22 novembre 2005

Replay.

La settimana scorsa si è chiusa con l’ennesima esecuzione extra-giudiziaria di due militanti palestinesi, e con l’ennesimo “incidente” in cui l’esercito israeliano ha sparato ad un ragazzino, questa volta – per fortuna – ferendolo in modo lieve.
Un amico qualche tempo fa ha scritto che il mio blog è un po’ monotono, e si tratta di un’osservazione assolutamente esatta, ma il problema è che le vicende e i drammi quotidiani del popolo palestinese tendono a susseguirsi come in un eterno replay, tetro ed angosciante.
Non è che in questi mesi non vi siano stati dei piccoli passi in avanti, delle buone notizie, il ritiro da Gaza e il recente accordo tra Israeliani e Palestinesi relativo al transito presso il valico di Rafah ne sono un esempio, così come l’elezione di Peretz alla guida del Partito laburista israeliano, che apre nuove prospettive politiche e fa sperare in un reale cambiamento nell’atteggiamento israeliano nei confronti della questione palestinese.
Ma, riferendoci più strettamente alla quotidianità della vita nei Territori ed alla brutalità dell’occupazione militare israeliana, non si può non osservare, con grande amarezza, che nulla cambia, morti, feriti, devastazione e violenza continuano senza sosta, nel più totale e colpevole silenzio della comunità internazionale, nella più totale e colpevole indifferenza dei media di “regime”, sempre pronti a indignarsi di fronte ad attentati terroristici ma anche a semplici esternazioni verbali, se pur minacciose ed aggressive, costantemente silenti (con poche, lodevoli eccezioni) davanti allo stillicidio quotidiano delle uccisioni di civili palestinesi ad opera di Tsahal.
Giovedì 17 novembre, nel corso di una operazione a Jenin di cui già si è detto (vedi “Esecuzioni sommarie”, 17/11), unità sotto copertura dell’esercito israeliano – probabilmente appartenenti alla famigerata Duvdevan – hanno ucciso due militanti palestinesi, entrambi di 20 anni, Ahmad Abahra e Mahmoud Zayed.
I due, che appartenenevano alle Brigate al-Aqsa (l’ala militare di al-Fatah), nel tentativo di aggirare un posto di blocco israeliano, avrebbero rifiutato di obbedire alle intimazioni di alt dei soldati, che hanno quindi aperto il fuoco, uccidendoli sul colpo.
Diversa, tuttavia, è la versione palestinese, secondo cui i due militanti sarebbero stati uccisi dai colpi sparati da soldati sotto copertura, a bordo di un camioncino Mercedes con targa palestinese, i quali avrebbero aperto il fuoco, senza alcun preavviso o avvertimento di sorta, contro l’auto su cui viaggiavano Abahra e Zayed, colpendoli entrambi al capo.
Si tratterebbe, dunque, dell’ennesima esecuzione extra-giudiziaria di Tsahal, la terza in cinque giorni!
Non ci stancheremo mai di ripetere che queste esecuzioni sono dei veri e propri assassinii, dei crimini commessi a danno di persone che vengono condannate a morte e giustiziate senza alcuna possibilità di difendersi e di appellarsi ad un tribunale.
Dopo l’uccisione dei due Palestinesi, l’esercito israeliano, come di consuetudine, ha emesso un comunicato a “giustificazione” dell’operato dei suoi prodi soldatini, che più o meno suona così: fermo restando che noi abbiamo sempre ragione e che anche questo assassinio è stato “appropriato”, comunque va detto che quei due se lo meritavano; entrambi, infatti, “erano coinvolti in attacchi contro l’esercito”, e uno dei due, inoltre, era armato di pistola.
Come, prego? Avete capito bene, i due poveri ragazzi palestinesi giustiziati dall’Idf non erano neanche pericolosi terroristi coinvolti in attentati, non erano nemmeno delle “bombe ticchettanti”, locuzione con cui Israele solitamente giustifica le sue esecuzioni extra-giudiziarie, indicando dei terroristi che sono in procinto di compiere degli attentati.
Al massimo, Abahra e Zayed erano due resistenti – in altro tempo e luogo sarebbero stati due partigiani – che legittimamente avevano combattuto contro un esercito occupante brutale e feroce.
Questo sempre che le ipotesi di accusa dell’esercito israeliane siano vere, ma questo, purtroppo, nessuno potrà mai più saperlo con certezza.
Ciò che è certo è che due ragazzi palestinesi di vent’anni sono stati uccisi a sangue freddo solo perché appartenevano ad una organizzazione di miliziani vicini ad al-Fatah, il che fa di quest’atto un assassinio ingiustificato, un crimine abietto, una palese violazione del diritto internazionale e del diritto umanitario, l’ultima di una lunga serie che non pare suscitare, tuttavia, alcuna seria obiezione da parte dei governi degli Stati occidentali.
Venerdì 18 novembre, nel villaggio di Silwad, a nord di Ramallah, truppe israeliane hanno ferito lievemente ad una gamba un ragazzo 17enne palestinese che aveva in mano una pistola giocattolo, avendolo scambiato per un militante armato.
La vicenda potrebbe essere derubricata tra quelle tutto sommato a lieto fine, ma merita di essere raccontata nei dettagli perché rivelatrice dell’approccio dell’esercito israeliano nelle sue “gite” all’interno dei Territori occupati.
Secondo un comunicato dell’Idf (riportato da ha’aretz, 18 novembre), i soldati israeliani erano appena entrati nel villaggio quando, all’improvviso, “hanno ritenuto di aver udito sparare dei colpi d’arma da fuoco”; avvicinatisi al luogo da cui sembravano provenire gli spari, i soldati hanno visto il ragazzo con la pistola giocattolo e gli hanno sparato, e soltanto dopo si sono accorti dell’errore.
Sembra una comica, degli agguerriti soldati che scambiano lo scoppio di un petardo o il rumore di uno scappamento per dei colpi d’arma da fuoco, si mettono a tremare dallo spavento e cominciano a sparare all’impazzata, scambiando un ragazzino con una pistola giocattolo per un pericoloso miliziano armato fino ai denti!
Ma naturalmente le cose non stanno così.
I soldati israeliani sono tra i migliori al mondo, perfettamente addestrati ed abituati al combattimento in centri urbani, non è che si lascino impressionare facilmente.
Il vero è, dunque, che sono le regole d’ingaggio che consentono ai soldati di Tsahal di sparare per uccidere prima, e di controllare a chi si è sparato poi, e magari di dispiacersi se si è ucciso un ragazzino innocente, come è successo a Jenin il 3 novembre, quando truppe israeliane hanno ucciso il 12enne Ahmed al-Khatib che era appena uscito da casa con in mano il suo fuciletto giocattolo regalatogli per la festa dell’Id al-Fitr.(vedi “Guerra aperta”, 4 novembre).
E il tiro a segno dei prodi soldatini di Tsahal è di fatto incoraggiato dalla pressoché assoluta licenza di uccidere conferita loro dagli alti comandi e dall’apparato giudiziario militare, dato che è un evento rarissimo trovare degli esempi di militari condannati per uso illegittimo delle armi o per omicidi ingiustificati.
Secondo Human Rights Watch, che sull’argomento ha pubblicato un circostanziato report (“Promotin Impunity: The Israeli Military’s Failure to Investigate Wrongdoing”, disponibile su http://hrw.org/reports/2005/iopt0605), a fronte degli oltre 1.722 civili palestinesi innocenti uccisi da Tsahal al 30 giugno di quest’anno (e delle altre diverse migliaia feriti più o meno gravemente), si sono avute soltanto 19 incriminazioni e “ben” 6 (sei!) condanne: di queste la più grave è stata una condanna alla detenzione per 20 mesi, ma in tutti gli altri casi – come ha notato Hrw – le pene sono state meno severe di quelle, per fare un esempio, comminate agli obiettori di coscienza.
A seguito di questi episodi, il numero dei morti dall’inizio della seconda Intifada sale a 3.743 Palestinesi (dato aggiornato al 18/11) e a 1.074 Israeliani (dato aggiornato all’1/11), mentre il totale dei feriti è pari, rispettivamente, a 29.252 e a 7.520.
Sempre venerdì, secondo la radio israeliana, il leader di Hamas Khaled Meshal avrebbe dichiarato che non vi è più alcun motivo per continuare a rispettare la tregua a cui la sua organizzazione aveva aderito.
Io non ho particolari simpatie per Hamas, e ho più volte ribadito la mia contrarietà ai metodi del terrorismo ed agli attacchi contro civili inermi ed innocenti.
Ma certamente appare assurdo chiedere alle organizzazioni militanti palestinesi di deporre le armi - e al Presidente dell’Anp Abu Mazen di fare ogni sforzo per disarmarle - se contemporaneamente Israele non fa che incrementare la sua politica fatta di raid militari, di arresti arbitrari, di esecuzioni extra-giudiziarie, di assassinii di civili disarmati.

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