23 giugno 2009

Date una chance a Gaza, date una chance alla vita.

“Eliminate il blocco – Date una chance alla vita” è il titolo di questo video di circa 60 secondi diffuso in Israele il 17 giugno scorso da otto organizzazioni per la tutela dei diritti umani, nel secondo anniversario del durissimo embargo imposto da Israele alla Striscia di Gaza.

In questo video le otto ong (Gisha, Adalah, The Association for Civil Rights in Israel, B’tselem, HaMoked, Physicians for Human Rights, The Public Committee Against Torture in Israel, Yesh Din) denunciano come la politica di blocco imposta da Israele a partire dal giugno del 2007 abbia avuto ed abbia ancora adesso conseguenze devastanti per la popolazione della Striscia di Gaza, privata dei suoi diritti umani basilari, senza aver ottenuto, peraltro, alcun guadagno in termini di sicurezza.

Alcuni dati (rinvenibili, se non diversamente indicato, nel website della ong Gisha) possono aiutare a comprendere meglio la gravità, e l’assurdità, della situazione di Gaza:

- Percentuale di merci a cui è consentito l’ingresso a Gaza, rispetto alla domanda: 25% (circa 2.500 carichi al mese invece dei 10.400 precedenti al giugno del 2007.

- Fornitura di carburante industriale ammessa a Gaza, rispetto al fabbisogno: 63% (2,2 milioni di litri per settimana rispetto ai 3,5 milioni che rappresentano il fabbisogno necessario per produrre elettricità.

- Durata media delle interruzioni di corrente a Gaza: cinque ore al giorno.

- Numero di persone attualmente prive di acqua corrente: 28.000.

- Numero di generi alimentari di cui Israele aveva promesso l’ingresso a Gaza: illimitato; numero di generi alimentari effettivamente ammessi: 18.

- Denaro raccolto durante la Conferenza dei Donatori del marzo 2009 e destinato alla ricostruzione di Gaza: 4,5 miliardi di dollari; quantità di materiali da costruzione ammessi a Gaza: zero.

- Tasso di disoccupazione a Gaza nel 2007 (anno di imposizione dell’embargo): 30%; tasso di disoccupazione a Gaza nel 2008: 40%.

Secondo quanto testualmente affermato dall’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (The Humanitarian Monitor, may 2009) “i criteri usati dalle autorità israeliane per approvare l’importazione di ogni tipo di merci rimangono oscuri e imprevedibili”. E questo nonostante che il governo israeliano – con una delle sue innumerevoli menzogne ad uso della comunità internazionale – avesse adottato, in data 22 marzo di quest’anno, la decisione di permettere a Gaza l’ingresso illimitato ad ogni tipo di generi alimentari: una decisione evidentemente rimasta inapplicata…

Così accade, ad esempio, che la margarina in confezioni singole sia ammessa, ma che non altrettanto avvenga per quella in sacchi ad uso industriale. Così accade, ad esempio, che inspiegabilmente non siamo ammessi a Gaza generi quali gli alimenti per neonati, il tè, molte varietà di cibi in scatola e di marmellata. Al pari di altri generi non alimentari quali i palloni da calcio, le chitarre, la carta, l’inchiostro, di cui è del tutto inspiegabile la non ammissibilità all’interno della Striscia.

Il divieto di importazione relativo ai materiali da costruzione, inoltre, impedisce di porre rimedio anche in minima parte agli effetti rovinosi dell’operazione militare israeliana denominata “Piombo Fuso”.

I risultati di una ricerca congiunta UNRWA-UNDP mostrano come nella Striscia di Gaza 3.700 abitazioni siano andate completamente distrutte, 2.700 siano rimaste gravemente danneggiate e 46.000 abbiano subito danni di minore entità. Calcolando una media di 6,5 persone per nucleo familiare (PCBS, The Palestinian Housing and Establishment Census – 2007), questo significa che un totale di ben 340.600 Palestinesi ha la propria abitazione inabitabile o, al meglio, con i buchi nei muri e le finestre rotte.

Questo senza considerare le altre “gentilezze” che Israele riserva agli abitanti di Gaza, e che fanno apparire la pretesa israeliana di non occupare più la Striscia come un’affermazione semplicemente ridicola.

Così, ad esempio, Israele ha unilateralmente stabilito che una fascia di terreno al confine tra il proprio territorio e quello di Gaza, profonda fino a 300 metri, sia da considerarsi come una “zona-cuscinetto”, inaccessibile agli abitanti di Gaza e, in particolare, agli agricoltori che vorrebbero soltanto coltivare i propri terreni. Tale proibizione di accesso è imposta dai soldati israeliani sparando a vista contro chi osi violare la zona-cuscinetto e, nei fatti, a volte è accaduto che agricoltori palestinesi distanti persino un chilometro dal confine siano divenuti bersaglio degli annoiati cecchini di Tsahal.

Ciò al pari di quanto accade, del resto, ai pescatori palestinesi che decidono di andare a pesca nelle acque antistanti la Striscia, sottoposti a mitragliamento da parte delle motovedette israeliane se superano il limite (anch’esso arbitrariamente imposto) delle tre miglia nautiche dalla costa.

E, infine, con riguardo alla libertà di movimento delle persone, i valichi di Rafah e di Erez continuano ad essere pressoché totalmente chiusi, e il passaggio delle persone è autorizzato solo in casi eccezionali e di rilevanza medico-umanitaria.

E non stiamo parlando di andare solo all’estero o in Israele – per motivi medici – ma del semplice spostamento da Gaza alla West Bank e viceversa. Contrariamente agli accordi di Oslo e ad ogni piano di pace che, negli anni, ha ribadito l’unità territoriale del territorio palestinese, Israele impone infatti un arbitrario processo di “naturalizzazione” di 7 anni per i Palestinesi che desiderano trasferirsi da Gaza alla West Bank, e gli stessi legami familiari non costituiscono un motivo tale da autorizzare tale trasferimento.

Così può accadere che a un orfano di Gaza, che abbia perso la propria madre, venga impedito di raggiungere il proprio padre in Cisgiordania se, a Gaza, vi sono dei parenti che possono prendersi cura di lui!

Così può accadere che a Nissrin Iseed, trasferita forzatamente nella Striscia perché ivi registrata come residente, venga impedito da quasi due anni di vedere i propri due figli, rimasti in Cisgiordania.

Davvero a volte, guardando al dramma di Gaza, si resta attoniti non tanto per le decisioni e le azioni di Israele, ché questo Stato-canaglia non ci sorprende più per la propria bestialità e disumanità, ma piuttosto per l’atteggiamento remissivo e consenziente della comunità internazionale, che permette che Israele ponga in essere una spietata punizione collettiva, impedendo a un milione e mezzo di Palestinesi di godere dei propri diritti, persino quelli basilari quali quello alla libertà di movimento, alla salute, ad una esistenza libera e dignitosa, all’alimentazione, minando gravemente, nel contempo, ogni possibilità di realizzazione concreta di uno Stato palestinese indipendente ed economicamente vitale.

Tempo addietro Obama ebbe a dire che le superpotenze in politica estera sono un po’ come le portaerei, occorre del tempo perché siano in grado di cambiare rotta; costringere Israele a togliere l’embargo a Gaza sarebbe solo un piccolo passo, nient’affatto difficile da compiere, eppure – al di là di qualche affermazione di principio – questo piccolo passo ancora adesso non viene compiuto.

Il che rende i magniloquenti discorsi del Presidente Usa e le mani tese al mondo islamico niente più di un vuoto esercizio di retorica.

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4 Commenti:

Alle 23 giugno 2009 17:14 , Anonymous Andrea ha detto...

Vichi hai ragione, la chiusura dei confini di Gaza è tremenda.
La loro riapertua, così come la giusta nascita di uno Stato Palestinese è il nostro obiettivo. Ma per fare ciò, parliamoci chiaro e in termini realistici e non "visionari", è necessario che i palestinesi sappiano garantire che il loro futuro Stato non sia una minaccia per i propri vicini, una rampa di lancio di missili iraniani ad esempio. Avere uno Stato comporta anche responsabilità, e se non sono in grado di assumersele, allora non sono degni di avere uno Stato proprio, ma rimarranno un semplice "territorio occupato".
Detto fuori dai denti, il mondo ha sempre trattato i palestinesi come "poveri deficienti" incapaci di lavorare, incapaci di avere dignita', pronti solo a piagnucolare e a lamentarsi. Ovvio che non è vero che lo sono, ma molti di loro ne hanno approfittato colpevolizzando Israele in tutto e per tutto.
Non funziona cosi', che ognuno si ammuma le proprie responsabilità, anche i palestinesi: quindi basta terrore, e' ora di lavorare e di costruire non di distruggere sempre tutto.

P.S. Vichi, so che non è l'argomento principale del tuo blog, ma oltre a denunciare "i sionisti", non ritieni che sia opportuna una tua parola di sostegno/incoraggiamento a coloro che in Iran coraggiosamente manifestano a rischio della propria vita contro la brutale dittatura di stampo teocratico iraniana?

 
Alle 25 giugno 2009 11:32 , Blogger vichi ha detto...

L'argomento Gaza come rampa di lancio dei missili iraniani è francamente risibile, e peraltro non giustifica la punizione collettiva preventiva inflitta a un milione e mezzo di abitanti di Gaza.

La via sarebbe il porre fine all'occupazione e il raggiungimento di un equo accordo di pace, ma siccome per far questo le "dolorose rinunce" che Israele sarebbe a costretto a fare sono troppe, si continua ad andare avanti così, facendo strame del diritto internazionale, del buon senso e di ogni briciolo di umanità e di fratellanza.

Per quanto riguarda l'Iran, il fatto è non solo e non tanto che questo blog si occupa solo di Palestina, ma piuttosto che giornali e siti internet profondono ogni giorno notizie e analisi ben autorevoli, e non c'è quella pressocché totale assenza di informazioni e/o distorsione della realtà che invece avvolge gli aspetti salienti del conflitto israelo-palestinese.

Detto questo, faccio solo due osservazioni.

1) Moussavi viene presentato come un modernista e un "riformatore", eppure non era così negli anni tra il 1981 e il 1989, quando era ministro degli esteri: cosa è siccesso nel frattempo per giustificare un simile, clamoroso riposizionamento?

2) Tutti i giornali sono pieni di cronache sulle violenze contro i manifestanti e le violazioni dei diritti umani degli oppositori alla teocrazia iraniana. Le cancellerie degli stati occidentali trasudano dichiarazioni di condanna e di sdegno.

Tutto giusto e doveroso, naturalmente, eppure a ben guardare siamo di fronte a qualche decina di morti e a questioni che, comunque, restano interne ad uno Stato sovrano.

Simile spazio sui media, e uguali dichiarazioni di condanna da parte dei politici occidentali, non si sono viste a proposito dell'offensiva israeliana a Gaza, degli oltre 1.400 Palestinesi uccisi, per gran parte civili inermi, dell'uso di armamenti proibiti quali le granate a frammentazione e il fosforo bianco, che ha fatto sì che i corpi di molti dei Palestinesi uccisi siano stati letteralmente bruciati e devastati.

E' questo palese e incredibile doppiopesismo che rende simili dichiarazioni e affermazioni di principio in favore dei diritti umani delle masse arabe (iraniane in questo caso) francamente poco credibili e disinteressate.

I diritti umani vanno tutelati sempre e ovunque, non certo guardando prima a chi li viola, per vedere se si tratta di uno stato "amico" oppure no.

Altrimenti si tratta solo di sterili e ininfluenti esercizi di retorica.

 
Alle 25 giugno 2009 11:40 , Blogger arial ha detto...

prometto che è l'ultima volta, Vichi che intervengo stile gossip, vedo che da U V siamo passati a D F , Andrea...meglio il primo se proprio si punta a diffondere materiale IC

 
Alle 25 giugno 2009 12:38 , Blogger vichi ha detto...

Ognuno ha le sue fonti, cara arial, noi seguiamo haaretz oppure b'tselem o peace now, costoro si abbeverano a siti o giornali che non solo, e non tanto, trasudano disinformazione e propaganda, ma soprattutto sono pieni di odio e di livore razzista.

Basterebbe leggere, al riguardo, cosa ha scritto D.F. a proposito delle voci ebree "fuori dal coro".

Cmq, il "gossip" mi diverte sempre! :-))

 

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