21 settembre 2011

Le incognite dell'iniziativa palestinese all'Onu

L’editoriale di Medarabnews, dedicato all’iniziativa palestinese di chiedere al Consiglio di Sicurezza il riconoscimento della Palestina come stato membro dell’Onu a tutti gli effetti, mette bene in evidenza le opportunità ma anche i pericoli insiti in questa mossa “unilaterale”.

Iniziativa, peraltro, guardata con sospetto e addirittura avversata da molti nel campo palestinese, in quanto non concordata e, per taluni aspetti, contraria agli interessi dei palestinesi della diaspora.

Il rischio concreto – visto l’esplicito richiamo ai confini del 1967 – sarebbe quello, in particolare, di consegnare definitivamente ad Israele il 78% della Palestina storica senza ottenere in cambio pressoché nulla di concreto.

E, tuttavia, a giudizio di chi scrive, l’iniziativa palestinese ha il merito di rompere uno status quo fatto di occupazione militare, di espansione delle colonie e di defatiganti quanto inutili negoziati, potenzialmente destinato a durare in eterno.

Solo la certificazione formale della fine del ruolo americano di “honest broker” del conflitto – attraverso il veto che gli Usa certamente opporranno alla richiesta di riconoscimento palestinese – permetterà una maggiore internazionalizzazione ed un nuovo impulso al processo di pacificazione della regione.


Con l’apertura della riunione annuale dell’Assemblea Generale dell’ONU a New York è entrato nel vivo l’ormai lungamente atteso dramma rappresentato dal tentativo palestinese di ottenere il pieno riconoscimento da parte delle Nazioni Unite come “Stato membro”.

L’iniziativa palestinese è il risultato del fallimento di 20 anni di processo negoziale, rivelatosi del tutto inconcludente e crollato definitivamente lo scorso anno, quando Israele si è rifiutata di estendere una moratoria sull’espansione degli insediamenti in Cisgiordania.

Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dai fallimentari tentativi americani di ricondurre le parti al tavolo negoziale pur in presenza dell’ostinazione del governo Netanyahu a proseguire l’attività edilizia nelle colonie della West Bank e a Gerusalemme Est, un ostacolo rivelatosi insormontabile.

Uno degli aspetti paradossali degli sforzi del “mediatore” americano è stato il progressivo allinearsi del presidente Obama alle posizioni del primo ministro israeliano Netanyahu, a causa delle enormi pressioni del Congresso americano e dell’AIPAC, la principale lobby filo-israeliana a Washington.

Solo un anno fa, proprio parlando davanti alla platea dell’Assemblea Generale dell’ONU, Obama aveva auspicato la conclusione dei negoziati israelo-palestinesi entro un anno, cosicché i palestinesi avrebbero potuto prendere parte alla riunione plenaria delle Nazioni Unite di questi giorni in qualità di “Stato membro” a pieno titolo.

Ora invece la sua amministrazione sta compiendo ogni sforzo per impedire un riconoscimento dello Stato palestinese da parte dell’ONU. Gli Stati Uniti si sono infatti dichiarati fermamente contrari all’iniziativa palestinese, affermando che uno Stato palestinese può nascere solo attraverso negoziati diretti bilaterali fra israeliani e palestinesi.

LA MOSSA “DISPERATA” DELL’ANP

Tuttavia, a spingere l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) a rivolgersi all’ONU è stato proprio il pluriennale fallimento di tali negoziati. Più che una mossa attentamente studiata, l’iniziativa palestinese è apparsa a molti come un disperato tentativo di uscire da un vicolo cieco.

Mahmoud Abbas, il cui mandato presidenziale alla guida dell’ANP è scaduto ormai da tempo, ha urgentemente bisogno di trovare nuove ragioni di legittimazione agli occhi del suo popolo. Egli si è sentito abbandonato dagli Stati Uniti che lo hanno posto in una posizione di negoziatore subalterno, soggetto ai diktat di Netanyahu in primis, e di Washington in seconda battuta, nel contesto di un processo negoziale privo di qualsiasi orizzonte.

Le rivolte della “primavera araba” hanno, per altro verso, ulteriormente accresciuto le aspettative dei palestinesi riguardo a una possibile fine dell’occupazione israeliana, ed hanno inasprito il loro atteggiamento critico nei confronti della “convivenza” fra l’ANP e la potenza occupante.

Per non perdere il controllo della situazione, i politici dell’Autorità palestinese hanno ritenuto necessario “canalizzare” queste energie facendole confluire a sostegno di un’iniziativa palestinese per ottenere un riconoscimento a livello internazionale.

Alla base di questa iniziativa “disperata” vi è il miraggio di riuscire a forzare la mano ad americani ed israeliani strappando loro qualche concessione che permetta al presidente Abbas di riprendere i negoziati senza perdere la faccia (una prospettiva poco probabile vista l’intransigenza dell’attuale governo israeliano), oppure di ottenere un riconoscimento internazionale che consenta in ogni caso all’ANP di poter offrire una vittoria, per quanto simbolica, al suo popolo.

LE DUE OPZIONI TATTICHE A DISPOSIZIONE DEI PALESTINESI

Tatticamente l’iniziativa palestinese all’ONU poteva articolarsi in due modi: chiedere al Consiglio di Sicurezza il riconoscimento della Palestina come “Stato membro” a pieno titolo di questa organizzazione internazionale, oppure rivolgersi all’Assemblea Generale per ottenere lo status di “osservatore” in qualità di “Stato non membro” (l’Assemblea Generale non ha infatti il potere di accordare la piena adesione all’ONU).

La seconda opzione ha un valore puramente simbolico, ancor più della prima (in quanto non accorderebbe ai palestinesi un vero riconoscimento), ma sarebbe in linea di principio più praticabile poiché i palestinesi sono quasi certamente in grado di raccogliere un’ampia maggioranza a loro vantaggio all’interno dell’Assemblea Generale, dove non vige il diritto di veto. Un voto favorevole dell’Assemblea Generale, inoltre, consentirebbe ai palestinesi di avere accesso ad alcuni organismi internazionali come la Corte Penale Internazionale, dove essi potrebbero cercare di rivalersi contro le violazioni israeliane.

La prima opzione – quella di rivolgersi al Consiglio di Sicurezza – è invece certamente più ambiziosa, in quanto punta a un obiettivo più alto e sfida gli Stati Uniti ad uscire allo scoperto per bloccare in prima persona il tentativo palestinese, eventualmente attraverso il ricorso al veto. Al momento i palestinesi sembrano intenzionati ad alzare la posta in gioco perseguendo proprio questo obiettivo.

Essi finora sono certamente riusciti a segnare dei punti a loro favore da un punto di vista politico, ponendo con successo la questione dello Stato palestinese all’attenzione dei media e dei governi a livello internazionale.

LA SCOMMESSA DI ABBAS

Ed è proprio questa la scommessa palestinese: l’ANP sa che la richiesta di riconoscimento all’ONU non modificherà nulla sul terreno, ma potrebbe contribuire a cambiare il clima a livello internazionale. Si tratta infatti di un atto dal profondo significato simbolico che potrebbe cambiare i termini del dibattito in favore dei palestinesi, in un momento in cui gli Stati Uniti stanno visibilmente perdendo influenza in Medio Oriente.

E’ questa la ragione per cui, secondo gli osservatori palestinesi ed arabi, gli Stati Uniti ed Israele temono così tanto l’iniziativa dell’ANP.

Essa infatti potrebbe scardinare i due capisaldi essenziali del processo di pace degli ultimi vent’anni: innanzitutto il fatto che tale processo fosse basato su un negoziato rigorosamente bilaterale fra Israele e i palestinesi, e in secondo luogo il fatto che gli Stati Uniti avessero il monopolio del ruolo di “mediatore imparziale” fra le parti (un ruolo che essi hanno ampiamente dimostrato di non poter interpretare, a causa della loro stretta alleanza con una delle due parti interessate).

La sfida palestinese è rivolta contro questi due capisaldi, a vantaggio di una maggiore internazionalizzazione del processo di pace, e del ruolo di mediazione al suo interno.

L’apparente decisione palestinese di rivolgersi in prima istanza al Consiglio di Sicurezza chiama in causa direttamente Washington, sfidandola a mettere a rischio la propria residua credibilità presso i popoli arabi in rivolta contro i loro dittatori, attraverso la sua aperta opposizione alle legittime aspirazioni di libertà del popolo palestinese.

Obama viene posto infatti di fronte a un difficile dilemma: mentre la sua amministrazione chiede che il regime libico e quello siriano siano chiamati a rendere conto dei loro crimini di fronte alla comunità internazionale, essa fornisce uno scudo protettivo a Israele che consente a quest’ultima di non dover rispondere di nessuna delle sue violazioni (in perfetto accordo, del resto, con le precedenti amministrazioni USA: a partire dal 1972 gli Stati Uniti ha fatto ricorso al veto per ben 42 volte al fine di bloccare risoluzioni ONU di condanna nei confronti delle violazioni israeliane del diritto internazionale).

Obama dunque rischia di alienarsi ancora una volta il mondo arabo, dopo aver promesso ai popoli della regione di appoggiare la “primavera araba” e la loro richiesta di democrazia, libertà e giustizia.

D’altra parte, ogni eventuale apertura da parte di Obama nei confronti dei palestinesi susciterebbe la dura reazione del governo Netanyahu, del Congresso americano e della lobby filo-israeliana negli USA, proprio alla vigilia della sua corsa alla rielezione.

UN’INIZIATIVA PIENA DI INCOGNITE

La scelta palestinese di rivolgersi in primo luogo al Consiglio di Sicurezza non è però priva di incognite, e potrebbe rivelarsi perdente.

Innanzitutto Washington farà di tutto per evitare di ricorrere al veto, e potrebbe riuscirci convincendo un numero sufficiente di membri del Consiglio a non votare a favore della richiesta palestinese (per passare, essa ha bisogno di 9 voti favorevoli su 15).

Certamente anche in questo caso il marcato attivismo americano in chiave antipalestinese non passerebbe inosservato in Medio Oriente, ma i danni di immagine per gli USA sarebbero leggermente più contenuti.

Tuttavia il rischio più grave per i palestinesi è che Washington chieda – come è prassi in questi casi – la creazione di una commissione tecnica per valutare la richiesta palestinese prima che il Consiglio di Sicurezza si pronunci. I lavori di tale commissione potrebbero protrarsi per settimane, se non per mesi, con la conseguenza che il picco di attenzione mediatica e politica che i palestinesi sono riusciti a creare a livello internazionale rischierebbe di svanire rapidamente.

Nel caso di un rifiuto da parte del Consiglio di Sicurezza, i palestinesi potrebbero ancora rivolgersi all’Assemblea Generale, ma la “finestra di opportunità” rappresentata dai riflettori internazionali puntati sulla riunione annuale attualmente in corso sarebbe ormai chiusa da tempo.

Invece una maggioranza schiacciante, da parte dell’Assemblea Generale, ottenuta direttamente nel corso della riunione plenaria di questi giorni, che di fatto riconosca uno Stato palestinese entro i confini del 1967, potrebbe rafforzare il potere contrattuale dei palestinesi in eventuali negoziati futuri, ed in ogni caso contribuire a cambiare il clima internazionale a loro favore.

Ma al di là di questo dilemma, l’iniziativa palestinese presenta altri rischi.

La risoluzione 181 dell’ONU nel 1947 chiese la creazione di due Stati, uno ebraico ed uno arabo, rispettivamente sul 56 e sul 44% della Palestina mandataria. Secondo alcuni ambienti palestinesi, l’attuale richiesta di riconoscimento di uno Stato palestinese entro i confini del 1967 da parte dell’ONU, invece, concederebbe automaticamente a Israele il 78% della Palestina senza che i palestinesi ricevano nulla in cambio da parte di Tel Aviv (in termini di fine dell’occupazione, riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi, ecc.).

Inoltre l’attuale iniziativa palestinese è il risultato di una decisione esecutiva presa da Mahmoud Abbas, non come presidente dell’ANP, ma come presidente dell’OLP, tuttavia senza che quest’ultima organizzazione – la quale tradizionalmente rappresenta tutti i palestinesi, compresi quelli della diaspora, e non solo i palestinesi della Cisgiordania – sia stata minimamente coinvolta nella decisione.

In generale, i responsabili dell’ANP sono stati accusati di aver organizzato l’iniziativa senza consultare o coinvolgere affatto le varie componenti del popolo palestinese.

Ciò ha contribuito a sollevare il sospetto – in diversi ambienti palestinesi, e non solo fra gli esponenti di Hamas – che, nel caso di un riconoscimento da parte dell’ONU, ogni futuro negoziato con Israele potrebbe essere limitato alla nuova “entità statale” palestinese, cioè all’ANP, con grave pregiudizio per il diritto al ritorno dei profughi e per i palestinesi della diaspora, tanto più che i reali contenuti dell’iniziativa palestinese all’ONU rimangono sconosciuti non essendo stati condivisi con le varie componenti della comunità nazionale palestinese.

A ciò si aggiunge il fatto che, come detto, ogni eventuale riconoscimento da parte dell’ONU rimarrebbe puramente simbolico, senza cambiare nulla sul terreno: ogni cambiamento reale in grado di permettere l’effettiva nascita di uno Stato palestinese richiederebbe in ogni caso un accordo che sia il frutto di un negoziato fra le parti (per quanto riguarda i confini, lo status di Gerusalemme, la sicurezza, gli insediamenti, le risorse idriche, ecc.).

Dunque, secondo alcuni, a fronte di una vittoria che sarebbe comunque puramente simbolica, i palestinesi rischiano di fare concessioni reali ad Israele senza alcuna contropartita.

Ma, ancor prima di questa eventualità, come già accennato, vi è il concreto rischio che l’iniziativa palestinese rimanga per lungo tempo impantanata nelle lungaggini tecniche della commissione incaricata dal Consiglio di Sicurezza, visto che i palestinesi sembrano effettivamente determinati a rivolgersi a quest’ultimo prima che all’Assemblea Generale.

Del resto, alcuni insinuano che lo stesso Abbas sarebbe interessato a tirare per le lunghe il voto al Consiglio di Sicurezza, nella speranza di avere più margine di manovra per strappare concessioni reali agli Stati Uniti – un tentativo che necessariamente richiederebbe tempo.

Proprio per questa ragione sembra invece improbabile l’eventualità che i palestinesi ritirino la loro iniziativa all’ultimo minuto, persuasi da una proposta americana ed israeliana in grado di riaprire in extremis l’orizzonte negoziale.

Al momento le posizioni di israeliani e palestinesi appaiono infatti infinitamente distanti, a cominciare dal categorico rifiuto di Netanyahu di fermare gli insediamenti, di discutere lo status di Gerusalemme, o in generale di permettere la nascita di uno Stato palestinese che non sia un insieme di énclave incapaci di sopravvivere. E per Abbas accettare promesse fumose e non circostanziate da parte israeliana o americana equivarrebbe a un suicidio politico.

NESSUN VINCITORE

Ma anche un fallimento parziale o totale dei palestinesi all’ONU non significa che Israele o gli USA usciranno vittoriosi da questo confronto. L’intransigenza israeliana e la partigianeria di Washington sono sotto gli occhi di tutti – in Medio Oriente, ma anche a livello internazionale.

Inoltre, nel mese di settembre, nel giro di pochi giorni la Turchia ha espulso il rappresentante diplomatico di Tel Aviv ad Ankara, l’ambasciatore israeliano in Egitto è fuggito frettolosamente dal Cairo dopo che una folla inferocita aveva attaccato la sua ambasciata, e i diplomatici israeliani ad Amman hanno furtivamente lasciato la Giordania temendo il verificarsi di un attacco analogo alla loro residenza giordana.

Sebbene la “primavera araba” abbia inferto un duro colpo all’asse siro-iraniano – a causa della rivolta che sta mettendo a rischio la sopravvivenza del brutale regime di Assad – i sentimenti anti-israeliani nella regione stanno crescendo.

Questo clima ha “costretto” perfino i sauditi ad ammonire Washington – per bocca di Turki al-Faisal, ex ambasciatore saudita presso gli Stati Uniti, il quale ha scritto in proposito un articolo sul New York Times – che il mancato sostegno americano all’iniziativa palestinese all’ONU comporterà non solo un declino della credibilità e dell’influenza degli USA in Medio Oriente, ma anche un ulteriore deterioramento nei rapporti con Riyadh.

Faisal ha affermato senza mezzi termini che la monarchia saudita sarà obbligata ad assumere una posizione più indipendente in politica estera (soprattutto in relazione alla questione palestinese) non tanto per volontà propria, ma a causa della pressione dell’opinione pubblica araba e musulmana.

L’ossessione principale dei sauditi rimane l’Iran, ma proprio allo scopo di contenere l’influenza iraniana nella regione Riyadh ritiene che sia sempre più urgente risolvere la questione palestinese.

La posizione saudita a sostegno dei palestinesi è dunque considerata strumentale dai più, e in pochi si aspettano da Riyadh una politica assertiva come quella turca, o dei passi concreti che portino ad una reale rottura con Washington; tuttavia gli ammonimenti dell’ex ambasciatore Faisal sono indicativi del clima che si respira in Medio Oriente, e del gelo che persiste tra sauditi e americani.

Riyadh ha appena promesso di versare 200 milioni di dollari all’ANP per alleviare la crisi economica che la attanaglia, soprattutto a causa del rallentamento dell’erogazione dei finanziamenti da parte dei paesi donatori.

Il bilancio palestinese del 2011 era stato redatto in base a una previsione di 967 milioni di dollari in introiti provenienti dalle donazioni straniere. Ma alla fine di giugno l’ANP aveva incassato solo 293 milioni.

Negli Stati Uniti, che da soli hanno contribuito lo scorso anno a più del 10% del bilancio dell’ANP versando circa 470 milioni di dollari, molti membri del Congresso – sia fra i repubblicani che fra i democratici – hanno minacciato un boicottaggio dell’Autorità palestinese se quest’ultima non rinuncerà alla sua iniziativa all’ONU.

Tuttavia la reale applicabilità di una simile minaccia resta tutta da vedere. L’ANP garantisce infatti la sicurezza in Cisgiordania e fornisce i servizi essenziali ai palestinesi che ci vivono. Se essa dovesse dichiarare fallimento, il governo israeliano dovrebbe assumersi queste responsabilità in qualità di potenza occupante – un fardello economico che Tel Aviv di certo non può permettersi, soprattutto in un momento in cui lo stesso Stato di Israele è attanagliato dai problemi economici e dalle proteste a sfondo sociale.

Le misure punitive minacciate dai membri del Congresso americano rischierebbero dunque di avere conseguenze gravi per l’alleato israeliano, e lo stesso ministro della difesa Ehud Barak ha messo in guardia contro una loro possibile adozione.

Il rischio di un’esplosione di violenza è concreto del resto, non solo nell’eventualità che simili misure vengano adottate, ma anche come semplice conseguenza della frustrazione e della rabbia dovute a un possibile fallimento dell’iniziativa palestinese all’ONU, che ha suscitato speranze probabilmente eccessive in Palestina e nella regione in generale.

Un rischio del genere è ulteriormente acuito dalla tradizionale propensione di Israele a reagire con un eccessivo uso della forza ad ogni potenziale minaccia. Per mesi l’esercito israeliano si è preparato allo scenario di una “possibile” intifada nel mese di settembre. E sono giunte notizie secondo le quali sono state addestrate ed armate anche squadre di coloni in Cisgiordania.

Dal canto suo, il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman ha minacciato “gravi conseguenze” se il tentativo palestinese all’ONU proseguirà, mentre in precedenza aveva affermato senza mezzi termini che “l’Autorità palestinese sta preparando un bagno di sangue”. Il suo vice, Danny Ayalon, tanto per non essere da meno, ha invitato Israele ad annettere parte della Cisgiordania se il presidente palestinese Abbas non tornerà sui propri passi.

Indipendentemente dal suo esito, dunque, l’iniziativa palestinese all’ONU rischia di non aprire alcun nuovo orizzonte negoziale, ma anzi di rappresentare l’ennesimo e forse definitivo funerale del processo di pace, in un contesto mediorientale che appare sempre più frammentato e incontrollabile.

Le rivoluzioni arabe tuttora in corso, la rottura diplomatica tra la Turchia e Israele, il gelo fra Washington e Riyadh, sono altrettanti indizi di un ordine regionale ormai scardinato, in cui le potenze regionali ed internazionali agiscono sempre più in ordine sparso, incapaci di prospettare soluzioni accettabili e condivise alle crisi che affliggono la regione.

Come ha scritto l’ex negoziatore americano Aaron David Miller, stiamo assistendo a un momento in cui le forze della storia stanno prendendo il sopravvento sulle forze della diplomazia. La possibilità di una soluzione a due Stati per il problema israelo-palestinese sembra essere praticamente tramontata, “e gli israeliani, i palestinesi – insieme a tutti noi – ne soffriranno le conseguenze”.

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