18 febbraio 2010

Il "lavoro sporco" di Fatah in Cisgiordania.

Dopo la presa del potere nella Striscia di Gaza da parte di Hamas, nel giugno del 2007, la principale preoccupazione di Israele e degli Usa è stata quella di impedire che la stessa cosa potesse succedere nella West Bank.

A tal fine gli Usa hanno inviato sul posto il generale Dayton con il compito di formare e addestrare le forze di sicurezza fedeli ad Abu Mazen, mettendolo a capo di un progetto da 261 milioni di dollari che – alla fine del 2011 – dovrebbe portare alla formazione di 10 nuovi battaglioni di sicurezza, uno per ciascun governatorato della Cisgiordania più uno di riserva.

Lo scopo di questo progetto è chiaro. Parlando davanti ad una sottocommissione della Camera dei Rappresentanti, nel 2007, Dayton ha avuto modo di affermare come esso sia volto a “fornire sicurezza ai Palestinesi e a preservare e proteggere gli interessi dello Stato di Israele”.

Il che ha comportato non solo una serie di attacchi indiscriminati alla rete di sicurezza sociale di Hamas in Cisgiordania, ma anche, e soprattutto, l’instaurazione di un regime repressivo fatto di irruzioni, carcere duro e torture. In stretto coordinamento con i comandi di Tsahal ed in puro stile israeliano.

Pur di mantenere il potere, dunque, Abu Mazen si è persino adattato a svolgere per conto degli Israeliani il “lavoro sporco” di repressione e di annientamento delle strutture di Hamas in Cisgiordania. Con il rischio concreto, tuttavia, di provocare una vera e propria guerra civile.

Questo è l’argomento dell’articolo che segue, scritto l’8 febbraio scorso dal corrispondente canadese John Elmer per il sito web in lingua inglese di al-Jazeera, qui proposto nella traduzione di
Medarabnews.

Betlemme – Abu Abdullah non è mai stato condannato per nessun crimine, ma negli ultimi due anni è stato arrestato così tante volte da aver perso il conto. È stato arrestato al lavoro, al mercato, per strada e, più di una volta, durante violente incursioni compiute da uomini col volto coperto che hanno fatto irruzione in casa sua e lo hanno catturato davanti alla sua famiglia. Nel cuore del campo profughi di Deheishe, nei sobborghi di Betlemme, Abu Abdullah descrive nei dettagli le violenze fisiche che ha subito in carcere, le numerose infreddature, le notti insonni trascorse in celle sporche e striminzite, i periodi prolungati che ha passato legato in posizioni di logorante tensione muscolare, e le lunghe ore di aggressivi interrogatori. “Gli interrogatori cominciano sempre allo stesso modo”, spiega Abu Abdullah. “Chiedono di sapere chi ho votato alle ultime elezioni”.

Abu Abdullah non è il solo. Da quando il governo provvisorio del primo ministro palestinese Salam Fayyad ha preso il potere a Ramallah nel giugno 2007, storie come quelle di Abu Abdullah sono diventate la routine in Cisgiordania. Gli arresti sono parte di un piano più ampio messo in atto dalle forze di sicurezza palestinesi – finanziate e addestrate da ‘patroni’ europei e americani – per schiacciare l’opposizione e consolidare la presa sul potere in Cisgiordania da parte del governo guidato da Fatah.

Uno sforzo internazionale

Il governo del presidente palestinese Mahmoud Abbas è sostenuto da migliaia di membri delle forze di sicurezza e di polizia da poco addestrati, il cui obiettivo dichiarato è l’eliminazione dei gruppi islamisti che possono rappresentare una minaccia per il potere del governo – ovvero Hamas e i suoi sostenitori.

Sotto gli auspici del Tenente Generale Keith Dayton, coordinatore della sicurezza americana, queste forze di sicurezza ricevono una formazione pratica da personale militare canadese, britannico e turco in un centro di addestramento nel deserto, in Giordania.

Il programma è stato accuratamente coordinato con ufficiali di sicurezza israeliani. A partire dal 2007, il Centro internazionale di addestramento della polizia in Giordania ha formato e schierato 5 battaglioni della Forza di sicurezza nazionale Palestinese in Cisgiordania. Entro la fine del mandato di Dayton, nel 2011, il progetto da 261 milioni di dollari vedrà 10 nuovi battaglioni di sicurezza, uno per ciascuno dei 9 governatorati della Cisgiordania, più un’unità di riserva.

Il loro scopo è chiaro. Parlando davanti a una sottocommissione delle Camera dei Rappresentanti, nel 2007, Dayton definì il progetto come “davvero importante per portare avanti i nostri interessi nazionali, fornire sicurezza ai palestinesi e preservare e proteggere gli interessi dello stato di Israele”.

Altri sono stati persino più espliciti a proposito della funzione di queste forze di sicurezza. Quando Nahum Barnea, un esperto corrispondente israeliano specializzato in questioni legate alla difesa, nel 2008 ha assistito ad un incontro di coordinamento di massimo livello tra comandanti palestinesi e israeliani, ha detto di essere rimasto sbalordito da quanto aveva sentito.

“Hamas è il nemico, e abbiamo deciso di muovergli una guerra totale”, ha detto Majid Faraj, l’allora capo dell’intelligence militare palestinese ai comandanti israeliani, secondo quanto riferito da Barnea. “Ci stiamo occupando di ogni istituzione di Hamas in conformità con le vostre istruzioni”.

Dopo la presa del potere da parte di Hamas a Gaza

Quando Dayton arrivò negli ultimi giorni del 2005, la sua missione di era quella di creare una forza di sicurezza palestinese apparentemente incaricata di opporsi alla resistenza palestinese. Il progetto ebbe inizio a Gaza. Sean McCormack, al tempo un portavoce del Dipartimento di Stato americano, spiegò il ruolo di Dayton come “il vero lavoro tecnico, di formazione e di equipaggiamento, nel contribuire a costituire le forze di sicurezza”.

Ma a poche settimane dal suo arrivo, le cose cominciarono ad andare in pezzi. La decisiva vittoria di Hamas alle elezioni del 2006 inaugurò un paralizzante embargo internazione contro i palestinesi a Gaza. Poco dopo, le forze di sicurezza di Hamas e Fatah iniziarono a combattere per le strade, e ciò culminò con la presa del potere da parte di Hamas nella Striscia, nel giugno del 2007.

Gli obiettivi iniziali di Dayton erano andati in fumo, e mentre Fayyad diventava primo ministro di un governo “provvisorio” a Ramallah, veniva formulata una nuova strategia di sicurezza.

Mentre un sinistro status quo si instaurava a Gaza, la nuova missione di Dayton divenne chiara. Il compito del coordinatore della sicurezza era ora quello “di prevenire una presa del potere di Hamas in Cisgiordania”, secondo Michael Eisenstadt, ex collaboratore di Dayton.

Un attacco coordinato all’apparato civile di Hamas fu lanciato immediatamente dopo la presa del potere da parte di quest’ultimo a Gaza nel giugno 2007. Il Generale di divisione Gadi Dhamni, a capo del comando centrale dell’esercito israeliano, diresse un’iniziativa volta a colpire la base dell’appoggio di Hamas in Cisgiordania. Il piano, soprannominato Strategia Dawa, comportava l’esatta identificazione dell’esteso apparato di assistenza sociale di Hamas, il pilastro della sua popolarità tra molti palestinesi.

Omar Abdel Razeq, ex ministro delle finanze nel breve governo Hamas, spiega gli effetti di questa iniziativa. “Quando parliamo delle infrastrutture parliamo delle società, delle cooperative e delle istituzioni che erano preposte all’aiuto dei poveri”, dice. “Loro hanno fatto fuori le infrastrutture di Hamas”. Il Generale di Brigata Michael Herzog, capo di stato maggiore di Ehud Barak, il ministro della Difesa israeliano, ha riassunto il punto di vista degli israeliani sul progetto. “Dayton sta facendo un ottimo lavoro”, ha detto. Siamo molto contenti di quello che sta svolgendo”.

Le accuse di tortura

La strategia Dawa ha visto più di 1.000 palestinesi imprigionati dalle forze dell’Autorità Palestinese (ANP). Gli arresti – sebbene concentrati su Hamas e sui suoi sospetti alleati – hanno toccato un ampio strato della società palestinese, e tutte le fazioni politiche. Hanno preso di mira assistenti sociali, studenti, insegnanti e giornalisti. Ci sono state regolari irruzioni nelle moschee, nei campus universitari e negli enti benefici, e ripetute accuse di torture, a carico degli ufficiali delle forze di sicurezza finanziate dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Tali accuse includono diversi decessi avvenuti in prigione.

Nel mese di ottobre, Abbas ha emanato un decreto contro le forme di tortura più violente usate dalle sue forze di sicurezza e ha sostituito il suo ministro dell’interno, il Generale Abdel Razak-al-Yahya, partner di vecchia data di Israele e degli Stati Uniti, con Said Abu Ali. Sebbene si sia registrato un miglioramento a partire dall’emanazione del decreto, gli attivisti dei diritti umani hanno sostenuto che i cambiamenti non sono sufficienti. “Non è ancora previsto nessun processo, ancora non è stata fornita alcuna giustificazione legale per molti degli arresti, e i civili sono ancora trascinati in giudizio davanti alle corti militari”, dice Salah Moussa, un avvocato della Commissione Indipendente per i Diritti Umani (Independent Commission for Human Rights, ICHR, istituzione creata nel 1993 tramite un decreto dell’allora presidente palestinese Yasser Arafat (N.d.T.) ).

Il Generale di divisione Adnan Damiri, portavoce delle forze di sicurezza palestinesi, ha riconosciuto che sono stati commessi atti illeciti ma li ha classificati come atti individuali, e non dettati dalla politica.“A volte ci sono stati ufficiali e soldati che hanno commesso errori in questo senso, compresa la tortura”, ha detto Damiri. “Ma adesso li stiamo punendo”. Damiri ha citato 42 casi di tortura negli ultimi 3 mesi che hanno comportato varie forme di sanzioni, compresa la perdita del grado. Sei soldati sono stati mandati in congedo a causa delle loro azioni. Ma nelle strade, il clima è peggiorato da quando i servizi di sicurezza spalleggiati dall’estero hanno stretto la loro morsa in Cisgiordania.

Naje Odeh, leader di una comunità di sinistra nel campo di Deheishe, che gestisce un centro per la gioventù, ha descritto l’apparato di sicurezza come legato ai regimi della Giordania e dell’Egitto, alleati degli Stati Uniti. Odeh dice che le forze di sicurezza che compiono i raid sanno che ciò che stanno facendo è sbagliato. “Perché hanno il volto coperto? “, domanda retoricamente. “Perché noi conosciamo queste persone. Conosciamo le loro famiglie. Essi si vergognano di quello che stanno facendo”.

Alcuni temono che il comportamento delle forze di sicurezza addestrate dagli Stati Uniti e dall’UE faranno scoccare la scintilla di uno scontro potenzialmente mortale. “Se loro attaccano le tue moschee, le tue scuole, le tue società, tu puoi essere paziente, ma per quanto?”, domanda un leader islamico in Cisgiordania.

Abdel Razeq, ex ministro delle finanze di Hamas, è più esplicito nelle sue previsioni, e dice: “Se le forze di sicurezza insistono a difendere gli israeliani, questa è una ricetta per la guerra civile”.

Jon Elmer è un giornalista e fotografo freelance di nazionalità canadese; ha seguito il conflitto israelo-palestinese da Gaza e dalla Cisgiordania.

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3 Commenti:

Alle 18 febbraio 2010 alle ore 23:59 , Anonymous Andrea ha detto...

Lo scopo di Hamas non è la creazione di alcuna "rete di sicurezza sociale...in Cisgiordania", Hamas vuole solo trascinare tutti i palestinesi in una nuova guerra, come la ripresa del lancio di razzi di questi giorni fa temere. I coccodrilli musulmani e filomusulmani potranno continuare così a piangere sui Palestinesi, vittime e ostaggi - miseri vessati e sacrificati senza un barlume di umana considerazione – in nome di un disegno infame accarezzato da chi si proclama loro fratello.

 
Alle 19 febbraio 2010 alle ore 08:44 , Anonymous Anonimo ha detto...

tanto per sapere, a te piacerebbe una ammistrazione hamas della regione sicilia?
dato che quelli di hamas non si limitano a gaza, ma vogliono dominare tutto l'universo...
dato che amministrano "la legge" a colpi di mazza, spero che tu e famiglia sia il primo a provarne l'efficenza... della "legge".
primo capo

 
Alle 19 febbraio 2010 alle ore 10:54 , Blogger vichi ha detto...

E' difficile rispondere a commenti sconclusionati come questi, postati da chi non ha niente da dire ma, evidentemente, ha tempo da perdere.

Hamas aveva in Cisgiordania una rete di enti assistenziali e caritatevoli che, in larga parte, hanno contribuito alla popolarità e al consenso dell'organizzazione tra i Palestinesi.

Ovvio che il primo obiettivo degli Israeliani e del governo-fantoccio di Fayyad sia stato quello di chiuderne buona parte, con la solita scusa che servivano a finanziare il "terrorismo".

Peccato che a pagarne il prezzo siano stati, more solito, i Palestinesi appartenenti alle fasce più deboli e povere della popolazione.

Per il resto, Hamas aveva vinto delle elezioni democratiche e certificate regolari dagli osservatori internazionali, ma gli è stato impedito di governare dall'intervento di Israele e delle potenze occidentali.

Alla faccia della democrazia e dell'autodeterminazione dei Palestinesi.

 

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