13 gennaio 2006

La propaganda dell'ulivo.

Gli israeliani, si sa, sono diventati dei veri maestri nella propaganda e nella manipolazione dei media (che, in verità, spesso sono ben disposti a farsi “manipolare”), ed in questa attività profondono notevoli sforzi e risorse finanziarie, ben consci del fatto che Israele non gode di una buona “immagine” presso l’opinione pubblica estera, soprattutto europea.
Qualche tempo addietro, sui canali tv israeliani, venne addirittura proposta una trasmissione, a metà tra “Un giorno in pretura” e il “Grande Fratello”, in cui alcuni giovani israeliani, uomini e donne, a turno dovevano perorare la causa del loro Paese di fronte ad una simulata giuria “ostile” composta da europei.
In questo quadro si inserisce la vicenda degli alberi di ulivo distrutti o danneggiati dai coloni israeliani, e della proposta di indennizzo in favore di Palestinesi, avanzata in Consiglio dei Ministri dal Procuratore Generale Menachem Mazuz.
Il problema è tristemente noto.
I coloni israeliani, sebbene siano illegalmente stabiliti su terra altrui, sono gente pacifica e industriosa ed hanno ottimi rapporti con i vicini Palestinesi, limitandosi saltuariamente a picchiarli, a devastarne la proprietà, solo in qualche caso ad assassinarli.
L’hobby preferito dai settlers, tuttavia, è quello di danneggiare le coltivazioni dei contadini palestinesi, soprattutto gli uliveti: soltanto nell’ultima settimana, nei villaggi di Tawara e Burin, sono stati sradicati o tranciati circa 170 alberi di ulivo, e lo stesso è accaduto a dicembre, sempre nel villaggio di Burin, per altri 240.
Secondo la polizia israeliana, nel corso del 2005 e solo nel West Bank, sono stati sradicati 733 alberi di ulivo; secondo, invece, una lista (ancora incompleta) di 29 “incidenti” di questo genere, redatta dai gruppi per i diritti umani Yesh Din, B’tselem e Rabbis for Human Rights, nell’anno appena trascorso almeno 2.750 alberi di ulivo sono stati vandalizzati in vari modi: la maggior parte sono stati sradicati o rubati, alcuni sono stati bruciati, altri ancora hanno ricevuto una “potatura” completa e sono rimasti lì, con i rami amputati, e prima di una decina d’anni non torneranno a dare gli stessi frutti di prima.
Si tratta di atti vili e barbari, che privano dei mezzi di sussistenza numerose famiglie di contadini palestinesi ed hanno come fine ultimo quello di convincerli a vendere la loro terra a prezzi ridicoli, costringendoli a trasferirsi altrove per poter vivere in tranquillità.
La quasi totalità di questi danneggiamenti da parte dei settlers israeliani è avvenuta nella cd. Area B, la quale è sotto il controllo di sicurezza dell’esercito e della polizia israeliani ed in cui, invece, le forze di sicurezza palestinesi hanno il divieto di operare.
Ebbene, in tutti questi casi – come del resto in tutti gli scontri in cui sono coinvolti i coloni – la polizia israeliana e i soldatini di Tsahal si sono sempre ben guardati dall’intervenire, spesso addirittura assistendo divertiti alle “prodezze” dei loro compatrioti.
E’ d’altronde un testimone assolutamente non imputabile di partigianeria – il Capo dello Shin Bet Yuval Diskin – ad aver recentemente affermato che “l’Idf e la polizia israeliana hanno chiuso gli occhi e non hanno mai fatto nulla per risolvere questo fenomeno” (“Shin Bet: Idf did nothing to stop settlers uprooting olive trees” Ha’aretz, 10.1.2006).
Improvvisamente, nella riunione del Consiglio dei Ministri dell’8 gennaio, il Procuratore Generale Menachem Mazuz si è scagliato contro i coloni autori di questi vandalismi ed ha proposto, nel contempo, di risarcire i contadini palestinesi che hanno subito danni alle loro coltivazioni.
Il Ministro della Difesa Mofaz, a sua volta, ha ricordato di aver già dato ordine di costituire un team investigativo per far luce sulla distruzione degli uliveti nel West Bank, e che al termine di tali indagini si potrà procedere a compensare i Palestinesi che hanno subito danneggiamenti, con rivalsa dello Stato nei confronti degli autori.
Questa è la notizia, pubblicata con i dovuti osanna anche sui maggiori quotidiani italiani: vi è un piccolo gruppo di coloni che danneggiano la proprietà dei Palestinesi, ma non vi preoccupate, i vandali saranno fermati e i contadini saranno risarciti, come è giusto che sia.
Ed è ancora una volta un giornalista israeliano – la splendida Amira Hass – a doverci ricordare che questi “risarcimenti” costituiscono, in realtà, solo una pura e semplice manovra di propaganda (“It’s not the olive trees” Ha’aretz, 11.1.2006).
L’esercito israeliano ha sradicato e distrutto migliaia di ulivi e alberi da frutto, terre coltivate e serre, e continua ancora oggi a farlo, per le superiori esigenze della “sicurezza” di Israele, per garantire la visibilità ai propri soldati, per costruire torri di osservazione e check-points, per erigere il muro, per costruire nuove “by-pass roads”, per assicurare nuove zone di rispetto a difesa degli insediamenti colonici (illegali).
Nel solo villaggio di Qafeen, ad esempio, sono stati abbattuti ben 12.600 alberi di ulivo per costruire il muro di “sicurezza”, e così è avvenuto e avverrà per molti altri villaggi.
Sempre a Qafeen, oltre 100.000 alberi sono circondati dal muro, e i proprietari, per gran parte dell’anno, non possono accedere alle loro terre, coltivarle e raccogliere i frutti, sempre per le superiori esigenze della “sicurezza” di Israele e dei suoi amati coloni.
La scorsa settimana l’esercito israeliano, per permettere la costruzione del muro di “sicurezza”, ha raso al suolo vaste terre coltivate nel villaggio di Sikka, a sud-ovest di Hebron e ha sradicato circa 400 alberi di ulivo (PCHR report n.1/2006).
Sempre nel territorio del Governatorato di Hebron, il 21 dicembre, l’Idf ha requisito oltre 23 ettari di terra per costruire una “barriera di sicurezza” lungo le Strade 60 e 317, e potrei continuare all’infinito.
Secondo B’tselem, a partire dagli anni ’70, Israele si è appropriata di decine di migliaia di ettari di terra palestinese, per motivi di sicurezza, per pubblica utilità, ma soprattutto attraverso il metodo di dichiararle “terre di Stato”; si tratta di un’assurda implementazione di una legge risalente all’impero ottomano (1858) che consente, tra l’altro, di dichiarare “terra di Stato” quei terreni di cui si fornisca la prova che non sono stati coltivati per almeno tre anni.
Chi risarcirà il popolo palestinese per la distruzione di decine di migliaia dei suoi alberi e per il continuo furto di migliaia di ettari di terre coltivate?
E questo è soltanto un aspetto dei “problemi” causati dall’occupazione militare israeliana.
Tornando per un attimo a quell’altro capolavoro di propaganda rappresentato dal ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza, si può ricordare come l’esercito israeliano abbia unilateralmente e illegalmente istituito una “no-go zone”, un’area in cui i Palestinesi non possono entrare senza mettere a rischio la propria incolumità a causa delle incursioni aeree dell’aviazione israeliana; ebbene, secondo il rapporto dell’OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) che copre il periodo 21 dicembre /3 gennaio 2006, quest’area è vasta all’incirca 870 ettari ed è stata, di fatto, espropriata ai circa 5.000 Palestinesi che abitano ad al-Siafa e negli altri villaggi situati all’interno della stessa.
Secondo l’OCHA, nel periodo considerato, l’esercito israeliano ha sparato contro obbiettivi situati all’interno di quest’area e nel nord della Striscia più di 127 colpi di artiglieria e 23 missili aria-terra, danneggiando seriamente due ponti e 11 strade (tra cui la principale strada di accesso a Beit Hanoun) nonché vari edifici privati e governativi.
Chi risarcirà i Palestinesi per i danni causati dai raid e dai bombardamenti quotidiani dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza (e, incidentalmente, chi risarcirà i Paesi donatori che continuano a profondere sforzi finanziari non indifferenti per case e strutture che vengono regolarmente danneggiate o distrutte da Israele)?
Ancora, secondo il recente rapporto della Banca Mondiale sullo stato dell’economia palestinese (dicembre 2005), uno dei principali fattori di rischio per la ripresa è rappresentato dalla politica di chiusure e restrizioni al movimento di persone e beni portata avanti da Israele, con riferimento particolare alle restrizioni all’ingresso in Israele dei lavoratori palestinesi, al passaggio delle esportazioni palestinesi al confine con Israele ed ai controlli sui movimenti di persone e merci all’interno della Cisgiordania.
Ebbene, sotto il primo aspetto, il valico di Erez (Beit-Hanoun) - l’unica via di accesso per i Palestinesi della Striscia verso Israele e il West Bank – è rimasto chiuso a partire dal 16 Dicembre, e circa 5.360 lavoratori palestinesi, pur in possesso di permessi validi, non possono raggiungere i luoghi di lavoro.
Va ricordato come, ancora oggi, Israele si rifiuti di dare attuazione all’accordo sui movimenti e gli accessi da e per Gaza, stipulato il 15 novembre, che prevedeva – a partire dal 15 dicembre – che il trasferimento delle persone dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania e viceversa avvenisse a mezzo di convogli di autobus; per questo accordo si era spesa in prima persona il Segretario di Stato Usa Condoleezza Rice, eppure giusto ieri il Ministro della Difesa israeliano Mofaz ha ribadito all’inviato statunitense che Israele non si sogna neppure di tener fede alle intese raggiunte.
Ma anche per il passaggio delle merci da e per Gaza le cose non vanno molto meglio, perché il valico commerciale di Karni (al-Mentar) continua a lavorare molto al di sotto delle possibilità e, inoltre, anche questo valico è soggetto a chiusure improvvise da parte di Israele, come mezzo di pressione sulla già esausta economia palestinese.
E, infine, per quanto riguarda la libertà di trasferimento di persone e beni all’interno della Cisgiordania, basterà notare come oggi esistano 411 “ostacoli” di varia natura ai movimenti nel West Bank, di cui 59 sono costituiti dai check-points fissi (dati OCHA); ad essi vanno aggiunti i check-points “volanti”, ben 184 nel già ricordato periodo 21 dicembre/3 gennaio 2006.
Con quali risultati per l’economia, ma anche per i diritti umani dei Palestinesi della regione, è ben facile immaginare.
Giusto in questi giorni la Banca Mondiale ci ha ricordato che l’Autorità Palestinese rischia la bancarotta e che, molto probabilmente, non sarà in grado di pagare gli stipendi ai propri dipendenti: non potendo dare più la colpa ad Arafat e alla sua corruzione, a chi si rivolgerà adesso Israele, al destino cinico e baro?
E non avrebbe diritto il popolo palestinese ad essere risarcito per la devastazione delle proprie infrastrutture e della propria economia, causata da una pluridecennale, scellerata occupazione militare israeliana?
Questo per non parlare delle migliaia di Palestinesi, bambini, donne, anziani, assassinati da Israele pur se non erano assolutamente coinvolti in scontri o combattimenti (si tratta, stima B’tselem al 30 giugno 2005, del 54% del totale dei Palestinesi uccisi durante la seconda Intifada): non avrebbero diritto, anch’essi (o meglio, le loro famiglie) ad una qualche forma di risarcimento?
E dunque, alla fine, ha davvero ragione Amira Hass, il Governo israeliano cerca di tacitare la coscienza del Paese, che si dimostra scioccato dai vandalismi di una piccola minoranza della popolazione, ma sembra dimenticarsi delle responsabilità dell’intera collettività per la devastazione, la miseria e l’assassinio del popolo palestinese.
A prezzo di pochi sheckels, tuttavia, il Governo israeliano tenta anche di inventarsi l’ennesimo spot pubblicitario, l’ennesimo tentativo di accreditare all’estero l’immagine di un Paese civile e rispettoso del diritto.
Ma non ci casca più nessuno.

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10 Commenti:

Alle 13 gennaio 2006 09:25 , Anonymous leo ha detto...

ma non capisci che quelle olive minacciano Israele! Minacciano la sua stessa esistenza! ;-P

 
Alle 16 gennaio 2006 05:59 , Blogger chrishuron9280 ha detto...

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Alle 19 novembre 2009 13:26 , Anonymous Anonimo ha detto...

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Alle 19 novembre 2009 13:32 , Anonymous Anonimo ha detto...

Si, probabilmente lo e

 
Alle 28 novembre 2009 22:05 , Anonymous Anonimo ha detto...

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Alle 28 novembre 2009 22:13 , Anonymous Anonimo ha detto...

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Alle 24 maggio 2011 22:33 , Anonymous Anonimo ha detto...

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