8 febbraio 2008

Quando muore un Palestinese non conta.

Il 4 gennaio di quest’anno, intorno alle due del pomeriggio, per le strade di Nablus regnava una calma assoluta, d’altronde era l’ora delle preghiere pomeridiane.
All’improvviso è apparsa come dal nulla una jeep della polizia di frontiera israeliana, che ha cominciato a sparare all’impazzata verso alcuni civili palestinesi che stavano fuggendo, temendo l’ennesima, sanguinosa incursione dell’esercito israeliano.
A terra, gravemente ferito, resta Ahmad Abu Hantash, soccorso da una ambulanza della Mezzaluna rossa e portato in ospedale; morirà alcuni giorno dopo, esattamente il 23 gennaio, per le gravi ferite riportate: Ahmad aveva 22 anni ed era padre di due bambini.
Un esame a raggi-X del cranio del povero ragazzo aveva mostrato, al suo interno, tre pallottole rivestite di gomma che erano state sparate contro di lui da dietro ed erano penetrate dalla parte superiore del collo.
Questo tipo di munizionamento è comunemente usato per disperdere i dimostranti, ma le regole di ingaggio prevedono che venga sparato a una distanza non inferiore a quaranta metri, mirando alle gambe.
Al contrario, i valorosi soldatini israeliani hanno sparato alle spalle ad un uomo che stava fuggendo, senza alcun motivo né alcun pericolo per la loro incolumità, lasciandolo per terra a sanguinare come un cane senza nemmeno degnarsi di soccorrerlo: infami assassini!
Alzi la mano chi ha letto questa notizia sui giornali o ne ha sentito parlare in qualche notiziario televisivo.
Il vero è che, non solo in Italia, la copertura giornalistica dei fatti di sangue che avvengono in Palestina è assolutamente e sorprendentemente diversa a seconda del fatto che la vittima sia un ebreo oppure un palestinese.
Prendendo per assodata la buona fede della categoria e non volendo supporre che i direttori di giornale, i capi redazione e compagnia varia siano tutti a libro paga di Israele oppure motivati da convenienze politiche, si potrebbe allora presumere che l’uccisione di un Israeliano fa notizia perché meno frequente, mentre i Palestinesi muoiono ogni giorno e ormai non gliene importa più niente a nessuno: è la nota teoria secondo cui quando un cane morde un uomo non fa notizia, mentre il contrario accade quando un uomo morde un cane…
E’ una amara ironia questa, eppure è ciò che accade.
Il 4 febbraio, alle dieci e trenta del mattino, un attentatore suicida si è fatto esplodere nei pressi di un centro commerciale a Dimona, nel sud di Israele, uccidendo un’anziana donna, Lyubov Razdolskaya, e ferendo altri undici civili, tra cui il marito che versa in gravi condizioni.
Da sottolineare che si tratta di un attentato che ha avuto luogo a distanza di oltre un anno dall’ultimo evento dello stesso genere accaduto in Israele, l’attentato suicida di Eilat che il 29 gennaio del 2007 costò la vita a tre Israeliani.
Naturalmente l’attentato ha avuto una immediata risonanza e la dovuta copertura giornalistica, come è giusto che fosse: l’immancabile servizio di Claudio Pagliara sui tg Rai, le testimonianze delle persone scampate per un soffio all’esplosione, l’intervista all’eroico poliziotto che ha ucciso il secondo attentatore, steso in terra ferito, che non era riuscito ad azionare il proprio micidiale dispositivo.
Il giorno successivo, puntuale come le tasse, è arrivata la “risposta” di Israele, con ben nove Palestinesi uccisi nel corso della mattinata di martedì, due in un’operazione terrestre dell’Idf svoltasi nei pressi di Rafah, e sette nel corso di un attacco missilistico dell’aviazione israeliana contro una piccola stazione di polizia nella città di Abassan, a est di Khan Yunis; durante quest’ultima azione, dieci Palestinesi sono rimasti feriti, ed alcuni sono ricoverati in condizioni critiche.
Ebbene, in questo caso, nessun video, nessuna testimonianza, mentre i tg e i quotidiani a maggior diffusione si sono spesso astenuti persino dal riportare la notizia con un breve accenno o due semplici righe nella sezione esteri.
Almeno noi diamo un nome a questi poveri morti e ricordiamoli: Mahmoud Abu Teh, Bakker Abu Ghajal, Rifat Kadih, Ahmed al-Masbah, Wafi Abu Yusef, Maataz Abu Shahala, Osama Abu Saada, Mohammed Abu Saada, Abed a-Nasser Abu Tir.
Non sappiamo e non sapremo mai nulla di costoro, se appartenevano ad Hamas per convinzione religiosa, per odio a Israele, oppure più semplicemente per guadagnare qualcosa e portare a casa un po’ di pane con cui sfamare i propri figli, in una Gaza in cui ormai l’80% dei residenti dipende dagli aiuti umanitari e in cui il lavoro nel settore privato praticamente non esiste più.
Sappiamo soltanto che sono morti, i loro corpi dilaniati dai missili high-tech dell’aviazione israeliana, uccisi da un furore omicida e da un crimine altrettanto bestiale di quello di un attacco kamikaze contro civili inermi: naturalmente, con la consueta sproporzione nel numero dei morti e nella devastazione.
All’eroica azione dell’aviazione israeliana, un lancio di missili contro dei poliziotti indifesi e per di più intenti nelle preghiere quotidiane, ha assistito anche il Presidente israeliano Shimon Peres, la “colomba” che in età senile si è trasformata in uno spietato guerrafondaio.
Comodamente seduto nel quartier generale dello Shin Bet ha potuto osservare con compiacimento gli aerei israeliani portare morte e distruzione, complimentandosi poi con gli ufficiali presenti, da lui definiti “lo scudo difensivo (sic) di Israele”.
Ma si sa, la migliore difesa è l’attacco…
Chi si limitasse a seguire gli accadimenti in Palestina semplicemente attraverso quanto riportato dai media di casa nostra, stenterebbe a credere che, nel solo periodo compreso tra il 27 dicembre e il 6 febbraio di quest’anno, l’esercito israeliano ha ucciso ben 107 Palestinesi e ne ha feriti 299, tra i quali anziani, donne, bambini.
Si tratta di un lento ma costante massacro, compiuto dalla feccia dei soldati dell’Idf lontano dall’attenzione e dal controllo della pubblica opinione, grazie alla copertura fornita dall’assoluto silenzio della stampa internazionale sui crimini ascrivibili ad Israele.
Possiamo qui fare un breve ed esemplificativo elenco di questi crimini brutali e spietati, che mostrano l’assoluto disprezzo dei soldati israeliani per il valore della vita umana (altrui):
- il 3 gennaio, in un villaggio nei pressi di Khan Yunis, i carri armati israeliani prendevano a cannonate la casa di un membro delle Brigate al-Quds, Sami Hamdan Fayadh, uccidendolo sul colpo; insieme a lui, tuttavia, morivano altri 4 civili innocenti, la moglie Karima, di 59 anni, i fratelli Ahmed e Asmaa’, rispettivamente di 32 e 22 anni, il cugino Mohammed, di 18 anni.
- il 6 gennaio, durante una incursione nel campo profughi di al-Boreij, nella Striscia di Gaza, l’esercito israeliano sparava indiscriminatamente contro la popolazione del campo, uccidendo 4 Palestinesi e ferendone altri 40, tra cui 3 donne e 15 bambini; trovavano così la morte, tra gli altri, il 16enne Ziad Isma’il Abul Rukba e la 25enne Iman Hamdan.
- il 16 gennaio, nel corso di una esecuzione poco “mirata” dell’aviazione israeliana, un missile centrava un auto che percorreva una via di un sobborgo di Gaza, sterminando i tre civili innocenti che la occupavano, il 27enne Mohammed al-Yazji, il figlioletto Ameer, di 5 anni, il fratello ‘Aamer, di 40 anni: inutile specificare che i loro corpi sono stati orribilmente smembrati e devastati.
- il 17 gennaio, nel corso di una ennesima esecuzione mirata, un aereo israeliano lanciava due missili contro l’auto di Ra’ad Shihda Abu Fuol, un membro delle Brigate al-Quds, uccidendolo sul colpo, ma uccidendo anche una sua amica, la 35enne Fatheya Yusef al-Hassoumi.
- sempre il 17 gennaio, verso le 7 della sera, un missile israeliano esplodeva a breve distanza da un carretto trainato da un mulo, uccidendo la 52enne Miriam Mohammad Ahmad al-Rahel ed il figlio 22enne Mohammad, e provocando il ferimento di altri 6 civili che si trovavano nei pressi, tra i quali due bambini.
- il 18 gennaio, l’aviazione israeliana bombardava un edificio governativo di cinque piani, situato nel popoloso quartiere Tal al-Hawa a sud-ovest di Gaza City; l’onda d’urto e le schegge dell’esplosione investivano anche gli edifici civili circostanti, in uno dei quali si stava svolgendo un ricevimento nuziale; moriva così la 52enne Haniya Hussein ‘Abdul Jawwad, mentre altri 46 Palestinesi restavano feriti, tra cui 3 donne e 19 bambini.
- il 28 gennaio, a Betlemme, nel corso di un raid, i soldati di Tsahal sparavano indiscriminatamente contro la folla, uccidendo il 16enne Qussai Suleiman Mohammed al-Afandi, che stava raggiungendo suo padre nel negozio di famiglia.
Ancora ieri mattina, nel corso di varie incursioni nella Striscia di Gaza, i soldati israeliani hanno ucciso altri 7 Palestinesi, tra cui un insegnante investito dalle schegge di un missile davanti alla sua scuola a Beit Hanoun; nel medesimo “incidente”, anche tre alunni del povero insegnante sono rimasti feriti.
Ci si sarebbe aspettato, a questo punto, davanti all’evidenza numerica di un massacro che sembra non trovare più limiti, con oltre 100 morti e 300 feriti causati dai ripetuti raid dell’esercito israeliano in poco più di 40 giorni, un deciso intervento della comunità internazionale, volto a imporre a entrambi i contendenti, ma soprattutto a quello più forte, un immediato cessate il fuoco e la fine degli attacchi alla popolazione civile, esercitando le dovute pressioni con ogni mezzo, incluse sanzioni politiche ed economiche.
Ed invece, incredibilmente, gli attori che in qualche modo hanno voce nel conflitto israelo-palestinese, l’Onu, il “Quartetto”, i governi occidentali, con un incredibile e diabolico sovvertimento della realtà, continuano a raffigurare Israele come la vittima di una “aggressione” e i Palestinesi come biechi “terroristi”, legittimando come necessaria autodifesa i raid criminali dell’esercito israeliano e, tutt’al più, chiedendo solo a Israele – anzi pregandolo – di non affamare e di non lasciare al buio e senz’acqua la popolazione civile di Gaza.
Bontà loro…
Così Robert Serry, il Coordinatore Speciale dell’Onu per il processo di pace in Medio Oriente (UNSCO), qualche ora dopo l’attentato a Dimona ha avuto modo di dichiarare la propria solidarietà alle vittime dell’attacco terroristico e, citando anche Sderot, costretta a subire una “pioggia di razzi da Gaza”, ha affermato: “L’Onu condanna il terrorismo; niente può giustificare simili attacchi”.
Il che si potrebbe anche condividere, eppure suona alquanto sospetto se si considera che il signor Serry non ha mai trovato modo e tempo di spendere una parola per gli oltre cento Palestinesi morti in questo inizio di anno, né risulta aver mai espresso solidarietà e comprensione per le vittime innocenti della furia bestiale di Israele, per la famiglia al-Yazji distrutta dai missili, per la donna morta mentre era al ricevimento nuziale del nipote o per quella uccisa mentre tornava a casa con il suo povero carretto trainato da un mulo.
Analogamente, l’ottimo Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-Moon, durante una conferenza stampa svoltasi a New York il 5 febbraio, ha avuto modo di sostenere di “rendersi conto e di comprendere le preoccupazioni di Israele per la sicurezza”, chiedendo ai Palestinesi la cessazione del lancio dei Qassam e a Israele di alleviare le “difficoltà umanitarie” (sic) in cui versa la popolazione della Striscia di Gaza.
Fa quasi tenerezza il povero Segretario Generale il quale, pur di non urtare la suscettibilità di Israele (e degli Usa), non sa più dove voltarsi e, nel rispondere alla semplice domanda se l’Onu consideri ancora Gaza come “territorio occupato”, non ha saputo fare altro che bofonchiare di non essere nella condizione di rispondere su tali “questioni giuridiche”.
E, tuttavia, non possiamo fare a meno di notare che simili prese di posizione e, in specie, la reiterata omissione della denuncia dei crimini di guerra israeliani, rappresenta il via libera della comunità internazionale alla politica delle eliminazioni mirate e degli attacchi indiscriminati contro la Striscia di Gaza portata avanti da Israele.
Per un esame sommario delle posizioni degli Usa e dei governi europei in materia – peraltro non dissimili da quella del Segretario Onu – si potrà dare uno sguardo al resoconto della riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 30 gennaio, dove le rispettive posizioni sono espresse con chiarezza; un cenno di rilievo merita la dichiarazione del rappresentante italiano Marcello Spatafora, il quale ha almeno ritenuto di sottolineare come i civili palestinesi non possano costituire le vittime di “attacchi indiscriminati”.
Sembrano ormai lontani, purtroppo, i tempi in cui il Segretario Generale dell’Onu era Kofi Annan, che non perdeva occasione per ricordare come le esecuzioni “mirate” siano del tutto illegali, in quanto costituiscono una “execution without a trial”, una arbitraria condanna a morte eseguita senza un processo, una giuria, una prova.
Oggi, invece, può tranquillamente accadere che Tzachi Hanegbi, Presidente della Commissione Difesa e Affari esteri della Knesset, chieda a gran voce l’assassinio dei leader politici di Hamas e nessuno trovi niente da ridire.
Provate soltanto a immaginare cosa accadrebbe se qualche rappresentante di Hamas osasse invocare l’assassinio di Olmert o di Peres in risposta ai crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano…
Il vero è che ancora oggi la posizione degli Usa, e purtroppo anche della Ue, è fin troppo sbilanciata a favore di Israele, e i governi occidentali, lungi dal proporsi come honest brokers del conflitto israelo-palestinese, si comportano piuttosto come un arbitro di un incontro di boxe che vieta a uno dei contendenti di combattere, mentre lascia libero l’altro di scagliargli contro una scarica di pugni, con l’unica avvertenza, anzi preghiera, di non colpire se possibile sotto la cintura.
Un giorno il tribunale della storia condannerà anche noi per questa incredibile omissione di soccorso dei Palestinesi, un intero popolo affamato, terrorizzato, massacrato.
Ma non è questa la cosa più grave.
In queste condizioni, un giorno sarà chiaro a tutti i Palestinesi che non esiste una via politica alla libertà e alla autodeterminazione, che non è all’orizzonte – né vicino né remoto – la creazione dello Stato Palestinese, e sempre più vi saranno uomini e donne pronti a seguire il fascino della “bella morte”, la morte del kamikaze, spinti dalla disperazione, dall’odio, dalla miseria o, se preferite, dal fanatismo religioso.
L’attentato di Dimona poteva avere conseguenze ben più gravi; la morte di una sola persona in un attentato, pure avvenuto in un centro commerciale affollato, e la mancata esplosione di uno dei corpetti esplosivi mostrano come gli ordigni fossero stati fabbricati con una certa inesperienza, e lascia, altresì, qualche dubbio sui report dell’intelligence israeliana che vorrebbero contrabbandati nei Territori palestinesi quantità inverosimili di materiale bellico.
Niente a che vedere con le quantità di esplosivo e le “professionalità” largamente disponibili per i sanguinosi attentati in Iraq.
Ma, presto o tardi, i Palestinesi potrebbero ottenere queste e quelle, e allora ci troveremo a dover piangere ben più di una vittima.
In una spirale senza fine di morte e distruzione che solo un approccio imparziale e determinato al conflitto israelo-palestinese, da parte della comunità internazionale, sarà in grado di interrompere.

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4 Commenti:

Alle 10 febbraio 2008 22:25 , Blogger freenfo ha detto...

Purtroppo è sempre la stessa triste storia.

Ciao, ottimo articolo

 
Alle 13 febbraio 2008 02:35 , Blogger vichi ha detto...

Per la cronaca: l'insegnante ucciso dall'aviazione israeliana a Beit Hanoun il 7 febbraio si chiamava Hani Shaban Naim, aveva 43anni e lascia la moglie e 5 figli.
Un portavoce militare ha dichiarato che Israele non spara intenzionalmente contro le scuole.
Ma certo, spara direttamente contro della povera gente inerme ed innocente.

 
Alle 17 febbraio 2008 21:12 , Anonymous Anonimo ha detto...

Ciao!
Ma voi non capite.? i soldati di TSAHAL aiutano ai bravi musulmani arrivare nel paradiso da 72 vergini. Imad Murnia già è arrivato. Prossimi Nasralla, Hanieh, Mashal...Bashar Assad, Mahmud ahmadeenedjad.
yalla tutti dalle vergini.

parlando sul serio la gente come voi ha nel progetto cancellazione d'Israele come l'entità politica. Sottomissione del Libano (o il resto del Libano) a Hezbollah, unificazione della Palestina (lo stato mitico che non esisteva mai, e spero non esisterà)il controllo supremo della lega araba+iran su tutto il Levant.
Certamente che poì gli aiatollah e sceichi vi metteranno anche in ginochi con tutta la vostra Europa. ma chi se nè fregherà. Aiutiamo a vivere per le pecorelle. Scusate cari miei il Cristianesimo è anche il lottare. Non accettare le condizioni della umma, ma lottare coma hanno fatto i Maroniti, gli Armeni ed alcuni altri. Israele e Cristiani del Libano sono stati per primi a resistere alla grande umma.
La soluzione per la pace in medio oriente dipende non solo da Israele,ma anche dai vostri fratelli Arabi. Prima di tutto la popolazione Araba di Israele e di cosidetta Palestina(scrivo cosidetta,perche nella storia non esisteva mai un paese di nome palestina!!!tutto è una invenzione romana per sradiccare qualsiasi memoria di essistenza di Israele e Giuda. (non quello discepolo di Cristo e lo sapete bene di cosa parlo). unica soluzione prendere tutti i palestinesi sofferenti e mandarli nei paesi Arabi pagandoli delle reparazioni. Lo stesso fare in Libano facendo fuori tutti palestinesi e Sciiti in maggioranza (nel loro caso Iran) E ricordate cari amici che nazionalismo Arabo è più pericoloso del zionismo. Se nazionalismo Arabo + Islamismo(non Islam) è ancora più pericoloso per voi europei,prima di tutto.


"ere will not remain a single Palestinian on Lebanese soil. And that for three reasons: firstly, because they declared war against the country that sheltered them for more than half a century, and committed against its people the worst crimes and massacres, in particular in Chekka, Damour, Aychiyeh, Dayr Achach, Tall Abbas and in many other Lebanese cities and villages. Secondly, because their density (about half a million) presents a mortal demographic threat to a country like Lebanon, small in area and in population. Thirdly, their continuous presence represents a time bomb that may explode at any time"
Abu Arz (Etiene Sakr)GoC General commander.

Buona fortuna che Dio vi aiuta a cercare sempre la verità.

 
Alle 18 febbraio 2008 12:43 , Blogger vichi ha detto...

Riesce sempre difficle rispondere a post un po' sconclusionati come questo.
Chi scrive non chiede affatto la cancellazione di Israele come "entità politica" (semmai quella di Israele come Stato-canaglia, ma è un po' diverso...): si vorrebbe soltanto che la soluzione a due Stati - per me la più realistica - divenisse effettiva.
E se non lo è la colpa non è certo dei Palestinesi, né del destino cinico e baro.
E pensare che, agli albori del sionismo, si riteneva che il "focolare domestico" degli ebrei potesse trovare adeguata collocazione in Africa...

 

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