8 marzo 2008

Verso una Terza Intifada?

I drammatici eventi e il bagno di sangue provocati nella Striscia di Gaza dall’operazione denominata “Inverno caldo” hanno letteralmente invaso le pagine dei giornali e i servizi delle televisioni di tutto il mondo, ovviamente anche nei Paesi mediorientali.

Molti osservatori concordano ormai sulla insostenibilità della attuale situazione, che vede la logica della violenza cieca e brutale prevalere su quella del negoziato e del dialogo, a causa soprattutto dell’ostinazione di Israele e degli Usa nel negare ad Hamas lo status di partner per un accordo di pace o, financo, per una semplice tregua, nel timore di attribuire una patente di legittimità a quella che considerano (ahimé, anche l’Europa…) una organizzazione “terroristica”.

Eppure dovrebbe essere ormai chiaro che, se pace vi potrà mai essere, dovrà essere una pace tra Israeliani e Palestinesi, non tra Israele e la Cisgiordania di Abbas e Fayyad.

Ed invece, per usare le parole di Ali Abunimah, ricercatore presso il “Palestine Center”,la strategia americana continua ad essere puramente e semplicemente quella di ignorare Hamas: “Non si può parlare con loro. Non si può trattare con loro. Devi solo coprirti le orecchie, chiudere gli occhi e far finta che non esistano” (Hamas, ma anche un milione e mezzo di Palestinesi residenti nella Striscia di Gaza).

Il rischio sempre più concreto, peraltro, è che le distruzioni e i crimini di guerra commessi da Israele ai danni dei Palestinesi nella Striscia di Gaza finiscano con l’infiammare nuovamente anche la relativamente quieta (almeno per ora) West Bank, provocando lo scoppio di una Terza Intifada non meno sanguinosa delle precedenti.

In questo senso si esprime Zvi Bar’el, analista politico israeliano, in un articolo apparso il 2 marzo nell’edizione on-line in lingua inglese del quotidiano Ha’aretz, qui proposto nella traduzione offerta dal sito Arabnews.

Articolo sinistramente profetico perché ha preceduto solo di qualche giorno l’assalto ad una scuola religiosa di Gerusalemme, costato la vita ad 8 Israeliani.

E poco importa se questa strage sia ascrivibile ad Hamas, in “risposta” ai 130 Palestinesi uccisi da Tsahal a Gaza nel corso dell’operazione “Inverno caldo”, oppure a Hezbollah, come ritorsione per l’assassinio del leader militare
Imad Mughniyeh.

Perché identico è il frutto amaro della politica dell’assassinio di marca israeliana: continuare a piangere sempre nuovi morti, nella speranza illusoria che la pace e la sicurezza possano essere raggiunte attraverso le eliminazioni mirate, le punizioni collettive, i raid militari, i crimini di guerra.

E, ancora una volta, le uniche parole di buon senso provengono da John Dugard, Relatore speciale dell’Onu per i diritti umani nei Territori occupati, contenute in una press release dell’Onu del 3 marzo scorso: “E’ imperativo che venga fatto ogni sforzo per porre fine alla violenza. Questo può essere fatto solo attraverso il negoziato e la mediazione. Le Nazioni Unite sono l’ovvio organismo per iniziare tali colloqui tra Hamas a Gaza, il Governo israeliano e l’Autorità palestinese a Ramallah. Attualmente l’Onu è frenata dagli Stati Uniti, dall’Unione europea e da Israele dal parlare con Hamas e ciò l’ha resa impotente ad adempiere il suo principale dovere, il mantenimento della pace internazionale. Il Segretario Generale dell’Onu dovrebbe trovare il coraggio (sic!) di superare questo ostacolo e iniziare significativi colloqui tra tutte le parti. Senza questo, il ciclo della violenza è destinato a continuare".

Dubitiamo che Dugard troverà qualcuno disposto ad ascoltarlo.

Prepariamoci alla Terza Intifada.

Vivere a Ramallah è piacevole, per ora. I supermercati offrono una vasta gamma di prodotti, le discoteche stanno decollando e la crescita economica ha superato il 7 % da quando il primo ministro Salam Fayyad ha assunto l’incarico. Forse l’Autorità Palestinese non ha ancora ricevuto tutti i 7,7 miliardi di dollari promessi dagli Stati Uniti, ma vi è comunque la sensazione che sia possibile fare affari, sia nel settore pubblico che in quello privato. A dimostrazione di questo vi è l’insoddisfazione dei membri di Fatah per la presenza di troppi tecnocrati e di pochi membri di Fatah nel governo Fayyad. Anche loro vorrebbero una quota dei benefici.

Anche il presidente palestinese Mahmoud Abbas è soddisfatto. Per quanto non sembri fare passi avanti il negoziato con Israele, almeno si effettuano degli incontri. “Se non si troverà un accordo nel 2008 sarà difficile avere condizioni per un negoziato analoghe a quelle presenti attualmente”, ha dichiarato al quotidiano arabo Al-Hayat con sede a Londra. Tuttavia, a cosa hanno portato queste terribili condizioni, sostenute dagli americani? A nessun risultato. Ma non importa, fintanto che la Cisgiordania è tranquilla e fiorente, tra i checkpoint e gli insediamenti.

La serenità della Cisgiordania è minacciata da una sola cosa: la guerra nella Striscia di Gaza, dove ad esempio la notte scorsa 60 palestinesi sono stati uccisi. Apparentemente sia Abbas che il Primo Ministro Ehud Olmert si sono convinti che non solo si tratti di una caso che ha a che fare con due paesi distinti, in cui uno non ha alcun effetto sull’altro, ma che esso riguardi anche due popoli diversi. Se è così, la soluzione con uno Stato palestinese e un popolo palestinese non richiede un’ulteriore soluzione con un altro popolo palestinese. In una Palestina vi sarà una fiorente economia, e nell’altra vi sarà la guerra. In una Palestina funzioneranno le fabbriche e si ballerà nelle discoteche e, nell’altra, i bambini verranno uccisi.

Anche se Abbas non è sollecitato da questa situazione - a causa della sua enorme rabbia personale nei confronti di Hamas per avergli sottratto un terzo dello Stato palestinese, come anche per la sua frustrazione causata dal fallimento dei suoi fedelissimi e delle forze al suo comando nell’evitare che Hamas si impadronisse della Striscia di Gaza - Israele dovrebbe essere, invece, molto, molto sollecitato. La Striscia può essere governata da Hamas, ma la guerra che l’organizzazione combatte contro Israele è una guerra palestinese. Un milione e mezzo di palestinesi non paga le tasse all’Autorità Palestinese, ma non ha neanche una vita normale. La popolazione civile di Gaza che – a centinaia di migliaia di persone – si era aggrappata all’ancora di salvezza che era le stata momentaneamente offerta quando Hamas aveva abbattuto muro che la segregava, è il substrato esplosivo su cui sono state costruite la prima e la seconda Intifada.

Allo stesso tempo, ed a causa dello stesso assedio, i leader arabi sono stati costretti a considerare la Striscia di Gaza come un’entità palestinese, a prescindere dal fatto che è governata da Hamas. Secondo un sondaggio dell’Università di Bir Zeit, oltre l’80 % dei palestinesi vuole che Hamas e Fatah si riconcilino. Gli intervistati non considerano la divisione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza un fenomeno naturale che può essere accettato tranquillamente. Riconoscono, come dovrebbe fare anche Israele, che la Striscia è una vera e propria minaccia per lo status quo in Cisgiordania.

È importante ricordare che nell’ultima Intifada vi era una sorta di competizione in Cisgiordania e a Gaza, sia tra Fatah e Hamas, che tra le diverse città della Cisgiordania e della Striscia, tra chi poteva mettere in atto attacchi più violenti contro Israele . Quando Hamas ha inviato gli attentatori suicidi in Israele, Fatah ha adottato lo stesso metodo, e quando Nablus è esplosa, è seguita Hebron, perché quando c’è una lotta nazionale si superano tutte le differenze interne. L’illusione che una buona economia, le frontiere aperte, ed un livello di vita dignitoso garantiscano una indisturbata occupazione è per due volte esplosa contro Israele. Ora questa illusione è stata resuscitata. La Cisgiordania, sostengono gli israeliani - come fa Abbas - non sarà come Gaza. Ma dov’è la garanzia? La darà forse il controllo israeliano, che è stato per due volte colto impreparato dall’Intifada? O il controllo dell’Autorità Palestinese? Quella stessa Autorità Palestinese che ha perso la Striscia di Gaza?

I razzi Qassam che Hamas lancia sulle città israeliane di fatto sono indirizzati anche a Ramallah e a Nablus, e la questione che dovrebbe preoccupare molto Israele non è solo come fortificare Ashkelon e Sderot, ma anche come impedire lo scoppio di una nuova Intifada in Cisgiordania. Nel momento in cui dovesse cominciare la guerra nella Striscia di Gaza, non sarà una guerra contro Hamas; sarà vista come una guerra contro la parte più povera e oppressa del popolo palestinese, contro le donne e i bambini, una guerra che non può lasciare la Cisgiordania indifferente. L’apertura di un secondo fronte, ad est, contro Israele, allora non dovrebbe sorprendere.

Zvi Bar’el è un analista politico israeliano; scrive abitualmente su “Haaretz”
Titolo originale:
Get ready for the third Intifada

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