20 aprile 2009

Quanto ancora dovrà durare l'assedio di Gaza?

A tre mesi dalla fine dell’operazione militare israeliana “Piombo Fuso” nella Striscia di Gaza, la crisi umanitaria che colpisce un milione e mezzo di Palestinesi ivi residenti si aggrava ogni giorno di più.

Secondo l’Unicef, l’88% della popolazione di Gaza – 1.417.000 persone di cui 793.000 bambini – dipende per il proprio sostentamento dagli aiuti alimentari, contro lo stesso dato che, prima del blocco, era pari al 56%. All’origine della crisi alimentare vi sono diversi fattori, tra i quali la restrizione all’importazione di grano e generi per la produzione agricola, il funzionamento di solo la metà dei mulini esistenti a Gaza, le restrizioni alle forniture di gas da cucina e la penuria d’acqua che impedisce alle famiglie di preparare gli alimenti.

Di contro, non solo vari generi alimentari vengono bloccati ai valichi da Israele, che non li considera di “prima necessità” (persino i maccheroni!), ma la settimana tra il 5 e l’11 aprile ha visto il numero più basso di carichi umanitari entrare nella Striscia fin dal cessate il fuoco del 18 gennaio (499 contro una media precedente di 785, cfr. OCHA Protection of Civilians Weekly Report, 8-14 aprile 2009).

Nello stesso periodo, Gaza ha ricevuto soltanto il 19% del suo fabbisogno settimanale di gas da cucina (341 tonnellate contro 1.750), mentre l’unico impianto per la produzione di elettricità ha ricevuto soltanto il 70% del carburante industriale necessario per il suo funzionamento.

Ma le restrizioni ai valichi imposte da Israele impediscono soprattutto il ripristino delle reti idriche, fognarie ed elettriche, la ricostruzione delle case distrutte, lo sminamento del territorio.

L’attacco israeliano ha distrutto o danneggiato 21.100 case, 57 centri medici, 51 edifici e 59 scuole Onu, 1.500 fabbriche e negozi, 20 reti idrico/fognarie e impianti elettrici, per un danno totale complessivo pari all’incirca a 1,9 miliardi di dollari. Eppure vige ancora il divieto di importare cemento e altri materiali edili per ricostruire le case; eppure il blocco di tubature e pezzi di ricambio impedisce il pieno ripristino della rete idrica e fognaria, con oltre 250.000 persone che sono tutt’ora senza acqua corrente; eppure il blocco di cavi elettrici e parti di ricambio, nonché l’insufficiente rifornimento di carburante industriale, fanno sì che il 40% della popolazione di Gaza sia priva di elettricità nella propria abitazione, mentre il 60% la riceve in maniera saltuaria e per non più di 6 ore al giorno.

La conferenza dei donatori a
Sharm el Sheikh, svoltasi nei primi di marzo di quest’anno, ha raccolto fondi per 4,481 miliardi di dollari, sia pure in buona parte destinati alla Cisgiordania e al sostegno del bilancio dell’Anp. Ci si chiede, tuttavia, a cosa sia servito questo slancio di “generosità” se poi si consente a Israele, ancora oggi, di tenere bloccati i valichi e di impedire ogni pur minimo accenno di ricostruzione.

Il neo Presidente Usa Obama, sin dal suo insediamento, si è speso più volte con belle parole e ariosi discorsi parlando di aperture al mondo islamico e del processo di pace in medio oriente; sarebbe ora che a tante parole seguissero fatti concreti, ad esempio ponendo fine al blocco della Striscia di Gaza e al vergognoso assedio imposto a un milione e mezzo di persone del tutto prive di quanto necessario alla loro salute e ai bisogni di una vita dignitosa. Dei Paesi Ue e, segnatamente, dell’Italia non vogliamo neppure parlare, perché ci vergogniamo.

Ci vergogniamo che il nostro e gli altri governi europei ancora tollerino il caso unico al mondo di una popolazione inerme, colpita da una feroce incursione militare che ha provocato 1.440 morti e 5.380 feriti, oltre a immani sofferenze e distruzioni, che per soprammercato viene punita e strangolata dal proprio carnefice, e privata di ogni possibilità di ricostruzione e di sviluppo economico.

Quanto ancora dovrà durare l’assedio di Gaza ad opera delle canaglie israeliane? Quanto ancora dovrà durare questa infamia e questo abominio?

GAZA HA CAMBIATO OGNI COSA, MA LA SUA GENTE ANCORA SOFFRE.
17.4.2009 (IPS)

I circa 1,5 milioni di abitanti di Gaza, quasi tutti civili, si trovano tuttora in una situazione estremamente dura, visto che Israele continua a proibire l’invio a Gaza di gran parte dei beni necessari per vivere una vita dignitosa – compresi i materiali da costruzione che servono per riparare o ricostruire le migliaia di case e di strutture di altro genere che l’esercito israeliano ha distrutto durante la guerra.

Ma è già evidente che la guerra ha cambiato molti aspetti delle complesse dinamiche politiche esistenti fra la comunità israeliana e quella palestinese, ed all’interno di ciascuna comunità.
Semplicemente riuscendo a sopravvivere, Hamas è diventato più forte sia nel panorama politico palestinese che nel più ampio panorama mediorientale.

Alle elezioni israeliane di inizio febbraio, il partito di Olmert è stato sconfitto – dai rappresentanti di una tendenza ancor più militarista all’interno di Israele, la cui ascesa è stata alimentata in buona parte dalla smania di guerra scatenata fra gli ebrei israeliani proprio dalla guerra di Olmert.

Nel frattempo, la ferocia con cui Israele ha combattuto la guerra ha danneggiato in maniera significativa l’immagine del paese nel mondo. Negli Stati Uniti, un numero senza precedenti di gruppi della società civile – inclusi alcuni gruppi ebraici – ha criticato apertamente la decisione di Olmert di scatenare la guerra, fin dai primissimi giorni del conflitto.

Tutti questi sviluppi sono apparsi in maniera evidente durante l’ultima visita del senatore George Mitchell nella regione, cominciata mercoledì scorso. Si è trattato della terza visita di Mitchell da quando egli fu nominato inviato speciale degli Stati Uniti il 21 gennaio scorso. Alcuni sviluppi del dopoguerra di Gaza sembrano rendere più difficili gli sforzi di pace di Mitchell. Ma altri, ed in particolare la disaffezione fra il governo israeliano ed alcuni dei sui passati forti sostenitori nel mondo, apre nuove possibilità alla sua missione.

In effetti, in alcune delle prime apparizioni di Mitchell nel corso del suo ultimo viaggio, egli si è mostrato maggiormente pronto rispetto a qualsiasi altro responsabile americano del passato ad adottare pubblicamente una posizione – in questo caso, l’appoggio ad uno stato palestinese indipendente – che è molto differente da quella esposta dal governo in carica in Israele.

Quando Olmert diede inizio alla guerra di Gaza il 27 dicembre scorso, egli puntava o a distruggere Hamas o ad infliggergli un tale colpo da spingere i suoi leader ad assecondare le richieste politiche di Israele. Malgrado le enormi devastazioni inflitte dall’esercito israeliano alla popolazione di Gaza, esso non ha raggiunto nessuno di questi obiettivi. La struttura di comando a Gaza, da lungo tempo temprata dalla guerra, è rimasta intatta.

(La più ampia leadership nazionale di Hamas, tuttavia, si trova ormai da molti anni fuori dai Territori occupati. Dunque l’idea di spezzare o di “addomesticare” l’intera organizzazione infliggendo un colpo da K.O. alla sua struttura di Gaza è comunque un’idea priva di particolare validità).

Invece di essere distrutto, Hamas ha scoperto che durante la guerra la sua popolarità è cresciuta in tutta la Cisgiordania occupata e tra i 5 milioni di palestinesi che vivono in esilio lontano dalla loro patria. La popolarità del movimento islamico palestinese è scesa leggermente a Gaza, senza dubbio a causa della punizione che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno inflitto alla popolazione della Striscia. Ma Gaza non è neanche la metà della Cisgiordania. L’effetto complessivo è stato che Hamas è diventato più forte.

Fatah, un movimento che negli ultimi anni si è allineato in misura ancora maggiore alle politiche americane, nel frattempo ha visto declinare la propria popolarità.

In effetti, il collasso delle strutture decisionali interne di Fatah è ormai così grave che vi è la possibilità reale che questo movimento si disintegri del tutto. Sebbene questo collasso sia in corso ormai da parecchio tempo, la guerra di Gaza ne ha certamente accelerato la progressione.

Fatah è stato anche, fin dal 1969, indiscutibilmente la componente più forte all’interno dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), l’organismo laico che ha finora autorizzato tutti gli sforzi palestinesi di pace con Israele. Di conseguenza, il declino di Fatah minaccia la sopravvivenza dell’OLP stessa – a meno che i colloqui di unità nazionale tra Fatah e Hamas al Cairo, sempre avviati per poi essere nuovamente abbandonati, non trovino una formula per far entrare Hamas nell’OLP per la prima volta nella storia.

In mezzo a tutti questi sviluppi, il milione e mezzo di abitanti di Gaza sta ancora cercando di far fronte alla drammatica situazione lasciata dal recente conflitto. Durante la guerra, più di 1.300 palestinesi sono rimasti uccisi, la maggior parte dei quali civili. Dieci soldati israeliani e tre civili israeliani hanno perso la vita.

Nei tre anni che hanno preceduto la guerra, vi sono stati intermittenti scontri a fuoco fra Israele ed i militanti palestinesi – principalmente appartenenti a Hamas – che operavano da Gaza. Inoltre, Israele ha mantenuto un duro assedio nei confronti di Gaza, contravvenendo in maniera evidente alle sue responsabilità di “potenza occupante”, che le impongono di salvaguardare il benessere della popolazione indigena della Striscia.

Al termine della guerra, sia Israele che Hamas hanno annunciato parallelamente un cessate il fuoco (non negoziato). Ciò è avvenuto il 18 gennaio. In assenza di qualsiasi accordo di cessate il fuoco negoziato, la tregua attuale è rimasta fragile, e si sono verificati diversi scontri a fuoco.
Ma in aggiunta a ciò, Israele ha considerevolmente inasprito l’assedio a Gaza – e questo, in un momento in cui i residenti della Striscia hanno una straordinaria necessità di accedere ai materiali di cui hanno urgente bisogno per ricostruire le 5.000 case e le altre strutture che sono state distrutte durante la guerra. Queste strutture includono le vitali infrastrutture idriche e sanitarie, le fabbriche, i depositi – e perfino il parlamento.

John Prideaux-Brune, il direttore dell’Oxfam per la Cisgiordania e Gaza, ha definito la politica di Israele nei confronti di Gaza come una politica di “de-sviluppo intenzionalmente inflitto”.

Egli ha recentemente dichiarato all’Inter Press Service che “Israele ha sfogato tutta la sua furia durante la guerra a Gaza. Si possono vedere interi villaggi spianati, le mucche ed altro bestiame ucciso. Sembra che essi siano entrati ed abbiano eliminato tutto ciò che poteva servire per lo sviluppo economico – fattorie, industrie”. (Fonti israeliane hanno affermato che durante la guerra l’esercito ha fatto entrare a Gaza 100 bulldozer allo scopo di compiere questa distruzione).

“E’ terribilmente stupido che Israele faccia una cosa del genere”, ha affermato Prideaux-Brune. “Laddove gli stati sono riusciti a sopprimere il terrorismo, lo hanno fatto attraverso dei negoziati e promuovendo lo sviluppo economico”.

Egli ha detto di sperare che i governi occidentali si mobilitino rapidamente per convincere Israele a togliere l’assedio. Ciò – ha detto – permetterebbe alla popolazione di Gaza di ritornare ad un percorso di sviluppo economico, invece di vivere di aiuti.

Molte delle organizzazioni umanitarie che hanno fornito aiuti di “emergenza” a Gaza (ed alla Cisgiordania) per molti anni, come l’Oxfam, stanno ora sostenendo con maggiore insistenza che l’unica cosa che può realmente stabilizzare la situazione veramente fragile dei palestinesi di queste zone occupate è trovare il modo di porre fine rapidamente all’occupazione militare israeliana di questi territori.

Prideaux-Brune dice che i palestinesi di Gaza stanno attualmente soffrendo di una “crisi di dignità” deliberatamente inflitta.

“Fino a quando Israele controllerà ogni aspetto della vita di queste persone, esse resteranno vulnerabili”, dice. “Gli aiuti di emergenza non possono sostituire un’efficace costruzione della pace, e questo è l’unico modo per giungere ad un reale sviluppo economico”.

Helena Cobban è una scrittrice e ricercatrice esperta di questioni mediorientali; scrive regolarmente per la Boston Review e per l’Inter Press Service; collabora con il Christian Science Monitor; in precedenza aveva scritto articoli per il quotidiano panarabo al-Hayat

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5 Commenti:

Alle 20 aprile 2009 13:51 , Blogger RaShO O°o°O ha detto...

Bel post.
Alla citazione che fa sul finire del suo articolo Helena Cobban [Prideaux-Brune dice che i palestinesi di Gaza stanno attualmente soffrendo di una “crisi di dignità” deliberatamente inflitta] aggiungo che la considerazione non è solo questione interpretativa (e dunque per natura opinabile)... esiste una dichiarazione del 2002 di Moshe Yaalon (l'allora capo di Stato maggiore delle Forze armate israeliane) che lo dichiara esplicitamente: «Ai palestinesi dev'essere fatto capire nei recessi profondi della loro coscienza che sono un popolo sconfitto».

 
Alle 22 aprile 2009 08:29 , Anonymous Ulisse9 ha detto...

Forse la domanda dovrebbe esere posta ai rappresentanti della UE che hanno lasciato la conferenza Durban II per protestare contro l'intervento del Presidente iraniano Ahmedinejad, nel quale definiva israele e il sionismo razzisti.

Ciao Vichi

 
Alle 22 aprile 2009 11:26 , Blogger vichi ha detto...

Stavo leggendo il discorso di Ahmadinejad all'Onu, nessuna negazione dell'Olocausto o minaccia contro Israele, solo una puntuale denuncia dei misfatti israeliani.

Ad esempio: "Ma ancor più importante di quanto detto, vi è il sostegno illegale a questo regime (Israele). Osservate la terra palestinese. La gente viene bombardata nelle proprie case. I loro bambini vengono uccisi nelle vie e nelle strade e nessuno è in grado di difenderli, nemmeno il consiglio di sicurezza. Perchè?

Dall'altra parte un governo viene eletto direttamente dal popolo in una piccola parte della Palestina ma invece di essere sostenuto da coloro che si dichiarano i difensori della democrazia, viene decimato; i suoi membri, i suoi ministri, i suoi deputati vengono arrestati sotto gli occhi del mondo. Quale consiglio o organizzazione ha sostenuto questo governo oppresso? Perchè il consiglio di sicurezza non può alzare nemmeno un dito?".

Mi pare che siano dichiarazioni che non possano che essere condivise, dov'è lo scandalo, dove sono le menzogne anti-israeliane?

Di più, le anime belle che plaudono alla mancata partecipazione a Durban II di Usa, Italia, Germania e pochi altri dovrebbero rispondere a questa semplice domanda: Israele pratica o no l'apartheid nei territori palestinesi occupati? Israele è o non è un Paese razzista che discrimina le minoranze al suo interno, e segnatamente quella araba?

Naturalmente la risposta è sì, Israele è uno Stato razzista e una potenza occupante brutale e spietata, una nazione completamente al di fuori della legalità internazionale.

Ecco il vero perchè della mancata partecipazione a Durban II degli "amici" di Israele: questo Stato-canaglia è come un parente scomodo, c'è e bisogna aiutarlo, ma nessuno ha il coraggio e la faccia di difenderlo apertamente, e così si preferisce sviare il discorso sulle presunte "aggressioni" verbali di Ahmadinejad, evitando di rispondere a quesiti imbarazzanti.

Un caro saluto,

Vichi

 
Alle 22 aprile 2009 16:26 , Anonymous Cristinadapisa ha detto...

E' vero, grande Ahmadinejad!!
Ma quand è che la gente impara a vedere cosa fanno gli ebrei che con la scusa del olocausto distruggono la terra dei palestinesi e fanno una pulizia genocida e poi parlano male dell iran che applica le sue leggi la sua cultura, insomma sono affari loro.
Ma sai che in italia ce un sacco di gente che invece stanno con siraele? :( Le televisioni del berluska gli hanno pulito le menti, e io la vedo grigia!
Ciao e continua cosi!

 
Alle 23 aprile 2009 02:27 , Blogger vichi ha detto...

Cara Cristina, magari si trattasse solo delle televisioni del Berluska! Purtroppo in Italia l'informazione è quasi interamente indirizzata in senso filosionista, a volte in maniera imbarazzante, eccezion fatta per giornali come il Manifesto o l'isola felice di rainews24 in tv.

Del resto anche in Parlamento Israele gode di un largo appoggio - come usa dire oggi - bipartisan.

In Italia purtroppo non c'è un Mearsheimer o un Walt che ci spieghino i meccanismi della pervasiva influenza della lobby ebraica anche qui da noi, ma possiamo immaginare che si tratti di convenienza politica e di opportunismo, unita a una profonda disinformazione e a sempre crescenti pulsioni anti islamiche.

Un discorso andrebbe fatto anche sugli assetti proprietari di alcuni giornali e sui direttori di quotidiani e di testate giornalistiche tv...

E anche chi, magari in buona fede, si dichiara "equidistante", in realtà fa il gioco di Israele, perchè non si capisce come si possa mettere sullo stesso piano il popolo occupante e quello occupato e massacrato, un popolo che ha creato il proprio "focolare domestico" in terra altrui e pratica una politica di apartheid nei territori occupati e un popolo che ancora oggi non vede riconosciuto il suo diritto all'indipendenza e ad uno stato sovrano e internazionalmente riconosciuto.

Per ultimo, riguardo Ahmadinejad, è stata veramente ridicola questa uscita teatrale dei rappresentanti dei Paesi Ue a Ginevra durante il suo discorso.

Peres, Netanyahu e altri esponenti politici israeliani di primo piano possono invece insolentirlo e definirlo il nuovo Hitler senza che nessuno abbia niente da ridire.

Il solito e idiota doppiopesismo occidentale, una delle principali cause dei guasti e dell'instabilità del medio oriente.

Un caro saluto,

Vichi

 

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