16 febbraio 2012

Demolizioni record nel 2011 in Cisgiordania: il crimine impunito di Israele


Secondo una scheda informativa dell’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA), pubblicata a gennaio di quest’anno, nel 2011 il numero dei palestinesi costretto a sfollare a causa della demolizione delle loro case da parte dell’esercito israeliano è aumentato dell’80% rispetto all’anno precedente. Il numero delle strutture demolite è aumentato del 42% rispetto al 2010, e le persone direttamente o indirettamente colpite da tali demolizioni sono oltre 5.300, buona parte delle quali bambini.

Sono dati ben noti e ampiamente divulgati, e tuttavia passati senza alcun particolare clamore o conseguenza, l’ennesimo dato statistico che certifica le sofferenze del popolo palestinese e i crimini perpetrati dalle autorità israeliane.

La demolizione delle case dei palestinesi residenti nella West Bank, nonché quella di strutture quali cisterne per l’acqua o ricoveri per animali, è anzitutto un crimine umanitario: il diritto internazionale, infatti, vieta il trasferimento forzato dei civili residenti nel territorio occupato, nonché la distruzione delle proprietà private a meno che non strettamente collegate e necessitate da un’operazione militare in corso.

Ma la politica delle demolizioni sistematiche è anche, e soprattutto, un’atrocità ed un abominio da un punto di vista morale, ovvero – per dirla nel linguaggio più diplomatico del Coordinatore umanitario dell’Onu per i Territori occupati Maxwell Gaylard, è totalmente contraria agli “ideali umanitari”.

Chi scrive, per il racconto di persone care che hanno vissuto la triste condizione del profugo, sa bene cosa significa perdere la propria casa - sovente per i palestinesi l’unica fonte di certezze fisiche ed economiche - i propri beni, dover abbandonare la propria terra ed essere costretto a vivere in campi profughi, con la totale incertezza del proprio futuro e di quello dei propri figli.

L’OCHA ci ricorda che l’impatto della demolizione delle case per le famiglie che lo subiscono è psicologicamente devastante: le mogli provano un accresciuto senso di insicurezza, i mariti stress ed ansia, i bambini sono costretti a interrompere gli studi e soffrono di depressione, ansia e sintomi da stress post-traumatico.

Di recente, a proposito del veto di Russia e Cina ad una risoluzione di condanna contro il regime siriano, molte sono state le reazioni irate dei governanti occidentali e dello stesso Segretario Onu Ban Ki-moon, si è parlato di “farsa” e di “scandalo, e si è affermato che, di tal guisa, l’Onu perderebbe ogni ragion d’essere.

Ma ciò è altrettanto vero se si guarda alla scandalosa inerzia dell’Onu e della comunità internazionale a fronte dei crimini israeliani e dell’occupazione illegale dei Territori palestinesi.

Appare incomprensibile come sia stata creata e tutt’ora esista un’apposita agenzia dell’Onu per l’assistenza ai profughi, e che nel contempo nulla si faccia contro quegli stati-canaglia che con il loro operato e le loro politiche di pulizia etnica contribuiscono ad accrescere senza posa il numero delle persone che sono costrette a vivere l’infelice esperienza del rifugiato.

Ma evidentemente anche questi sono gli ignobili dividendi assicurati ad Israele dall’industria dell’Olocausto.

OCHA  Gennaio 2012
FATTI SALIENTI
- Quasi 1.100 palestinesi, oltre la metà bambini, sono stati sfollati nel 2011 a causa della demolizione delle case da parte dell’esercito israeliano, oltre l’80% in più rispetto al 2010.
- Altre 4.200 persone sono state interessate dalla demolizione di strutture connesse al loro sostentamento.
- Le forze israeliane hanno demolito 622 strutture di proprietà di palestinesi, un incremento del 42% rispetto al 2010. Ciò ha incluso 222 case, 170 ricoveri per animali, due aule scolastiche e due moschee (una demolita due volte).  
- Il numero di cisterne per la raccolta dell’acqua piovana e di vasche distrutte nel 2011 (46) è stato più del doppio dell’anno precedente (21), con decine di altre strutture connesse esposte a future demolizioni.
- La maggior parte delle demolizioni (il 90%) e dei trasferimenti (il 92%)si sono verificati nelle già vulnerabili comunità agricole e della pastorizia nell’Area C; migliaia di altre rimangono a rischio di sfollamento a causa di ordini di demolizione non ancora eseguiti.
- A Gerusalemme est c’è stata una significativa diminuzione rispetto agli anni precedenti, con 42 strutture demolite. Tuttavia, almeno 93.100 residenti, che vivono in strutture costruite senza permesso, rimangono a rischio di sfollamento.
- Oltre il 60% delle strutture di proprietà di palestinesi demolite nel 2011 erano situate in aree destinate alle colonie.
- Il 70% dell’Area C è vietato all’attività edilizia dei palestinesi, ed è invece destinato alle colonie o all’esercito israeliano; un ulteriore 29% soffre di pesanti restrizioni.
- Solo il 13% del territorio di Gerusalemme est è lottizzato ad uso edificabile dei palestinesi, gran parte del quale risulta già costruito, rispetto al 35% che è stato espropriato e destinato ad uso degli insediamenti colonici israeliani.
Dieci sulle tredici comunità nell’Area C visitate dall’OCHA hanno riferito che delle famiglie vengono costrette a trasferirsi a causa delle politiche israeliane che rendono difficile soddisfare i loro bisogni primari. L’impossibilità di costruire è uno dei principali fattori scatenanti di questi trasferimenti forzati.
1. Il trasferimento forzato delle famiglie palestinesi e la distruzione di abitazioni civili e di altre proprietà da parte dell’esercito israeliano in Cisgiordania, ivi inclusa Gerusalemme est, hanno un grave impatto umanitario. Le demolizioni privano le persone delle loro abitazioni, che spesso costituiscono la loro principale fonte di sicurezza fisica ed economica. Esse inoltre creano gravi disagi, riducendo il loro tenore di vita e compromettendo le loro possibilità di accesso ai servizi di base quali l’acqua e l’igiene, l’istruzione e l’assistenza sanitaria.
2. L’impatto sul benessere psicosociale delle famiglie può essere devastante. Spesso le donne sentono di perdere il controllo sulle faccende domestiche e provano un accresciuto senso di insicurezza mentre gli uomini sperimentano maggiori stress ed ansia. Per molti bambini le demolizioni, unitamente all’interruzione della frequenza scolastica ed alle accresciute tensioni familiari, si traducono in depressione, ansia e sintomi di disturbi da stress post-traumatico.
3. Secondo le autorità israeliane, le demolizioni vengono effettuate a causa del fatto che le strutture sono prive dei necessari permessi di edificabilità. In realtà, per i palestinesi è quasi impossibile ottenere i permessi. La zonizzazione e il regime di pianificazione urbanistica applicati da Israele nell’Area C e a Gerusalemme est limita la crescita e lo sviluppo dei palestinesi, mentre assicura un trattamento preferenziale per le colonie israeliane illegali. Questo trattamento include l’approvazione di piani regolatori e la fornitura di infrastrutture essenziali, la partecipazione al processo di pianificazione urbanistica, e l’assegnazione di terreni e risorse idriche.  
4. Nell’Area C, una combinazione di linee di condotta e di pratiche israeliane, tra cui zonizzazioni e pianificazioni urbanistiche restrittive, l’espansione degli insediamenti colonici, le violenze dei coloni, e le restrizioni alla circolazione e agli accessi, hanno avuto come risultato la frammentazione del territorio e il restringimento dello spazio per i palestinesi, compromettendo la loro presenza. Le autorità israeliane hanno inoltre segnalato la loro intenzione di trasferire numerose comunità palestinesi al di fuori di settori strategici dell’Area C, sollevando ulteriori preoccupazioni di carattere umanitario e giuridico.
5. Israele, quale potenza occupante la Cisgiordania, ha l’obbligo di proteggere la popolazione civile palestinese e di amministrare il territorio a vantaggio di essa. Il diritto internazionale vieta lo spostamento forzato o il trasferimento dei civili, al pari della distruzione di proprietà private se non assolutamente necessarie ai fini di operazioni militari. Le demolizioni delle case e di altre strutture ad uso civile dovrebbero cessare immediatamente e i palestinesi dovrebbero ottenere imparziali ed effettive zonizzazioni e pianificazioni urbanistiche per le loro comunità.  

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1 febbraio 2012

Ad Anata va in scena la distruzione delle case e dei diritti umani dei palestinesi

Il 23 gennaio, nel cuore della notte, i bulldozer dell’esercito israeliano hanno demolito sette abitazioni nel villaggio palestinese di Anata, alla periferia di Gerusalemme, lasciando senza un tetto 52 persone, tra cui 29 bambini, la maggior parte dei quali di età inferiore agli 8 anni. Una di queste case è stata distrutta per la quinta volta…

Solo nel 2011, secondo i dati forniti dall’Agenzia dell’Onu per gli affari umanitari (OCHA), Israele ha provveduto a demolire 622 strutture abitative, spingendo oltre 1.100 palestinesi – più della metà dei quali bambini – nella terribile condizione di profughi. Questa politica, severamente condannata (ma solo a parole…) dalla comunità internazionale, si inquadra in un preciso piano di lenta ma inesorabile pulizia etnica, a danno soprattutto, come in questo caso, delle comunità beduine.

Non è peregrino ricordare che Israele, in quanto stato occupante, ha il dovere di proteggere la popolazione indigena sotto occupazione e di assicurarne il benessere e la dignità; chiaramente, la politica della demolizione delle abitazioni non solo è in aperto contrasto con tale dovere, ma tradisce in pieno ogni ideale umanitario. All’opposto di quanto accade, ai palestinesi andrebbe invece garantito il diritto fondamentale ad una corretta e non discriminatoria pianificazione urbanistica, che ne garantisca e ne soddisfi le necessità abitative connesse all’incremento della popolazione.

Nell’articolo che segue, scritto da Federica De Giorgi per
Medarabnews, l’autrice prende lo spunto dalle tristi vicende di Anata per ricordare l’attualità e la necessità di dare applicazione alle norme scolpite nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, per impedire il prevalere della forza e dell’arbitrio.

Ma oggi, purtroppo, la bandiera dei diritti umani viene agitata strumentalmente per giustificare interventi armati “umanitari” che poco o nulla hanno a che fare con nobili ragioni ideali, mentre altrove – e soprattutto qui in Palestina – si consente ad uno stato canaglia ed immorale di distruggere con i bulldozer, insieme alle case, anche i diritti fondamentali che spettano a ciascun essere umano.

RILEGGERE LA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’UOMO ALLA LUCE DELLA RECENTE DISTRUZIONE DELLA COMUNITÀ PALESTINESE DI ANATA
di Federica De Giorgi - 30 gennaio 2012

Lo scorso 23 gennaio un gruppo di soldati israeliani ha demolito tre abitazioni nella zona est di Anata, villaggio della Cisgiordania centrale, sito nella zona nord di Gerusalemme. Nell’arco di poche ore, inoltre, ben cinquanta persone, fra cui 29 bambini, sono state sfrattate dai loro alloggi. Pochi giorni dopo, il 27 gennaio – una data che ha una qualche reminiscenza così drammatica da risultare quasi surreale – altre ruspe israeliane hanno continuato a demolire una serie di abitazioni nel medesimo villaggio.. Lo scopo del governo israeliano è molteplice: espellere i palestinesi residenti a Gerusalemme est, relegarli in piccole enclaves come già succede a Gaza e rafforzare il controllo di alcune zone di confine con l’area C, che si troveranno oltre il Muro, quali appunto il villaggio di Anata. Nonostante l’ONU abbia più volte chiesto al Governo israeliano di terminare questa politica di espropriazioni e demolizioni, tali pratiche erano e continuano ad essere molto diffuse. Solo nel 2011 ben 622 edifici palestinesi sono stati smantellati dalle autorità israeliane e 1.094 persone sono state sfrattate.

Il 28 gennaio scorso per l’ultima volta le Nazioni Unite hanno richiamato Israele a porre fine a questa politica di distruzione delle abitazioni palestinesi nella West Bank. Il sistematico incremento degli insediamenti non solo allontana sempre di più la possibilità di una risoluzione del conflitto israelo-palestinese, ma è considerato anche illegale da tutta la comunità internazionale.

In un rapporto privato redatto il 19 gennaio scorso dalla Rappresentanza europea in Israele si legge che il Paese “sta attivamente perpetuando le sue annessioni a Gerusalemme est”. Nel suddetto documento si fa anche riferimento alla serie di problematiche a cui è sottoposta la popolazione palestinese: “la divisione in zone limitate, le continue demolizioni e gli sfratti, una politica iniqua dell’istruzione, il difficile accesso alle cure sanitarie, l’inadeguata fornitura di risorse e di investimenti e il problema delle residenze precarie”, per citarne solo alcune.

Nonostante l’impellente necessità di agire, l’Unione Europea si limita soltanto ad evidenziare un problema, che affonda le sue radici nel lontano 1948: permettere la fondazione di uno Stato su base etnica e confessionale, ed erigerlo ad emblema di democrazia, è assai grave, soprattutto se dopo sessantaquattro anni, tale Stato commette crimini di pulizia etnica ai danni di un’altra popolazione.

Sempre nel 1948, pochi mesi dopo, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” chiudeva un capitolo triste e doloroso della storia mondiale: poneva fine, anche simbolicamente, alle barbarie della Seconda guerra mondiale. A tutt’oggi, questo documento non è solo attuale, ma è soprattutto necessario.

Così sorge spontanea una domanda: oggi, dopo sessantaquattro anni, servirà forse una seconda “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”?

Basterebbe applicare quello che è già stato scritto, basterebbe avere la non piccola consapevolezza che il potere e le armi non equivalgono a diritti, ma che tutti noi, con senso di responsabilità, dovremmo denunciare le ingiustizie, non solo quelle che ci riguardano, ma anche quelle che avvengono dietro l’angolo, e via via, sempre più distanti da noi, fino ad avere un orizzonte più ampio, questo “considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”. (cit. Primo preambolo della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”.)

Federica De Giorgi è una studentessa di filologia classica all’Università di Roma Tre

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5 aprile 2011

A otto anni dal suo assassinio, non c'è ancora giustizia per Rachel Corrie




Lo scorso 16 marzo cadeva l’ottavo anniversario della morte di Rachel Corrie, la giovane pacifista americana uccisa a soli 24 anni mentre tentava di impedire la demolizione di alcune case palestinesi, schiacciata da un bulldozer dell’esercito israeliano.

Proprio in questi giorni, gli Stati Uniti hanno motivato il loro voto contrario a una risoluzione del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu (UNHCR) che auspica che la questione dei crimini di guerra commessi da Israele durante “Piombo Fuso” venga portata all’attenzione del Tribunale Penale Internazionale, sostenendo che Israele ha già condotto delle investigazioni “credibili” sulle operazioni militari svoltesi a Gaza a cavallo tra il 2008 e il 2009, e dunque non vi è alcuna necessità dell’intervento del Tribunale internazionale.

Si tratta di una affermazione ridicola e offensiva, clamorosamente smentita dai fatti. Israele ha da sempre dimostrato la propria totale incapacità di investigare e punire i crimini commessi dalla propria soldataglia: basti qui dire che l’unica condanna intervenuta a seguito dei massacri di “Piombo Fuso” riguarda un soldato colpevole del furto di una carta di credito, mentre altri due soldati accusati di aver usato un ragazzino come scudo umano hanno visto la pena detentiva immediatamente sospesa.

E questa vera e propria licenza di uccidere, derivante dall’impunità pressoché totale garantita da Israele per ogni crimine e assassinio commesso dai propri soldati, esplica i suoi effetti anche nel processo che si occupa della morte di Rachel Corrie, i cui genitori, a otto anni di distanza dalla sua morte, non riescono ancora ad ottenere giustizia, ed anzi, non hanno nemmeno avuto il diritto di poter vedere in faccia l’assassino della propria figlia.

Sull’argomento, tre organizzazioni palestinesi per i diritti umani – Al Mezan, Al Dameer e GCMHP - hanno pubblicato il comunicato congiunto che segue.

Resta solo da dire che, nell’udienza dello scorso 4 aprile, il comandante dell’unità responsabile dell’assassinio di Rachel, il capitano S. R. (nella trasparenza che permea il sistema giudiziario israeliano non si ha diritto nemmeno di conoscere il nome esatto di imputati e testimoni…), ha testimoniato di aver richiesto la sospensione delle demolizioni, a causa della presenza sul terreno di civili, ma che gli venne ordinato di continuare, nonostante tutto.

L’ennesima riprova dell’insensibilità degli alti comandi militari (e dei politici) israeliani per la vita dei Palestinesi e di quanti lottano al loro fianco.


Mercoledì, 16 marzo 2011, ricorreva l’ottavo anniversario della morte della pacifista americana Rachel Corrie. La Corrie aveva 24 anni quando venne uccisa dalle forze di occupazione israeliane (IOF) mentre tentava di impedire ai bulldozer israeliani di demolire alcune case palestinesi nella città di Rafah, nei pressi del confine tra Gaza e l’Egitto.

Al Mezan Center for Human Rights, Al Dameer Association for Human Rights e Gaza Community Mental Health Program (GCMHP) ribadiscono la loro condanna per l’assassinio di Rachel Corrie da parte degli Israeliani. Affermano che il fallimento nell’investigare penalmente questo caso e nell’assicurare i responsabili alla giustizia rappresentano il persistere di Israele nel fornire l’immunità ai propri soldati nei territori Palestinesi occupati (oPt). La famiglia della Corrie ha intentato una causa civile dinanzi alla Corte Distrettuale di Haifa. Le udienze sono in programma per il tre ed il sei aprile del 2011. Saranno chiamati a testimoniare diversi soldati e comandanti israeliani coinvolti, al pari dei colleghi della Corrie che erano presenti quando l’assassinio è avvenuto.

Al Mezan, Al Dameer e GCMHP esprimono la loro piena solidarietà ai familiari della Corrie nei loro tentativi di ottenere giustizia per la propria figlia. Ottenere giustizia per la Corrie e processare i responsabili del suo assassinio significa in parte ottenere giustizia per tutte le vittime delle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani da parte di Israele.

Le indagini sul campo hanno dimostrato che all’incirca alle 4:45 del pomeriggio di domenica, 16 marzo 2003, l’esercito israeliano ha ucciso Rachel Corrie mentre cercava di impedire ai bulldozer israeliani di demolire alcune case palestinesi nel quartiere As-Salam nella città di Rafah, a sud della Striscia di Gaza. Il soldato israeliano che guidava il bulldozer è passato sopra la Corrie mentre era ancora viva. La Corrie indossava abiti civili e un giubbotto fluorescente per garantire una chiara visibilità e per assicurarsi che i soldati vedessero che era un civile, un attivista per la pace. Teneva in mano un megafono con cui cercava di parlare al conducente del bulldozer, che stava demolendo le case palestinesi in quell’area.

Nonostante le prove evidenti nel caso della Corrie, il gran numero di testimoni oculari, le foto che mostrano l’assassinio della Corrie per mano delle truppe israeliane, e nonostante gli sforzi incessanti dei familiari e delle organizzazioni per i diritti umani e degli attivisti per ottenere giustizia, purtroppo essa ancora manca.

Il tribunale israeliano dovrebbe tenere la prossima settimana le udienze del processo civile riguardante l’assassinio della Corrie. Al Mezan, Al Dameer e GCMHP approfittano di questa occasione per affermare che il caso della Corrie rappresenta un nuovo test per il sistema giudiziario israeliano. Questo caso fornirà a questo sistema un’altra possibilità di dimostrare che è in grado di funzionare come un sistema indipendente che cerca di ottenere giustizia e di applicare la legge, piuttosto che continuare a rafforzare il suo atteggiamento politicizzato cercando di proteggere l’esercito, anche quando esso commette gravi violazioni, e di difendere Israele, la sua immagine e i suoi interessi a spese dello stato di diritto e della giustizia.

Al Mezan, Al Dameer e GCMHP ribadiscono la loro ferma condanna per l’assassinio di Rachel Corrie quale chiara violazione del diritto internazionale e dei principi dei diritti umani. Facciamo appello alla comunità internazionale affinché venga assicurata giustizia e vengano rispettati i diritti umani, e di combattere la politica dell’immunità con l’applicazione dei principi del diritto internazionale, per impedire che ulteriori violazioni vengano commesse in futuro.

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29 luglio 2010

Israele rade al suolo un intero villaggio e lascia 300 Beduini senza una casa.

Circa 300 Beduini che vivono nel deserto del Negev israeliano sono rimasti senza casa dopo che martedì scorso centinaia di poliziotti hanno fatto irruzione nel loro villaggio, radendolo letteralmente al suolo.

Secondo alcuni attivisti israeliani, che hanno tentato di impedire le demolizioni, un gran numero di poliziotti è piombato sul villaggio di Al-Araqib poco prima dell'alba in decine di veicoli e in almeno 12 autobus.

"Più di 1.500 poliziotti (!) sono arrivati nel villaggio al sorgere del sole - sono venuti con decine di veicoli e hanno cominciato a distruggere ogni struttura", ha detto Chaya Noach, capo del Negev Coexistence Forum for Civil Equality, un gruppo che si batte per tutelare i diritti dei 160.000 Beduini che vivono nel Negev.

Almeno cinque bulldozer si sono messi al lavoro per abbattere tutte le case del villaggio - tra le 30 e le 40 abitazioni di fortuna costruite con argilla e paglia, che però rappresentavano la casa di circa 300 di questi Arabi nomadi.

"Ci sono volute circa tre o quattro ore per distruggere tutte le case", ha raccontato la Noach, descrivendo la scena come "spaventosa". I bulldozer hanno anche sradicato centinaia di alberi di ulivo che appartenevano agli abitanti del villaggio.

"E come se volessero cancellare i beduini del paesaggio", ha detto.

Il portavoce della polizia Mickey Rosenfeld ha confermato l'operazione, affermando che le case erano state "costruite illegalmente", e che erano state distrutte sulla base di una sentenza emessa 11 anni prima che però non era mai stata eseguita.

"Circa 30 baracche sono state rimosse e diverse centinaia di persone sono state riportate nella zona di Rahat, da dove originariamente provenivano", ha proseguito, riferendosi ad una città beduina nei pressi, situata nell’arido sud di Israele.

Siyah Sheikh al-Turi, il capo del villaggio, ha detto che l'operazione ha cancellato ogni traccia del loro insediamento.

"Hanno distrutto le nostre case, hanno sradicato i nostri alberi, hanno preso i nostri generatori, le nostre auto e i nostri trattori. Non c'è rimasto niente, è come se noi non fossimo mai stati qui".

Ibrahim al-Waqili, capo del consiglio regionale dei villaggi non riconosciuti, ha detto che “questa è la prima volta che (gli Israeliani) hanno distrutto le case e tutto ciò che rimaneva nel villaggio". "Di solito distruggono sette o dieci case alla volta, ma questa volta hanno distrutto le strade e tutto ciò che poteva indicare che della gente aveva vissuto qui", ha detto Waqili.

L'operazione rappresenta "un pericoloso precedente", ha ammonito, dicendo che rappresenta una minaccia per i 45 villaggi non riconosciuti nel Negev, in cui risiedono circa 100.000 Arabi.

I Beduini sostengono di possedere centinaia di migliaia di dunam (ciascuno pari a 1.000 metri quadrati) di terra nel Negev, ma lo Stato ebraico non ha mai riconosciuto tale pretesa e vorrebbe che la popolazione si trasferisse altrove, in sette piccole enclavi progettate dal governo.

Una tale mossa, tuttavia, comporterebbe la rinuncia ad ogni rivendicazione sui terreni - un passo che la maggior parte dei Beduini non è disposto a compiere.

Uno dei modi principali in cui le autorità israeliane cercano di costringere i Beduini a lasciare le loro terre è quello di non rilasciare nessuna licenza edilizia, costringendoli a costruire illegalmente.

Tutte le strutture costruite senza permesso vengono poi denunciate e distrutte dalle autorità.

Le cifre fornite dal Negev Coexistence Forum indicano che dal 2005 il numero delle demolizioni delle case è in aumento. L'anno scorso, sono state distrutte 254 abitazioni, ma questa cifra è destinata ad aumentare notevolmente nel 2010, dato che il ministero dell'interno ha deciso di triplicare il tasso di demolizione di case nei villaggi non riconosciuti.

In Israele vivono circa 160.000 Beduini, la maggior parte dimora dentro e intorno il deserto del Negev. Più della metà di loro vive in villaggi non riconosciuti, senza servizi comunali come l'acqua e l'elettricità, e molti vivono anche in condizioni di estrema povertà.

Non bastasse questo, devono anche sopportare i comportamenti vessatori e discriminatori – che sconfinano nel razzismo – delle autorità israeliane.

Racconta un abitante del villaggio cancellato: "ho visto i sorrisi dei poliziotti e degli ispettori (che hanno eseguito le demolizioni), semplicemente se la godevano mentre i bambini sono rimasti senza una casa. Facevano segni di vittoria con le mani dopo la distruzione. Sembrava che fossero confusi, convinti di essere in Libano nella guerra contro Hezbollah".

E bisogna capire la gioia di questi poliziotti israeliani, martedì si sono coperti di gloria lasciando 300 persone senza un tetto sotto cui vivere. Donne e bambini compresi.

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10 novembre 2009

Coloni israeliani chiedono la demolizione di una scuola palestinese. Perchè costruita senza permesso...


Continuano senza sosta le demolizioni di strutture abitative palestinesi “illegali” da parte delle autorità israeliane. Il 2 novembre scorso, la municipalità di Gerusalemme ha demolito tre case nei quartieri di Beit Hanina e di Ath Thuri, a Gerusalemme est, causando lo sfollamento di 42 persone, tra cui 23 bambini. L’ulteriore demolizione di un residence a Sur Bahir ha lasciato senza un tetto i sei Palestinesi che lo avevano in affitto, tra i quali due bambini.

Secondo dati forniti dall’Office for The Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA – cfr. The Humanitarian Monitor, settembre 2009), dall’inizio dell’anno e fino al 30 settembre del 2009 gli Israeliani hanno demolito ben 223 strutture di proprietà palestinese, incluse 92 strutture residenziali, tra Gerusalemme est e la cd. Area C, provocando lo sfollamento di ben 515 persone, tra le quali 262 bambini.

Nell’area C – la zona a totale controllo ed amministrazione israeliani che ricomprende gli insediamenti colonici – migliaia di abitazioni palestinesi sono state costruite senza permesso e, dato che nei loro riguardi sono già stati emessi gli ordini di demolizione, sono a rischio di essere buttate giù in ogni momento. La ragione è semplice, e consiste nella circostanza che la Israeli Civil Administration (ICA) porta avanti da anni una politica di pianificazione che rende virtualmente impossibile ai Palestinesi ottenere un permesso di costruzione, costringendo molti di loro a edificare costruzioni “illegali” per far fronte alle proprie esigenze abitative.

In questi giorni, in particolare, sono a rischio di demolizione ben 257 strutture appartenenti ad una comunità di Beduini dislocata nei pressi della colonia (illegale) di Kfar Adumim, la cui rimozione è stata chiesta all’Alta Corte di giustizia israeliana da parte di una organizzazione di coloni denominata “Regavim”.

Tra queste strutture, vi è la scuola di cui parla l’articolo che segue, pubblicato l’8 novembre scorso dal quotidiano Il Manifesto”, a firma di Michele Giorgio. Una scuola indispensabile alla comunità beduina, dato che i bambini, prima, erano costretti ad andare a scuola più lontano, seguendo la superstrada che collega Gerusalemme con il Mar Morto, con la conseguenza che 3 bambini erano morti, travolti dalle macchine, e 5 erano rimasti invalidi.

Ecco come vanno finire gli sforzi umanitari a favore dei Palestinesi da parte di tanti enti e ong, in questo caso italiani. Ecco la giustizia e il diritto assicurati in un territorio in cui, caso unico al mondo, un gruppo di residenti illegali all’interno di un territorio occupato può chiedere e ottenere la distruzione delle case e delle scuole della popolazione nativa, senza che nessuno abbia niente da ridire.

E questo accade solo quando di mezzo c'è quello Stato-canaglia e razzista che ha per nome Israele.

La bio-scuola italiana per i beduini minacciata dai coloni

Una scuola per 60 bambini delle famiglie beduine dei Jahalin, tra Gerusalemme e Gerico, senza fondamenta ma ugualmente stabile e resistente, fatta di 2.200 pneumatici, fango, travi di legno, lamiere e isolante. È costata appena 35mila euro ed è stata realizzata della onlus Vento di Terra con l'aiuto economico di tre comuni lombardi, delle suore comboniane e della Cei.

Ad inaugurarla c'erano giovedì scorso il console generale d'Italia Luciano Pezzotti, i sindaci di Corsico, Cesano Boscone e Rozzano, le autorità palestinesi, i responsabili di Vento di Terra e i rappresentanti delle famiglie Jahalin. Presente anche l'ingegnere 29enne Diego Torriani che, assieme a quattro colleghi, ha progettato i tre fabbricati speciali che accolgono decine di bambini prima costretti ad andare a scuola a Gerico.

Eppure questa iniziativa, senza precedenti nei Territori occupati, che si fonda su costi bassi e il riciclaggio di materiali, è destinata a interrompersi presto. I coloni israeliani del vicino insediamento di Kfar Adumim, illegale per le leggi internazionali, hanno presentato all'Alta Corte di Giustizia una richiesta di demolizione della scuola (e di tutte le casette di lamiera dei beduini) perché costruita «senza permesso». Ma i pericoli non si fermano qui.

«Le prospettive sono nere - spiega l'avvocato israeliano Shlomo Lecker, che assiste legalmente i Jahalin - accanto alla denuncia dei coloni c'è anche una richiesta di demolizione immediata fatta dalla società pubblica per lo sviluppo della rete stradale che, proprio nell'area della scuola, intende allargare la superstrada tra Gerico e Gerusalemme».

I bambini di Jahalin e i loro genitori, che a metà settimana festeggiavano assieme agli ospiti internazionali, rischiano perciò di rimanere senza la loro scuola se, lunedì prossimo, i giudici dell'Alta Corte daranno ragione ai coloni residenti nell'illegale Kfar Adumim. Per i Jahalin sarebbe un nuovo duro colpo. Questa comunità beduina, già costretta nel 1948 a lasciare il Neghev, da anni subisce evacuazioni forzate e demolizioni.

«Questa scuola rappresenta l'attaccamento allo nostra terra e la volontà di continuare a viverci» ha spiegato un rappresentante dei Jahalin durante la cerimonia di inaugurazione. E in questi giorni tremano anche i beduini di Kissan, a qualche km da Betlemme, dove l'esercito israeliano minaccia di demolire l'ambulatorio medico, l'unico a disposizione di centinaia di persone, aperto di recente dalla Ong italiana Disvi in collaborazione con il ministero della sanità palestinese. Anche in questo caso si parla di «costruzione illegale».

La «scuola di gomma» dei Jahalin, secondo l'avvocato Lecker, potrebbe essere abbattuta dalle ruspe nel giro di qualche settimana. Con essa verrà distrutto anche un progetto che ha destato molto interesse. Il pneumatico, lo confermano studi internazionali, è un materiale resistente nelle costruzioni. Le gomme riempite di terra e pietre, posizionate a file sfalsate, assicurano una elevata elasticità. L'intonacatura esterna inoltre garantisce la protezione dei pneumatici ai raggi solari, evitandone il deterioramento o il rilascio di sostanze nocive. L'utilizzo dei materiali riciclati nei fabbricati ha avuto successo in varie parti del mondo e potrebbe rivelarsi un vero e proprio investimento per i palestinesi privi di risorse. E il presidente di Vento di Terra, Massimo Rossi, già pensa a Gaza. «Questo tipo di edifici - ci spiega - potrebbero essere una valida alternativa alle costruzioni ordinarie, visto che Israele non lascia entrare il cemento in quel territorio».

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22 aprile 2009

Giustizia? No, vendetta!

Il 7 aprile scorso le forze di sicurezza israeliane hanno demolito un appartamento sito nel quartiere di Zur Baher, a Gerusalemme est. L’abitazione in questione apparteneva alla famiglia di Husam Dwiyat, un Palestinese resosi responsabile nel luglio del 2008 di un attentato con un bulldozer nel centro di Gerusalemme, che aveva provocato tre morti e decine di feriti.

La demolizione ha avuto luogo dopo che l’Alta Corte di Giustizia israeliana aveva respinto, lo scorso 18 marzo, la domanda di annullamento di tale provvedimento avanzata dalla famiglia di Dwiyat.

Come in precedenti casi dello stesso tipo, i giudici (Levy, Grunis e Na’or) hanno accettato l’argomentazione governativa secondo cui la demolizione della casa della famiglia dell’attentatore servirà da deterrente per impedire che altri commettano simili attacchi. E i giudici, incredibilmente, ancora una volta hanno approvato la demolizione benché lo Stato israeliano non abbia mai nemmeno contestato alla famiglia di Dwiyat di averlo aiutato nel commettere il crimine o di essere stata a conoscenza dei suoi piani.

Dal 1967 al 2005 Israele ha sempre mantenuto la sua politica di demolire o di sigillare le case in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza come mezzo per punire le famiglie dei Palestinesi che avessero ucciso o comunque recato danno a Israeliani.

Questa politica era basata sulla presunzione che i Palestinesi, preoccupati per il destino delle loro famiglie, avrebbero per questo motivo evitato di portare a termine attentati o attacchi contro gli Israeliani e le loro proprietà. Messa in pratica, questa politica ha portato Israele a demolire – solo nel periodo compreso tra l’ottobre del 2001 e la fine di gennaio del 2005 – ben 664 abitazioni, lasciando senza un tetto sotto cui vivere 4.182 Palestinesi.

Questa pratica naturalmente – come quasi sempre accade quando si ha a che fare con Israele – è proibita dal diritto umanitario internazionale. L’obiettivo dichiarato di queste demolizioni, infatti, è quello di recar danno (rectius, di vendicarsi) contro persone innocenti – parenti degli autori o dei sospettati di un reato – a cui nessuno contesta di essere in qualche modo coinvolti nell’atto criminale. Come tale, ciò costituisce una punizione collettiva, che viola quel principio fondamentale secondo cui nessuno può essere punito per le azioni di un altro.

Nel febbraio del 2005, l’allora Ministro della Difesa Shaul Mofaz e il Capo di Stato Maggiore Moshe Ya’alon avevano accettato le conclusioni di una commissione guidata dal Maggiore Generale Udi Shani, e avevano deciso che non si sarebbero più demolite case come misura punitiva. Questo cambio di rotta aveva diverse motivazioni, tra le quali l’aver determinato l’impossibilità di stabilire senza riserve che la demolizione delle case era efficace nel prevenire gli attacchi terroristici.

In aggiunta, alla commissione Shani vennero presentate prove che indicavano che la demolizione delle case come misura punitiva aveva creato un odio enorme che, all’esatto opposto di quel che ci si prefiggeva, serviva solo ad accrescere le motivazioni a compiere attacchi terroristici. La commissione, inoltre, accertò anche che la demolizione delle case incideva negativamente sull’immagine di Israele nel mondo, e che la sua legalità secondo il diritto internazionale era incerta.

Il capo dell’Avvocatura militare, Brigadiere Generale Avichai Mandelblit, aveva spiegato nel corso di una riunione della Commissione Affari costituzionali, Diritto e Giustizia della Knesset che la decisione di cessare di demolire le case come misura punitiva non si riferiva soltanto ai periodi di calma, e che sarebbe rimasta in vigore anche ove gli attacchi terroristici fossero ripresi. Il giudice mise in rilievo come la decisione fosse definitiva, e che l’argomento sarebbe stato riconsiderato solo nella eventualità di un drastico mutamento delle circostanze.

Nonostante ciò, il 19 gennaio di quest’anno, senza alcuna spiegazione convincente, Israele ha ripreso questa politica punitiva e ha sigillato due dei quattro piani dell’edificio di proprietà della famiglia di ‘Alaa Abu Dahim, autore dell’attentato alla yeshiva Mercaz Harav di Gerusalemme, in cui abitavano i suoi genitori e uno dei suoi fratelli. Anche in questo caso, l’Alta Corte non ha avuto esitazioni nell’approvare la decisione governativa.

Un principio cardine della civiltà giuridica è che, soprattutto in campo penale, la responsabilità per i reati commessi è strettamente personale, e nessuno può essere punito se non abbia attivamente partecipato all’ideazione e/o alla commissione del reato medesimo, tanto meno perché semplicemente familiare o parente del suo autore.

In campo internazionale, l’art. 33 della IV Convenzione di Ginevra prevede che “nessuna persona protetta può essere punita per un’infrazione che non ha commesso personalmente. Le pene collettive, come pure qualsiasi misura d’intimidazione o di terrorismo, sono vietate … Sono proibite le misure di rappresaglia nei confronti delle persone protette e dei loro beni”. E’ appena il caso di ricordare che in tutto il mondo – tranne che in Israele naturalmente – trova unanime riconoscimento il fatto che la IV Convenzione di Ginevra trovi piena applicazione nei territori palestinesi occupati, ivi inclusa Gerusalemme est.

La demolizione per rappresaglia delle case dei parenti degli attentatori (palestinesi, perché agli attentatori israeliani questa disposizione non si applica…) è peraltro, come abbiamo visto, del tutto controproducente; la stessa commissione Shani, che aveva il compito di esaminare la questione, aveva dovuto riconoscere che tale pratica, lungi dal dissuadere nuovi attacchi, non aveva altro effetto che quello di rinfocolare l’ostilità araba nei confronti di Israele e del suo regime di occupazione militare.

Ma allora, per quale motivo riprendere la pratica della demolizione delle case, da tempo abbandonata in quanto giuridicamente controversa (rectius, illecita) e controproducente nei fatti?

La risposta è molto semplice, si tratta di puro e semplice desiderio di vendetta.

Gli attentati compiuti ai danni di ebrei israeliani, ormai da più di due anni, sono atti isolati e senza alcuna connessione con organizzazioni di militanti, frutto della rabbia e della disperazione dei Palestinesi che con tali gesti estremi (comunque esecrabili) vanno incontro alla morte nel nome della lotta all’occupazione o, più recentemente, della vendetta per il massacro compiuto dall’esercito israeliano a Gaza.

Da ciò deriva la frustrazione e l’impotenza delle autorità israeliane, non c’è un attentatore da punire (regolarmente ucciso sul posto), non c’è un gruppo di militanti da decapitare con un bell’assassinio “mirato” di cui gli Israeliani sono specialisti, restano solo i familiari e i parenti dell’attentatore su cui sfogare la propria rabbia e la voglia di vendetta, attuata privandoli dell’unico bene di qualche valore che possiedono, la casa in cui vivono.

Vari Paesi europei, nel corso della loro storia e ancora adesso, si sono trovati ad affrontare minacce terroristiche di vario genere – dall’Italia all’Inghilterra alla Spagna – ma mai in nessuno di questi Stati si è pensato di mettere in dubbio, neanche per un momento, i principi cardine dello stato di diritto, mai si è pensato di operare rappresaglie o punire in qualche modo i familiari di un attentatore, semplicemente a cagione del rapporto di parentela, una pratica davvero disumana e incredibile solo a immaginarsi.

E invece Israele, questa magnifica democrazia in cui giustizia è sinonimo di vendetta, questi giudici, questa gente, qualcuno – ahimé soprattutto in Italia – vorrebbe addirittura che entrassero trionfalmente a far parte della comunità degli Stati della Ue, una prospettiva davanti alla quale è lecito restare sgomenti.

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