16 febbraio 2012

Demolizioni record nel 2011 in Cisgiordania: il crimine impunito di Israele


Secondo una scheda informativa dell’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA), pubblicata a gennaio di quest’anno, nel 2011 il numero dei palestinesi costretto a sfollare a causa della demolizione delle loro case da parte dell’esercito israeliano è aumentato dell’80% rispetto all’anno precedente. Il numero delle strutture demolite è aumentato del 42% rispetto al 2010, e le persone direttamente o indirettamente colpite da tali demolizioni sono oltre 5.300, buona parte delle quali bambini.

Sono dati ben noti e ampiamente divulgati, e tuttavia passati senza alcun particolare clamore o conseguenza, l’ennesimo dato statistico che certifica le sofferenze del popolo palestinese e i crimini perpetrati dalle autorità israeliane.

La demolizione delle case dei palestinesi residenti nella West Bank, nonché quella di strutture quali cisterne per l’acqua o ricoveri per animali, è anzitutto un crimine umanitario: il diritto internazionale, infatti, vieta il trasferimento forzato dei civili residenti nel territorio occupato, nonché la distruzione delle proprietà private a meno che non strettamente collegate e necessitate da un’operazione militare in corso.

Ma la politica delle demolizioni sistematiche è anche, e soprattutto, un’atrocità ed un abominio da un punto di vista morale, ovvero – per dirla nel linguaggio più diplomatico del Coordinatore umanitario dell’Onu per i Territori occupati Maxwell Gaylard, è totalmente contraria agli “ideali umanitari”.

Chi scrive, per il racconto di persone care che hanno vissuto la triste condizione del profugo, sa bene cosa significa perdere la propria casa - sovente per i palestinesi l’unica fonte di certezze fisiche ed economiche - i propri beni, dover abbandonare la propria terra ed essere costretto a vivere in campi profughi, con la totale incertezza del proprio futuro e di quello dei propri figli.

L’OCHA ci ricorda che l’impatto della demolizione delle case per le famiglie che lo subiscono è psicologicamente devastante: le mogli provano un accresciuto senso di insicurezza, i mariti stress ed ansia, i bambini sono costretti a interrompere gli studi e soffrono di depressione, ansia e sintomi da stress post-traumatico.

Di recente, a proposito del veto di Russia e Cina ad una risoluzione di condanna contro il regime siriano, molte sono state le reazioni irate dei governanti occidentali e dello stesso Segretario Onu Ban Ki-moon, si è parlato di “farsa” e di “scandalo, e si è affermato che, di tal guisa, l’Onu perderebbe ogni ragion d’essere.

Ma ciò è altrettanto vero se si guarda alla scandalosa inerzia dell’Onu e della comunità internazionale a fronte dei crimini israeliani e dell’occupazione illegale dei Territori palestinesi.

Appare incomprensibile come sia stata creata e tutt’ora esista un’apposita agenzia dell’Onu per l’assistenza ai profughi, e che nel contempo nulla si faccia contro quegli stati-canaglia che con il loro operato e le loro politiche di pulizia etnica contribuiscono ad accrescere senza posa il numero delle persone che sono costrette a vivere l’infelice esperienza del rifugiato.

Ma evidentemente anche questi sono gli ignobili dividendi assicurati ad Israele dall’industria dell’Olocausto.

OCHA  Gennaio 2012
FATTI SALIENTI
- Quasi 1.100 palestinesi, oltre la metà bambini, sono stati sfollati nel 2011 a causa della demolizione delle case da parte dell’esercito israeliano, oltre l’80% in più rispetto al 2010.
- Altre 4.200 persone sono state interessate dalla demolizione di strutture connesse al loro sostentamento.
- Le forze israeliane hanno demolito 622 strutture di proprietà di palestinesi, un incremento del 42% rispetto al 2010. Ciò ha incluso 222 case, 170 ricoveri per animali, due aule scolastiche e due moschee (una demolita due volte).  
- Il numero di cisterne per la raccolta dell’acqua piovana e di vasche distrutte nel 2011 (46) è stato più del doppio dell’anno precedente (21), con decine di altre strutture connesse esposte a future demolizioni.
- La maggior parte delle demolizioni (il 90%) e dei trasferimenti (il 92%)si sono verificati nelle già vulnerabili comunità agricole e della pastorizia nell’Area C; migliaia di altre rimangono a rischio di sfollamento a causa di ordini di demolizione non ancora eseguiti.
- A Gerusalemme est c’è stata una significativa diminuzione rispetto agli anni precedenti, con 42 strutture demolite. Tuttavia, almeno 93.100 residenti, che vivono in strutture costruite senza permesso, rimangono a rischio di sfollamento.
- Oltre il 60% delle strutture di proprietà di palestinesi demolite nel 2011 erano situate in aree destinate alle colonie.
- Il 70% dell’Area C è vietato all’attività edilizia dei palestinesi, ed è invece destinato alle colonie o all’esercito israeliano; un ulteriore 29% soffre di pesanti restrizioni.
- Solo il 13% del territorio di Gerusalemme est è lottizzato ad uso edificabile dei palestinesi, gran parte del quale risulta già costruito, rispetto al 35% che è stato espropriato e destinato ad uso degli insediamenti colonici israeliani.
Dieci sulle tredici comunità nell’Area C visitate dall’OCHA hanno riferito che delle famiglie vengono costrette a trasferirsi a causa delle politiche israeliane che rendono difficile soddisfare i loro bisogni primari. L’impossibilità di costruire è uno dei principali fattori scatenanti di questi trasferimenti forzati.
1. Il trasferimento forzato delle famiglie palestinesi e la distruzione di abitazioni civili e di altre proprietà da parte dell’esercito israeliano in Cisgiordania, ivi inclusa Gerusalemme est, hanno un grave impatto umanitario. Le demolizioni privano le persone delle loro abitazioni, che spesso costituiscono la loro principale fonte di sicurezza fisica ed economica. Esse inoltre creano gravi disagi, riducendo il loro tenore di vita e compromettendo le loro possibilità di accesso ai servizi di base quali l’acqua e l’igiene, l’istruzione e l’assistenza sanitaria.
2. L’impatto sul benessere psicosociale delle famiglie può essere devastante. Spesso le donne sentono di perdere il controllo sulle faccende domestiche e provano un accresciuto senso di insicurezza mentre gli uomini sperimentano maggiori stress ed ansia. Per molti bambini le demolizioni, unitamente all’interruzione della frequenza scolastica ed alle accresciute tensioni familiari, si traducono in depressione, ansia e sintomi di disturbi da stress post-traumatico.
3. Secondo le autorità israeliane, le demolizioni vengono effettuate a causa del fatto che le strutture sono prive dei necessari permessi di edificabilità. In realtà, per i palestinesi è quasi impossibile ottenere i permessi. La zonizzazione e il regime di pianificazione urbanistica applicati da Israele nell’Area C e a Gerusalemme est limita la crescita e lo sviluppo dei palestinesi, mentre assicura un trattamento preferenziale per le colonie israeliane illegali. Questo trattamento include l’approvazione di piani regolatori e la fornitura di infrastrutture essenziali, la partecipazione al processo di pianificazione urbanistica, e l’assegnazione di terreni e risorse idriche.  
4. Nell’Area C, una combinazione di linee di condotta e di pratiche israeliane, tra cui zonizzazioni e pianificazioni urbanistiche restrittive, l’espansione degli insediamenti colonici, le violenze dei coloni, e le restrizioni alla circolazione e agli accessi, hanno avuto come risultato la frammentazione del territorio e il restringimento dello spazio per i palestinesi, compromettendo la loro presenza. Le autorità israeliane hanno inoltre segnalato la loro intenzione di trasferire numerose comunità palestinesi al di fuori di settori strategici dell’Area C, sollevando ulteriori preoccupazioni di carattere umanitario e giuridico.
5. Israele, quale potenza occupante la Cisgiordania, ha l’obbligo di proteggere la popolazione civile palestinese e di amministrare il territorio a vantaggio di essa. Il diritto internazionale vieta lo spostamento forzato o il trasferimento dei civili, al pari della distruzione di proprietà private se non assolutamente necessarie ai fini di operazioni militari. Le demolizioni delle case e di altre strutture ad uso civile dovrebbero cessare immediatamente e i palestinesi dovrebbero ottenere imparziali ed effettive zonizzazioni e pianificazioni urbanistiche per le loro comunità.  

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