratta davvero di un ottimo paragone, che mostra tra l’altro quanto la comunità gay trovi l’approvazione e il sostegno della destra israeliana.

Peccato, però, che i gay, qualunque religione professino, non si siano mai sognati di diffondere volantini o messaggi come questo, pubblicato sul web e diffuso nei quartieri ebraici di Acri durante gli scontri avuti luogo a partire dall’8 ottobre di quest’anno: “L’Ebreo è il figlio di un angelo e l’Arabo è il figlio di un cane”.

Peccato, però, che nessun gay si sia mai sognato di fare affermazioni simili a quelle esternate dal sindaco di Ramle, Yoel Lavi: “Se gli Arabi vogliono confrontarsi cone me su questioni di tipo nazionalistico, sarò il primo ad aprire il fuoco su di loro. Ho molta esperienza di vita. Ogni volta che ho aperto il fuoco sugli Arabi io sono riuscito a restare vivo e loro sono morti”.

Si spera solo che la polizia israeliana, oltre ad assicurare il pacifico svolgimento del corteo e l’incolumità dei partecipanti, sappia con eguale fermezza difendere l’incolumità dei residenti di Umm al-Fahm e l’integrità dei loro beni; e si spera, anche, che venga adeguatamente sanzionato ogni eventuale slogan razzista in cui questa gentaglia, purtroppo impunemente, si è specializzata da anni.

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