11 marzo 2009

Cambia la politica Usa in M.O., ma non il rapporto con Israele!

Abbiamo già avuto modo di sottolineare come l’elezione di Barack Obama alla Presidenza degli Stati Uniti abbia suscitato grandi aspettative per un significativo cambiamento della politica estera americana in medio oriente.

E, in effetti, qualcosa si muove, come mostrano ad esempio le dichiarazioni del Vice Presidente Biden circa un diverso approccio per la soluzione del conflitto in Afghanistan, che in ipotesi prevede anche il dialogo con i talebani “moderati”.

Quello che, sempre più, appare invece destinato a rimanere immutato è il rapporto con Israele e lo stretto legame di amicizia che, al di fuori di ogni logica, continua a sussistere tra gli Usa e questo vero e proprio Stato-canaglia, massacratore impunito di civili inermi.

Charles Freeman, nominato da Obama a capo del Consiglio per l’Intelligence nazionale, è stato costretto a rinunciare al proprio incarico. Il motivo? Alcune dichiarazioni inopportune relative ai fatti di Piazza Tienanmen e l’aver usato il termine “oppressione” per indicare il trattamento riservato da Israele ai Palestinesi dei Territori occupati: che orrore!

Qualche giorno addietro, in occasione della sua prima visita ufficiale al Parlamento europeo, il neo Segretario di Stato Usa Hillary Clinton – a proposito della inarrestabile espansione delle colonie israeliane nei Territori occupati – ha avuto modo di dichiarare che gli insediamenti colonici in Cisgiordania “non aiutano” il dialogo, e che l’argomento sarà uno di quelli che gli Stati Uniti affronteranno con il governo israeliano di prossima formazione.

Ma come, Israele è in procinto di costruire nella West Bank addirittura 73.000 nuove abitazioni da destinare ai coloni, un colossale piano edificativo che farebbe aumentare il numero dei coloni nella West Bank di poco meno di 300.000 unità e che porrebbe la definitiva pietra tombale sulla soluzione a due stati del conflitto israelo-palestinese, e l’unica dichiarazione ai massimi vertici dell’Amministrazione Usa è che l’espansione delle colonie “non aiuta”?

Il vero è – come dimostra anche la mancata visita nella Striscia di Gaza dell’inviato speciale Usa per il Medio Oriente George Mitchell – che gli Stati Uniti sembrano ancora troppo rigidamente legati al principio “non si tratta con i terroristi”, e ciò viene interpretato logicamente come una volontà di favorire Fatah rispetto ad Hamas ed una incapacità a proporsi come mediatore realmente imparziale delle rivalità interne palestinesi e, insieme, del conflitto che contrappone questi ultimi agli Israeliani.

Sembra di capire, insomma, che dietro alle belle parole ed alle aperture di Barack Obama, almeno per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese, si nasconda la medesima politica estera di Bush, e non è proprio una bella notizia.

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