21 settembre 2011

Le incognite dell'iniziativa palestinese all'Onu

L’editoriale di Medarabnews, dedicato all’iniziativa palestinese di chiedere al Consiglio di Sicurezza il riconoscimento della Palestina come stato membro dell’Onu a tutti gli effetti, mette bene in evidenza le opportunità ma anche i pericoli insiti in questa mossa “unilaterale”.

Iniziativa, peraltro, guardata con sospetto e addirittura avversata da molti nel campo palestinese, in quanto non concordata e, per taluni aspetti, contraria agli interessi dei palestinesi della diaspora.

Il rischio concreto – visto l’esplicito richiamo ai confini del 1967 – sarebbe quello, in particolare, di consegnare definitivamente ad Israele il 78% della Palestina storica senza ottenere in cambio pressoché nulla di concreto.

E, tuttavia, a giudizio di chi scrive, l’iniziativa palestinese ha il merito di rompere uno status quo fatto di occupazione militare, di espansione delle colonie e di defatiganti quanto inutili negoziati, potenzialmente destinato a durare in eterno.

Solo la certificazione formale della fine del ruolo americano di “honest broker” del conflitto – attraverso il veto che gli Usa certamente opporranno alla richiesta di riconoscimento palestinese – permetterà una maggiore internazionalizzazione ed un nuovo impulso al processo di pacificazione della regione.


Con l’apertura della riunione annuale dell’Assemblea Generale dell’ONU a New York è entrato nel vivo l’ormai lungamente atteso dramma rappresentato dal tentativo palestinese di ottenere il pieno riconoscimento da parte delle Nazioni Unite come “Stato membro”.

L’iniziativa palestinese è il risultato del fallimento di 20 anni di processo negoziale, rivelatosi del tutto inconcludente e crollato definitivamente lo scorso anno, quando Israele si è rifiutata di estendere una moratoria sull’espansione degli insediamenti in Cisgiordania.

Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati dai fallimentari tentativi americani di ricondurre le parti al tavolo negoziale pur in presenza dell’ostinazione del governo Netanyahu a proseguire l’attività edilizia nelle colonie della West Bank e a Gerusalemme Est, un ostacolo rivelatosi insormontabile.

Uno degli aspetti paradossali degli sforzi del “mediatore” americano è stato il progressivo allinearsi del presidente Obama alle posizioni del primo ministro israeliano Netanyahu, a causa delle enormi pressioni del Congresso americano e dell’AIPAC, la principale lobby filo-israeliana a Washington.

Solo un anno fa, proprio parlando davanti alla platea dell’Assemblea Generale dell’ONU, Obama aveva auspicato la conclusione dei negoziati israelo-palestinesi entro un anno, cosicché i palestinesi avrebbero potuto prendere parte alla riunione plenaria delle Nazioni Unite di questi giorni in qualità di “Stato membro” a pieno titolo.

Ora invece la sua amministrazione sta compiendo ogni sforzo per impedire un riconoscimento dello Stato palestinese da parte dell’ONU. Gli Stati Uniti si sono infatti dichiarati fermamente contrari all’iniziativa palestinese, affermando che uno Stato palestinese può nascere solo attraverso negoziati diretti bilaterali fra israeliani e palestinesi.

LA MOSSA “DISPERATA” DELL’ANP

Tuttavia, a spingere l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) a rivolgersi all’ONU è stato proprio il pluriennale fallimento di tali negoziati. Più che una mossa attentamente studiata, l’iniziativa palestinese è apparsa a molti come un disperato tentativo di uscire da un vicolo cieco.

Mahmoud Abbas, il cui mandato presidenziale alla guida dell’ANP è scaduto ormai da tempo, ha urgentemente bisogno di trovare nuove ragioni di legittimazione agli occhi del suo popolo. Egli si è sentito abbandonato dagli Stati Uniti che lo hanno posto in una posizione di negoziatore subalterno, soggetto ai diktat di Netanyahu in primis, e di Washington in seconda battuta, nel contesto di un processo negoziale privo di qualsiasi orizzonte.

Le rivolte della “primavera araba” hanno, per altro verso, ulteriormente accresciuto le aspettative dei palestinesi riguardo a una possibile fine dell’occupazione israeliana, ed hanno inasprito il loro atteggiamento critico nei confronti della “convivenza” fra l’ANP e la potenza occupante.

Per non perdere il controllo della situazione, i politici dell’Autorità palestinese hanno ritenuto necessario “canalizzare” queste energie facendole confluire a sostegno di un’iniziativa palestinese per ottenere un riconoscimento a livello internazionale.

Alla base di questa iniziativa “disperata” vi è il miraggio di riuscire a forzare la mano ad americani ed israeliani strappando loro qualche concessione che permetta al presidente Abbas di riprendere i negoziati senza perdere la faccia (una prospettiva poco probabile vista l’intransigenza dell’attuale governo israeliano), oppure di ottenere un riconoscimento internazionale che consenta in ogni caso all’ANP di poter offrire una vittoria, per quanto simbolica, al suo popolo.

LE DUE OPZIONI TATTICHE A DISPOSIZIONE DEI PALESTINESI

Tatticamente l’iniziativa palestinese all’ONU poteva articolarsi in due modi: chiedere al Consiglio di Sicurezza il riconoscimento della Palestina come “Stato membro” a pieno titolo di questa organizzazione internazionale, oppure rivolgersi all’Assemblea Generale per ottenere lo status di “osservatore” in qualità di “Stato non membro” (l’Assemblea Generale non ha infatti il potere di accordare la piena adesione all’ONU).

La seconda opzione ha un valore puramente simbolico, ancor più della prima (in quanto non accorderebbe ai palestinesi un vero riconoscimento), ma sarebbe in linea di principio più praticabile poiché i palestinesi sono quasi certamente in grado di raccogliere un’ampia maggioranza a loro vantaggio all’interno dell’Assemblea Generale, dove non vige il diritto di veto. Un voto favorevole dell’Assemblea Generale, inoltre, consentirebbe ai palestinesi di avere accesso ad alcuni organismi internazionali come la Corte Penale Internazionale, dove essi potrebbero cercare di rivalersi contro le violazioni israeliane.

La prima opzione – quella di rivolgersi al Consiglio di Sicurezza – è invece certamente più ambiziosa, in quanto punta a un obiettivo più alto e sfida gli Stati Uniti ad uscire allo scoperto per bloccare in prima persona il tentativo palestinese, eventualmente attraverso il ricorso al veto. Al momento i palestinesi sembrano intenzionati ad alzare la posta in gioco perseguendo proprio questo obiettivo.

Essi finora sono certamente riusciti a segnare dei punti a loro favore da un punto di vista politico, ponendo con successo la questione dello Stato palestinese all’attenzione dei media e dei governi a livello internazionale.

LA SCOMMESSA DI ABBAS

Ed è proprio questa la scommessa palestinese: l’ANP sa che la richiesta di riconoscimento all’ONU non modificherà nulla sul terreno, ma potrebbe contribuire a cambiare il clima a livello internazionale. Si tratta infatti di un atto dal profondo significato simbolico che potrebbe cambiare i termini del dibattito in favore dei palestinesi, in un momento in cui gli Stati Uniti stanno visibilmente perdendo influenza in Medio Oriente.

E’ questa la ragione per cui, secondo gli osservatori palestinesi ed arabi, gli Stati Uniti ed Israele temono così tanto l’iniziativa dell’ANP.

Essa infatti potrebbe scardinare i due capisaldi essenziali del processo di pace degli ultimi vent’anni: innanzitutto il fatto che tale processo fosse basato su un negoziato rigorosamente bilaterale fra Israele e i palestinesi, e in secondo luogo il fatto che gli Stati Uniti avessero il monopolio del ruolo di “mediatore imparziale” fra le parti (un ruolo che essi hanno ampiamente dimostrato di non poter interpretare, a causa della loro stretta alleanza con una delle due parti interessate).

La sfida palestinese è rivolta contro questi due capisaldi, a vantaggio di una maggiore internazionalizzazione del processo di pace, e del ruolo di mediazione al suo interno.

L’apparente decisione palestinese di rivolgersi in prima istanza al Consiglio di Sicurezza chiama in causa direttamente Washington, sfidandola a mettere a rischio la propria residua credibilità presso i popoli arabi in rivolta contro i loro dittatori, attraverso la sua aperta opposizione alle legittime aspirazioni di libertà del popolo palestinese.

Obama viene posto infatti di fronte a un difficile dilemma: mentre la sua amministrazione chiede che il regime libico e quello siriano siano chiamati a rendere conto dei loro crimini di fronte alla comunità internazionale, essa fornisce uno scudo protettivo a Israele che consente a quest’ultima di non dover rispondere di nessuna delle sue violazioni (in perfetto accordo, del resto, con le precedenti amministrazioni USA: a partire dal 1972 gli Stati Uniti ha fatto ricorso al veto per ben 42 volte al fine di bloccare risoluzioni ONU di condanna nei confronti delle violazioni israeliane del diritto internazionale).

Obama dunque rischia di alienarsi ancora una volta il mondo arabo, dopo aver promesso ai popoli della regione di appoggiare la “primavera araba” e la loro richiesta di democrazia, libertà e giustizia.

D’altra parte, ogni eventuale apertura da parte di Obama nei confronti dei palestinesi susciterebbe la dura reazione del governo Netanyahu, del Congresso americano e della lobby filo-israeliana negli USA, proprio alla vigilia della sua corsa alla rielezione.

UN’INIZIATIVA PIENA DI INCOGNITE

La scelta palestinese di rivolgersi in primo luogo al Consiglio di Sicurezza non è però priva di incognite, e potrebbe rivelarsi perdente.

Innanzitutto Washington farà di tutto per evitare di ricorrere al veto, e potrebbe riuscirci convincendo un numero sufficiente di membri del Consiglio a non votare a favore della richiesta palestinese (per passare, essa ha bisogno di 9 voti favorevoli su 15).

Certamente anche in questo caso il marcato attivismo americano in chiave antipalestinese non passerebbe inosservato in Medio Oriente, ma i danni di immagine per gli USA sarebbero leggermente più contenuti.

Tuttavia il rischio più grave per i palestinesi è che Washington chieda – come è prassi in questi casi – la creazione di una commissione tecnica per valutare la richiesta palestinese prima che il Consiglio di Sicurezza si pronunci. I lavori di tale commissione potrebbero protrarsi per settimane, se non per mesi, con la conseguenza che il picco di attenzione mediatica e politica che i palestinesi sono riusciti a creare a livello internazionale rischierebbe di svanire rapidamente.

Nel caso di un rifiuto da parte del Consiglio di Sicurezza, i palestinesi potrebbero ancora rivolgersi all’Assemblea Generale, ma la “finestra di opportunità” rappresentata dai riflettori internazionali puntati sulla riunione annuale attualmente in corso sarebbe ormai chiusa da tempo.

Invece una maggioranza schiacciante, da parte dell’Assemblea Generale, ottenuta direttamente nel corso della riunione plenaria di questi giorni, che di fatto riconosca uno Stato palestinese entro i confini del 1967, potrebbe rafforzare il potere contrattuale dei palestinesi in eventuali negoziati futuri, ed in ogni caso contribuire a cambiare il clima internazionale a loro favore.

Ma al di là di questo dilemma, l’iniziativa palestinese presenta altri rischi.

La risoluzione 181 dell’ONU nel 1947 chiese la creazione di due Stati, uno ebraico ed uno arabo, rispettivamente sul 56 e sul 44% della Palestina mandataria. Secondo alcuni ambienti palestinesi, l’attuale richiesta di riconoscimento di uno Stato palestinese entro i confini del 1967 da parte dell’ONU, invece, concederebbe automaticamente a Israele il 78% della Palestina senza che i palestinesi ricevano nulla in cambio da parte di Tel Aviv (in termini di fine dell’occupazione, riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi, ecc.).

Inoltre l’attuale iniziativa palestinese è il risultato di una decisione esecutiva presa da Mahmoud Abbas, non come presidente dell’ANP, ma come presidente dell’OLP, tuttavia senza che quest’ultima organizzazione – la quale tradizionalmente rappresenta tutti i palestinesi, compresi quelli della diaspora, e non solo i palestinesi della Cisgiordania – sia stata minimamente coinvolta nella decisione.

In generale, i responsabili dell’ANP sono stati accusati di aver organizzato l’iniziativa senza consultare o coinvolgere affatto le varie componenti del popolo palestinese.

Ciò ha contribuito a sollevare il sospetto – in diversi ambienti palestinesi, e non solo fra gli esponenti di Hamas – che, nel caso di un riconoscimento da parte dell’ONU, ogni futuro negoziato con Israele potrebbe essere limitato alla nuova “entità statale” palestinese, cioè all’ANP, con grave pregiudizio per il diritto al ritorno dei profughi e per i palestinesi della diaspora, tanto più che i reali contenuti dell’iniziativa palestinese all’ONU rimangono sconosciuti non essendo stati condivisi con le varie componenti della comunità nazionale palestinese.

A ciò si aggiunge il fatto che, come detto, ogni eventuale riconoscimento da parte dell’ONU rimarrebbe puramente simbolico, senza cambiare nulla sul terreno: ogni cambiamento reale in grado di permettere l’effettiva nascita di uno Stato palestinese richiederebbe in ogni caso un accordo che sia il frutto di un negoziato fra le parti (per quanto riguarda i confini, lo status di Gerusalemme, la sicurezza, gli insediamenti, le risorse idriche, ecc.).

Dunque, secondo alcuni, a fronte di una vittoria che sarebbe comunque puramente simbolica, i palestinesi rischiano di fare concessioni reali ad Israele senza alcuna contropartita.

Ma, ancor prima di questa eventualità, come già accennato, vi è il concreto rischio che l’iniziativa palestinese rimanga per lungo tempo impantanata nelle lungaggini tecniche della commissione incaricata dal Consiglio di Sicurezza, visto che i palestinesi sembrano effettivamente determinati a rivolgersi a quest’ultimo prima che all’Assemblea Generale.

Del resto, alcuni insinuano che lo stesso Abbas sarebbe interessato a tirare per le lunghe il voto al Consiglio di Sicurezza, nella speranza di avere più margine di manovra per strappare concessioni reali agli Stati Uniti – un tentativo che necessariamente richiederebbe tempo.

Proprio per questa ragione sembra invece improbabile l’eventualità che i palestinesi ritirino la loro iniziativa all’ultimo minuto, persuasi da una proposta americana ed israeliana in grado di riaprire in extremis l’orizzonte negoziale.

Al momento le posizioni di israeliani e palestinesi appaiono infatti infinitamente distanti, a cominciare dal categorico rifiuto di Netanyahu di fermare gli insediamenti, di discutere lo status di Gerusalemme, o in generale di permettere la nascita di uno Stato palestinese che non sia un insieme di énclave incapaci di sopravvivere. E per Abbas accettare promesse fumose e non circostanziate da parte israeliana o americana equivarrebbe a un suicidio politico.

NESSUN VINCITORE

Ma anche un fallimento parziale o totale dei palestinesi all’ONU non significa che Israele o gli USA usciranno vittoriosi da questo confronto. L’intransigenza israeliana e la partigianeria di Washington sono sotto gli occhi di tutti – in Medio Oriente, ma anche a livello internazionale.

Inoltre, nel mese di settembre, nel giro di pochi giorni la Turchia ha espulso il rappresentante diplomatico di Tel Aviv ad Ankara, l’ambasciatore israeliano in Egitto è fuggito frettolosamente dal Cairo dopo che una folla inferocita aveva attaccato la sua ambasciata, e i diplomatici israeliani ad Amman hanno furtivamente lasciato la Giordania temendo il verificarsi di un attacco analogo alla loro residenza giordana.

Sebbene la “primavera araba” abbia inferto un duro colpo all’asse siro-iraniano – a causa della rivolta che sta mettendo a rischio la sopravvivenza del brutale regime di Assad – i sentimenti anti-israeliani nella regione stanno crescendo.

Questo clima ha “costretto” perfino i sauditi ad ammonire Washington – per bocca di Turki al-Faisal, ex ambasciatore saudita presso gli Stati Uniti, il quale ha scritto in proposito un articolo sul New York Times – che il mancato sostegno americano all’iniziativa palestinese all’ONU comporterà non solo un declino della credibilità e dell’influenza degli USA in Medio Oriente, ma anche un ulteriore deterioramento nei rapporti con Riyadh.

Faisal ha affermato senza mezzi termini che la monarchia saudita sarà obbligata ad assumere una posizione più indipendente in politica estera (soprattutto in relazione alla questione palestinese) non tanto per volontà propria, ma a causa della pressione dell’opinione pubblica araba e musulmana.

L’ossessione principale dei sauditi rimane l’Iran, ma proprio allo scopo di contenere l’influenza iraniana nella regione Riyadh ritiene che sia sempre più urgente risolvere la questione palestinese.

La posizione saudita a sostegno dei palestinesi è dunque considerata strumentale dai più, e in pochi si aspettano da Riyadh una politica assertiva come quella turca, o dei passi concreti che portino ad una reale rottura con Washington; tuttavia gli ammonimenti dell’ex ambasciatore Faisal sono indicativi del clima che si respira in Medio Oriente, e del gelo che persiste tra sauditi e americani.

Riyadh ha appena promesso di versare 200 milioni di dollari all’ANP per alleviare la crisi economica che la attanaglia, soprattutto a causa del rallentamento dell’erogazione dei finanziamenti da parte dei paesi donatori.

Il bilancio palestinese del 2011 era stato redatto in base a una previsione di 967 milioni di dollari in introiti provenienti dalle donazioni straniere. Ma alla fine di giugno l’ANP aveva incassato solo 293 milioni.

Negli Stati Uniti, che da soli hanno contribuito lo scorso anno a più del 10% del bilancio dell’ANP versando circa 470 milioni di dollari, molti membri del Congresso – sia fra i repubblicani che fra i democratici – hanno minacciato un boicottaggio dell’Autorità palestinese se quest’ultima non rinuncerà alla sua iniziativa all’ONU.

Tuttavia la reale applicabilità di una simile minaccia resta tutta da vedere. L’ANP garantisce infatti la sicurezza in Cisgiordania e fornisce i servizi essenziali ai palestinesi che ci vivono. Se essa dovesse dichiarare fallimento, il governo israeliano dovrebbe assumersi queste responsabilità in qualità di potenza occupante – un fardello economico che Tel Aviv di certo non può permettersi, soprattutto in un momento in cui lo stesso Stato di Israele è attanagliato dai problemi economici e dalle proteste a sfondo sociale.

Le misure punitive minacciate dai membri del Congresso americano rischierebbero dunque di avere conseguenze gravi per l’alleato israeliano, e lo stesso ministro della difesa Ehud Barak ha messo in guardia contro una loro possibile adozione.

Il rischio di un’esplosione di violenza è concreto del resto, non solo nell’eventualità che simili misure vengano adottate, ma anche come semplice conseguenza della frustrazione e della rabbia dovute a un possibile fallimento dell’iniziativa palestinese all’ONU, che ha suscitato speranze probabilmente eccessive in Palestina e nella regione in generale.

Un rischio del genere è ulteriormente acuito dalla tradizionale propensione di Israele a reagire con un eccessivo uso della forza ad ogni potenziale minaccia. Per mesi l’esercito israeliano si è preparato allo scenario di una “possibile” intifada nel mese di settembre. E sono giunte notizie secondo le quali sono state addestrate ed armate anche squadre di coloni in Cisgiordania.

Dal canto suo, il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman ha minacciato “gravi conseguenze” se il tentativo palestinese all’ONU proseguirà, mentre in precedenza aveva affermato senza mezzi termini che “l’Autorità palestinese sta preparando un bagno di sangue”. Il suo vice, Danny Ayalon, tanto per non essere da meno, ha invitato Israele ad annettere parte della Cisgiordania se il presidente palestinese Abbas non tornerà sui propri passi.

Indipendentemente dal suo esito, dunque, l’iniziativa palestinese all’ONU rischia di non aprire alcun nuovo orizzonte negoziale, ma anzi di rappresentare l’ennesimo e forse definitivo funerale del processo di pace, in un contesto mediorientale che appare sempre più frammentato e incontrollabile.

Le rivoluzioni arabe tuttora in corso, la rottura diplomatica tra la Turchia e Israele, il gelo fra Washington e Riyadh, sono altrettanti indizi di un ordine regionale ormai scardinato, in cui le potenze regionali ed internazionali agiscono sempre più in ordine sparso, incapaci di prospettare soluzioni accettabili e condivise alle crisi che affliggono la regione.

Come ha scritto l’ex negoziatore americano Aaron David Miller, stiamo assistendo a un momento in cui le forze della storia stanno prendendo il sopravvento sulle forze della diplomazia. La possibilità di una soluzione a due Stati per il problema israelo-palestinese sembra essere praticamente tramontata, “e gli israeliani, i palestinesi – insieme a tutti noi – ne soffriranno le conseguenze”.

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15 settembre 2011

L’Anp avanzerà la richiesta di riconoscimento come Stato membro dell’Onu al Consiglio di Sicurezza

Dunque è deciso, i Palestinesi avanzeranno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu la loro richiesta di adesione e di pieno riconoscimento della Palestina come Stato membro delle Nazioni Unite.

Se da una parte sembra agevole per l’Anp raccogliere i nove voti necessari all’approvazione della richiesta, dall'altra è praticamente certo che questa si scontrerà con il veto opposto dagli Stati Uniti, che hanno utilizzato questo strumento per ben 41 volte nella storia dell’Onu per proteggere gli interessi dell’alleato israeliano.

Ma, stavolta, non sarà così semplice per gli Usa, e l’utilizzo del potere di veto rischia di avere gravi conseguenze e di infiammare ancor più gli animi dei popoli della regione. Non è un caso che, fino all’ultimo, il presidente Obama abbia spedito in loco i propri inviati del Dipartimento di Stato e del Consiglio nazionale di sicurezza, David Hale e Denis Ross, per cercare di scongiurare il concretarsi di questa pericolosa iniziativa “unilaterale” da parte dei Palestinesi.

A parte la palese incoerenza dell’impegno (a parole) manifestato da Obama per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese e dell’aperto appoggio manifestato ai sommovimenti popolari della “Primavera araba” con l’eventuale veto che si opporrebbe al gesto di autodeterminazione del popolo palestinese, l’opposizione degli Usa al riconoscimento della Palestina come stato membro dell’Onu rischia di fomentare vieppiù i sentimenti anti-americani e anti-israeliani, con il concreto rischio che nei Territori scoppi una terza Intifada, spontanea o “incoraggiata” dall’esterno che sia.

In questo contesto, l’Unione Europea non manca l’occasione per l’ennesima, miserabile figura, presentandosi all’appuntamento profondamente lacerata e divisa, con Spagna, Francia, Lussemburgo, Grecia, Irlanda, Svezia orientate ad appoggiare la causa palestinese, Germania, Italia, Olanda, Bulgaria, Repubblica Ceca schierate invece sulla posizione di Usa e Israele, che vedono nei negoziati l’unica via percorribile per la pace (la pace dell’occupazione e delle colonie, naturalmente).

Resta da vedere quel che accadrà, ciò che è certo è che l’Unione Europea, in politica estera, si autocondanna a rimanere un nano inutile ed insignificante.

PA to file UN membership bid with Security Council
Elior Levy e AP – 15.9.2011

Il Ministro degli Esteri Palestinese Riad al-Malki ha dichiarato oggi che l’Autorità Palestinese presenterà la propria richiesta di pieno riconoscimento come stato membro dell’Onu al prossimo Consiglio di Sicurezza previsto per venerdì, 23 settembre.

La dichiarazione di Malki ha fatto cessare ogni congettura sulla possibilità che i Palestinesi alla fine avrebbero perseguito un avanzamento del loro status di osservatore al posto di una adesione a pieno titolo alle Nazioni Unite.

A seguito dell’annuncio, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha detto che si recherà a New York per parlare all’Assemblea Generale dell’Onu. Il suo discorso è stato fissato per mercoledì prossimo.

I Palestinesi hanno deciso di richiedere l’approvazione della loro richiesta da parte del Consiglio di Sicurezza, nonostante il fatto che gli Stati Uniti abbiano già dichiarato che vi opporrebbero il veto.

Perché la richiesta di riconoscimento palestinese passi al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dovrebbe raccogliere un minimo di 9 voti sui 15 dei suoi membri. Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia – che sono i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza – hanno anche il potere di veto.

Rischio calcolato?

I Palestinesi originariamente avevano previsto di avanzare la richiesta all’Assemblea Generale dell’Onu, dov’erano certi della maggioranza. Gli Stati Uniti non esercitano un potere di veto nell’Assemblea Generale, dove vi sono anche dei consistenti blocchi di Paesi africani e musulmani – il che garantisce un risultato favorevole all’Autorità Palestinese – tuttavia le risoluzioni dell’Assemblea Generale sono simboliche e non hanno l’importanza di quelle emanate dal Consiglio di Sicurezza.

Mercoledì scorso il Presidente palestinese Mahmoud Abbas ha dichiarato che gli sforzi per ottenere il riconoscimento dell’Onu ad uno Stato palestinese sono stati “irreversibili” e godono di un ampio sostegno internazionale, ma ha aggiunto che non significano la fine dei negoziati con Israele.

Abbas ha affermato che 126 paesi appoggiano l’iniziativa. Ha detto inoltre che non si tratta di una mossa simbolica, ma che rafforzerà la sua posizione negoziale nei confronti di Israele.

La mossa di giovedì rafforza la posizione espressa dagli alti funzionari di Ramallah, i quali ritengono che la campagna per il riconoscimento abbia superato il punto di non ritorno.
“Attualmente propendiamo per andare al Consiglio di Sicurezza. Non chiudiamo alcuna porta, ma pensiamo che sia troppo tardi per ogni nuova proposta”.

Tuttavia, fonti al corrente della mossa hanno affermato che sono in corso negoziati con i delegati dell’Unione Europea, nella speranza di concordare una bozza accettabile della richiesta palestinese all’Onu.

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19 aprile 2011

Ma quali fatti nuovi mettono in dubbio il rapporto Goldstone?

Molto clamore ha suscitato un recente articolo apparso sul Washington Post in cui Richard Goldstone ha sostanzialmente rinnegato il rapporto della Missione Conoscitiva dell’UNHRC sul conflitto (rectius, massacro di Palestinesi) svoltosi a Gaza a cavallo tra il 2008 e il 2009, sostenendo sostanzialmente che gli attacchi indiscriminati dell’esercito israeliano contro i civili non erano “intenzionali” e che Israele ha condotto e sta conducendo investigazioni soddisfacenti sulla condotta delle operazioni militari.

Ma Israele, in realtà, non è riuscito a trarre molto giovamento da questa sorta di “ravvedimento” dell’ex giudice sudafricano, perché l’enormità dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità commessi da Israele durante “Piombo Fuso” è di tale portata da non poter essere in alcun modo sovvertita o mistificata.

Va dato conto, comunque, delle numerose risposte ricevute dall’editoriale di Goldstone da parte di eminenti personalità e di varie organizzazioni per i diritti umani. Una sommaria raccolta di articoli e di editoriali può essere rinvenuta
qui, mentre quella che segue è la risposta data a Goldstone in un articolo dello scorso 6 aprile da parte di John Dugard, già Relatore Speciale dell’Onu per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati.

Where now for the Goldstone report?
di John Dugard – 6 aprile 2011

In un recente op-ed sul Washington Post Richard Goldstone, ex giudice della Corte costituzionale sudafricana e procuratore del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, esprime perplessità sulla conclusione centrale del rapporto della Missione Conoscitiva del Consiglio Onu per i Diritti Umani sul conflitto di Gaza del 2008-9 (dal nome del suo Presidente, “il Rapporto Goldstone”) secondo cui gli attacchi indiscriminati da parte di Israele contro i civili furono intenzionali.

L’op-ed è singolare a leggersi.

Esso afferma che il rapporto Goldstone sarebbe stato un documento diverso ”se avessi saputo allora quello che so adesso”, ma manca di rivelare alcuna informazione che metta seriamente in dubbio le conclusioni del rapporto Goldstone.

Esso sostiene che le indagini rese pubbliche dai militari israeliani e riconosciute da un Rapporto supplementare di una Commissione (di Esperti Indipendenti, n.d.t.) dell’Onu presieduta dal Giudice Mary McGowan Davis, apparso a marzo, “indicano che i civili non sono stati intenzionalmente presi di mira come linea di condotta”, ma il rapporto McGowan Davis non contiene assolutamente alcuna “indicazione” di tal genere e invece mette seriamente in dubbio le indagini svolte da Israele, trovandole prive di imparzialità, tempestività e trasparenza.

Goldstone esprime “fiducia” sul fatto che l’ufficiale responsabile per quella che è forse la più grave atrocità dell’Operazione Piombo Fuso (il nome in codice israeliano per l’attacco a Gaza) – l’uccisione di 29 membri della famiglia al-Samouni – sarà adeguatamente punito da Israele, nonostante il fatto che il rapporto McGowan Davis fornisca una valutazione critica della gestione delle indagini su questo assassinio da parte di Israele.

Egli sostiene, infine, che il rapporto McGowan Davis ritiene che Israele abbia effettuato indagini “in misura significativa”, ma in realtà questo rapporto fa un quadro molto diverso delle indagini svolte da Israele su 400 incidenti, che hanno portato a due condanne, una per il furto di una carta di credito, con la conseguente pena di sette mesi di reclusione, e un’altra per aver usato un bambino palestinese come scudo umano, da cui è derivata una pena detentiva di tre mesi, sospesa!

In breve, non vi sono fatti nuovi che scagionino Israele e che avrebbero eventualmente potuto far cambiare idea a Goldstone. Ciò che gli ha fatto cambiare idea rimane dunque un segreto gelosamente custodito.

Il rapporto Goldstone non è stato l’unico rapporto d’inchiesta sull’Operazione Piombo Fuso. Amnesty International, Human Rights Watch e la Lega degli Stati Arabi (la cui missione è stata da me presieduta) hanno tutte presentato degli approfonditi rapporti sul conflitto.

In tutti i rapporti, incluso il rapporto Goldstone, vi erano resoconti dell’uccisione di civili in modo freddo, calcolato e deliberato da parte dell’esercito israeliano (IDF). Ma l’accusa principale rivolta ad Israele è stata che nel corso del suo attacco a Gaza ha usato indiscriminatamente la forza in aree densamente popolate ed è stato noncurante delle prevedibili conseguenze delle sue azioni, che hanno provocato la morte di almeno 900 civili ed il ferimento di altri 5.000.

Secondo le clausole dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, costituisce crimine di guerra l’attacco intenzionale diretto contro una popolazione civile (articolo 8 (2)(b)(i)). Non è necessario che tale intenzione sia premeditata: è sufficiente che la persona coinvolta in tale azione intenda causare la conseguenza della sua azione o “sia consapevole che quest’ultima avverrà nel normale corso degli eventi” (articolo 30).

L’articolo di Goldstone può essere interpretato nel senso che egli ora è soddisfatto (sebbene non vi siano prove a sostegno di ciò) per il fatto che Israele non ha avuto come linea di condotta quella di prendere di mira i civili deliberatamente e in maniera premeditata, e che laddove si è verificato l’assassinio calcolato di civili, ciò è accaduto senza la benedizione della leadership politica e militare israeliana.

Ma egli non poteva assolutamente aver voluto dire che Israele non ha “intenzionalmente preso di mira civili come linea di condotta” nel senso giuridico di intenzione. Che l’attacco israeliano sia stato condotto in modo indiscriminato, con la piena consapevolezza che le sue conseguenze sarebbero state l’uccisione e il ferimento di civili è un fatto di dominio pubblico, pienamente confermato dal Rapporto Goldstone e da altri rapporti ugualmente credibili.

Nel suo articolo Goldstone dichiara che il lancio indiscriminato di razzi verso Israele da parte di Hamas, che ha causato l’uccisione di quattro civili, è stato un “intenzionale” prendere di mira i civili e conseguentemente un crimine di guerra. Ma come egli possa asserire che i bombardamenti indiscriminati e l’uso di armi da fuoco contro i Palestinesi a Gaza da parte dell’Idf - che hanno provocato quasi un migliaio di morti tra i civili – non siano stati “intenzionali” è un mistero.

Goldstone, contrariamente ai suoi critici, non descrive il suo articolo come una ritrattazione del rapporto Goldstone. Questo non sorprende. Goldstone è un ex giudice e sa benissimo che un Rapporto Conoscitivo redatto da quattro persone, di cui egli era soltanto una, al pari della sentenza di un tribunale, non può essere modificato dalle riflessioni successive di un singolo membro della commissione.

Ciò può essere fatto soltanto dalla commissione stessa nella sua interezza con l’approvazione dell’organismo che ha istituito la Missione Conoscitiva – il Consiglio Onu per i Diritti Umani. E questo è altamente improbabile in considerazione del fatto che gli altri tre membri della Commissione – la Professoressa Christine Chinkin della LSE, la Sig.ra Hina Jilani, avvocato della Corte Suprema del Pakistan, e il colonnello Desmond Travers, già ufficiale dell’esercito irlandese – hanno dichiarato di non condividere i dubbi di Goldstone circa il rapporto.

Lo scorso mese il rapporto Goldstone è stato inoltrato dal Consiglio per i Diritti Umani all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con la richiesta che esso venga inoltrato al Consiglio di Sicurezza e che il Consiglio di Sicurezza sottoponga il caso al procuratore della Corte Penale Internazionale, come è stato fatto nei casi del Darfur e della Libia.

Senza dubbio l’Assemblea Generale inoltrerà il rapporto Goldstone al Consiglio di Sicurezza, nonostante l’articolo di Goldstone, ma lì morirà poiché il consueto veto degli Stati Uniti farà sì che Israele non venga chiamato a rispondere.

Il rapporto Goldstone rappresenta una storica pietra miliare. Si tratta di un credibile, motivato e accuratamente studiato resoconto delle atrocità – crimini di guerra e crimini contro l’umanità – commesse da Israele nel corso dell’Operazione Piombo Fuso e dei crimini di guerra commessi da Hamas nell’indiscriminato lancio di razzi verso Israele. Esso è un serio tentativo di assicurare la responsabilità di uno stato a cui per troppo tempo l’Occidente ha permesso di comportarsi in maniera illegale.

Non si può negare che la credibilità del rapporto Goldstone sia stata minata dallo strano articolo di Richard Goldstone sul Washington Post.

Sebbene il rapporto sia stato scritto da quattro esperti con il supporto di un team dell’ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani, esso è indubbiamente finito per essere associato al nome di Richard Goldstone. Inevitabilmente le perplessità che egli ha espresso sul suo proprio ruolo nel Rapporto indebolirà il suo impatto come documentazione storica dell’Operazione Piombo Fuso.

Già il governo israeliano ha espresso soddisfazione per quello che interpreta come una ritrattazione del Rapporto e ha chiesto sia delle contrite scuse da parte di Goldstone sia il rigetto del Rapporto da parte delle Nazioni Unite. Come era prevedibile, il Dipartimento di Stato Usa ha accolto con favore l’articolo di Goldstone e c’è il timore che i governi europei vi trovino una scusa per giustificare il loro costante sostegno ad Israele.

Richard Goldstone ha dedicato gran parte della sua vita alla causa della ricerca della responsabilità per i crimini internazionali. E’ triste che questo campione della responsabilità e della giustizia penale internazionale debba abbandonare questa causa con un articolo così mal ponderato ma comunque estremamente dannoso.

John Dugard è Professore di Giurisprudenza all’Università di Pretoria, Professore Emerito all’Università di Leiden, ex Relatore Speciale dell’ONU per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati.

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19 giugno 2009

L'appello delle organizzazioni umanitarie e dell'Onu per porre fine al blocco della Striscia di Gaza.

Il durissimo embargo economico imposto da Israele ai danni della Striscia di Gaza, a seguito della presa del potere da parte di Hamas, dura ormai da due anni, con conseguenza drammatiche e devastanti per un milione e mezzo di abitanti della Striscia, primi fra tutti donne, bambini e anziani.

Quello che segue è l’appello, in verità assai misurato, delle principali organizzazioni dell’Onu e delle ong che operano nel campo degli aiuti umanitari affinché la comunità internazionale intervenga per porre fine a questa autentica vergogna.

Davvero è inaudito e incredibile che la comunità internazionale – e in primis l’amministrazione Usa del magniloquente Obama – assista del tutto inerte ad una punizione collettiva terribile e spietata, inflitta ad un milione e mezzo di persone inermi e innocenti.

Non si era mai visto nella storia che ad una intera popolazione fosse persino impedito di fuggire dalle zone dei combattimenti, come è accaduto a Gaza.

Non si era mai visto che un’intera popolazione, aggredita e massacrata da uno degli eserciti più potenti del mondo, venisse per sovrappiù punita da un embargo economico che impedisce l’afflusso dei beni e dei materiali necessari per la ricostruzione e che la costringe ad una pressocchè totale dipendenza dagli aiuti umanitari di mera sussistenza.

Ma ad Israele – come sempre – è consentito di tutto, anche di sporcarsi di questa ennesima infamia indegna di un Paese che si reputi civile.

Dichiarazione delle organizzazioni umanitarie, delle ong e delle organizzazioni Onu nel secondo anniversario dell’embargo di Gaza.

Noi, organizzazioni delle Nazioni Unite e organizzazioni umanitarie non governative, esprimiamo una sempre più profonda preoccupazione per la continuazione dell’embargo imposto da Israele alla Striscia di Gaza, in vigore ormai da due anni.

Queste sanzioni indiscriminate colpiscono l’intera popolazione di un milione e mezzo di abitanti di Gaza e la gente comune, donne, bambini e anziani sono le prime vittime.

La quantità di merci ammesse a Gaza in vigenza del blocco è pari a un quarto di quelle che vi affluivano in precedenza. Otto camion su dieci contengono cibo, ma anche quello è limitato a soli 18 tipi di alimenti. Piantine e vitelli non sono ammessi e così gli agricoltori di Gaza non possono compensare il deficit nutrizionale. Persino gli abiti e le scarpe, i giocattoli e i libri di scuola sono sistematicamente proibiti.

Lo strangolamento dell’economia di Gaza, inoltre, ha portato a tassi di disoccupazione e di povertà senza precedenti e ad una quasi totale dipendenza dagli aiuti. Sebbene gli abitanti di Gaza vengano mantenuti in vita mediante gli aiuti umanitari, la gente comune ha perso ogni qualità della vita, perché lotta per sopravvivere.

I danni causati dalla recente operazione militare israeliana rimangono estesi in quanto viene impedito l’ingresso a Gaza dei materiali necessari per la prima ricostruzione. Migliaia di persone vivono con buchi nei muri delle loro case, con le finestre rotte e senza acqua corrente.

Noi chiediamo un accesso libero e senza proibizioni per tutti gli aiuti umanitari, in conformità a quanto previsto dagli accordi internazionali e in accordo con i diritti umani internazionali universalmente riconosciuti e con gli standard del diritto umanitario. Chiediamo anche che si torni ad un regime normalizzato di commerci, per permettere la diminuzione dei tassi di povertà e di disoccupazione.

Il blocco della Striscia di Gaza crea un’atmosfera di privazione e di miseria che serve solo ad accrescere tra la gente il senso di inutilità e di disperazione. La gente di Gaza ha bisogno che gli venga indicata un’alternativa di speranza e di dignità. Consentire che prenda piede lo sviluppo umano e la prosperità è un primo passo essenziale per l’instaurazione di una pace duratura.

Firmato:
Action Against Hunger
Acted
Acsur-Las Segovias
American Friends of UNRWA
American Near East Refugee Aid
Asamblea de Cooperacion Por la Paz
Austcare
Biladi
CARE International West Bank and Gaza.
Centre on Housing Rights and Evictions
DanChurchAid
Defense for Children International
Enfants du Monde-Droits de l'Homme
International Relief Fund for the Afflicted and Needy - Canada
Japan International Volunteer Centre
Life Source
Medecins du Monde France
Medecins du Monde Spain
Medecins du Monde Switzerland
Medical Aid for Palestinians
Movement for Peace
Mujeres por la Paz y Acción Solidaria de Palestina
Norwegian People's Aid
Norwegian Refugee Council
Office of the High Commissioner for Human Rights
Oxfam International
Paz Ahora
Peace and Solidarity Haydée Santamaría, Cultural Asociation
Premiere Urgence
Relief International
Spanish Committee of UNHCR
Spanish Committee of UNRWA
Swedish Organization for Individual Relief
Terre des Hommes Italy
United Nations Development Fund for Women
United Nations Relief and Works Agency
War Child Holland
World Vision International

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8 febbraio 2008

Quando muore un Palestinese non conta.

Il 4 gennaio di quest’anno, intorno alle due del pomeriggio, per le strade di Nablus regnava una calma assoluta, d’altronde era l’ora delle preghiere pomeridiane.
All’improvviso è apparsa come dal nulla una jeep della polizia di frontiera israeliana, che ha cominciato a sparare all’impazzata verso alcuni civili palestinesi che stavano fuggendo, temendo l’ennesima, sanguinosa incursione dell’esercito israeliano.
A terra, gravemente ferito, resta Ahmad Abu Hantash, soccorso da una ambulanza della Mezzaluna rossa e portato in ospedale; morirà alcuni giorno dopo, esattamente il 23 gennaio, per le gravi ferite riportate: Ahmad aveva 22 anni ed era padre di due bambini.
Un esame a raggi-X del cranio del povero ragazzo aveva mostrato, al suo interno, tre pallottole rivestite di gomma che erano state sparate contro di lui da dietro ed erano penetrate dalla parte superiore del collo.
Questo tipo di munizionamento è comunemente usato per disperdere i dimostranti, ma le regole di ingaggio prevedono che venga sparato a una distanza non inferiore a quaranta metri, mirando alle gambe.
Al contrario, i valorosi soldatini israeliani hanno sparato alle spalle ad un uomo che stava fuggendo, senza alcun motivo né alcun pericolo per la loro incolumità, lasciandolo per terra a sanguinare come un cane senza nemmeno degnarsi di soccorrerlo: infami assassini!
Alzi la mano chi ha letto questa notizia sui giornali o ne ha sentito parlare in qualche notiziario televisivo.
Il vero è che, non solo in Italia, la copertura giornalistica dei fatti di sangue che avvengono in Palestina è assolutamente e sorprendentemente diversa a seconda del fatto che la vittima sia un ebreo oppure un palestinese.
Prendendo per assodata la buona fede della categoria e non volendo supporre che i direttori di giornale, i capi redazione e compagnia varia siano tutti a libro paga di Israele oppure motivati da convenienze politiche, si potrebbe allora presumere che l’uccisione di un Israeliano fa notizia perché meno frequente, mentre i Palestinesi muoiono ogni giorno e ormai non gliene importa più niente a nessuno: è la nota teoria secondo cui quando un cane morde un uomo non fa notizia, mentre il contrario accade quando un uomo morde un cane…
E’ una amara ironia questa, eppure è ciò che accade.
Il 4 febbraio, alle dieci e trenta del mattino, un attentatore suicida si è fatto esplodere nei pressi di un centro commerciale a Dimona, nel sud di Israele, uccidendo un’anziana donna, Lyubov Razdolskaya, e ferendo altri undici civili, tra cui il marito che versa in gravi condizioni.
Da sottolineare che si tratta di un attentato che ha avuto luogo a distanza di oltre un anno dall’ultimo evento dello stesso genere accaduto in Israele, l’attentato suicida di Eilat che il 29 gennaio del 2007 costò la vita a tre Israeliani.
Naturalmente l’attentato ha avuto una immediata risonanza e la dovuta copertura giornalistica, come è giusto che fosse: l’immancabile servizio di Claudio Pagliara sui tg Rai, le testimonianze delle persone scampate per un soffio all’esplosione, l’intervista all’eroico poliziotto che ha ucciso il secondo attentatore, steso in terra ferito, che non era riuscito ad azionare il proprio micidiale dispositivo.
Il giorno successivo, puntuale come le tasse, è arrivata la “risposta” di Israele, con ben nove Palestinesi uccisi nel corso della mattinata di martedì, due in un’operazione terrestre dell’Idf svoltasi nei pressi di Rafah, e sette nel corso di un attacco missilistico dell’aviazione israeliana contro una piccola stazione di polizia nella città di Abassan, a est di Khan Yunis; durante quest’ultima azione, dieci Palestinesi sono rimasti feriti, ed alcuni sono ricoverati in condizioni critiche.
Ebbene, in questo caso, nessun video, nessuna testimonianza, mentre i tg e i quotidiani a maggior diffusione si sono spesso astenuti persino dal riportare la notizia con un breve accenno o due semplici righe nella sezione esteri.
Almeno noi diamo un nome a questi poveri morti e ricordiamoli: Mahmoud Abu Teh, Bakker Abu Ghajal, Rifat Kadih, Ahmed al-Masbah, Wafi Abu Yusef, Maataz Abu Shahala, Osama Abu Saada, Mohammed Abu Saada, Abed a-Nasser Abu Tir.
Non sappiamo e non sapremo mai nulla di costoro, se appartenevano ad Hamas per convinzione religiosa, per odio a Israele, oppure più semplicemente per guadagnare qualcosa e portare a casa un po’ di pane con cui sfamare i propri figli, in una Gaza in cui ormai l’80% dei residenti dipende dagli aiuti umanitari e in cui il lavoro nel settore privato praticamente non esiste più.
Sappiamo soltanto che sono morti, i loro corpi dilaniati dai missili high-tech dell’aviazione israeliana, uccisi da un furore omicida e da un crimine altrettanto bestiale di quello di un attacco kamikaze contro civili inermi: naturalmente, con la consueta sproporzione nel numero dei morti e nella devastazione.
All’eroica azione dell’aviazione israeliana, un lancio di missili contro dei poliziotti indifesi e per di più intenti nelle preghiere quotidiane, ha assistito anche il Presidente israeliano Shimon Peres, la “colomba” che in età senile si è trasformata in uno spietato guerrafondaio.
Comodamente seduto nel quartier generale dello Shin Bet ha potuto osservare con compiacimento gli aerei israeliani portare morte e distruzione, complimentandosi poi con gli ufficiali presenti, da lui definiti “lo scudo difensivo (sic) di Israele”.
Ma si sa, la migliore difesa è l’attacco…
Chi si limitasse a seguire gli accadimenti in Palestina semplicemente attraverso quanto riportato dai media di casa nostra, stenterebbe a credere che, nel solo periodo compreso tra il 27 dicembre e il 6 febbraio di quest’anno, l’esercito israeliano ha ucciso ben 107 Palestinesi e ne ha feriti 299, tra i quali anziani, donne, bambini.
Si tratta di un lento ma costante massacro, compiuto dalla feccia dei soldati dell’Idf lontano dall’attenzione e dal controllo della pubblica opinione, grazie alla copertura fornita dall’assoluto silenzio della stampa internazionale sui crimini ascrivibili ad Israele.
Possiamo qui fare un breve ed esemplificativo elenco di questi crimini brutali e spietati, che mostrano l’assoluto disprezzo dei soldati israeliani per il valore della vita umana (altrui):
- il 3 gennaio, in un villaggio nei pressi di Khan Yunis, i carri armati israeliani prendevano a cannonate la casa di un membro delle Brigate al-Quds, Sami Hamdan Fayadh, uccidendolo sul colpo; insieme a lui, tuttavia, morivano altri 4 civili innocenti, la moglie Karima, di 59 anni, i fratelli Ahmed e Asmaa’, rispettivamente di 32 e 22 anni, il cugino Mohammed, di 18 anni.
- il 6 gennaio, durante una incursione nel campo profughi di al-Boreij, nella Striscia di Gaza, l’esercito israeliano sparava indiscriminatamente contro la popolazione del campo, uccidendo 4 Palestinesi e ferendone altri 40, tra cui 3 donne e 15 bambini; trovavano così la morte, tra gli altri, il 16enne Ziad Isma’il Abul Rukba e la 25enne Iman Hamdan.
- il 16 gennaio, nel corso di una esecuzione poco “mirata” dell’aviazione israeliana, un missile centrava un auto che percorreva una via di un sobborgo di Gaza, sterminando i tre civili innocenti che la occupavano, il 27enne Mohammed al-Yazji, il figlioletto Ameer, di 5 anni, il fratello ‘Aamer, di 40 anni: inutile specificare che i loro corpi sono stati orribilmente smembrati e devastati.
- il 17 gennaio, nel corso di una ennesima esecuzione mirata, un aereo israeliano lanciava due missili contro l’auto di Ra’ad Shihda Abu Fuol, un membro delle Brigate al-Quds, uccidendolo sul colpo, ma uccidendo anche una sua amica, la 35enne Fatheya Yusef al-Hassoumi.
- sempre il 17 gennaio, verso le 7 della sera, un missile israeliano esplodeva a breve distanza da un carretto trainato da un mulo, uccidendo la 52enne Miriam Mohammad Ahmad al-Rahel ed il figlio 22enne Mohammad, e provocando il ferimento di altri 6 civili che si trovavano nei pressi, tra i quali due bambini.
- il 18 gennaio, l’aviazione israeliana bombardava un edificio governativo di cinque piani, situato nel popoloso quartiere Tal al-Hawa a sud-ovest di Gaza City; l’onda d’urto e le schegge dell’esplosione investivano anche gli edifici civili circostanti, in uno dei quali si stava svolgendo un ricevimento nuziale; moriva così la 52enne Haniya Hussein ‘Abdul Jawwad, mentre altri 46 Palestinesi restavano feriti, tra cui 3 donne e 19 bambini.
- il 28 gennaio, a Betlemme, nel corso di un raid, i soldati di Tsahal sparavano indiscriminatamente contro la folla, uccidendo il 16enne Qussai Suleiman Mohammed al-Afandi, che stava raggiungendo suo padre nel negozio di famiglia.
Ancora ieri mattina, nel corso di varie incursioni nella Striscia di Gaza, i soldati israeliani hanno ucciso altri 7 Palestinesi, tra cui un insegnante investito dalle schegge di un missile davanti alla sua scuola a Beit Hanoun; nel medesimo “incidente”, anche tre alunni del povero insegnante sono rimasti feriti.
Ci si sarebbe aspettato, a questo punto, davanti all’evidenza numerica di un massacro che sembra non trovare più limiti, con oltre 100 morti e 300 feriti causati dai ripetuti raid dell’esercito israeliano in poco più di 40 giorni, un deciso intervento della comunità internazionale, volto a imporre a entrambi i contendenti, ma soprattutto a quello più forte, un immediato cessate il fuoco e la fine degli attacchi alla popolazione civile, esercitando le dovute pressioni con ogni mezzo, incluse sanzioni politiche ed economiche.
Ed invece, incredibilmente, gli attori che in qualche modo hanno voce nel conflitto israelo-palestinese, l’Onu, il “Quartetto”, i governi occidentali, con un incredibile e diabolico sovvertimento della realtà, continuano a raffigurare Israele come la vittima di una “aggressione” e i Palestinesi come biechi “terroristi”, legittimando come necessaria autodifesa i raid criminali dell’esercito israeliano e, tutt’al più, chiedendo solo a Israele – anzi pregandolo – di non affamare e di non lasciare al buio e senz’acqua la popolazione civile di Gaza.
Bontà loro…
Così Robert Serry, il Coordinatore Speciale dell’Onu per il processo di pace in Medio Oriente (UNSCO), qualche ora dopo l’attentato a Dimona ha avuto modo di dichiarare la propria solidarietà alle vittime dell’attacco terroristico e, citando anche Sderot, costretta a subire una “pioggia di razzi da Gaza”, ha affermato: “L’Onu condanna il terrorismo; niente può giustificare simili attacchi”.
Il che si potrebbe anche condividere, eppure suona alquanto sospetto se si considera che il signor Serry non ha mai trovato modo e tempo di spendere una parola per gli oltre cento Palestinesi morti in questo inizio di anno, né risulta aver mai espresso solidarietà e comprensione per le vittime innocenti della furia bestiale di Israele, per la famiglia al-Yazji distrutta dai missili, per la donna morta mentre era al ricevimento nuziale del nipote o per quella uccisa mentre tornava a casa con il suo povero carretto trainato da un mulo.
Analogamente, l’ottimo Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-Moon, durante una conferenza stampa svoltasi a New York il 5 febbraio, ha avuto modo di sostenere di “rendersi conto e di comprendere le preoccupazioni di Israele per la sicurezza”, chiedendo ai Palestinesi la cessazione del lancio dei Qassam e a Israele di alleviare le “difficoltà umanitarie” (sic) in cui versa la popolazione della Striscia di Gaza.
Fa quasi tenerezza il povero Segretario Generale il quale, pur di non urtare la suscettibilità di Israele (e degli Usa), non sa più dove voltarsi e, nel rispondere alla semplice domanda se l’Onu consideri ancora Gaza come “territorio occupato”, non ha saputo fare altro che bofonchiare di non essere nella condizione di rispondere su tali “questioni giuridiche”.
E, tuttavia, non possiamo fare a meno di notare che simili prese di posizione e, in specie, la reiterata omissione della denuncia dei crimini di guerra israeliani, rappresenta il via libera della comunità internazionale alla politica delle eliminazioni mirate e degli attacchi indiscriminati contro la Striscia di Gaza portata avanti da Israele.
Per un esame sommario delle posizioni degli Usa e dei governi europei in materia – peraltro non dissimili da quella del Segretario Onu – si potrà dare uno sguardo al resoconto della riunione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 30 gennaio, dove le rispettive posizioni sono espresse con chiarezza; un cenno di rilievo merita la dichiarazione del rappresentante italiano Marcello Spatafora, il quale ha almeno ritenuto di sottolineare come i civili palestinesi non possano costituire le vittime di “attacchi indiscriminati”.
Sembrano ormai lontani, purtroppo, i tempi in cui il Segretario Generale dell’Onu era Kofi Annan, che non perdeva occasione per ricordare come le esecuzioni “mirate” siano del tutto illegali, in quanto costituiscono una “execution without a trial”, una arbitraria condanna a morte eseguita senza un processo, una giuria, una prova.
Oggi, invece, può tranquillamente accadere che Tzachi Hanegbi, Presidente della Commissione Difesa e Affari esteri della Knesset, chieda a gran voce l’assassinio dei leader politici di Hamas e nessuno trovi niente da ridire.
Provate soltanto a immaginare cosa accadrebbe se qualche rappresentante di Hamas osasse invocare l’assassinio di Olmert o di Peres in risposta ai crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano…
Il vero è che ancora oggi la posizione degli Usa, e purtroppo anche della Ue, è fin troppo sbilanciata a favore di Israele, e i governi occidentali, lungi dal proporsi come honest brokers del conflitto israelo-palestinese, si comportano piuttosto come un arbitro di un incontro di boxe che vieta a uno dei contendenti di combattere, mentre lascia libero l’altro di scagliargli contro una scarica di pugni, con l’unica avvertenza, anzi preghiera, di non colpire se possibile sotto la cintura.
Un giorno il tribunale della storia condannerà anche noi per questa incredibile omissione di soccorso dei Palestinesi, un intero popolo affamato, terrorizzato, massacrato.
Ma non è questa la cosa più grave.
In queste condizioni, un giorno sarà chiaro a tutti i Palestinesi che non esiste una via politica alla libertà e alla autodeterminazione, che non è all’orizzonte – né vicino né remoto – la creazione dello Stato Palestinese, e sempre più vi saranno uomini e donne pronti a seguire il fascino della “bella morte”, la morte del kamikaze, spinti dalla disperazione, dall’odio, dalla miseria o, se preferite, dal fanatismo religioso.
L’attentato di Dimona poteva avere conseguenze ben più gravi; la morte di una sola persona in un attentato, pure avvenuto in un centro commerciale affollato, e la mancata esplosione di uno dei corpetti esplosivi mostrano come gli ordigni fossero stati fabbricati con una certa inesperienza, e lascia, altresì, qualche dubbio sui report dell’intelligence israeliana che vorrebbero contrabbandati nei Territori palestinesi quantità inverosimili di materiale bellico.
Niente a che vedere con le quantità di esplosivo e le “professionalità” largamente disponibili per i sanguinosi attentati in Iraq.
Ma, presto o tardi, i Palestinesi potrebbero ottenere queste e quelle, e allora ci troveremo a dover piangere ben più di una vittima.
In una spirale senza fine di morte e distruzione che solo un approccio imparziale e determinato al conflitto israelo-palestinese, da parte della comunità internazionale, sarà in grado di interrompere.

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