15 febbraio 2010

I venti di guerra che spirano da Israele.

Lungi dall’essere un faro di civiltà e democrazia, Israele costituisce piuttosto uno dei principali fattori di instabilità e di tensioni per l’intero medio oriente. Tensioni che sembrano riacutizzarsi sensibilmente in questo inizio del 2010.

Non contenti di assediare e di affamare da anni un milione e mezzo di Palestinesi nella Striscia di Gaza, all’inizio di gennaio alcuni alti ufficiali dell’esercito israeliano hanno definito come inevitabile un nuovo round di combattimenti contro Hamas.

Alcuni giorni dopo, in concomitanza con una serie di esercitazioni militari previste lungo il confine libanese, il ministro israeliano Yossi Peled ha affermato che, a suo giudizio, “è solo questione di tempo prima che vi sia un nuovo scontro militare nel nord”. Conflitto che, a differenza del passato, vedrebbe contrapposto Israele non solo ad Hezbollah, ma all’intero stato libanese, tanto più che adesso il movimento sciita fa parte del governo.

Nei giorni scorsi, infine, il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha ammonito che lo stallo del processo di pace con la Siria potrebbe portare addirittura ad una guerra vera e propria. E non si capisce bene di chi altri possa essere la colpa della paralisi delle trattative di pace se non dello stesso Israele, che occupa le alture del Golan dal 1967 e non mostra alcuna intenzione di restituirle ai legittimi proprietari.

Ma, naturalmente, il principale focolaio di tensione è rappresentato dalla questione iraniana, con Israele che minaccia un intervento militare per fermare il programma iraniano di arricchimento dell’uranio, trovando sponda in America nei soliti guerrafondai neocon. Poco importa che Israele già possieda dalle duecento alle trecento testate nucleari, che diamine, quello è uno Stato democratico e un fedele alleato!

Peccato che per colpa di questo Stato “democratico” il mondo intero rischia di imbarcarsi in una nuova avventura militare dalle conseguenze imprevedibili, ma sicuramente disastrose.

Su quest’ultimo argomento, propongo l’articolo di Sobhi Ghandour, apparso su al-Bayan il 4 febbraio scorso, e soprattutto l’intervista rilasciata il 5 febbraio dall’ex ambasciatore svizzero in Iran, Tim Guldimann, al Jerusalem Post, nella traduzione offerta dal sito
Medarabnews.

Il fattore israeliano nell’aggravarsi della crisi iraniana.
4.2.2010

La questione iraniana è di nuovo al centro dell’attenzione internazionale a causa della controversia fra i paesi occidentali e Teheran riguardo all’arricchimento dell’uranio iraniano e alla possibilità di un suo trasferimento all’estero.

Queste trattative sono affiancate dalle indiscrezioni sui preparativi militari per un possibile attacco all’Iran e per contrastare le possibili risposte iraniane su più fronti.

Tutto ciò riporta in primo piano l’interrogativo sulle possibilità di arrivare a un accordo o allo scontro militare con Teheran.

Il fattore israeliano è estremamente importante in questa crisi fra l’Occidente – e Washington in particolare – e l’Iran. Nella regione mediorientale, Israele è l’unico stato in possesso di un arsenale nucleare. Ma l’Occidente non presta alcuna attenzione ai pericoli che questo comporta, mentre invece impedisce a qualsiasi paese arabo o islamico di entrare in possesso di armi atomiche.

E non ha alcun valore la scusa sulla quale l’Occidente basa questa sua posizione, cioè il fatto che Israele sarebbe uno “stato democratico alleato” del quale ci si può fidare. Molti paesi mediorientali hanno infatti rapporti privilegiati con l’Europa e con gli Stati Uniti, ma ad essi non è permesso possedere armi nucleari.

Forse il miglior esempio a questo proposito è la Turchia, la quale fa parte della NATO ed è governata da un regime laico e democratico; ma ad essa l’Occidente impedisce di entrare nel club nucleare.

Israele ora spinge perché si giunga a un confronto militare con l’Iran. Nel caso in cui si dovesse arrivare a questo, Israele porterebbe a compimento i “successi” che ha realizzato finora a partire dall’11 settembre 2001 sotto la bandiera della “guerra al terrore islamico”.

Israele ha infatti sempre da guadagnare da qualsiasi conflitto che avviene tra l’ “Occidente” e l’ “Oriente”, perché ciò rafforza il suo ruolo (in primo luogo sotto il profilo della sicurezza) nei confronti dei grandi paesi occidentali, primi fra tutti gli Stati Uniti.

Il confronto militare fra l’Occidente e l’Iran causerà grave distruzione a entrambe le parti, e coinvolgerà numerose città arabe. La catastrofe colpirà anche le ricchezze petrolifere e finanziarie arabe, e le sue conseguenze potrebbero portare a una riduzione delle forze armate americane nella regione. Gli Stati Uniti dipenderebbero allora in misura ancora maggiore dalla forza militare israeliana in Medio Oriente.

L’escalation della crisi, e il confronto militare con l’Iran, sono destinati a creare un clima di conflitto interno in molti paesi arabi, da cui potrebbero nascere delle guerre civili che sconvolgeranno questi paesi, favorendo ulteriormente il progetto israeliano nella regione, che punta alla creazione di staterelli su base etnica e confessionale facilmente controllabili da Israele.

Secondo i calcoli israeliani, Israele sarà certamente colpito dagli attacchi militari dell’Iran e dei suoi alleati nella regione, ma sicuramente in misura minore, sia sotto il profilo militare che economico e finanziario, e sarà il paese che ne trarrà maggior vantaggio a livello politico e strategico, poiché l’entità israeliana rimarrà unita, ed anzi maggiormente in grado di rafforzare gli insediamenti nei territori occupati e la pratica del trasferimento forzato dei palestinesi all’interno di Israele e della Cisgiordania, e forse addirittura verso la riva orientale del Giordano – un vecchio progetto caro a Israele, ed in particolare all’attuale classe di governo, quello cioè della “patria alternativa”.

Il confronto fra gli Stati Uniti e l’Iran ha aspramente polarizzato il mondo arabo in questi anni. In questo conflitto tutti i mezzi sono divenuti leciti, compresa la mobilitazione settaria e confessionale, la strumentalizzazione dei mezzi di informazione e l’arruolamento delle grandi firme dei giornali al servizio di questa o quella parte.

Alla fine, alcuni attori arabi, per interessi diversi, sono divenuti strumenti del conflitto, ed i loro paesi sono candidati a diventare i campi di battaglia di questo scontro. Ma le “questioni” regionali per le quali si combatte sono forse questioni “straniere” che non riguardano gli arabi, e che non interessano i loro governi ed i loro popoli?

Le radici della questione irachena risalgono alla guerra che il precedente regime di Saddam Hussein dichiarò contro l’Iran reduce dalla Rivoluzione che aveva rovesciato il regime dello scià; così come risalgono alla teoria del “doppio contenimento” adottata da diverse amministrazioni a Washington, e in base alla quale l’amministrazione Reagan sosteneva allo stesso tempo il governo iracheno e i contratti per la vendita di armi all’Iran, affinché le due parti si dissanguassero a vicenda.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che si è riunito più volte per studiare l’applicazione di nuove sanzioni all’Iran (sebbene l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica [AIEA] non abbia ancora smentito le affermazioni di Teheran secondo cui il suo programma nucleare ha scopi pacifici), non si riunisce per studiare le conseguenze della minaccia nucleare israeliana, o per esaminare la questione palestinese, così come negli anni passati non si è riunito per definire il destino della “questione irachena”.

Queste ultime due questioni sono infatti sotto la “tutela” americana diretta, o sotto l’occupazione israeliana. Questioni di questo genere non vengono esaminate dal Consiglio di Sicurezza! Il denominatore comune dell’Iraq e della Palestina è che l’occupazione israeliana si rifiuta di applicare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, e delle Nazioni Unite, mentre l’occupazione americana in Iraq si rifiutò nel 2003 di rimettersi all’autorità del Consiglio di Sicurezza prima dell’invasione militare!

E’ vero, la “questione iraniana” è una faccenda sulla quale è importante che i governi arabi si soffermino, soprattutto alla luce di dichiarazioni ed azioni iraniane che suscitano timori e preoccupazioni nei paesi arabi del Golfo. Tutto ciò rende legittimo anche l’interrogativo sull’entità delle ingerenze iraniane negli affari iracheni.

E’ vero, la “questione iraniana” è essenziale per l’amministrazione Obama in relazione all’Iraq e all’Afghanistan, ma anche per il destino del conflitto arabo-israeliano e per le conseguenze estremamente negative per il Medio Oriente e per il mondo che potrebbero derivare da un ulteriore incancrenirsi di questo conflitto. E’ vero, l’amministrazione Obama forse non commetterà una follia che non commise nemmeno l’amministrazione Bush, malgrado tutta la sua avventatezza e malgrado le pressioni israeliane.

Tutto questo è vero. Tuttavia gli arabi si trovano a dover scegliere fra due alternative: o puntare sulla solidarietà e sull’unificazione nazionale araba, ponendo le basi di una visione araba condivisa per rapportarsi con tutte le potenze internazionali e regionali interessate al Medio Oriente, o fare il gioco di Israele, con tutto quello che ciò comporterà in termini di devastante frammentazione dei popoli, degli stati e delle ricchezze arabe.

Sobhi Ghandour è fondatore e direttore esecutivo di “al-Hewar Center”, con sede a Washington


Un attacco israeliano contro il programma nucleare iraniano non riuscirà né a fermare del tutto l’avanzata nucleare di Teheran, né a far cadere il regime degli Ayatollah – secondo l’ex ambasciatore svizzero in Iran, Tim Guldimann.

Parlando al Jerusalem Post a margine della Conferenza di Herzliya della scorsa settimana, Guldimann, che conosce bene il modo di pensare iraniano, ha espresso – come sua opinione personale – la propria profonda preoccupazione per un’eventuale opzione militare contro l’Iran.

Guldimann è stato ambasciatore svizzero in Iran e in Afghanistan dal 1999 al 2004. Come ambasciatore a Teheran, Guldimann – ora consulente e direttore del Middle East Project presso il Center for Humanitarian Dialogue, con sede a Ginevra – ha rappresentato gli interessi statunitensi in Iran, agendo come intermediario. Acquisì notorietà per un memorandum che egli trasmise agli Stati Uniti nel 2003, il quale conteneva una presunta proposta iraniana per un ampio dialogo con gli Stati Uniti, che comprendesse tutte le questioni – inclusa la piena cooperazione sui programmi nucleari, l’accettazione di Israele e la cessazione del sostegno iraniano ai gruppi armati palestinesi. La proposta fu respinta dall’amministrazione Bush.

Secondo Guldimann, la posizione in base alla quale ‘se la comunità internazionale non fermerà il programma nucleare iraniano allora Israele dovrà farlo da solo’, si fonda sul presupposto non dimostrato che l’Iran si appresti effettivamente a imboccare la strada verso l’acquisizione di un’arma nucleare.

“La mia impressione è che essi non si spingeranno così lontano. Se voi dite che vi è [in Iran] una chiara politica volta a raggiungere una capacità nucleare, sono pienamente d’accordo. La si può definire come una fase di rottura. Ma essi prenderanno la decisione politica di produrre una bomba? Una rottura di questo genere è una questione assolutamente diversa”, afferma Guldimann.
Dunque, quali opzioni ha in mano Israele?

“Il vecchio approccio del bastone e della carota non ha aiutato affatto. Potete parlare di sanzioni, ma esse non hanno cambiato la posizione iraniana. Le sanzioni spesso sembrano avere, in Occidente, più che altro lo scopo di fornire una dimostrazione a Israele [che le cose si stanno muovendo]“, osserva. “L’altra opzione è la forza. Se Israele si orienta per l’opzione militare, sono davvero profondamente preoccupato del fatto che alcuni ritengano che una simile opzione possa essere d’aiuto”.

“Proviamo a usare la sicurezza di Israele come unico metro per valutare la situazione. Un attacco militare può danneggiare [il programma nucleare iraniano], ma non può fermarlo. Si tratta di un’industria con decine di migliaia di persone impiegate al suo interno. È possibile danneggiarla e ritardarne lo sviluppo. Si può anche ritenere che sia possibile colpirla una, due, forse tre volte. E si può tornare a farlo di nuovo, se si pensa che la situazione sia come quella di un bambino che continua a venir fuori e lo si picchia ogni volta. Ma il mondo potrebbe essere un luogo completamente diverso [dopo un primo attacco]“, dice Guldimann.

Guldimann sostiene che, anche in una situazione di disordini interni e di opposizione popolare al regime in Iran, un attacco esterno non farebbe cadere il regime.

“Non è questo lo stile iraniano. Si deve tener presente che se c’è un attacco esterno al regime, l’opposizione interna al regime, e l’opposizione al regime in generale, finiranno entrambe per allinearsi a quest’ultimo. Serreranno i ranghi. Sulla questione nucleare, [il leader dell'opposizione Mir Hossein] Mousavi è più intransigente del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Se vi è un attacco esterno agli impianti nucleari iraniani, il popolo iraniano si sentirà terribilmente umiliato. E se oggi Israele ha il regime iraniano come nemico, a quel punto non avrà contro solo il regime, ma anche l’intero paese. Un attacco all’Iran sarebbe un’ottima cosa per Ahmadinejad. Egli otterrà quel nemico straniero di cui ha sempre parlato”.

“Alla popolazione iraniana, essere bombardata le riporterà alla mente i ricordi della guerra con l’Iraq. Prima dell’invasione americana dell’Iraq, vi era chi, in Iran, aveva chiesto agli americani di rovesciare anche il regime di Teheran. Ma non appena gli iraniani hanno visto come è stato bombardato l’Iraq, questi appelli in gran parte sono scomparsi. Ora, se gli iraniani vedessero le bombe israeliane, e non solo su Natanz – quanto lontano potrebbe spingersi una campagna di bombardamenti? – ciò non farebbe cadere Ahmadinejad. Se il regime non fa nulla [per provocare apertamente un attacco], e all’improvviso l’Iran viene attaccato, le persone si raccoglieranno intorno al regime, e il regime sarà al sicuro”, dice Guldimann, aggiungendo che è ancora troppo presto per stabilire dove porteranno gli sviluppi politici iraniani.

“Possiamo anche supporre che le ingerenze politiche esterne serviranno solo a consolidare la presa del regime sul potere. Tutto il gran clamore sul cambio di regime che proviene dall’estero è molto pericoloso”, sostiene il diplomatico svizzero.
Secondo Guldimann, la sicurezza di Israele a lungo termine non sarebbe rafforzata da un attacco contro il programma nucleare iraniano. La reazione dell’Iran a un attacco del genere avverrebbe probabilmente a più livelli, e sarebbe di lunga durata – aggiunge.

Le valutazioni in Israele sono che l’Iran stia gonfiando il suo potere militare per scoraggiare qualsiasi attacco, creando la percezione che un attacco militare contro il suo programma nucleare potrebbe suscitare una reazione devastante – non solo per Israele, ma anche per le forze USA nella regione, così come per gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Sebbene una tale risposta potrebbe essere dolorosa, a Gerusalemme si ritiene che essa non sarebbe in realtà così dura come vorrebbe far credere Teheran alla comunità internazionale.

Guldimann ritiene che l’Iran potrebbe compiere ritorsioni anche in altri modi, per via indiretta. Potrebbe agire nello Stretto di Hormuz per far aumentare il prezzo del petrolio – sostiene.

“Potrebbe anche essere che in un primo momento gli iraniani non facciano nulla, ma invece si rivolgano alle Nazioni Unite facendo leva sulla simpatia che potrebbero guadagnare. Ma essi faranno in modo che i prezzi del petrolio salgano. Se avremo un prezzo del petrolio molto più elevato per un lungo periodo di tempo, ciò potrebbe influenzare il fragile contesto economico mondiale. Allora si potrebbe avere, tutto a un tratto, un’opinione pubblica con cui dover fare i conti. I governi occidentali sono con Israele, ma cosa penserà la gente in Europa? In Medio Oriente, il contraccolpo potrebbe avere conseguenze ben più immediate”, dice Guldimann.

“Agli iraniani piace giocare sui sentimenti delle masse arabe”, spiega. “Nel caso di un attacco israeliano contro l’Iran, i regimi arabi potrebbero tacitamente accettarlo, ma nessuno sa cosa potrebbe accadere nelle piazze arabe – che cosa accadrà in Egitto, ad esempio? Per la piazza araba, Ahmadinejad è un eroe, ed egli giocherà questa carta”.

Guldimann sostiene che, per Israele, il modo migliore per risolvere il suo problema iraniano sta nel risolvere la questione palestinese.

“L’intera regione rimarrà un problema, a meno che la questione palestinese non sarà risolta. Per gli iraniani, la questione palestinese è una merce di scambio. Essi sanno che Israele è una realtà nella regione. Le loro posizioni non sono più radicali di quelle di Hamas. Hamas sta iniziando a parlare dei confini del ‘67”, dice Guldimann.
Egli esprime inoltre la sua convinzione che, se Israele dovesse attaccare l’Iran, nessuno nella regione crederebbe che ciò possa essere avvenuto senza il consenso degli Stati Uniti.

“Semplicemente non è credibile. Anche se l’America non desse il proprio consenso a Israele, e Israele andasse avanti lo stesso, nessuno crederebbe che il segnale di stop sia stato veramente dato. L’opzione militare potrebbe portare a un disastro. Se, tuttavia, la comunità internazionale è pronta ad accettare un Iran con una capacità nucleare come interlocutore, c’è la possibilità che il punto di breakout (la decisione di costruire in poco tempo un’arma nucleare trasformando all’improvviso il programma nucleare pacifico in un programma bellico (N.d.T.) ) venga evitato “, suggerisce Guldimann.

“Non nego i rischi legati [al fatto di] vivere con una industria nucleare in Iran”, dice. “Ma io preferisco questa seconda opzione allo scontro, che conduce verso l’ignoto.”

Amir Mizroch è un giornalista israeliano; è capocronista del Jerusalem Post

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4 Commenti:

Alle 15 febbraio 2010 23:27 , Anonymous Andrea ha detto...

Per sintetizzare il post dice: Israele, per favore, facci il piacere di sparire! Sparisci, affinché la terra ritrovi la sua armonia.
Il lavoro sporco dovrebbe essere fatto da un clone islamico di Hitler, grazie alla bomba atomica che sta tentando di fabbricare.
Nel frattempo in Occidente i pacifinti stanno preparandosi a tirare fuori i fazzoletti dopo che la bomba sarà esplosa su Tel Aviv, la città sionista per eccellenza, quella che non ha diritto di esistere.
Il problema mediorientale per eccellenza per i pacifinti sarebbe dunque costituito da quella strana enclave al limite del Mediterraneo, estranea all'ambiente circostante, che rifiuta di disciogliersi. Ma da quand'è che si chiede al presente di correggere la storia che ha generato quel presente? Si chiede al presidente del Brasile, il simpatico Lula, di restituire l'Amazzonia ai Nambikwara? Si chiede a Obama di restituire il Far West ai sioux e agli cheyenne? Si chiede agli arabi di restituire il Magreb ai berberi? I polacchi reclamano forse di ritornare all'ovest dell'Oder? E i tedeschi all'est? Milioni di persone nel mondo sono state spostate dalla storia, in Europa, in India, nel Pakistan. Quante centinaia di migliaia di ebrei sono fuggiti dai paesi arabi per trovare rifugio in Israele? O il popolo d'Israele è l'unico al mondo a veder messo in discussione il suo diritto a un'esistenza nazionale perché una cattiva fede planetaria non vuole capire che essere ebreo significa due cose, che corrispondono in pari tempo a un destino individuale e a un destino comunitario condiviso.
Ma tutti i pacifinti che sono disturbati da Israele si rassicurino: Israele li protegge, nonostante loro, perché quello che minaccia oggi Israele minaccia anche loro. E se le nostre libertà stanno ancora più o meno in piedi, è proprio perché Israele ne è il principale bastione.

 
Alle 16 febbraio 2010 00:45 , Anonymous Anonimo ha detto...

Quelli come te li bastionerei tutti...O_o

 
Alle 16 febbraio 2010 16:12 , Blogger vichi ha detto...

Ecco, il problema sta proprio qui. Israele non è il bastione delle nostre libertà, né alcuno gli ha chiesto di esserlo.

Israele è il principale artefice delle tensioni e dell'instabilità che regna in medio oriente.

Uno stato e un popolo incapace di far pace con i propri vicini, né con i Palestinesi - cui nega i territori loro assegnati da svariate risoluzioni Onu - né con la Siria, di cui occupa illegalmente le alture del Golan.

E adesso Israele vorrebbe farci imbarcare in una avventura bellica dagli esiti incerti, ma sicuramente disastrosi e destabilizzanti per il mondo intero, per i suoi fini egemonici e colonialisti.

 
Alle 16 febbraio 2010 16:34 , Anonymous Ale ha detto...

Certo,le alture del Golan devono essere restituite ai siriani,così torneranno a prendere meglio la mira sui kibbutz

 

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