17 luglio 2010

In Cisgiordania c'è il denaro, ma non il futuro.


Mentre nella Striscia di Gaza si continua a soffrire per l’assedio israeliano, seppur mitigato in misura minima, nella West Bank le cose sembrano andare diversamente, sia dal punto di vista economico sia da quello sociale.

Ma in realtà, a parte qualche albergo e qualche nuovo locale, nulla è cambiato, e gli oltre 300.000 coloni israeliani continuano ad occupare, come abbiamo visto, il 42% della Cisgiordania, in attesa di iniziare un nuovo round di espansione delle colonie non appena scadrà il termine della moratoria propagandistica stabilita da Israele (non valida a Gerusalemme est).

Il vero è che la pace “economica” – la crescita e lo sviluppo che dovrebbero servire a raggiungere la pace e ad assicurare la nascita di uno stato palestinese indipendente – non è altro che un’illusione, se non un trucco menzognero per assicurare il perpetuarsi dell’occupazione israeliana.

Senza contare che investimenti e sviluppo restano concentrati soprattutto a Ramallah e in poche altre città, mentre in svariate zone che ricadono sotto il totale controllo israeliano (la cd. Area C) la situazione delle popolazioni indigene è realmente drammatica.

Soprattutto, molti cominciano a chiedersi se l’Anp e le sue forze di sicurezza non stiano in realtà lavorando per Israele, proteggendo lo stato ebraico dalla resistenza armata palestinese piuttosto che il viceversa, come proverebbe, da ultimo, la recente visita del capo dello Shin Bet, Yuval Diskin, a Jenin e a Ramallah.

E’ questo l’argomento dell’articolo di Carol Malouf scritto l’1 luglio per Aljazeera.net e qui proposto nella traduzione di Medarabnews.


Un cartello con la scritta ‘prossima apertura’ è appeso in cima a un edificio da poco terminato nel centro di Ramallah. Appartiene ad una catena di alberghi internazionali, di proprietà della Kingdom Holding del principe saudita Walid bin Talal.

I caffè di Ramallah sono pieni di persone che fumano il narghilè e urlando davanti alle televisioni. Come milioni di tifosi in tutto il mondo stanno guardando i Mondiali di calcio e incitano le loro squadre preferite.

Nuovi locali alla moda si riempiono di giovani ragazze palestinesi che spettegolano bevendo tazze di caffèlatte. Hanno tutte acconciature, scarpe e abiti all’ultima moda.

Non si può evitare di ascoltarle parlare nel moderno linguaggio ibrido del Medio Oriente: inglese e arabo mischiati in un’unica frase che non ha il benché minimo senso alle orecchie di uno straniero, ma è perfettamente comprensibile a chi è stato in locali dello stesso tipo ad Amman, Beirut e il Cairo.

La Cisgiordania sembra essere economicamente e socialmente prospera. Almeno all’apparenza.

Progetti di sviluppo

Guidando attraverso la Cisgiordania, sono due le cose chiare ed evidenti: villaggi palestinesi con case appena costruite grazie al denaro inviato dai palestinesi espatriati, ed enormi blocchi di insediamenti israeliani illegali edificati in cima alle colline, affacciati su splendidi uliveti e antiche vigne.

Oltre a queste gigantesche colonie, ci sono aree con roulotte parcheggiate disseminate ovunque, con una massiccia protezione militare israeliana. Questi agglomerati di roulotte sono noti anche come “avamposti” – in altre parole, ben presto saranno trasformati in grandi insediamenti israeliani illegali sulle colline.

L’ulteriore appropriazione israeliana di territori della Cisgiordania lascia interdetti: come potrà mai esserci uno stato palestinese indipendente nella sua forma attuale? Al momento il territorio è dissezionato in piccole porzioni per via delle strade accessibili solo ai coloni israeliani e dei posti di blocco di cui è disseminato.

Oltre al denaro degli espatriati e ai blocchi di insediamenti, una nuova ondata di sviluppo è stata oggetto di discussione tra i palestinesi. Ma questo sviluppo è concentrato prevalentemente a Ramallah.

Muoversi in Cisgiordania può essere diventato più semplice – noi non abbiamo incontrato nessun posto di blocco israeliano sulla via per Jericho e Nablus, ma non abbiamo visto nemmeno segnali di sviluppo una volta usciti da Ramallah.

Sviluppo, investimenti e crescita sono diventati sinonimi della dottrina conosciuta come “Fayyadismo”, in riferimento a Salam Fayyad, il primo ministro palestinese. Per dirla in parole povere, Fayyad crede che la crescita economia sia la base per la nascita di uno stato palestinese indipendente.

La sua visione ha ottenuto consensi nei forum internazionali, in particolare negli Stati Uniti, nell’Unione Europea, e da parte dell’inviato del Quartetto per il Medio Oriente, Tony Blair. Ma cosa succederà quando Fayyad non sarà più il primo ministro?

Dopotutto, le economie costruite sulle singole persone non sopravvivono a lungo.

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea stanno aiutando la Cisgiordania a crescere, così che essa sia un esempio di prosperità e sviluppo per gli abitanti di Gaza, nella speranza che questi ultimi un giorno vorranno raggiungere le stesse condizioni e alla fine rovesceranno Hamas.

Ma un giornalista straniero che è appena tornato da Gaza mi ha detto: “Oggigiorno c’è più stabilità e sicurezza a Gaza sotto il governo di Hamas che non in Cisgiordania sotto quello dell’Autorità Nazionale Palestinese”.

Identità smarrite

C’è chi discute sul fatto che non ci può essere sviluppo economico senza sicurezza e stabilità.

Fin dal 1994, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) si è assunta il compito di garantire la sicurezza in Cisgiordania.

All’interno della Cisgiordania, i critici dell’ANP ritengono che i suoi apparati di sicurezza agiscano per conto di Israele, proteggendo lo stato ebraico dalla lotta armata palestinese e non viceversa.

Organizzazioni palestinesi e internazionali per i diritti umani hanno accusato gli apparati di sicurezza dell’ANP di corruzione, tortura e violazioni dei diritti umani, sia a Gaza che in Cisgiordania.

Ahmad è un giovane insegnante di storia nonché ex membro di Hamas che vive in Cisgiordania. Ammette di aver imbracciato le armi e di aver combattuto insieme ai militanti di Fatah durante la seconda intifada. Egli ha poi trascorso due anni nelle carceri israeliane.

Ahmad dice che dopo, però, sono state le forze di sicurezza dell’ANP ad averlo arrestato, interrogato e torturato. E’ stato accusato di nascondere armi – qualcosa che egli nega categoricamente.

Ahmad, che sembra aver più paura delle forze di sicurezza dell’ANP che dell’esercito israeliano, dice di essere costantemente sorvegliato e sta pensando di fuggire dalla Cisgiordania, anche se ciò significherebbe abbandonare la sua famiglia.

I sentimenti di disperazione e di perdita di Ahmad sono condivisi da alcuni importanti membri del Consiglio Legislativo Palestinese (CLP). Azzam Al-Ahmad, il capogruppo di Fatah nel CLP, dice: “Noi non siamo più un’organizzazione di liberazione, e non abbiamo raggiunto l’indipendenza per governare uno stato. Siamo semplicemente caduti nella trappola israeliana. E lo stesso ha fatto Hamas”.

“Sinceramente, non sappiamo più cosa siamo”.

Cosa compone uno stato?

Un albergo e una manciata di locali non sono gli elementi chiave della costruzione di una nazione. Se a prima vista le cose sembrano in fase di miglioramento, in realtà tutto tradisce l’amara realtà che la Cisgiordania è ancora un piccolo pezzo di terra in quel che resta della Palestina storica, sottoposto all’occupazione di Israele e alla mercé delle forze di sicurezza palestinesi. La popolazione si trova tra l’incudine e il martello.

Durante una cena a casa di un amico a Ramallah, ho chiesto ad Abdel Nasser, un ragazzo di 14 anni che trascorre gran parte del suo tempo a prendersi cura dei suoi 12 pappagalli, che cosa volesse fare da grande.

Non sapeva rispondere. Invece mi ha detto quanto è soddisfatto, perché ha tutto ciò che vuole.

Ciò di cui Abdel Nasser non si rende conto, è che gli manca una chiara visione del suo futuro e non ha un paese che possa dire suo. Proprio come la Cisgiordania.

Carol Malouf

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4 Commenti:

Alle 18 luglio 2010 alle ore 00:05 , Anonymous Andrea ha detto...

Riguardo alla Cisgiordania i palestinesi si ostinano a non accettare che negoziare significa offrire qualcosa in cambio di qualcos'altro. Israele sta mettendo in pratica il congelamento degli insediamenti che aveva promesso, mentre i palestinesi non hanno avanzato (ora come mai del resto) alcuna proposta per la pace. Ciò che fa puntualmente naufragare i negoziati sono i rifiuti costanti dell'Anp.

 
Alle 18 luglio 2010 alle ore 01:34 , Blogger vichi ha detto...

Questo è il tipico approccio sionista ai "negoziati": quello che è mio è mio, su quello che è tuo dobbiamo negoziare!

Di grazia, cosa dovrebbero concedere i Palestinesi? Loro vogliono né più né meno quello che prevedono le svariate risoluzioni Onu sulla questione: il ritorno ai confini del 1967, Gerusalemme est come capitale e una equa sistemazione della questione profughi.

E' quello che peraltro prevede il piano di pace della Lega araba, che assicurerebbe ad Israele il riconoscimento ufficiale di tutti gli stati aderenti.

Ma è Israele a non voler cedere nemmeno un pezzetto della terra che ha rubato, a costo persino della pace.

E lo stesso accade per il Golan, dove il mantenimento del possesso di quelle dannate alture fa sì che le profferte di pace della Siria rimangano inascoltate.

Neanche uno come Abu Mazen può accettare di negoziare quando le colonie israeliane ormai controllano oltre il 40% della West Bank.

E ora vedremo che cosa succederà non appena il "congelamento" sarà scaduto...

 
Alle 19 luglio 2010 alle ore 12:16 , Anonymous gianni saturdiello ha detto...

inoltre l'Equa sistemazione dei profughi,non è altro che il pretendere che abbiano diritto, tutti ,al ritorno in Israele e alla cittadinanza israeliana , ti sembra possibile accettare questo?perchè non lo specifichi?non ti rendi conto che a quel punto basterebbe indire elezioni e numericamente lo stato di Israele sarebbe finito.perlomeno come stato ebraico, o forse è quello che auspichi?.

 
Alle 20 luglio 2010 alle ore 01:16 , Blogger vichi ha detto...

Il diritto al ritorno è scolpito nella dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Il che val quanto dire che per voialtri va bene che in israele i diritti umani possano tranquillamente restare inapplicati.

Ma come non riuscite a capire che per arrivare davvero alla pace tra israeliani e palestinesi si dovrà prima o poi fare i conti con la pulizia etnica che ha accompagnato la nascita dello stato di israele, cacciando dalle loro case e dalle loro terre oltre 750.000 palestinesi?

Io non credo che accetterei volentieri - e credo nessun altro - di andar via dal mio paese, dalla mia casa, dai miei affetti perchè al mio posto venga a insediarsi qualcun altro, pretendendo di avere un territorio etnicamente "pulito".

O no?

 

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