18 settembre 2008

Due destini separati per Gaza e la Cisgiordania?

In questi giorni in cui cade il 15° anniversario degli accordi di Oslo, la soluzione del conflitto israelo-palestinese secondo la formula “due stati per due popoli” appare più lontana che mai, e solo gli Usa restano, almeno ufficialmente, aggrappati alla speranza che un accordo di pace possa essere raggiunto entro la fine del 2008.

Il pericolo piuttosto, vista la distanza tra le parti ed il rifiuto di Israele di discutere i nodi fondamentali del conflitto (Gerusalemme e il diritto al ritorno dei profughi, in particolare), è che un accordo di pace non potrà mai essere raggiunto.

Nel campo palestinese si comincia a guardare con sempre maggior favore ad una soluzione che preveda, all’opposto, un unico stato binazionale all’interno del quale arabi ed ebrei godano di eguali diritti, vuoi per intima convinzione, vuoi in maniera strumentale, brandendo questa ipotesi come una minaccia contro gli Israeliani, che tale soluzione hanno sempre aborrito.

Ma, secondo l’analisi svolta da Ghassan Khatib nell’articolo che segue, pubblicato il 13 settembre su Bitterlemons.org e qui proposto nella traduzione offerta dal sito Arabnews, anche la strategia di Israele nei confronti della questione palestinese tende ad abbandonare, non da ora, la strada della soluzione negoziata a due stati, ma con un punto d’arrivo ben diverso: rendere definitiva la separazione tra Gaza e West Bank assegnando il controllo e la responsabilità di questi territori, rispettivamente, all’Egitto e alla Giordania.

Con quale gioia per Mubarak e, soprattutto, per il re Abdullah II si può facilmente immaginare.

In questo quadro assume nuova luce la denuncia delle ong B’tselem e HaMoked, che recentemente hanno sottolineato come Israele tenda sempre più a istituzionalizzare la separazione tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, attraverso il “congelamento” di fatto dei registri della popolazione civile.

Israele, in sostanza, nega ogni validità ai cambi di residenza da Gaza alla West Bank e viceversa, richiedendo ad esempio a chi risulta registrato nella Striscia un apposito permesso militare per poter rimanere nella propria casa in Cisgiordania, oppure richiedendo un deposito in denaro a chi, da Gaza, deve recarsi in Cisgiordania per sposarsi, a garanzia di un rientro immediato nella Striscia dopo la cerimonia!

E, naturalmente, Israele si riserva di deportare a Gaza chiunque si trovi a risiedere “illegalmente” in Cisgiordania, in spregio a tutti quegli accordi e dichiarazioni che, a partire da Oslo, hanno sempre riaffermato il principio dell’unicità dei territori palestinesi.

Ma sembrano acquistare una luce diversa anche le dichiarazioni di vari esponenti politici occidentali, da ultimo l’ottimo amico di Israele che risponde al nome di Franco Frattini, il quale – in occasione di un convegno all’Aspen Institute – dopo aver ricordato per l’ennesima volta come l’antisemitismo stia dilagando in Europa, confondendosi “con la legittima critica politica” (e dagli!), ha aggiunto che la soluzione del conflitto israelo-palestinese passa attraverso l’adozione di un nuovo “Piano Marshall”, “che nasca da interessi condivisi tra israeliani, palestinesi, ma anche giordani ed egiziani…”.

Nessuno che si preoccupi – nemmeno per sbaglio – di ricordare che la pacificazione tra israeliani e palestinesi deve passare, ancor prima e necessariamente, attraverso il rispetto dei diritti umani, del principio di autodeterminazione dei popoli, della legalità internazionale.

Nessuno che si preoccupi – nemmeno per sbaglio – di propugnare la piena applicazione della risoluzione Onu n.242 del 1967, che oltre a prevedere una soluzione del conflitto israelo-palestinese sulla base di due stati dalle frontiere certe e riconosciute, aveva scolpito quel principio fondamentale per la convivenza tra i popoli che è, o dovrebbe essere, quello dell’inammissibilità dell’acquisizione di territori altrui attraverso la guerra.


EGITTO E GIORDANIA: DUE DESTINI SEPARATI PER GAZA E LA CISGIORDANIA?
13/9/2008

La strategia di Israele nei confronti dei territori palestinesi è cambiata in maniera significativa dopo il primo accordo raggiunto tra le due parti nel 1993. Tale cambiamento sta costringendo la Giordania e l’Egitto, controvoglia, ad adattarsi.

Prima dell’assassinio del primo ministro israeliano Yitzhak Rabin nel 1995 da parte di un estremista ebreo, la visione israeliana di una soluzione consisteva nel porre fine all’occupazione di Gaza e della Cisgiordania e di permettere la creazione di uno stato palestinese. Una visione sicuramente non in linea con il diritto internazionale. Al tavolo dei negoziati, Israele continuava a mercanteggiare sull’esatta collocazione dei confini, nonché su alcuni aspetti relativi a Gerusalemme ed alla questione dei profughi. Ma lontano dal tavolo negoziale Israele creava fatti compiuti, costruendo ed espandendo insediamenti, nel tentativo di pilotare il risultato dei negoziati.

Ciò nonostante, le due parti in causa, e terze parti interessate ed impegnate nella questione palestinese, nonché la comunità internazionale in generale, continuavano a promuovere il conseguimento di una soluzione tramite negoziati che implicavano la creazione di due stati sulla base dei confini del 1967. Una strategia perseguita, sebbene in maniera più cauta, anche negli anni intercorsi fra l’omicidio di Rabin e l’ascesa al potere di Ariel Sharon.

Da un punto di vista storico, la soluzione a due stati liberava dal fardello della questione palestinese sia l’Egitto che la Giordania. Il conflitto palestinese era, e rimane, un conflitto dalle notevoli implicazioni emotive per le società arabe, e specialmente per l’opinione pubblica di questi due paesi. Tuttavia, il processo di Oslo ha permesso a entrambi i paesi di fare un passo indietro rispetto a questo conflitto – atteggiamento che è culminato con la decisione presa dal re Hussein (di Giordania, (N.d.T.) ) di disimpegnarsi dalla Cisgiordania, limitandosi ad appoggiare l’OLP come unico rappresentante del popolo palestinese con l’obiettivo di ottenere uno stato indipendente in Cisgiordania e a Gaza.

Eppure, anche durante tutti questi anni in cui il Likud non ha dominato l’agenda politica israeliana, Ariel Sharon è rimasto saldo nella sua antica convinzione che, se fosse stata necessaria la creazione di uno stato palestinese indipendente, questo stato sarebbe dovuto essere la Giordania. Sharon considerava la Cisgiordania come una parte di Israele e, in ogni caso, riteneva che la popolazione della Giordania fosse a maggioranza palestinese, per cui una soluzione del genere si conciliava con la sua impostazione di estrema destra.

Di conseguenza, quando Sharon salì al potere nel 2001, vi fu una ‘evoluzione’ nella visione strategica israeliana. I leader di Israele continuarono a rispettare solo a parole la soluzione a due stati. Ma, sul terreno, Israele ha in effetti compiuto passi unilaterali per determinare il futuro dei territori occupati e modellare i loro rapporti non solo con lo stato ebraico ma anche con l’Egitto e la Giordania. Mentre i negoziati sono ripresi e sono tuttora in corso, d’altra parte essi servono, principalmente, a dare a Israele il tempo di implementare questa nuova strategia.

Infatti, le pratiche di Israele contraddicono fortemente gli impegni verbali presi dallo stato ebraico nel corso dei negoziati. Israele sta gradualmente separando le politiche di Gaza e della Cisgiordania l’una dall’altra. Allo stesso tempo, sta riducendo la dipendenza di queste due regioni da Israele. Ciò è manifesto nel caso di Gaza, sebbene stia diventando lentamente più evidente anche in Cisgiordania.

La separazione di fatto di Gaza sia dalla Cisgiordania che da Israele, combinata con l’assedio brutale che Israele ha imposto su quella striscia di terra ormai impoverita, ha lasciato ben poche alternative agli abitanti di Gaza oltre a quella di intensificare in un modo o nell’altro i contatti con l’Egitto. E, se da un lato l’Egitto non ha nessun interesse in questo processo, dall’altro non può che adeguarvisi.

Questo spiega il ruolo attivo che l’Egitto ha assunto sia verso la politica interna di Gaza sia nel mediare le relazioni tra Israele e Gaza e, in generale, tra palestinesi, promuovendo il dialogo tra Fatah, Hamas e la altre fazioni.

Ci si può aspettare qualcosa di simile in Cisgiordania, specialmente una volta che Israele avrà finito di costruire il muro di separazione. Questo muro, oltre a separare le aree palestinesi l’una dall’altra, separerà le parti popolate della Cisgiordania da Israele. In questo modo, i palestinesi dovranno necessariamente dipendere da qualcun altro, e questo qualcun altro dovrà per forza essere la Giordania, o quantomeno passare per la Giordania.

Sebbene la Giordania sia meno coinvolta nella politica interna palestinese di quanto lo sia l’Egitto, stiamo assistendo ad un aumento della circolazione tra Giordania e Palestina, oltre che ad una crescita delle relazioni economiche e delle interazioni attraverso il fiume Giordano. Ci sono nuovi progetti; la Giordania fornisce energia elettrica alla parte palestinese della valle del Giordano, compresa la città di Gerico. Inoltre, ci sono notizie, confermate da Hamas, secondo cui l’Egitto starebbe fornendo carburante a Gaza. E’ possibile che il recente riavvio degli sforzi di riconciliazione tra Hamas e il governo giordano faccia parte di questi sintomi di cambiamento.

La Giordania e l’Egitto stanno adattandosi a questo mutamento nella visione israeliana perché non hanno molte alternative. Questi due paesi si trovano a prendere parte, controvoglia, ad una strategia israeliana unilaterale che segna la fine di una soluzione negoziata a due stati.

Ghassan Khatib è vicepresidente della Birzeit University, ed è stato ministro palestinese della pianificazione

Titolo originale:
[1] Forcing the neighbors into play

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