1 febbraio 2006

Le parole e i fatti.

Il computo finale dei seggi assegnati nel Consiglio legislativo palestinese (74 seggi ad Hamas, 45 a Fatah, 13 alle liste minori) segna una clamorosa affermazione del movimento islamico, al di là delle aspettative dei suoi stessi dirigenti; del voto del 25 gennaio, tuttavia, non abbiamo intenzione di occuparci in questa sede, data l’enorme mole di commenti e di analisi già esistente sui motivi dell’affermazione di Hamas e sui possibili scenari interni ed internazionali conseguenti al voto.
Degna di nota, tuttavia, è stata l’inusitata levata di scudi della comunità internazionale, e segnatamente degli Usa e dell’Unione europea, che hanno minacciato di tagliare i finanziamenti all’Anp se Hamas non adempierà sostanzialmente a tre condizioni: riconoscere Israele, deporre le armi, riconoscere gli accordi precedenti, ivi compresa la road map.
Minaccia non di poco conto, considerato che gli aiuti europei e statunitensi costituiscono circa l’85% del totale dei finanziamenti esteri dell’Anp; minaccia che appare strumentale, tuttavia, ove si consideri che anche Fatah ha una sua ala armata (le Brigate dei Martiri di al-Aqsa), responsabile di vari attentati terroristici, ma ciò non ha mai determinato alcuno a mettere in discussione gli aiuti umanitari e di sviluppo in favore dell’Autorità palestinese.
Il paradosso più assurdo, peraltro, è che da una parte la comunità internazionale (si veda, da ultimo, la dichiarazione del “Quartetto” del 30 gennaio) elogia il popolo palestinese per il clima di compostezza e di serenità in cui si sono svolte le elezioni e, dall’altra, anziché rispettare il libero e democratico responso delle urne, lo minaccia di una sanzione collettiva come la cessazione del flusso dei finanziamenti, le cui gravi conseguenze per una economia disastrata e per un popolo ridotto pressocché in miseria come quello palestinese si possono facilmente immaginare.
Ma altrettanto degna di nota, e non del tutto inaspettata, è stato l’unanime condanna ed esecrazione per il risultato elettorale palestinese proveniente dalla stampa di regime, ben evidenziata da un recente articolo di Angelo Panebianco sul Corsera (“Le maschere del fanatismo”), secondo cui i Palestinesi, avendo votato per un “partito di tagliagole” (sic!), dovranno pentirsene amaramente e saranno i primi a pagare per le scelte di Hamas, un partito razzista che odia gli israeliani in quanto ebrei e il cui unico scopo è la distruzione di Israele.
Ora, a parte l’assoluta mancanza di fondamento dell’accusa di razzismo e di odio verso gli ebrei, in effetti uno dei principali addebiti che la comunità internazionale e i media rivolgono ad Hamas è quello di contenere nel proprio Statuto l’esortazione a distruggere lo Stato di Israele.
In realtà, tuttavia, questa affermazione non risponde al vero, in quanto nello Statuto di Hamas si parla piuttosto di lotta al nemico sionista e, soprattutto, della liberazione della Palestina dall’occupazione; vista sotto questo profilo, questa teorizzazione ha invero miglior dignità concettuale dei temi della deportazione dei Palestinesi in Giordania (il loro vero Stato!) e della creazione del Grande Israele, ben presenti in Israele in buona parte del Likud e dei partiti della destra religiosa.
Ma è quando si passa dal piano delle parole e delle affermazioni di principio a quello dei fatti sul terreno che si denota, ancor di più, la strumentalità delle prese di posizione contro Hamas ed il doppio metro di giudizio adottato, more solito, nei confronti di Israele e del popolo palestinese.
Hamas, a partire dagli accordi di Sharm el-Sheikh del febbraio dello scorso anno, ha di fatto osservato una tregua nei suoi attacchi contro Israele, interrotta soltanto dall’uccisione di Sasson Nuriel; in questo inizio del 2006, peraltro, nessun attacco terroristico è stato portato contro Israele, e nessun Israeliano è stato ucciso per mano palestinese.
Di contro, invece, nei primi 28 giorni di gennaio, l’esercito israeliano ha ucciso ben 16 Palestinesi e ne ha feriti 29, senza peraltro che né il “Quartetto”, né gli Usa, né l’Unione europea trovassero il tempo di protestare e di intimare a Israele la cessazione dei suoi raid assassini nei Territori occupati.
Alcune di queste uccisioni, inoltre, per le modalità con cui sono avvenute e per l’età delle vittime, risultano oltremodo odiose e brutali, e di esse si è già parlato (vedi più sotto, “I crimini di Israele e l’informazione negata”).
Domenica 15 gennaio, nel villaggio di Roujib, nei pressi di Nablus (West Bank), truppe israeliane della Brigata Shomron hanno aperto il fuoco all’impazzata contro un edificio di civile abitazione, uccidendo il 21enne palestinese Fawazi Dwaikat e sua madre, la 47enne Nawal Dwaikat (crivellata da ben 15 pallottole!), ferendo gravemente il padre con quattro proiettili al torace e colpendo altresì, più o meno gravemente, altri tre componenti della famiglia.
Lunedì 23 gennaio, nei pressi del villaggio di Al Mogheer, a nord-est di Ramallah (West Bank), soldati israeliani dell’unità di fanteria Golani hanno sparato contro un gruppo di ragazzini, uccidendo sul colpo il 13enne Mundal Abu-Aliya e ferendo due suoi coetanei: erano stati scambiati, niente meno, per dei militanti che piazzavano una mina lungo la strada.
Giovedì 26 gennaio, i bravi soldatini dell’Idf hanno assassinato Aya al-Astal, una bambina palestinese di nove anni, nei pressi del confine tra la Striscia di Gaza e Israele.Cosa aveva fatto questa povera bambina? Assolutamente niente, si era soltanto avvicinata in maniera “sospetta” alla recinzione di confine, tanto da meritarsi come punizione diverse pallottole israeliane che l’hanno colpita al collo e le hanno letteralmente aperto lo stomaco.
In tutti questi casi, Israele si è sempre dimostrato “dispiaciuto”, ma ha sempre affermato, nel contempo, che si è trattato di semplici “incidenti” o di “errori”, quasi ci si trovasse davanti ad un banale incidente stradale o ad un infortunio frutto del destino cinico e baro, e non piuttosto ad assassinii atroci e bestiali.
Ma naturalmente si tratta di una menzogna, arte di cui Israele si dimostra il massimo specialista; a dimostrarlo senza ombra di dubbio bastano i dati forniti da B’tselem, relativi ai Palestinesi uccisi nel corso della seconda Intifada fino al 31.12.2005, secondo cui oltre il 70% dei 3.386 Palestinesi assassinati da Tsahal non stavano partecipando ad alcuno scontro o combattimento, erano semplicemente delle persone innocenti ed inermi.
In tutti i casi di cui abbiamo discusso, nessun Israeliano è stato ucciso o ferito, nessun Palestinese ucciso era ricercato dall’Idf; alcuni di questi barbari assassinii, peraltro, sono avvenuti in violazione non solo delle norme del diritto umanitario – che imporrebbero ad Israele di compiere ogni sforzo per salvaguardare l’incolumità dei civili – ma anche delle stesse regole di ingaggio dell’Idf, che consentono di sparare solo in situazioni di pericolo reale ed urgente.
Ma, ormai, nelle fila del valoroso esercito israeliano, prevale la regola di derivazione americana secondo cui prima si spara e poi si interroga il morto e gli si chiedono i documenti; ciò, peraltro, grazie anche alla totale impunità conferita ai soldati dalle autorità israeliane, che non conducono quasi mai indagini su tali “incidenti”, e anche quando le svolgono, esse si concludono invariabilmente senza alcuna punizione per i colpevoli.
In tal modo, è stata archiviata e digerita anche l’uccisione di Iman al-Hams, una bambina palestinese di 13 anni dapprima ferita e poi liquidata con un colpo alla nuca da un capitano dell’unità di élite Givati; l’autore di questo abominio, l’ormai famoso Capitano R., non solo è stato assolto dalla giustizia israeliana, ma il suo comportamento è stato definito perfettamente legittimo e “morale” dal Capo di Stato maggiore dell’epoca: eppure si tratta di una barbarie di cui probabilmente nemmeno i nazisti si sarebbero macchiati!
E non si tratta solo di morti palestinesi, perché anche noi europei (ma anche gli americani) abbiamo avuto le nostre vittime, i cui carnefici sono rimasti parimente impuniti.
Penso a Rachel Corrie, schiacciata da un bulldozer mentre cercava di impedire la demolizione di una casa palestinese; penso a James Miller, ucciso mentre girava un documentario a Rafah, ucciso mentre indossava una giacca con la scritta press a caratteri cubitali ed in mano stringeva una bandiera bianca; penso a Iain Hook, un dirigente dell’Unrwa ucciso sull’uscio di un compound dell’Onu, ucciso perché un soldato israeliano aveva scambiato il suo telefonino per una bomba; penso al nostro Raffaele Ciriello, ucciso mentre scattava fotografie in un momento in cui non erano in corso combattimenti.
E se la comunità internazionale ha rinunciato a chiedere giustizia per i propri morti, dove troverà la forza e la voglia di chiedere conto a Israele dei poveri morti palestinesi?
Capisco che Usa e Russia – in Iraq come in Cecenia come in tanti altri posti – abbiano fatto e facciano anche di peggio, ma quale pressione occulta, quale linea politica, quale debito che si presume si debba ancora pagare a Israele impedisce, ancora oggi, ai governi e alle cancellerie europee di fare almeno un serio tentativo per fermare la quotidiana violazione dei diritti umani e il massacro del popolo palestinese?
E qual misterioso virus sionista si è impadronito della carta stampata e della televisione, che battono e ribattono sullo Statuto di Hamas, ma negano ai cittadini ogni informazione sull’assassinio di povere donne e bambini innocenti?
Eppure – parafrasando Angelo Panebianco – la democrazia è una fragile scommessa, anche in Israele, e può essere cancellata se la maggioranza degli elettori condivide l’operato e appoggia un Governo che manda una banda di assassini e tagliagole a fare strage di innocenti nei Territori palestinesi.
E non è più possibile assistere inerti a questo scempio.

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