16 febbraio 2012

Demolizioni record nel 2011 in Cisgiordania: il crimine impunito di Israele


Secondo una scheda informativa dell’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA), pubblicata a gennaio di quest’anno, nel 2011 il numero dei palestinesi costretto a sfollare a causa della demolizione delle loro case da parte dell’esercito israeliano è aumentato dell’80% rispetto all’anno precedente. Il numero delle strutture demolite è aumentato del 42% rispetto al 2010, e le persone direttamente o indirettamente colpite da tali demolizioni sono oltre 5.300, buona parte delle quali bambini.

Sono dati ben noti e ampiamente divulgati, e tuttavia passati senza alcun particolare clamore o conseguenza, l’ennesimo dato statistico che certifica le sofferenze del popolo palestinese e i crimini perpetrati dalle autorità israeliane.

La demolizione delle case dei palestinesi residenti nella West Bank, nonché quella di strutture quali cisterne per l’acqua o ricoveri per animali, è anzitutto un crimine umanitario: il diritto internazionale, infatti, vieta il trasferimento forzato dei civili residenti nel territorio occupato, nonché la distruzione delle proprietà private a meno che non strettamente collegate e necessitate da un’operazione militare in corso.

Ma la politica delle demolizioni sistematiche è anche, e soprattutto, un’atrocità ed un abominio da un punto di vista morale, ovvero – per dirla nel linguaggio più diplomatico del Coordinatore umanitario dell’Onu per i Territori occupati Maxwell Gaylard, è totalmente contraria agli “ideali umanitari”.

Chi scrive, per il racconto di persone care che hanno vissuto la triste condizione del profugo, sa bene cosa significa perdere la propria casa - sovente per i palestinesi l’unica fonte di certezze fisiche ed economiche - i propri beni, dover abbandonare la propria terra ed essere costretto a vivere in campi profughi, con la totale incertezza del proprio futuro e di quello dei propri figli.

L’OCHA ci ricorda che l’impatto della demolizione delle case per le famiglie che lo subiscono è psicologicamente devastante: le mogli provano un accresciuto senso di insicurezza, i mariti stress ed ansia, i bambini sono costretti a interrompere gli studi e soffrono di depressione, ansia e sintomi da stress post-traumatico.

Di recente, a proposito del veto di Russia e Cina ad una risoluzione di condanna contro il regime siriano, molte sono state le reazioni irate dei governanti occidentali e dello stesso Segretario Onu Ban Ki-moon, si è parlato di “farsa” e di “scandalo, e si è affermato che, di tal guisa, l’Onu perderebbe ogni ragion d’essere.

Ma ciò è altrettanto vero se si guarda alla scandalosa inerzia dell’Onu e della comunità internazionale a fronte dei crimini israeliani e dell’occupazione illegale dei Territori palestinesi.

Appare incomprensibile come sia stata creata e tutt’ora esista un’apposita agenzia dell’Onu per l’assistenza ai profughi, e che nel contempo nulla si faccia contro quegli stati-canaglia che con il loro operato e le loro politiche di pulizia etnica contribuiscono ad accrescere senza posa il numero delle persone che sono costrette a vivere l’infelice esperienza del rifugiato.

Ma evidentemente anche questi sono gli ignobili dividendi assicurati ad Israele dall’industria dell’Olocausto.

OCHA  Gennaio 2012
FATTI SALIENTI
- Quasi 1.100 palestinesi, oltre la metà bambini, sono stati sfollati nel 2011 a causa della demolizione delle case da parte dell’esercito israeliano, oltre l’80% in più rispetto al 2010.
- Altre 4.200 persone sono state interessate dalla demolizione di strutture connesse al loro sostentamento.
- Le forze israeliane hanno demolito 622 strutture di proprietà di palestinesi, un incremento del 42% rispetto al 2010. Ciò ha incluso 222 case, 170 ricoveri per animali, due aule scolastiche e due moschee (una demolita due volte).  
- Il numero di cisterne per la raccolta dell’acqua piovana e di vasche distrutte nel 2011 (46) è stato più del doppio dell’anno precedente (21), con decine di altre strutture connesse esposte a future demolizioni.
- La maggior parte delle demolizioni (il 90%) e dei trasferimenti (il 92%)si sono verificati nelle già vulnerabili comunità agricole e della pastorizia nell’Area C; migliaia di altre rimangono a rischio di sfollamento a causa di ordini di demolizione non ancora eseguiti.
- A Gerusalemme est c’è stata una significativa diminuzione rispetto agli anni precedenti, con 42 strutture demolite. Tuttavia, almeno 93.100 residenti, che vivono in strutture costruite senza permesso, rimangono a rischio di sfollamento.
- Oltre il 60% delle strutture di proprietà di palestinesi demolite nel 2011 erano situate in aree destinate alle colonie.
- Il 70% dell’Area C è vietato all’attività edilizia dei palestinesi, ed è invece destinato alle colonie o all’esercito israeliano; un ulteriore 29% soffre di pesanti restrizioni.
- Solo il 13% del territorio di Gerusalemme est è lottizzato ad uso edificabile dei palestinesi, gran parte del quale risulta già costruito, rispetto al 35% che è stato espropriato e destinato ad uso degli insediamenti colonici israeliani.
Dieci sulle tredici comunità nell’Area C visitate dall’OCHA hanno riferito che delle famiglie vengono costrette a trasferirsi a causa delle politiche israeliane che rendono difficile soddisfare i loro bisogni primari. L’impossibilità di costruire è uno dei principali fattori scatenanti di questi trasferimenti forzati.
1. Il trasferimento forzato delle famiglie palestinesi e la distruzione di abitazioni civili e di altre proprietà da parte dell’esercito israeliano in Cisgiordania, ivi inclusa Gerusalemme est, hanno un grave impatto umanitario. Le demolizioni privano le persone delle loro abitazioni, che spesso costituiscono la loro principale fonte di sicurezza fisica ed economica. Esse inoltre creano gravi disagi, riducendo il loro tenore di vita e compromettendo le loro possibilità di accesso ai servizi di base quali l’acqua e l’igiene, l’istruzione e l’assistenza sanitaria.
2. L’impatto sul benessere psicosociale delle famiglie può essere devastante. Spesso le donne sentono di perdere il controllo sulle faccende domestiche e provano un accresciuto senso di insicurezza mentre gli uomini sperimentano maggiori stress ed ansia. Per molti bambini le demolizioni, unitamente all’interruzione della frequenza scolastica ed alle accresciute tensioni familiari, si traducono in depressione, ansia e sintomi di disturbi da stress post-traumatico.
3. Secondo le autorità israeliane, le demolizioni vengono effettuate a causa del fatto che le strutture sono prive dei necessari permessi di edificabilità. In realtà, per i palestinesi è quasi impossibile ottenere i permessi. La zonizzazione e il regime di pianificazione urbanistica applicati da Israele nell’Area C e a Gerusalemme est limita la crescita e lo sviluppo dei palestinesi, mentre assicura un trattamento preferenziale per le colonie israeliane illegali. Questo trattamento include l’approvazione di piani regolatori e la fornitura di infrastrutture essenziali, la partecipazione al processo di pianificazione urbanistica, e l’assegnazione di terreni e risorse idriche.  
4. Nell’Area C, una combinazione di linee di condotta e di pratiche israeliane, tra cui zonizzazioni e pianificazioni urbanistiche restrittive, l’espansione degli insediamenti colonici, le violenze dei coloni, e le restrizioni alla circolazione e agli accessi, hanno avuto come risultato la frammentazione del territorio e il restringimento dello spazio per i palestinesi, compromettendo la loro presenza. Le autorità israeliane hanno inoltre segnalato la loro intenzione di trasferire numerose comunità palestinesi al di fuori di settori strategici dell’Area C, sollevando ulteriori preoccupazioni di carattere umanitario e giuridico.
5. Israele, quale potenza occupante la Cisgiordania, ha l’obbligo di proteggere la popolazione civile palestinese e di amministrare il territorio a vantaggio di essa. Il diritto internazionale vieta lo spostamento forzato o il trasferimento dei civili, al pari della distruzione di proprietà private se non assolutamente necessarie ai fini di operazioni militari. Le demolizioni delle case e di altre strutture ad uso civile dovrebbero cessare immediatamente e i palestinesi dovrebbero ottenere imparziali ed effettive zonizzazioni e pianificazioni urbanistiche per le loro comunità.  

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17 novembre 2011

Denuncia dell’Onu: preoccupante l’aumento della violenza dei coloni israeliani

Su un totale di circa 500.000 coloni israeliani che vivono nei Territori palestinesi occupati, oltre 311.000 (dati dell’Ufficio centrale di statistica israeliano al 31.12.2010) vivono in Cisgiordania, all’interno di 124 colonie autorizzate e di oltre un centinaio di “avamposti” illegali, dove illegali sta per sorti in contrasto con la stessa legge israeliana.

In realtà, infatti, tutti gli insediamenti colonici sono contrari al diritto internazionale, alla luce di quanto previsto dall’art.49.6 della IV Convenzione di Ginevra, secondo cui “La potenza occupante non potrà mai procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della propria popolazione civile sul territorio da essa occupato”. Va aggiunto, peraltro, che lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale qualifica tale trasferimento, diretto o indiretto, come un crimine di guerra.

Eppure la comunità internazionale non solo tollera tranquillamente tale crimine – che porta come conseguenza la deprivazione del popolo palestinese delle sue risorse naturali, la sottrazione delle terre, gli infiniti disagi e ostacoli alla circolazione e allo sviluppo economico derivanti dal sistema dei checkpoint – ma consente peraltro che questa vera e propria teppaglia compia vessazioni e atti di violenza quotidiani ai danni della popolazione indigena, al riparo della totale impunità garantita dalle autorità israeliane.

Solo per restare agli ultimi giorni, la scorsa settimana alcuni coloni israeliani a bordo di un auto hanno
investito e ucciso a Salfit un contadino palestinese 46enne, ‘Abdel Mutaleb Mohammed Hakim, altri a Betlemme hanno aggredito una famiglia palestinese costringendo un bambino di dieci anni al ricovero in ospedale, altri ancora hanno incendiato tre auto a Beit Ummar, il tutto in una sola giornata!

Alla fine di ottobre di quest’anno, lo United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (UN-OCHA) ha fatto il punto della situazione con una scheda informativa che segnala il progressivo e preoccupante aumento della violenza dei coloni israeliani.

Almeno nessuno potrà dire di ignorare la questione.

La violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania.
OCHA _ Novembre 2011

In breve

- La media settimanale degli attacchi da parte dei coloni aventi come conseguenza l’uccisione o il ferimento di Palestinesi e danni alle proprietà nel 2011 è aumentata del 40% rispetto al 2010 e di oltre il 165% rispetto al 2009.

- Nel 2011, tre Palestinesi sono stati uccisi e 167 sono stati feriti dai coloni israeliani. Inoltre, un Palestinese è stato ucciso, e altri 101 sono stati feriti, dai soldati israeliani nel corso di scontri tra coloni israeliani e Palestinesi.

- Otto coloni israeliani sono stati uccisi e altri 30 sono stati feriti dai Palestinesi nel corso del 2011, in confronto a cinque uccisi e 43 feriti durante lo stesso periodo del 2010.

- nel 2011, circa 10.000 alberi di proprietà di Palestinesi, essenzialmente alberi di ulivo, sono stati danneggiati o distrutti dai coloni israeliani, compromettendo in modo significativo i mezzi di sostentamento di centinaia di famiglie.

- Nel luglio del 2011, una comunità di 127 persone è stata fatta spostare in massa a causa dei ripetuti attacchi dei coloni, con alcune delle famiglie colpite trasferite nelle Aree A e B.

- Oltre il 90% delle denunce monitorate presentate dai Palestinesi alla polizia israeliana negli ultimi anni e riguardanti violenze da parte dei coloni si è chiuso senza alcuna incriminazione.

- L’OCHA ha individuato oltre 80 comunità con una popolazione complessiva di circa 250.000 Palestinesi esposti alla violenza dei coloni, compresi 76.000 che sono ad alto rischio.

1) La violenza da parte dei coloni israeliani compromette la sicurezza fisica e le fonti di sostentamento dei Palestinesi che vivono sotto la prolungata occupazione militare israeliana. Questa violenza include aggressioni fisiche, vessazioni, la presa del controllo e il danneggiamento di proprietà private, l’impedimento dell’accesso ai pascoli e ai terreni agricoli, e gli attacchi al bestiame e ai terreni agricoli, tra gli altri.

2) Negli ultimi anni, molti attacchi sono stati condotti da coloni che vivono negli “avamposti” colonici, piccoli insediamenti satellite costruiti senza autorizzazione ufficiale, molti su terreni di proprietà privata di Palestinesi. A partire dal 2008, i coloni hanno attaccato i Palestinesi e le loro proprietà come mezzo per scoraggiare le autorità israeliane dallo smantellare questi avamposti (la cd. strategia del “price tag”).

3) La causa principale del fenomeno della violenza dei coloni risiede nella decennale politica israeliana di facilitare illegalmente l’insediamento dei propri cittadini all’interno dei territori palestinesi occupati. Questa attività ha portato alla progressiva acquisizione della terra, delle risorse e delle vie di trasporto palestinesi ed ha creato due sistemi separati di diritti e prerogative, favorendo i cittadini israeliani a scapito degli oltre due milioni e mezzo di Palestinesi che risiedono in Cisgiordania. I recenti sforzi delle autorità per legalizzare retroattivamente l’acquisizione da parte dei coloni di terreni di proprietà privata di Palestinesi incoraggia fattivamente una cultura dell’impunità che contribuisce al perdurare della violenza.

4) Le autorità israeliane hanno ripetutamente mancato di far rispettare il principio di legalità in risposta agli atti di violenza contro i Palestinesi da parte dei coloni israeliani. Le forze israeliane spesso non fermano gli attacchi e le indagini successive sono inadeguate o mal condotte. Le misure previste dal sistema corrente, incluso il richiedere ai Palestinesi di presentare denuncia presso le stazioni di polizia situate all’interno degli insediamenti israeliani, lavorano fattivamente contro il principio di legalità, scoraggiando i Palestinesi dal presentare denuncia.

5) Il rischio del trasferimento dei gruppi familiari vulnerabili come conseguenza della violenza dei coloni è una questione che desta crescente preoccupazione. La violenza dei coloni crea pressione e costante disagio su alcune comunità palestinesi, in particolare se combinata con altre difficoltà, quali le restrizioni agli accessi e alla circolazione e la demolizione delle case. Diventare profughi ha gravi conseguenze fisiche, socio-economiche ed emotive sulle famiglie e sulle comunità palestinesi, immediate e a lungo termine.

6) Secondo il diritto umanitario internazionale e la legislazione internazionale sui diritti umani, Israele ha l’obbligo di impedire gli attacchi contro i civili o le loro proprietà e di assicurare che tutti gli episodi di violenza da parte dei coloni siano indagati in maniera approfondita, imparziale e indipendente.

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9 luglio 2011

Una crisi umanitaria a Gaza? No, peggio!

Come abbiamo già avuto modo di ricordare, buona parte dell’attività propagandistica israeliana è volta a negare che nella Striscia di Gaza esista un sia pur minimo problema di carattere umanitario, economico o sanitario. I tanti amici di Israele sparsi per il mondo sostengono che a Gaza, lungi dall’esservi la fame, si trovano beni e mercanzie di ogni sorta, e costoro non esitano letteralmente a inventarsi fantomatici rapporti e dichiarazioni dell’Onu e della Croce Rossa che, a loro dire, attesterebbero questa incontrovertibile “verità” dei fatti.


A sgombrare il campo da questa ripugnante propaganda, è da pochi giorni disponibile sul sito web dell’UNOCHA (United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) il rapporto che segue, una paginetta che elenca i dati statistici e gli elementi fondamentali che caratterizzano l’attuale situazione nella Striscia di Gaza, delineando il quadro di una vero e proprio disastro umanitario.


La situazione umanitaria nella Striscia di Gaza – Luglio 2011


Gaza in breve


Gaza ha 1,6 milioni di abitanti, per oltre il 50% minori di 18 anni.


Il 38% degli abitanti di Gaza vive in condizioni di povertà.


Il 31% della forza lavoro di Gaza è priva di impiego e il 47% dei giovani sono disoccupati.


Il 54% degli abitanti di Gaza vive in condizioni di insicurezza alimentare e oltre il 75% dipende dagli aiuti.


La produzione economica nel 2010 è stata inferiore del 20% rispetto al 2005.


Il 35% dei terreni agricoli di Gaza e l’85% delle sue acque pescabili sono totalmente o parzialmente inaccessibili a causa delle misure militari israeliane.


Da 50 a 80 milioni di litri di liquami parzialmente trattati vengono riversati in mare ogni giorno.


Oltre il 90% dell’acqua proveniente dalla falda acquifera di Gaza non è potabile.


L’85% delle scuole di Gaza funzionano con doppi o tripli turni.


Dall’inizio del 2010, 59 persone sono rimaste uccise in incidenti nei tunnel, inclusi 5 bambini, e 115 persone sono rimaste ferite.


Il principale valico per il movimento dei Palestinesi da e per Gaza (il valico di Rafah al confine con l’Egitto) resta limitato al passaggio di 500 persone al giorno.


1. Il blocco di Gaza costituisce la negazione di diritti umani fondamentali, in violazione del diritto internazionale e corrisponde ad una punizione collettiva. Il blocco limita gravemente le importazioni e le esportazioni, al pari del movimento delle persone da e per Gaza, e dell’accesso ai terreni agricoli e alle acque pescabili. Gli abitanti di Gaza non sono in grado di provvedere alle loro famiglie e la qualità delle infrastrutture e dei servizi essenziali è peggiorata.


2. Le misure adottate per alleggerire il blocco nel giugno del 2010 hanno avuto limitati effetti reali. Anche se le importazioni sono aumentate, esse restano ancora solo al 45% dei livelli precedenti al 2007. Le esportazioni rimangono strettamente vincolate e sono limitate ai prodotti agricoli verso l’Europa, e gli operatori economici di Gaza non possono accedere ai loro tradizionali mercati in Israele e in Cisgiordania. L’accesso alla terra e al mare rimane estremamente limitato.


3. Anche se Israele ha approvato una serie di progetti infrastrutturali volti a migliorare a Gaza i servizi essenziali dello smaltimento dei liquami, dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria, pochi di questi progetti sono stati realizzati. Ciò è principalmente dovuto al lento e farraginoso processo di approvazione e alle difficoltà nell’importazione dei materiali. Questo significa che gli abitanti di Gaza non hanno visto alcun effettivo miglioramento della qualità dei servizi essenziali.


4. Migliaia di persone, molti di loro bambini, rischiano la vita introducendo di nascosto ogni giorno merci attraverso i tunnel che passano al di sotto del confine con l’Egitto. La fiorente industria dei tunnel è un diretto risultato delle restrizioni in atto all’importazione di materiali edili, della mancanza di opportunità di impiego, e delle enormi necessità di ricostruzione esistenti a Gaza.


5. Gaza rimane isolata e tagliata fuori dal resto del territorio palestinese occupato. Gli spostamenti attraverso il valico israeliano di Erez sono vietati per la quasi totalità degli abitanti di Gaza, nonostante le promesse di alleggerire le restrizioni. Il valico egiziano di Rafah rimane limitato a 500 persone al giorno, con centinaia di Palestinesi a cui ogni settimana viene negato il passaggio.


A questi dati, scarni e drammatici, si potrebbe aggiungere quanto ricordato in tempi recenti da Richard Falk, il Relatore Speciale dell’Onu per i Territori palestinesi occupati, il quale – citando i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità – denunciava che nella Striscia di Gaza, dei 480 farmaci contenuti nella lista delle medicine essenziali, 178 (il 37%) erano segnalati con livelli di stock pari a zero, e più di 190, pur presenti in magazzino, o erano scaduti oppure prossimi alla scadenza.


E, dunque, cos’altro significa vivere a Gaza se non condurre un’esistenza segnata dalla fame, dalle privazioni, dall’umiliazione di dover dipendere dagli aiuti umanitari per sopravvivere, dalla miseria, dalla mancanza di fogne, di scuole, di assistenza sanitaria, dall’impossibilità di porre rimedio alle immani distruzioni provocate dai raid israeliani di “Piombo Fuso”?


E come è possibile che gli Usa, l’Europa, il mondo “civile” consentano ad Israele di violare così palesemente e crudelmente il diritto internazionale e il diritto umanitario e, insieme, che i Palestinesi vivano in simili, disumane condizioni?


E allora, vi prego, diffondete più che potete questi dati e queste drammatiche e incontrovertibili verità, scrivete agli amici, ai giornali, ai parlamentari nazionali ed europei, a chiunque vogliate.


Non possiamo più tollerare che Israele condanni un intera popolazione ad una crudele e barbara morte civile (quando non fisica), non possiamo rassegnarci a questa notte del diritto, della moralità, della compassione, non possiamo lasciare soli i nostri fratelli di Gaza. Lo dobbiamo a loro e alla nostra coscienza.

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15 luglio 2010

Nessuno lo dice, ma a Gaza gli assassini israeliani continuano ad uccidere impunemente.

In questi giorni molto si è parlato del fatto che Israele ha allentato il cappio che da oltre tre anni strangolava la Striscia di Gaza, consentendo un maggior afflusso di beni sia in termini quantitativi sia in termini di tipologia di prodotti di cui ora è ammessa l’importazione. Questa abile mossa propagandistica ha consentito ad Obama di accogliere il premier israeliano Netanyahu con grandi sorrisi e strette di mano, e ai vari servi europei di congratularsi caldamente con Israele per questo bel gesto umanitario.

In realtà, come abbiamo visto, ben poco è cambiato. Basta leggere i bollettini periodici dell’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (UN-OCHA) per accorgersi che l’importazione di molti beni come ad esempio fertilizzanti, fibre di vetro, perforatrici, disinfettanti per l’acqua ed altro ancora è tutt’ora vietata, mentre quella di altri prodotti, in specie il cemento e altri materiali per costruzioni, è ammessa solo in relazione a specifici progetti a supervisione Onu o di ong internazionali, non certo per ricostruire le migliaia di case distrutte durante il massacro di “Piombo Fuso”.

L’allentamento del blocco, inoltre, non riguarda in alcun modo né le esportazioni dalla Striscia né, soprattutto, il libero accesso da e per Gaza delle persone, neanche per motivi di studio o per cure mediche.

E, ancora, se le importazioni nella settimana compresa tra il 27 giugno e il 3 luglio sono in effetti significativamente aumentate rispetto a quelle registrate nelle settimane precedenti, esse in realtà rappresentano soltanto il 28% delle importazioni settimanali a Gaza registrate durante i primi cinque mesi del 2007, prima cioè dell’imposizione del blocco. Si tratta peraltro di beni esclusivamente destinati al consumo e che non hanno alcun impatto in termini di ripresa dell’attività produttiva nella Striscia di Gaza.

Di questo, nessuno parla, ma quello che soprattutto viene accuratamente taciuto, nelle cancellerie occidentali così come sui media è il fatto che, a Gaza, tsahal continua a condurre le sue incursioni di routine e gli assassini israeliani in divisa continuano a uccidere a proprio piacimento e nella più totale impunità.

Così succede che una bella sera di luglio – esattamente alle 20:45 di martedì 13 – un gruppo di donne stia tranquillamente seduto davanti alla propria casa nel villaggio di Al Boureij, nella parte centrale della Striscia, a circa 400 metri dal confine con Israele. All’improvviso, e assolutamente senza alcun motivo, i soldati israeliani posizionati sul confine sparano due colpi d’artiglieria in direzione del gruppo di donne, ferendo la 30enne Amira Jaber Abu Sa’id e sua cognata, la 26enne Sana’a Ahmed Abu Sa’id.

L’ambulanza della Mezzaluna Rossa (PRCS), accorsa sul posto dopo 15 minuti, non riesce tuttavia a soccorrere le due donne, a causa del fatto che le truppe israeliane non accennano a cessare il fuoco, ed è costretta a tornare indietro verso Deir al-Balah. A quel punto, la 33enne Ne’ma Yousef Abu Sa’id si rende conto che la propria figlia di soli 3 anni si trova ancora fuori di casa e corre a cercarla.

Si tratta dell’ultima decisione della sua vita, perché le schegge di una terza cannonata sparata dagli assassini la colpiscono alla testa e all’addome, uccidendola sul colpo, mentre anche il suocero 65enne resta a terra ferito. Dopo un’ora e mezza, finalmente, un’ambulanza della PRCS riuscirà a giungere sul posto dopo essersi coordinata con l’esercito israeliano, per trasferire i feriti e il corpo della povera donna all’ospedale Martiri di al-Aqsa di Deir al-Balah.

Dall’inizio dell’anno, i soldati israeliani hanno ucciso nella Striscia di Gaza ben 35 Palestinesi (di cui 12 civili inermi) e ne hanno feriti 133 (116 civili). Si tratta di gravi violazioni del diritto umanitario, crimini di guerra i cui responsabili la comunità internazionale avrebbe il dovere di perseguire.

Ma queste morti è come non fossero mai avvenute, questi crimini mai commessi, nessuno ne parla e Israele continua ad essere esaltato come un magnifico stato civile e progredito, l’unica democrazia in medio oriente. Una democrazia votata all’assassinio, al crimine, alla barbara ferocia.

Per ricordare la povera Ne’ma, corsa incontro alla morte per salvare la sua piccina di tre anni, basteranno poche righe del televideo rai.

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26 agosto 2009

Verso la pace: l'esercito israeliano uccide 4 Palestinesi.

In un recente incontro con il presidente egiziano Mubarak, Barack Obama ha avuto modo di affermare che Israele sta muovendo i giusti passi verso la pace.

Sarà anche vero, ma i fatti che avvengono sul campo non sembrano avvalorare le parole del presidente Usa.

Poco dopo le 15:00 del 24 agosto, le truppe israeliane attestate lungo il confine a nord-ovest di Beit Lahia, nel nord della Striscia di Gaza, hanno sparato a due civili palestinesi che si erano avvicinati “troppo” al confine, uccidendoli.

I due, il 16enne Sa’id ‘Ata al-Hussumi e il 19enne Mas’oud Mohammed Tanboura, lavoravano in una fattoria situata nella cittadina di Beit Lahia, a circa 350 metri dal confine, e avevano cercato di avvicinarsi alla recinzione per recuperare fili metallici da rivendere. Entrambi erano disarmati.

Israele ha unilateralmente e illegalmente deciso di imporre una zona cuscinetto a nord e a est della Striscia di Gaza, che si estende in territorio palestinese per 300 metri, sparando a vista contro chiunque si avventuri nell’area. In tal modo, a numerosi agricoltori palestinesi viene di fatto impedito di coltivare i propri terreni se situati in questa zona cuscinetto, a pena della vita, e questo senza considerare che, in numerosi casi testimoniati, i soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro civili palestinesi che si trovavano a distanze ben maggiori di 300 metri dal confine.

A pagare il prezzo di questa ennesima illegalità israeliana sono, naturalmente, i più poveri e disperati tra gli abitanti di Gaza, peraltro in buon numero dato che, ad oggi, i tassi di disoccupazione e di povertà nella Striscia sfiorano, rispettivamente, il 60 e l’80% della popolazione.

Nelle prime ore della mattina del 25 agosto, un aereo israeliano ha sganciato una bomba contro un tunnel scavato a sud di Rafah, lungo il confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto. Come risultato, sono morti due palestinesi, il 20enne Na’el ‘Ali al-Batniji e il fratello 30enne Mansour, mentre un terzo fratello, Ibrahim, di 35 anni, risulta disperso; in aggiunta, almeno sei Palestinesi sono rimasti feriti.

I tunnel che passano al di sotto del confine con l’Egitto (stimati in 1.000 da alcuni e in numero di 600-800 secondo altre fonti) sono l’unico modo attraverso cui i Palestinesi di Gaza possono ricevere quei beni, rifornimenti, carburanti e quant’altro necessario al vivere civile, che il blocco imposto da Israele alla Striscia impedisce di ricevere per le normali vie commerciali.

Basti pensare che, nel mese di luglio, il numero di carichi ammessi da Israele nella Striscia di Gaza è stato pari a 2.231, con una diminuzione del 14% rispetto al mese di giugno, raggiungendo così il livello più basso dall’inizio dell’anno, circa il 18% di quanto entrava nella Striscia prima dell’imposizione del blocco da parte di Israele (cfr. OCHA, The Humanitarian Monitor – July 2009).

La necessità di usufruire di questi precari e pericolosissimi tunnel per rifornire la Striscia di Gaza comporta un altissimo prezzo in vite umane, senza necessità di aggiungervi i Palestinesi uccisi dai raid assassini di Israele. Dalla data di imposizione del blocco da parte di Israele, nel giugno del 2007, ben 85 Palestinesi sono rimasti vittime di crolli all’interno dei tunnel, 36 solo in quest’anno.

Tutto questo mentre è passato sotto assoluto silenzio un recente rapporto dell’Onu – presentato intorno alla metà di agosto – in cui l’Alto Commissario Onu per i diritti umani Navi Pillay ha accusato Israele di aver commesso gravi violazioni del diritto umanitario durante la recente operazione militare denominata “Piombo Fuso”.

E’ davvero incredibile, cosa altro deve accadere perché la comunità internazionale si attivi per costringere Israele a togliere l’assedio alla Striscia di Gaza e restituire un milione e mezzo di Palestinesi ad una vita civile e dignitosa, e soprattutto sicura?

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9 luglio 2009

Il muro dell'illegalità e della vergogna.


Esattamente cinque anni fa, il nove luglio del 2004, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja (ICJ) rilasciava il proprio parere consultivo (successivamente fatto proprio da un voto dell’Assemblea generale dell’Onu) sulle “Conseguenze legali della Costruzione di un Muro nel Territorio Palestinese Occupato”.

Il pronunciamento dell’Icj, in particolare, si articolava in cinque punti salienti:

1) la costruzione del muro da parte di Israele all’interno dei Territori occupati (e cioè non seguendo la linea armistiziale del 1949, la cd. green line) – ivi inclusa Gerusalemme est – e il regime amministrativo associato a detto muro sono da considerarsi contrari al diritto internazionale;

2) Israele conseguentemente ha l’obbligo di porre fine a tali violazioni, cessando immediatamente la costruzione del muro all’interno dei Territori occupati (e di Gerusalemme est) e smantellando le porzioni di muro già costruite che oltrepassano la green line, nonché abrogando o rendendo ineffettivi tutti gli atti legislativi e amministrativi connessi;

3) Israele ha l’obbligo, inoltre, di risarcire i Palestinesi rimasti danneggiati dalla costruzione del muro nei Territori Occupati;

4) tutti gli Stati sono obbligati a non riconoscere la situazione di illegalità venutasi a creare con la costruzione del muro e di non fornire in alcun modo aiuto o assistenza ad Israele nel mantenere in essere detta situazione; gli Stati firmatari della IV Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 hanno, altresì, l’ulteriore obbligo di far sì che Israele si conformi alle norme di diritto umanitario internazionale contenute nella IV Convenzione;

5) le Nazioni Unite, e in special modo l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza, dovrebbero considerare quali azioni intraprendere per porre fine alla situazione di illegalità determinata dalla costruzione del muro e dal regime ad esso associato.

Cinque anni sono passati da questa importante pronuncia dell’Icj, eppure nulla è cambiato, Israele continua a costruire il muro dell’apartheid in aperta violazione della legalità internazionale, e gli Stati parti contraenti della IV Convenzione di Ginevra permangono in uno stato di incredibile e ingiustificata inerzia, omettendo di adempiere al preciso obbligo loro imposto di non riconoscere il tracciato illegale del muro e di far rispettare il diritto internazionale umanitario e i diritti umani dei Palestinesi.

Israele si è sempre giustificato asserendo la temporaneità dei confini delineati dal muro, e la necessità della sua costruzione per motivi di sicurezza, ma la ICJ ha correttamente rilevato che lo specifico percorso scelto da Israele per la costruzione del muro non era affatto necessitato dai pretesi “motivi di sicurezza”.

La stragrande maggioranza del percorso del muro – esattamente l’86% del totale – è situata, infatti, all’interno della West Bank e non lungo la green line; ciò mostra, di tutta evidenza, come il percorso del muro sia stato ideato e pianificato con il fine preciso di includere al suo interno la gran parte degli insediamenti colonici costruiti in Cisgiordania, insediamenti che sono da considerarsi illegali alla luce del diritto internazionale.

Ad oggi, il percorso del muro è stato completato per circa 413 km. (58,3% del totale), mentre risultano in corso di costruzione ulteriori 73 km. del tracciato (cfr. OCHA, West Bank Barrier Route Projections, luglio 2009); quando il muro sarà stato completato, esso servirà ad annettere ad Israele un ulteriore 9,5% della Cisgiordania, ovvero quelle porzioni di territorio comprese tra la green line ed il muro stesso.

Il numero totale dei Palestinesi che resterà confinato tra il muro e la green line è pari a circa 267.000; di questi, 125.000 saranno circondati dal muro da tre lati (28 comunità, tra cui le aree di Biddya, Biddu e la città di Qalqilya), mentre 28.000 si troveranno a dover vivere in enclavi circondate dal muro da quattro lari (8 comunità, tra cui Az Zawiya e Bir Nabala).

Ma il caso più eclatante della violazione dei diritti umani dei Palestinesi operata dal muro è probabilmente quello relativo a Gerusalemme est.

L’accesso a Gerusalemme est è di primaria importanza per gli abitanti dell’intera Cisgiordania, vuoi per motivi religiosi, per la necessità di cure mediche, per il lavoro, l’istruzione, i rapporti familiari, etc. Eppure, per la maggior parte dei Palestinesi, questo accesso è proibito, a meno che non si possieda uno speciale permesso, molto difficile da ottenere, rilasciato dalle autorità israeliane. Da quando il muro è stato completato in quest’area, i possessori di permessi possono entrare a Gerusalemme solo da 4 dei 16 check point esistenti, e solo a piedi! Questo senza considerare che i permessi perdono validità in caso di chiusura generale, usualmente in occasione delle festività ebraiche o di allarmi per la sicurezza.

Ma il muro è soltanto uno degli elementi di un più esteso sistema di restrizioni della libertà di movimento dei Palestinesi che vivono in Cisgiordania. Accanto ad esso, infatti, convivono ben 613 check point ed ostacoli vari situati lungo le principali strade ed accessi, a cui vanno aggiunti gli ulteriori 84 ostacoli presenti nella zona di Hebron controllata da Israele (cfr. OCHA, West Bank Movement and Access Update, giugno 2009).

In aggiunta, il sistema delle strade è sempre più caratterizzato dalla segregazione e dalla discriminazione su base razziale: centinaia di chilometri delle strade della West Bank (le migliori…) sono ristrette o del tutto vietate ai Palestinesi, mentre gli Israeliani possono percorrerle liberamente. Si calcola che circa un terzo dell’intera Cisgiordania – inclusa Gerusalemme est – sia vietata ai Palestinesi sprovvisti di speciale permesso rilasciato dalle autorità militari israeliane.

Queste inaudite restrizioni, che non a caso per molti configurano un vero e proprio regime di apartheid, non violano soltanto la libertà di movimento dei Palestinesi, ma impediscono loro di esercitare pienamente tutta un’ampia gamma di diritti umani fondamentali quali il diritto al lavoro, alla salute, all’educazione, ad un adeguato standard di vita.

Nonostante la decisione dell’ICJ, dunque, la costruzione del muro dell’illegalità continua, e Israele continua ad annettersi terra palestinese e a vessare in ogni modo la vita dei residenti della West Bank. Ma questo muro è anche il muro della vergogna, quella rappresentata dalla inaudita e complice inerzia della comunità internazionale di fronte ai crimini e ai misfatti posti in essere da Israele.

Nonostante l’art.1 della IV Convenzione di Ginevra imponga agli Stati che l’hanno sottoscritta l’impegno a farne rispettare le previsioni, Israele non solo non viene chiamata a rispondere delle sue sistematiche e spudorate violazioni del diritto umanitario, ma gli aiuti internazionali continuano ad affluire, come se niente fosse, nelle casse dello Stato ebraico.

Così, per esempio, gli Stati Uniti continuano a fornire ingenti aiuti economici e militari allo Stato di Israele, senza condizionarli in alcun modo al rispetto dei diritti umani; così, ad esempio, l’Unione Europea ancor oggi non ha la voglia o il coraggio di far valere quella clausola del rispetto dei diritti umani, all’interno e all’esterno di Israele, contenuta all’art.2 dell’accordo di associazione Eu-Israele.

E il permanere del sostegno internazionale ad Israele non solo significa venir meno all’obbligo degli Stati di assicurare il rispetto del diritto internazionale, ma rappresenta una vera e propria complicità nei crimini commessi a danno del popolo palestinese, contribuendo a creare un clima di sostanziale impunità per lo Stato ebraico.

Finché permarrà questo discutibile atteggiamento della comunità internazionale e finché verrà adottato il solito doppio standard di giudizio, consentendo se non giustificando ogni crimine, per quanto efferato, se commesso da Israele, la pace in medio oriente sarà soltanto un traguardo irraggiungibile.

E non è detto che a pagarne il prezzo saranno sempre e solo i Palestinesi.

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4 gennaio 2009

Tzipi, perchè è morta Cristine?


Dal sito dell'agenzia Misna, la testimonianza di padre Manuel Musallam, parroco della piccola comunità cattolica di Gaza.



E' un breve racconto che vibra di sdegno, per la morte della povera Cristine, uccisa dal freddo e dagli stenti, per i crimini di guerra israeliani, per l'indifferenza del mondo (rectius, dei governi del mondo) alla tragedia del popolo palestinese, per la disinformazione dei media.



Nella Striscia non si muore solo per le bombe, ma anche per il freddo, la fame, le terribili condizioni igieniche. Contrariamente a quanto sostiene Tzipi l'assassina, fonti del Programma alimentare mondiale descrivono la situazione alimentare di Gaza come "disastrosa".



Manca il conbustibile, anche per i riscaldamenti, e per soprammercato i Palestinesi sono costretti a tenere le finestre aperte perchè il rischio che i vetri vadano in frantumi per lo scoppio delle bombe è troppo alto. E se qualche filosinista dal cuore d'oro se lo fosse dimenticato, anche a Gaza è inverno.



Circa l'80% dei Palestinesi di Gaza dipende dagli aiuti umanitari, ma la distribuzione delle razioni alimentari è saltuaria ed erratica, a causa degli ovvii problemi di sicurezza. Il World Food Programme segnala, inoltre, una grave scarsità di alcuni alimenti essenziali quali farina, riso, zucchero, frutta, carne.



Secondo l'OCHA, 250.000 persone nella zona centrale e settentrionale di Gaza sono senza luce per tutto il giorno, gli altri abitanti devono far fronte a blackout che durano diverse ore; altrettanti Palestinesi a Gaza City e nel nord della Striscia sono privi di acqua corrente, mentre a Beit Hanoun i bombardamenti hanno seriamente danneggiato le fogne e i liquami si riversano per le strade.



Ma per Tzipi e per i cantori della propaganda sionista, a Gaza non c'è un'emergenza umanitaria, probabilmente creata ad arte da Hamas.



Ma Tzipi, Olmert, Barak e compagnia sono sinceri in quel che affermano, perchè come possono questi criminali assassini e coloro che li appoggiano riconoscere una crisi di tipo umanitario quando in loro non v'è davvero un briciolo di umanità?



Padre Musallam ricorda Cristine


3.1.2009




“Cristine è una vittima ‘indiretta’ dei bombardamenti israeliani di quest’ultima settimana… è morta di paura, di stenti e di freddo; e come lei ci sono migliaia di minori, di bambini e adolescenti, che non resistono al continuo martellamento dei bombardamenti, ai boati tremendi che il resto del mondo si ostina a non sentire o a definire incidenti collaterali”: padre Manuel Musallam, parroco della Sacra Famiglia, unica chiesa cattolica della Striscia, parla alla MISNA di Cristine al-Turk, una ragazza di 16 anni morta ieri nella sua casa della città di Gaza nel quartiere di Rimal non perché colpita da un ordigno israeliano o da un crollo ma di stenti, di freddo, dopo giorni e giorni di terrore.



Nella Striscia, per divieto di Israele, non sono ufficialmente presenti operatori dell’informazione stranieri e padre Musallam è diventato, non solo per la MISNA, un punto di riferimento anche per notizie sulle condizioni dei circa 3000 cristiani presenti a Gaza. Le sue descrizioni, testimonianze senza fronzoli, chiare e inconfutabili, raccontano anche le storie dei ‘piccoli’, degli innocenti, della gente di solito anonima e ignorata come Cristine, quello che le grandi cronache di guerra e i freddi bilanci non fanno sapere.



“Da giorni - continua - stanno colpendo Gaza dal mare con le loro navi da guerra, dall’alto con aerei ed elicotteri, da terra con carri armati e cannoni; vengono colpite case di civili con dentro persone”. Gli abitanti di Gaza uccisi in una settimana, dopo le 750 incursioni aeree ammesse da Israele, sono, secondo fonti mediche locali, 436, almeno un quarto civili dice l’Onu, inclusi 75 bambini e 21 donne.



Cristine frequentava la scuola diretta da padre Musallam ed era una cristiana della piccola comunità greco-ortodossa. “Avrebbe potuto anche essere musulmana - continua padre Musallam - ma che importanza ha? Nelle stesse ore Iyad, Mohammed e Abdelsattar al-Astal – tre fratellini di età compresa tra i 7 e i 10 anni - sono stati uccisi da un missile vicino alla loro abitazione ad al-Qarara. I missili qui non guardano in faccia, non bussano a nessuna porta. Uccidono”. E’ stanco, ma non vuole fermarsi padre Musallam, racconta di come la gente abbia saputo di proteste e manifestazioni a loro favore in diverse città e paesi del mondo, racconta della rabbia di dover sentire solo una verità.



“Riusciamo a vedere i vostri telegiornali – continua – e restiamo costernati per le bugie che sentiamo. Quanto vale la vita di un palestinese? Perché un razzo artigianale lanciato dalla resistenza palestinese - ordigni che dal 2002 ad oggi avranno causato al massimo una decina di vittime - fa più notizia di 432 persone morte in una settimana? Israele dice che teme le minacce palestinesi e intanto ci butta in mare; dice che teme i razzi e intanto ci bombarda; dice che siamo terroristi e intanto uccide indiscriminatamente…: la verità è il primo pilastro della pace; la verità è che fino al 1948 Israele non esisteva, la Palestina tutta non era un deserto ma era abitata dai palestinesi; la verità è che prima ci hanno cacciato e adesso tentano di cancellare quel che resta di un popolo mentre il resto del mondo gira gli occhi dall’altra parte. La verità è il solo strumento che abbiamo per riaprire il processo di pace; perché noi ancora ci crediamo”.



Anche in memoria di Cristine che “aveva un sogno - ricorda padre Musallam - poter uscire da questa prigione dove è nata e viaggiare, vedere con i suoi occhi i posti di cui parlavamo in classe, vedere Gerusalemme, i luoghi dell’altra Palestina, la Cisgiordania, visitare i monumenti e le città che poteva vedere solo sui libri in foto; questo era il suo sogno, ma anche quello di migliaia di bambini che qui sono nati e morti”. (A cura di Gianfranco Belgrano)

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29 dicembre 2008

Fermate questi assassini!


La situazione a Gaza sta sempre più assumendo i contorni di una vera e propria catastrofe umanitaria, di un bagno di sangue messo in atto dai criminali di Israele con un incredibile sprezzo per il valore della vita umana (dei Palestinesi ovviamente).


Uno degli ultimi raid aerei israeliani, avvenuto stamattina all'alba, ha massacrato 5 sorelline - le più piccole avevano 4 e 24 mesi - portando il totale delle vittime palestinesi a 305 e quello dei feriti a quasi 1.000.

Nessun'area di Gaza è sicura e immune dai bombardamenti dell'aviazione israeliana, che ha colpito moschee, prigioni, stazioni di polizia, università e case di civile abitazione.


Secondo l'ultimo rapporto disponibile dell'Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (Gaza Humanitarian Situation Report, 28.12.2008), alle ore 16:00 di ieri l'operazione "Piombo Fuso" condotta dal valoroso esercito israeliano era già costata la morte di 280 Palestinesi ed il ferimento di altri 900, di cui 115 in gravi condizioni; tra i morti, 20 erano bambini, 9 donne e altri 60 erano civili inermi.


Ma anche coloro che Israele include tra i "terroristi" di Hamas erano in gran parte, in realtà, semplici poliziotti in cerca di un lavoro sicuro e di un salario, come i 40 graduati sterminati durante la consegna dei diplomi di fine corso, che li avrebbe fatti diventare semplici addetti al traffico.


A fronte dell'inerzia dei governi occidentali, che si limitano a vuoti appelli al cessate il fuoco quando addirittura non giustificano gli assassini israeliani (vero Ronchi?), è necessaria la più massiccia mobilitazione di quell'opinione pubblica che, si spera, sia ancora sensibile al tema dei diritti umani, della difesa della vita, della giustizia e della pace tra i popoli.


Ho da poco notizia di un presidio di solidarietà a Genova, alle ore 17:00 di oggi, davanti alla Prefettura (Largo Lanfranco), per manifestare il sostegno alla popolazione palestinese massacrata e chiedere la fine dei raid israeliani.


Chiedo a chi legge di segnalarmi analoghe iniziative di protesta, che saranno inserite in allegato.


I criminali e gli assassini che siedono al governo di Israele vanno fermati con ogni mezzo di pressione che possiamo mettere in campo; un giorno, forse, si riuscirà a portarli davanti ad un tribunale internazionale per rispondere degli orrendi crimini di guerra di queste ore.

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14 ottobre 2008

Chiuso per festività.

Le forze armate israeliane, a partire da ieri e fino alla mezzanotte del 21 ottobre prossimo, hanno completamente sigillato la Cisgiordania, impedendo pressoché qualsiasi spostamento alla popolazione palestinese in vista delle celebrazioni ebraiche del Sukkot, la “festa delle capanne” che dura per l’appunto 8 giorni e rappresenta una delle più importanti festività ebraiche.

Questo periodo dell’anno, in realtà, vede lo svolgersi di numerose ricorrenze care all’ebraismo, ivi inclusi il capodanno ebraico (Rosh Hashana) e il giorno dell’espiazione (Yom Kippur), durante le quali, allo stesso modo, la West Bank ha dovuto subire una chiusura totale.

Che gli Ebrei onorino le proprie ricorrenze, del resto, è più che giusto, come è giusto che questi siano periodi di riflessione, di celebrazione e di festa.

Il problema, tuttavia, è che i Palestinesi della Cisgiordania in questo stesso periodo sono costretti a subire ulteriori restrizioni alla loro libertà di movimento, con ulteriori barriere e blocchi di cemento piazzati lungo le maggiori arterie e con i principali checkpoint totalmente chiusi o aperti soltanto in maniera sporadica.

Non è che, del resto, negli altri periodi dell’anno i Palestinesi se la passino meglio.

Secondo l’ultimo rapporto dello United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA Closure Update, 30 aprile – 11 settembre 2008), in Cisgiordania esistono complessivamente ben 630 ostacoli che impediscono la libera circolazione all’interno dei territori palestinesi occupati, con un incremento del 3% (19 ostacoli) rispetto alla fine di aprile del 2008, e addirittura dell’11,3% (64 ostacoli) rispetto al mese di settembre 2007.

Questo dato non include i 69 ostacoli dislocati nella sezione di Hebron controllata da Israele (H-2), posti a difesa dei bravi coloni della zona, come quelli di Kiryat Arba e Givat Havot che recentemente hanno attaccato alcuni proprietari terrieri palestinesi e volontari israeliani (tra cui quelli di Rabbis for Human Rights), o come quelli di Tel Rumeida che hanno picchiato un ragazzino 14enne la cui unica colpa era stata quella di cercare di impedirgli di rubare le olive dal terreno del padre.

Questo insieme di posti di blocco, fissi o “volanti”, blocchi di cemento, cumuli di terra e ostacoli vari interessa quasi i tre quarti delle principali strade che interconnettono i 18 maggiori centri abitati palestinesi della West Bank, che secondo il rapporto dell’OCHA risultano controllate dall’Idf e/o completamente interrotte; circa la metà delle strade secondarie, costruite negli anni proprio per supplire a questo disastrosa situazione, risulta peraltro anch’essa bloccata o controllata da checkpoint.

Neanche la Striscia di Gaza è rimasta immune dall’incombere delle festività ebraiche, considerato che – nel periodo compreso tra l’1 e il 7 ottobre – ai valichi di frontiera sono potuti passare soltanto 268 carichi di beni umanitari rispetto ad una media delle settimane precedenti pari a 843.

E qual è il motivo di questi ulteriori disagi e soprusi inflitti alla popolazione civile palestinese?

C’è lo dice Tsahal con il suo bravo comunicato ufficiale: i soldatini israeliani in questo periodo saranno in stato di massimo allarme “al fine di assicurare l’incolumità dei cittadini di Israele”, cercando di assicurare nel contempo, “al meglio delle proprie capacità”, la routine quotidiana della popolazione palestinese.

Tradotto in soldoni, quello che per gli Ebrei significa possibilità di festeggiare lietamente e serenamente, per i Palestinesi si traduce in chiusura totale e impossibilità di recarsi a scuola, al lavoro, dagli amici, essendo permessi soltanto gli spostamenti eccezionali, motivati da urgenze di carattere medico.

E davvero non si riesce a comprendere come questa gente possa attendere tranquillamente ai propri festeggiamenti sapendo che, contemporaneamente e a causa di questo, ci sono persone costrette a restare a casa e a subire disagi e sofferenze inconcepibili e immotivati.

Immotivati, certo, perché qui non si tratta della chiusura dei valichi di frontiera con Israele per evitare possibili infiltrazioni di “terroristi”, ma della chiusura totale e dell’impossibilità a spostarsi all’interno dei territori palestinesi, cosa che con la sicurezza di Israele non ha nulla a che vedere.

A meno che non ci si voglia riferire alla sicurezza delle centinaia di migliaia di banditi, noti come coloni, che illegalmente risiedono all’interno dei territori occupati, e allora si tratta di un altro discorso; banditi che, peraltro, in questi giorni stanno per l’ennesima volta dimostrando di sapersi “difendere” egregiamente da soli, attaccando gli agricoltori palestinesi, impedendo la raccolta delle olive, razziando e distruggendo auto e beni negli indifesi villaggi palestinesi, eventualmente dando addosso persino ai soldati israeliani quelle rare volte in cui cercano di imporre il rispetto della legge e dei diritti umani.

Ma una ragione per tutto questo esiste, e l’ha messa bene in evidenza il giornalista di Ha’aretz Aluf Benn in un recente articolo peraltro dedicato a diverso argomento (trattandosi di un pezzo interessante, potrete utilmente leggerne una sintesi qui): l’argomento Palestinesi viene del tutto rimosso dalla società israeliana quando non vi sono attentati suicidi, e pochi si preoccupano di quello che accade nella West Bank, dell’espansione delle colonie, del sistema delle chiusure, dei coprifuoco, delle vessazioni e dei soprusi cui quotidianamente sono sottoposti i residenti.

E quella che dovrebbe essere una misura militare temporanea atta a impedire scontri e attacchi contro i civili israeliani diviene, invece, un sistema permanente che – sia festa oppure un giorno come tanti – frammenta la West Bank in una miriade di cantoni e rende penosa la vita quotidiana ad un’intera popolazione, nell’indifferenza della quasi totalità della società israeliana e nella colpevole acquiescenza dei governi occidentali.

Ed è dunque “normale” che gli Ebrei festeggino in tutta tranquillità il loro Sukkot, dimentichi dei loro vicini che, chiusi in casa, soffrono in silenzio e rimuginano sentimenti di amicizia nei confronti dei loro oppressori.

Fin quando non trarranno da tutto ciò le debite conseguenze.

P.S. Sullo stesso argomento potete leggere anche questa lettera di Bassam Aramin, scritta con animo molto più sereno del mio in occasione della Pasqua ebraica.

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7 luglio 2008

La guerra israeliana al terrorismo.



Mentre guardate questo video, riflettete su questi dati, tratti dall'ultimo rapporto statistico dell'OCHA (oPt Protection of Civilians - Report to the end of May 2008), relativi al periodo 1° gennaio 2005 - 31 maggio 2008.

2005
Palestinesi uccisi 216 (60 bambini), feriti 1.260
Israeliani uccisi 48 (6 bambini), feriti 484
Rapporto uccisi 4,5:1

2006
Palestinesi uccisi 678 (140 bambini), feriti 3.194
Israeliani uccisi 25 (2 bambini), feriti 377
Rapporto uccisi: 27:1

2007
Palestinesi uccisi 396 (53 bambini), feriti 1.844
Israeliani uccisi 13 (0 bambini), feriti 322
Rapporto uccisi 30,4:1

2008
Palestinesi uccisi 397 (80 bambini), feriti 1.844
Israeliani uccisi 24 (4 bambini), feriti 170
Rapporto uccisi: 16,5:1

Dei 110 Israeliani uccisi nel periodo considerato, soltanto 29 (pari al 26,4%) erano civili, mentre il restante 73,6% delle vittime erano soldati uccisi durante raid militari.

Dei 1.687 Palestinesi uccisi nel periodo considerato, il 47,13% erano militanti morti in combattimento, il 43,62% erano civili inermi, il 9,25% erano vittime di assassinii mirati o ricercati uccisi durante operazioni di "arresto".

Per riassumere, dunque, tra il 1° gennaio del 2005 e il 31 maggio di quest'anno, i Palestinesi hanno ucciso 110 Israeliani (12 bambini), dei quali il 26% erano civili inermi.

Nello stesso periodo, gli Israeliani hanno ucciso 1.687 Palestinesi (333 bambini), dei quali il 43% erano civili inermi.

Considerando il totale delle persone uccise, per ogni morto israeliano se ne contano 15,3 Palestinesi; limitandoci a considerare i civili disarmati, questo rapporto sale a un Israeliano contro 24,4 Palestinesi!

Questo è Israele, uno vero e proprio Stato-canaglia stando ai parametri dell'amministrazione Usa, in quanto possiede armi di distruzione di massa illegali, opprime intere popolazioni, pratica la tortura, mantiene un gran numero di civili in detenzione spesso illegale e arbitraria, pratica l'assassinio al di fuori dei propri confini.

Questo è Israele, la sola potenza coloniale occupante rimasta al mondo, una potenza occupante brutale, feroce e oppressiva, la cui condotta è eticamente indifendibile e le cui azioni nei Territori palestinesi occupati violano quotidianamente le più basilari norme del diritto umanitario internazionale.

Questo è Israele, il Paese con cui intratteniamo rapporti sempre più stretti in campo economico e politico e che, al contrario, dovrebbe essere sottoposto al più stretto boicottaggio e bandito dal consesso delle nazioni civili.

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18 giugno 2008

Una vignetta che fotografa la realtà.


“Mio padre mi ha detto che voi Arabi siete dei malvagi terroristi animali” dice il bambino ebreo, e quello palestinese risponde: “mio padre non mi ha detto niente, è stato assassinato dal tuo!”.

A volte una vignetta è più efficace e fulminante di cento statistiche, riesce a fotografare perfettamente una realtà tragica e disperata con una battuta che strappa nulla più di un sorriso amaro, come amara è la consapevolezza del dramma senza fine vissuto dal popolo palestinese e dell’incredibile sovvertimento della realtà reso possibile dalla grancassa della propaganda sionista, dall’acquiescenza e dalla disinformazione sparsa a piene mani dai media, dal servilismo dei governi.

Per le cancellerie degli Stati occidentali e per i media di regime, i Palestinesi e Hamas rappresentano il male, il terrore, la strage di civili inermi, mentre Israele, la potenza occupante brutale e spietata, viene dipinta come la vittima di un’eterna aggressione e di un odio immotivato, uno Stato che si limita a difendersi dando prova di cautela e moderazione.

Eppure le statistiche ufficiali – disponibili a iosa per chi solo voglia consultarle – mostrano una realtà affatto diversa.

Secondo gli ultimi dati forniti dallo United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (oPt Protection of Civilians – Reports to the end of May 2008), nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2005 e il 31 maggio di quest’anno, i morti e i feriti delle due parti ammontavano alle seguenti cifre:

2005
Palestinesi uccisi 216 (60 bambini), feriti 1.260
Israeliani uccisi 48 (6 bambini), feriti 484
rapporto uccisi 4,5:1

2006
Palestinesi uccisi 678 (140 bambini), feriti 3.194
Israeliani uccisi 25 (2 bambini), feriti 377
rapporto uccisi 27:1

2007
Palestinesi uccisi 396 (53 bambini), feriti 1.844
Israeliani uccisi 13 (0 bambini), feriti 322
rapporto uccisi 30,4:1

2008
Palestinesi uccisi 397 (80 bambini), feriti 1.225
Israeliani uccisi 24 (4 bambini), feriti 170
rapporto uccisi 16,5:1

Già questi dati rivelano come il concetto di “risposta” israeliano sia molto più simile a quello di una “rappresaglia” di stampo nazista piuttosto che a quello di una “autodifesa” di uno Stato aggredito, posto che sia concepibile definire come vittima di una aggressione una nazione che porta avanti da più di quarant’anni un’occupazione militare ormai unica al mondo, caratterizzata dalla ferocia, dalla brutalità, dal totale disinteresse per il concetto stesso di diritti umani.

Ma l’obiezione che più spesso si avanza alla cruda realtà dei numeri e del massacro della popolazione palestinese è: sì, d’accordo, ma i “terroristi” colpiscono indiscriminatamente i civili, gli Israeliani al contrario cercano sempre di salvaguardarne l’incolumità; ma anche questa tesi naufraga miseramente alla luce dei dati statistici.

Nel periodo sopra considerato, dei 110 Israeliani uccisi dai Palestinesi, soltanto 29 (pari al 26,4%) erano civili, mentre il restante 73,6% delle vittime appartenevano all’Idf e sono state uccise durante raid militari.

Di contro, nello stesso lasso di tempo, dei 1.687 Palestinesi uccisi dall’esercito israeliano (escludendo quindi le vittime delle fucilate dei settlers…), il 47,13% erano militanti uccisi in combattimento, il 43,62% erano civili inermi e il restante 9,25% erano vittime di eliminazioni “mirate” o wanted persons uccise durante operazioni di arresto.

Per riassumere, dunque, nel periodo 1° gennaio 2005 – 31 maggio 2008 gli Israeliani hanno ucciso 1.687 Palestinesi, dei quali il 43% erano civili inermi e innocenti, mentre i Palestinesi hanno ucciso 110 Israeliani, dei quali il 26% erano civili inermi e innocenti, in un rapporto di 15,3:1 per quanto riguarda il totale delle persone uccise, rapporto che diventa di 24,4:1 se ci si limita a considerare la popolazione civile.

Eppure, anche di fronte a queste cifre, i Palestinesi continuano ad essere considerati terroristi anziché vittime e gli Israeliani vittime anziché assassini e carnefici, in un diabolico sovvertimento della realtà che trova difficilmente riscontri nella storia.


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3 gennaio 2008

Meno male che le feste sono finite!



Il periodo delle festività è, quasi sempre, un momento di gioia e di serenità, da trascorrere con gli amici o con i propri familiari, e in cui i credenti di ogni religione onorano le rispettive ricorrenze.
Ma non è così dappertutto, e comunque non è stato così per i Palestinesi.
Secondo le statistiche fornite dall’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA), nel periodo compreso tra le celebrazioni dell’Hanukah e quella dell’el-Eid, l’esercito israeliano non si è riposato ma, al contrario, nella Striscia di Gaza ha ucciso 16 Palestinesi e ne ha feriti 22, mentre nella West Bank il bilancio è stato di “soli” 14 feriti, in aggiunta a 120 arresti.
Ma non è finita qui.
Il Palestinian Monitoring Group (PMG) ci informa, infatti, delle ulteriori prodezze dei valorosi soldatini di Tsahal nel periodo compreso tra il 18 (el-Eid) e il 31 dicembre:
- Palestinesi uccisi dall’Idf: 35
- Palestinesi feriti dall’Idf: 76
- Palestinesi arrestati: 148
- Palestinesi detenuti: 240
- Raid dell’Idf: 335 (sia incursioni armate che operazioni di arresto)
- Nuovi checkpoint “volanti”: 185 (oltre quelli permanenti…)
- Attacchi dell’Idf: 158 (inclusi i raid aerei e i cannoneggiamenti).
Degno di nota il fatto che uno dei giorni più terribili è stato proprio il giorno di Natale, con 5 feriti, 18 arresti, 16 detenzioni, 12 attacchi dell’esercito israeliano (inclusi tre raid aerei nel nord della Striscia di Gaza): si sa, gli ebrei non celebrano il Natale!
Alla tirata delle somme, quindi, l’insieme delle festività di Hanukah, el-Eid, Natale e Capodanno, lungi dal portare un minimo di sollievo e di serenità ai Palestinesi, gli ha regalato un nuovo, sanguinoso fardello fatto di 51 morti, 112 feriti e 268 arrestati, per la gioia delle loro famiglie, dei parenti, degli amici.
Per fortuna le feste sono finite, rimane la speranza che il 2008, come promesso dai potenti, porti finalmente il dono della pace tra Israeliani e Palestinesi.
Ma le premesse non sono per nulla buone.

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