1 dicembre 2010

Processo di pace: Hamas è parte del problema o della soluzione?

A partire dall’ ”End of Mission Report” dell’inviato Onu per il Medio Oriente Alvaro De Soto, numerose sono state in questi ultimi anni le voci influenti di critica alla posizione internazionale di boicottaggio e di esclusione di Hamas dal processo di pace con Israele.

Eppure non da ora il movimento islamico ha mostrato atteggiamenti pragmatici e ha dato più volte prova della volontà di pervenire ad una soluzione politica del conflitto israelo-palestinese. E, d’altra parte, non si riesce bene a capire come si possa davvero giungere ad un definitivo accordo di pace senza il coinvolgimento di Hamas.

Su questo verte l’articolo che segue, scritto il 10 novembre scorso da Mahmoud Jaraba per il sito web Carnegie Endowment e qui proposto nella traduzione di
Medarabnews.

Hamas e il processo di pace: parte del problema o parte della soluzione?

Il 14 ottobre Khaled Meshaal, capo dell’ala politica di Hamas, ha riferito al settimanale Newsweek che “c’è una posizione ed un programma che tutte le parti palestinesi condividono. Uno stato palestinese entro i confini del 1967 con Gerusalemme come capitale. Il diritto al ritorno. Uno stato sovrano sul suo territorio e lungo i suoi confini. E senza insediamenti”. Meshaal ha osservato che Hamas accetterà qualsiasi accordo con Israele che sia condiviso dalla maggioranza dei palestinesi, aggiungendo che “l’amministrazione americana dovrebbe sentire queste cose direttamente da noi”.

Le posizioni di Meshaal non sono una novità per Hamas, il quale ha assunto posizioni piuttosto pragmatiche su tali questioni da quando nel gennaio del 2006 ottenne la maggioranza (74 seggi su 132) nel parlamento palestinese e formò il decimo governo palestinese. Da allora, Hamas ha cercato di mostrare il suo lato più pragmatico, in particolare accettando una soluzione politica al problema palestinese. La soluzione implica la formazione di uno stato palestinese che si estenda dai confini del 1967 al fiume Giordano. Questa opinione è stata presentata nel documento di riconciliazione palestinese (anche chiamato “Documento dei Prigionieri”, un accordo tra alcuni attivisti detenuti appartenenti ad Hamas e ad altre fazioni palestinesi, il quale è stato modificato nel giugno del 2006). Il movimento ha anche annunciato in varie occasioni la sua volontà di sospendere la resistenza armata e di avviare una tregua di 10 anni in cambio di uno Stato palestinese sui territori del 1967.

Le dichiarazioni di Meshaal coincidono con la fase di stallo dei negoziati israelo-palestinesi e con la ripresa dei colloqui di riconciliazione tra Hamas e Fatah. Tali dichiarazioni contengono due importanti messaggi, uno per l’opinione pubblica nazionale, l’altro per l’arena internazionale. Il messaggio per quest’ultima è stato abbastanza chiaro: Hamas è un partner vitale e il suo coinvolgimento non significherebbe la fine dei negoziati – tale messaggio era diretto in particolare all’Europa, dove molti governi sono sempre più inclini a parlare direttamente con Hamas.

Il messaggio interno: pragmatismo di Hamas e timori di Fatah

Le dichiarazioni di Meshaal avevano anche lo scopo di mostrare ai palestinesi che Hamas è pragmatico e sicuro di sé, mentre l’Autorità Palestinese (ANP) e Fatah sono sulla difensiva. Le risposte contraddittorie dell’ANP e di Fatah alle sue dichiarazioni riflettono la situazione disperata in cui versa Ramallah: i negoziati con Israele sono in una fase di stallo, e Fatah è debole come sempre. Adnan al-Damiri, portavoce ufficiale dei servizi di sicurezza palestinesi, ha accusato Hamas di cercare di “essere una controfigura della leadership palestinese”. Dal canto suo, Osama al-Kawasimi, portavoce di Fatah, ha invece ben accolto le affermazioni Meshaal, affermando che esse dimostrano “una completa compatibilità con le posizioni politiche adottate dalla leadership palestinese nel 1988″, e che tali affermazioni avrebbero reso “la partnership palestinese più realistica”.

I tentativi di Hamas di dimostrare pragmatismo e apertura perlomeno verso alcuni degli attori internazionali sono una fonte costante di irritazione per l’ANP. Nel corso degli ultimi anni, Hamas ha dimostrato più perseveranza e manovrabilità politica di quanto molti non si aspettassero. Recentemente, il movimento ha iniziato a rompere l’embargo politico che lo ha isolato a livello internazionale, dimostrando la sua capacità di controllare lo stato della sicurezza a Gaza e di gestire accordi di sicurezza con Israele, tra cui una tregua raggiunta attraverso la mediazione egiziana.

Da parte sua, Fatah teme di perdere la sua posizione di preminenza se gli attori internazionali dovessero aprirsi ad Hamas. La strategia del defunto Yasser Arafat e di Fatah, a partire dai negoziati di Oslo del 1993, si è sempre basata sull’opporre la propria moderazione alle posizioni intransigenti di Hamas e alla sua tendenza all’uso della violenza. Il presidente Mahmoud Abbas ha seguito la stessa strategia fin dal 2005, in particolare dopo la frattura inter-palestinese, verificatasi a metà del 2007.

Mentre il controllo di Hamas su Gaza e il fallimento delle trattative per ottenere concessioni da parte israeliana hanno indebolito la posizione di Abu Mazen, la riconciliazione tra Fatah e Hamas potrebbe rafforzare il suo ruolo in patria e all’estero, e al tempo stesso sostenere i membri moderati all’interno di Hamas. Dopotutto, nell’Accordo Nazionale, Hamas decise di non opporsi alla gestione di negoziati diretti con Israele da parte del presidente palestinese, e Hamas potrebbe ribadire questo punto in un accordo futuro.

Le posizioni dei sostenitori di Hamas

I sostenitori di Hamas hanno anche un atteggiamento più pragmatico nei confronti della pace di quanto molti non si aspetterebbero.

Dai sondaggi condotti dal Palestinian Center for Policy and Survey Research con sede a Ramallah negli anni prima e dopo la spaccatura del 2007, emerge che i seguaci di Hamas non erano inesorabilmente a favore della violenza, a differenza di ciò che si ritiene comunemente.

La maggioranza dei sostenitori di Hamas si sono definiti come ampiamente a favore del processo di pace (il 55%, in media, nei sondaggi condotti da marzo 2006 a dicembre 2008, contro l’86% tra i sostenitori di Fatah). Inoltre, secondo un’indagine condotta nel marzo del 2006 in Cisgiordania e a Gaza, il 70% dei sostenitori di Hamas e l’84% dei sostenitori di Fatah sostenevano la piena riconciliazione fra palestinesi e israeliani, qualora venisse fondato uno stato palestinese e tale stato fosse riconosciuto da Israele. Paradossalmente, secondo un sondaggio dell’ottobre del 2010, una percentuale maggiore di palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza si descrive come a favore del processo di pace (il 69%), rispetto a solo il 58% dei palestinesi in Cisgiordania.

Prendendo in considerazione le opzioni che i sostenitori di Hamas e Fatah potrebbero accettare come punto di partenza per un progetto nazionale palestinese unitario, i sondaggi mostrano che la maggioranza in entrambi i campi sostiene una soluzione politica basata sulla formazione di uno stato nei territori occupati nel giugno del 1967. Il 76% dei sostenitori di Hamas e praticamente tutti i sostenitori di Fatah (il 96%) concordano sul fatto che l’obiettivo del popolo palestinese è quello di creare uno stato palestinese indipendente su tutti i territori occupati nel 1967 con Gerusalemme come sua capitale. I sostenitori di Fatah e Hamas concordano anche sul diritto al ritorno dei profughi e sulla liberazione di tutti i prigionieri, come garantito dalle Nazioni Unite, secondo un sondaggio del giugno del 2006. Lo stesso sondaggio rivela che un’esigua maggioranza di sostenitori di Hamas (il 56%) e la stragrande maggioranza dei sostenitori di Fatah (l’86%) è a favore della costruzione di un consenso nazionale sulla base delle risoluzioni internazionali e arabe, come stabilito nel Documento dei Prigionieri.

Questi dati dimostrano che la base di Hamas ha spostato le proprie convinzioni in favore della volontà di raggiungere una pace che garantisca i più elementari diritti dei palestinesi, come previsto dalle risoluzioni delle Nazioni Unite, almeno fino alla spaccatura del 2007 e alla guerra di Israele a Gaza. Hamas ha ripetutamente detto che rispetterà le posizioni dei suoi sostenitori, e quelle dell’opinione pubblica palestinese in generale, in qualsiasi accordo futuro. Forse i sostenitori di Hamas ora sono più disillusi, dopo molti anni di cattivi rapporti con Fatah, di isolamento a Gaza, e di repressione in Cisgiordania. Ma le dichiarazioni di Meshaal rivelano che i leader di Hamas sono ancora disposti a mostrare un lato pragmatico, e ciò fa sperare sull’evoluzione di nuovi punti di vista all’interno del gruppo.

Mahmoud Jaraba è autore di “Hamas: Tentative March toward Peace” (Ramallah: Palestinian Center for Policy and Survey Research, 2010)

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4 Commenti:

Alle 3 dicembre 2010 00:15 , Anonymous Andrea ha detto...

E' indubbio che Hamas sente l'isolamento e cerca, con queste parole, il riconoscimento della Comunità Internazionale. Ma l'idea di un referendum a Gaza può essere associata solo a quella di un referendum a Berlino ai tempi del III Reich. Come può un'associazione che ha come punto fondamentale del suo statuto la distruzione di Israele e che ha fatto di tutto per boicottare i negoziati essere credibile in fatto di trattative con Israele?

 
Alle 5 dicembre 2010 15:16 , Blogger Antonio Candeliere ha detto...

x andrea: come mai sta cosi a cuore la distruzione di israele o meglio come mai ci sono intere popolazioni che rivendicano dei diritti?

 
Alle 17 dicembre 2010 05:36 , Anonymous Anonimo ha detto...

Grande, ho trovato quello che 'ho cercato per

 
Alle 17 dicembre 2010 05:49 , Anonymous Anonimo ha detto...

Veramente molto bello io probabilmente scaricarlo. Grazie

 

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