19 maggio 2006

Quei morti "dimenticati".

All’inizio della scorsa settimana si è seriamente sfiorata la guerra civile in Palestina, con scontri a fuoco che hanno visto contrapposti membri della sicurezza preventiva di Fatah (comandata di fatto dal sempiterno Mohammed Dahlan) da una parte e attivisti di Hamas e dei Comitati di Resistenza Popolare dall’altra.
Il risultato è che tra lunedì 8 e martedì 9 maggio, in varie località della Striscia di Gaza, sono stati uccisi due militanti di Fatah e uno di Hamas, e che una ventina di Palestinesi sono rimasti feriti, tra cui ben otto ragazzini all’uscita da scuola; la tensione è tutt’ora altissima, malgrado il fatto che Hamas e il partito di Abu Mazen abbiano diramato un comunicato congiunto in cui si avvisava che, d’ora in avanti, chiunque fosse stato sorpreso a circolare armato sarebbe stato dichiarato “fuorilegge”.
Prova ne è che, ancora ieri e stamattina, due attivisti di Hamas sono stati uccisi ed uno gravemente ferito nella striscia di Gaza, nel corso di due separati agguati di cui non è stata rivendicata la paternità.
Di questi sanguinosi scontri tra le diverse organizzazioni palestinesi i media italiani hanno dato una copertura giornalistica davvero notevole, ben lontana dagli usuali standard che vedono la morte di civili Palestinesi quasi sempre omessa o riportata con brevi accenni, e persino all’interno di Uno mattina, tra un errore grammaticale di Luca Giurato e una ricetta di cucina, ne è stato dato ampio resoconto.
Peccato che, complice forse il bel tempo degli ultimi due weekend, analoga copertura informativa non sia stata data alle violente e brutali azioni dell’esercito israeliano che, prima e dopo i fatti in questione, hanno reclamato l’ennesimo tributo di sangue palestinese.
Giovedì 4 maggio, un tassista palestinese di 37 anni, Zakhariah Daraghmeh, è stato ucciso a sangue freddo dai soldati israeliani nei pressi del check-point di Ba’adan, a est di Nablus.
E’ successo che Daraghmeh – come quasi tutti i tassisti della zona – si era avvicinato al check-point in cerca di clienti diretti a Nablus ed era entrato in una zona vietata al traffico veicolare; all’avvicinarsi di una jeep israeliana, il povero Daraghmeh ha cercato di allontanarsi a piedi, ma è stato colpito alla schiena da un colpo di fucile ed è morto qualche ora dopo al Rafadiya Hospital di Nablus.
Venerdì 5 maggio, l’aviazione israeliana ha ucciso 5 militanti dei Comitati di Resistenza Popolare nel corso di un raid aereo a Rafah, nel nord della Striscia di Gaza; in aggiunta, durante un’incursione dell’Idf nel campo profughi di Balata, nel West Bank, truppe israeliane con l’appoggio di una trentina di jeep e di alcuni bulldozer hanno ferito tre attivisti delle Brigate al-Aqsa e ne hanno arrestati altri due.
Sabato 6 maggio, verso sera, nel corso dei consueti, massicci bombardamenti della Striscia di Gaza, l’esercito israeliano ha ucciso un anziano agricoltore palestinese, il 65enne Mousa Salim al-Sawarka, colpito in pieno dalle schegge mentre portava al pascolo i suoi cammelli; in precedenza, nel corso della mattina, altri 4 Palestinesi erano rimasti feriti nel corso dei bombardamenti, che hanno riguardato soprattutto le aree a nord e a est di Beit Lahia.
Domenica 7 maggio, nuovi bombardamenti da parte degli Israeliani che, sia detto incidentalmente, in questo e nei giorni successivi hanno sparato una media di 300 colpi di artiglieria al giorno contro obiettivi civili (cfr. la corrispondenza di Amos Harel su Ha’aretz, 9.5.2006); il risultato è stata la morte di un altro agricoltore palestinese, il 55enne Hassan Khader al-Shaf’ei, ed il ferimento della 59enne Fatema Sahweel, colpita all’occhio destro dalle schegge delle granate cadute a meno di 300 metri dalla sua casa a est di Beit Hanoun.
Tra lunedì 8 e martedì 9 maggio, infine, si sono contati “soltanto” cinque feriti a causa dei bombardamenti, tra cui un ragazzino di 15 anni e due donne, ricoverate all’ospedale di Beit Lahia, e questo nonostante l’intensità dei bombardamenti sia ulteriormente aumentata fino a giungere, in alcuni momenti, alla frequenza di un colpo d’artiglieria ogni 15 secondi, causando notevoli danni a varie infrastrutture ed a case di civile abitazione.
Questi bombardamenti indiscriminati, che vanno avanti ormai da oltre due mesi, alla data del 7 maggio, e solo in 20 giorni, hanno causato 8 vittime, inclusi due bambini e due membri delle forze di sicurezza palestinesi che cercavano di rimuovere un proiettile d’artiglieria inesploso, mentre i feriti ammontano ad almeno 60, di cui 21 minori di 18 anni (cfr. Palestinian Centre for Human Rights, press release del 7.5.2006).
Si tratta, dunque, di atti irresponsabili e disumani, che costituiscono una gigantesca punizione collettiva a danno della popolazione della Striscia di Gaza e che, per la loro gravità e sistematicità, costituiscono dei veri e propri crimini contro l’umanità (vedi, su questo punto, http://palestinanews.blogspot.com/2006/04/ma-chi-condanna-i-crimini-di-israele.html).
Complessivamente, nel periodo compreso tra il 4 ed il 10 maggio, l’esercito israeliano ha ucciso 9 Palestinesi e ne ha feriti 24 (14 a Gaza e 10 nel West Bank); tra questi ultimi, ben 7 erano bambini e 3 le donne.
Eppure, mentre da una parte si da ampio risalto alle perdite causate dagli scontri intestini tra le varie fazioni palestinesi, dall’altra si mantiene un silenzio pressoché assoluto sui Palestinesi uccisi e/o feriti dall’esercito israeliano, per quale ragione?
Un primo motivo, più evidente e banale, consiste naturalmente nel fatto che è molto più facile, per i media di regime, raccontare di Palestinesi uccisi per mano di altri Palestinesi, piuttosto che affrontare la spinosa questione delle spietate e illegali esecuzioni extra-giudiziarie commesse da Israele e, ancora di più, quella dei crimini contro l’umanità perpetrati dall’esercito israeliano ai danni degli abitanti della striscia di Gaza.
Ma un secondo, recondito motivo è rappresentato dalla strategia, condotta sia sul piano politico sia su quello mediatico-propagandistico, che tenta di accreditare l’immagine dei Territori palestinesi occupati come quella di una regione allo sbando, stretta tra una situazione economica e sanitaria disastrosa ed una guerra civile strisciante, e ciò non al fine di protestare contro l’inumano trattamento riservato alla popolazione palestinese, ma piuttosto di fornire il pretesto al Quisling palestinese di nome Abu Mazen di procedere alla rimozione del legittimo governo di Hamas, giustificandola con lo stato di emergenza e l’incapacità del movimento islamico di provvedere ai bisogni della popolazione.
Non è certo un caso se, recentemente, i servizi segreti israeliani hanno fatto trapelare la notizia di un fallito attentato alla vita del Presidente palestinese, sventato proprio grazie alle informazioni che sarebbe state fornite tempestivamente dallo Shin Bet ai più stretti collaboratori di Abu Mazen.
Tale fantomatico “attentato” – seccamente smentito dal Ministro degli esteri palestinese Mahmoud al-Zahar – sarebbe stato ordinato dalla dirigenza di Hamas all’estero, dietro pressioni dell’Iran.
E qui ci si ricollega al disegno più generale, tanto caro ad Israele e agli Usa, che cerca di inserire ogni vicenda mediorientale nell’unico calderone della lotta al terrorismo “globale”, unendo tutto e il contrario di tutto, Hamas, la Jihad islamica, al-Qaeda, l’Iran di Ahmadinejad, la Siria, il Libano degli Hezbollah, la monarchia saudita e quant’altro.
Persino la disastrosa situazione ospedaliera e sanitaria dei Territori palestinesi, soprattutto a Gaza, denunciata con sdegno e angoscia dagli editoriali del N.Y. Times o di Le Monde e dai report di organizzazioni come Gush Shalom, B’tselem, Amnesty International, Medici per i Diritti Umani ed altre ancora, viene piegata a questa diabolica macchinazione, in un duplice senso.
Da una parte, si attesta la carenza di materiale sanitario e di medicine, e la morte di alcuni bambini per mancanza di cure adeguate, ma non per denunciare l’assurda punizione collettiva e l’inumano trattamento riservato ai Palestinesi dalla comunità internazionale, che ha tagliato ogni aiuto finanziario all’Anp, e da Israele, che illegalmente rifiuta di riversare ai Palestinesi le imposte e i dazi doganali trattenuti per loro conto, ma, al contrario, proprio al fine di incolpare “l’entità terrorista” guidata da Hamas di tale disastro umanitario, giustificando a priori l’eventuale rimozione del governo democraticamente eletto.
Dall’altra si fanno circolare fantasiose analisi geopolitiche, secondo cui la prova della creazione di un nuovo “asse antisemita” in medio oriente starebbe proprio nella “catena di pronunciamenti a favore di elargizioni in denaro all’Autorità di Hamas, partita da Teheran e che ha coinvolto anche la Siria, ma soprattutto paesi … come Arabia Saudita e Qatar”, giungendo addirittura a parlare di una nuova “sindrome dell’isolamento” di Israele (cfr. sul punto “Il patto kamikaze” su L’Espresso, 27.4.2006).
Ma cosa dovrebbero fare i Palestinesi, rifiutare quei pochi aiuti finanziari promessi dagli Stati arabi per non fare pesare su Israele un fantomatico “isolamento”?
Aiuti finanziari, peraltro, che sono rimasti quasi tutti sulla carta a causa del ricatto Usa che pesa sul circuito bancario internazionale, che non osa operare transazioni finanziarie a favore dell’Anp per paura delle sanzioni conseguenti.
Analisi e ricostruzioni di tal genere sono, peraltro, assolutamente fantasiose; la questione palestinese ha sempre avuto una sua specificità, tutt’ora riaffermata con forza da Hamas, da ultimo negando con un comunicato ufficiale ogni collegamento con al-Qaeda e ripudiandone le azioni terroristiche.
Attualmente, la situazione è in una fase d’attesa, carica tuttavia di tensione e di preoccupazioni.
L’Unione europea, sull’onda emozionale sollevata dalle notizie relative alla drammatica carenza di cibo e medicinali nella Striscia di Gaza, ha deciso di ripristinare il regime di aiuti finanziari all’Anp, secondo meccanismi che, tuttavia, non sono stati ancora per nulla chiariti.
Non si tratta, infatti, solo di una emergenza sanitaria, ma di un vero e proprio collasso dell’intera struttura economico-finanziaria palestinese; basti pensare che i dipendenti dell’Anp non ricevono lo stipendio ormai da tre mesi, e che da tali entrate dipende la sussistenza di circa il 25% della popolazione palestinese.
In un recente memorandum della Banca Mondiale, pubblicato dalla Reuters, si è poi fatta presente l’urgenza di provvedere al ripristino degli aiuti finanziari da parte della comunità internazionale, sostenendo che lo scenario precedentemente prefigurato – che pure vedeva il tasso di povertà salire al 67% e quello di disoccupazione al 40% - era da considerarsi ormai “sottostimato”.
A fronte di questa catastrofe annunciata, tuttavia, l’Unione europea non è stata nemmeno in grado di fornire dettagli circa il meccanismo con cui verranno ripristinati gli aiuti e, in particolare, su come verranno pagati gli stipendi agli impiegati palestinesi.
Dovendosi purtroppo perseverare con l’ipocrita decisione di fornire gli aiuti finanziari evitando di passare per le strutture governative di Hamas, la difficoltà sta appunto nel trovare un idoneo meccanismo atto a far giungere i soldi direttamente nelle tasche dei Palestinesi, con le ovvie e intuibili difficoltà del caso.
L’idea prevalente è quella di affidare l’ingrato compito ad un fondo gestito dalla Banca Mondiale, la quale però ha già fatto sapere che il prerequisito essenziale a che tutto funzioni è che gli Stati Uniti ed Israele forniscano “esplicite assicurazioni” alle banche ed agli organismi finanziari internazionali, a vario modo coinvolti nell’operazione, “che non saranno in alcun modo soggetti a sanzioni”.
Il che non è del tutto pacifico, visto che gli Usa hanno dovuto in un certo qual modo “subire” la decisione europea, pur non essendone affatto contenti; il Segretario di Stato americano Condy Rice, ad esempio, a margine di una riunione del “Quartetto” del 9 maggio, ha avuto modo di affermare che “nessun Paese al mondo, incluse le nazioni africane più povere, fa affidamento su fonti estere per pagare i suoi impiegati”.
Si potrebbe replicare che nessuna nazione al mondo vive sotto il tallone di una occupazione militare brutale ed asfissiante, e che nessun Paese al mondo vede buona parte delle proprie entrate finanziarie illegalmente sequestrate da un Paese straniero ma, tant’è, questa è la spia della contrarietà americana al progetto di aiuti ideato dall’Unione europea, che peraltro dovrebbe avere una durata limitata nel tempo (si parla di tre mesi).
Un meccanismo del genere, peraltro, non varrebbe a sanare del tutto la disastrosa situazione dell’Anp, dato che, comunque, ad essa non verrebbe fornito direttamente alcun finanziamento, con il risultato di determinare il collasso delle strutture pubbliche palestinesi: per fare funzionare una organizzazione di tipo statuale, infatti, non basta pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, bisogna anche approntare i mezzi finanziari per l’acquisto di beni e la fornitura di servizi.
Già adesso, ad esempio, la Dor Energy, l’unica compagnia a fornire carburanti e prodotti petroliferi ai Palestinesi, ha deciso di sospendere ogni ulteriore fornitura, in conseguenza dell’enorme debito accumulato nei confronti dell’Anp, ed il capo dell’Agenzia petrolifera palestinese, Mujahed Salameh, paventa il blocco delle fabbriche e la sospensione dei servizi di trasporto pubblico e delle ambulanze.
Nel frattempo circolano nuovamente strane voci (ancora di fonte israeliana, naturalmente) circa presunti complotti per uccidere Abu Mazen: cambia, stavolta, l’organizzazione che avrebbe progettato il presunto attentato, prima era Hamas, stavolta la Jihad islamica, a mezzo di un’auto imbottita di tritolo, mentre un nuovo fronte di contrasto tra Fatah e Hamas è rappresentato ora dalla costituzione di un nuovo corpo di sicurezza agli ordini del Ministero degli Interni palestinese, giudicata “illegale” dal Presidente palestinese.
Anche di questo, oggi, i media davano ampio risalto, ivi inclusa un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica da Abu Mazen.
Le uniche notizie a non circolare continuano ad essere, inopinatamente, quelle relative al crescendo di esecuzioni extra-giudiziarie e di assassinii di Palestinesi ad opera dell’esercito israeliano.
Domenica, 14 maggio, durante un raid nel villaggio di Qabatya, nel West Bank, l’esercito israeliano ha ucciso un militante delle Brigate al-Quds, il 23enne Tha’er Sadiq Hanaisha; il fratello, il 21enne Mujahed, accorso per cercare di soccorrerlo e di portarlo al riparo, è stato anch’egli ucciso da diverse pallottole al petto e al capo, pur essendo disarmato; poco dopo, a seguito di un violentissimo scontro a fuoco e al lancio di alcuni razzi, venivano ritrovati i corpi di altri due Palestinesi, entrambi devastati dalle schegge: si trattava, in particolare, di Mo’tassem Ja’ar e di Elias al-Ashqar, quest’ultimo il vero obiettivo dell’intera operazione, in quanto ritenuto responsabile di vari attentati suicidi.
Nel corso dell’attacco a Qabatya, numerosi Palestinesi, in maggioranza ragazzini, sono scesi in strada tirando pietre ai soldati israeliani e questi, per tutta risposta, hanno sparato ad altezza d’uomo, uccidendo il 20enne Jihad Abdul Rahman e ferendone altri 16 civili, tra cui 7 bambini e un giornalista.
Sempre domenica, nella città di Jenin, una unità israeliana sotto copertura ha ucciso Jihad Kamil, un militante delle Brigate al-Aqsa ed il 21enne Ali Jabbarin; quest’ultimo è stato brutalmente assassinato a sangue freddo per la semplice circostanza di trovarsi di guardia al vicino Quartier Generale dell’intelligence palestinese.
Lunedì sera, 15 maggio, l’aviazione israeliana ha lanciato un missile contro un pick-up che si sospettava trasportasse alcuni razzi Qassam pronti ad essere lanciati, nei pressi del campo profughi di Khan Yunis, ferendo tre militanti della Jihad islamica, di cui uno in maniera grave, ma anche una donna che si trovava nei pressi.
Mercoledì pomeriggio, 17 maggio, l’esercito israeliano ha circondato una casa a Nablus, nel West Bank, uccidendo i due militanti della Jihad islamica che la occupavano e ferendone un terzo.
Nel corso dell’operazione ha trovato la morte anche un povero anziano palestinese, il 74enne Mosharraf al-Mbaslat, colto da un infarto a seguito dei colpi sparati dai soldati israeliani contro la sua casa; raccontano i vicini che, in realtà, l’anziano ha più volte chiamato aiuto durante l’attacco, ma i valorosi soldatini di Tsahal hanno impedito al personale medico di entrare nella sua casa per aiutarlo.
In soli quattro giorni, dunque, l’esercito israeliano ha causato la morte di ben 10 Palestinesi, a cui vanno aggiunti, nel solo periodo compreso tra l’11 ed il 17 maggio, altri 41 feriti (di cui 13 bambini).
Il nuovo Ministro dell’Assassinio, pardon, della Difesa israeliano Amir Peretz, secondo un comunicato ufficiale, “ha personalmente approvato” il raid di Tsahal del 14 maggio e “ha seguito da vicino la sua esecuzione”; più tardi, egli ha voluto pubblicamente elogiare l’Idf, la polizia e lo Shin Bet per la riuscita conclusione dell’operazione, affermando che si tratta di un’azione in linea con la politica israeliana, in base alla quale si continuerà a combattere il terrorismo e contemporaneamente a facilitare le condizioni di vita dei Palestinesi (cfr. “Peretz lauds killing of Islamic Jihad” su Ha’aretz, 15.5.2006): la prima parte di questa affermazione è ben chiara, la seconda un po’ meno…
Questa è la risposta a chi si aspettava un “addolcimento” di Tsahal a seguito del cambio della guardia tra Shaul Mofaz e il laburista Peretz: al peggio non c’è mai fine!
Secondo le statistiche fornite dalla Mezzaluna rossa, l’esercito israeliano ha ucciso, dall’inizio dell’anno ad oggi, ben 118 Palestinesi (di cui 17 bambini) e ne ha feriti oltre 460; considerato che nei primi cinque mesi del 2005 i Palestinesi uccisi erano stati “solamente” 90, ciò mostra di tutta evidenza la portata dell’escalation di violenza, terrore e morte scatenata da Tsahal nei Territori occupati, nonostante il “decisivo” passo verso la pace rappresentato dal ritiro dalla Striscia di Gaza.
Si tratta di un vero e proprio massacro, di cui tuttavia, misteriosamente, nessuno parla né, tanto meno, cerca di trovare rimedi.
Resta l’incredulità e la rabbia per il solito doppio standard utilizzato sulla questione palestinese dalla comunità internazionale, che da una parte taglia gli aiuti finanziari ad Hamas se non rinuncia “ufficialmente” alla violenza (causando una gravissima crisi umanitaria) e dall’altra non adotta alcuna sanzione, sia pur minima, a carico di un Paese come Israele che quella violenza feroce e bestiale la pratica sul campo, quotidianamente.
Resta lo sconcerto per le posizioni assunte dalla sinistra italiana, transitata a quanto pare armi e bagagli, salva qualche lodevole eccezione, su posizioni degne del sionismo militante; persino il neo Presidente della Repubblica Napolitano, nel primo discorso alla nazione, ha parlato di mettere al bando l’arma del terrorismo suicida e di contrastare con fermezza ogni rigurgito di antisemitismo, ma non ha fatto alcun cenno all’assassinio dei civili Palestinesi ed ai crimini di guerra commessi da Israele.
Resta l’amarezza per questi poveri morti “dimenticati”, di cui non fa comodo parlare e di cui non importa a nessuno, ritenendosi più urgente e rilevante, piuttosto, la notizia di qualche decina di tombe danneggiate (e non si sa nemmeno da chi) nel cimitero ebraico di Milano.
Ma a noi importano questi morti, e non smetteremo mai di denunciare la politica dell’assassinio praticata da Israele, la sua brutalità, la sua spietatezza, la sua disumanità.
Senza lasciarci intimidire dallo spauracchio dell’antisemitismo, brandito come un’arma da quanti vorrebbero che il massacro della popolazione palestinese e la pulizia etnica in atto a Gerusalemme ed in varie parti del West Bank continuino indisturbati.
Non può essere certo addebitato a colpa nostra se i macellai e i massacratori del popolo palestinese sono ebrei che vestono (ma non sempre…) la divisa di Tsahal, e se il vessillo di morte che sbandierano con orgoglio reca al suo interno la stella di Davide.

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