Demolizioni record nel 2011 in Cisgiordania: il crimine impunito di Israele
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Un piccolo spazio di informazione e riflessione per rimediare al colpevole silenzio dei media sulla tragedia del popolo palestinese.
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Su un totale di circa 500.000 coloni israeliani che vivono nei Territori palestinesi occupati, oltre 311.000 (dati dell’Ufficio centrale di statistica israeliano al 31.12.2010) vivono in Cisgiordania, all’interno di 124 colonie autorizzate e di oltre un centinaio di “avamposti” illegali, dove illegali sta per sorti in contrasto con la stessa legge israeliana.
In realtà, infatti, tutti gli insediamenti colonici sono contrari al diritto internazionale, alla luce di quanto previsto dall’art.49.6 della IV Convenzione di Ginevra, secondo cui “La potenza occupante non potrà mai procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della propria popolazione civile sul territorio da essa occupato”. Va aggiunto, peraltro, che lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale qualifica tale trasferimento, diretto o indiretto, come un crimine di guerra.
Eppure la comunità internazionale non solo tollera tranquillamente tale crimine – che porta come conseguenza la deprivazione del popolo palestinese delle sue risorse naturali, la sottrazione delle terre, gli infiniti disagi e ostacoli alla circolazione e allo sviluppo economico derivanti dal sistema dei checkpoint – ma consente peraltro che questa vera e propria teppaglia compia vessazioni e atti di violenza quotidiani ai danni della popolazione indigena, al riparo della totale impunità garantita dalle autorità israeliane.
Solo per restare agli ultimi giorni, la scorsa settimana alcuni coloni israeliani a bordo di un auto hanno investito e ucciso a Salfit un contadino palestinese 46enne, ‘Abdel Mutaleb Mohammed Hakim, altri a Betlemme hanno aggredito una famiglia palestinese costringendo un bambino di dieci anni al ricovero in ospedale, altri ancora hanno incendiato tre auto a Beit Ummar, il tutto in una sola giornata!
Alla fine di ottobre di quest’anno, lo United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (UN-OCHA) ha fatto il punto della situazione con una scheda informativa che segnala il progressivo e preoccupante aumento della violenza dei coloni israeliani.
Almeno nessuno potrà dire di ignorare la questione.
La violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania.
OCHA _ Novembre 2011
In breve
- La media settimanale degli attacchi da parte dei coloni aventi come conseguenza l’uccisione o il ferimento di Palestinesi e danni alle proprietà nel 2011 è aumentata del 40% rispetto al 2010 e di oltre il 165% rispetto al 2009.
- Nel 2011, tre Palestinesi sono stati uccisi e 167 sono stati feriti dai coloni israeliani. Inoltre, un Palestinese è stato ucciso, e altri 101 sono stati feriti, dai soldati israeliani nel corso di scontri tra coloni israeliani e Palestinesi.
- Otto coloni israeliani sono stati uccisi e altri 30 sono stati feriti dai Palestinesi nel corso del 2011, in confronto a cinque uccisi e 43 feriti durante lo stesso periodo del 2010.
- nel 2011, circa 10.000 alberi di proprietà di Palestinesi, essenzialmente alberi di ulivo, sono stati danneggiati o distrutti dai coloni israeliani, compromettendo in modo significativo i mezzi di sostentamento di centinaia di famiglie.
- Nel luglio del 2011, una comunità di 127 persone è stata fatta spostare in massa a causa dei ripetuti attacchi dei coloni, con alcune delle famiglie colpite trasferite nelle Aree A e B.
- Oltre il 90% delle denunce monitorate presentate dai Palestinesi alla polizia israeliana negli ultimi anni e riguardanti violenze da parte dei coloni si è chiuso senza alcuna incriminazione.
- L’OCHA ha individuato oltre 80 comunità con una popolazione complessiva di circa 250.000 Palestinesi esposti alla violenza dei coloni, compresi 76.000 che sono ad alto rischio.
1) La violenza da parte dei coloni israeliani compromette la sicurezza fisica e le fonti di sostentamento dei Palestinesi che vivono sotto la prolungata occupazione militare israeliana. Questa violenza include aggressioni fisiche, vessazioni, la presa del controllo e il danneggiamento di proprietà private, l’impedimento dell’accesso ai pascoli e ai terreni agricoli, e gli attacchi al bestiame e ai terreni agricoli, tra gli altri.
2) Negli ultimi anni, molti attacchi sono stati condotti da coloni che vivono negli “avamposti” colonici, piccoli insediamenti satellite costruiti senza autorizzazione ufficiale, molti su terreni di proprietà privata di Palestinesi. A partire dal 2008, i coloni hanno attaccato i Palestinesi e le loro proprietà come mezzo per scoraggiare le autorità israeliane dallo smantellare questi avamposti (la cd. strategia del “price tag”).
3) La causa principale del fenomeno della violenza dei coloni risiede nella decennale politica israeliana di facilitare illegalmente l’insediamento dei propri cittadini all’interno dei territori palestinesi occupati. Questa attività ha portato alla progressiva acquisizione della terra, delle risorse e delle vie di trasporto palestinesi ed ha creato due sistemi separati di diritti e prerogative, favorendo i cittadini israeliani a scapito degli oltre due milioni e mezzo di Palestinesi che risiedono in Cisgiordania. I recenti sforzi delle autorità per legalizzare retroattivamente l’acquisizione da parte dei coloni di terreni di proprietà privata di Palestinesi incoraggia fattivamente una cultura dell’impunità che contribuisce al perdurare della violenza.
4) Le autorità israeliane hanno ripetutamente mancato di far rispettare il principio di legalità in risposta agli atti di violenza contro i Palestinesi da parte dei coloni israeliani. Le forze israeliane spesso non fermano gli attacchi e le indagini successive sono inadeguate o mal condotte. Le misure previste dal sistema corrente, incluso il richiedere ai Palestinesi di presentare denuncia presso le stazioni di polizia situate all’interno degli insediamenti israeliani, lavorano fattivamente contro il principio di legalità, scoraggiando i Palestinesi dal presentare denuncia.
5) Il rischio del trasferimento dei gruppi familiari vulnerabili come conseguenza della violenza dei coloni è una questione che desta crescente preoccupazione. La violenza dei coloni crea pressione e costante disagio su alcune comunità palestinesi, in particolare se combinata con altre difficoltà, quali le restrizioni agli accessi e alla circolazione e la demolizione delle case. Diventare profughi ha gravi conseguenze fisiche, socio-economiche ed emotive sulle famiglie e sulle comunità palestinesi, immediate e a lungo termine.
6) Secondo il diritto umanitario internazionale e la legislazione internazionale sui diritti umani, Israele ha l’obbligo di impedire gli attacchi contro i civili o le loro proprietà e di assicurare che tutti gli episodi di violenza da parte dei coloni siano indagati in maniera approfondita, imparziale e indipendente.
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Come abbiamo già avuto modo di ricordare, buona parte dell’attività propagandistica israeliana è volta a negare che nella Striscia di Gaza esista un sia pur minimo problema di carattere umanitario, economico o sanitario. I tanti amici di Israele sparsi per il mondo sostengono che a Gaza, lungi dall’esservi la fame, si trovano beni e mercanzie di ogni sorta, e costoro non esitano letteralmente a inventarsi fantomatici rapporti e dichiarazioni dell’Onu e della Croce Rossa che, a loro dire, attesterebbero questa incontrovertibile “verità” dei fatti.
A sgombrare il campo da questa ripugnante propaganda, è da pochi giorni disponibile sul sito web dell’UNOCHA (United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) il rapporto che segue, una paginetta che elenca i dati statistici e gli elementi fondamentali che caratterizzano l’attuale situazione nella Striscia di Gaza, delineando il quadro di una vero e proprio disastro umanitario.
La situazione umanitaria nella Striscia di Gaza – Luglio 2011
Gaza in breve
Gaza ha 1,6 milioni di abitanti, per oltre il 50% minori di 18 anni.
Il 38% degli abitanti di Gaza vive in condizioni di povertà.
Il 31% della forza lavoro di Gaza è priva di impiego e il 47% dei giovani sono disoccupati.
Il 54% degli abitanti di Gaza vive in condizioni di insicurezza alimentare e oltre il 75% dipende dagli aiuti.
La produzione economica nel 2010 è stata inferiore del 20% rispetto al 2005.
Il 35% dei terreni agricoli di Gaza e l’85% delle sue acque pescabili sono totalmente o parzialmente inaccessibili a causa delle misure militari israeliane.
Da 50 a 80 milioni di litri di liquami parzialmente trattati vengono riversati in mare ogni giorno.
Oltre il 90% dell’acqua proveniente dalla falda acquifera di Gaza non è potabile.
L’85% delle scuole di Gaza funzionano con doppi o tripli turni.
Dall’inizio del 2010, 59 persone sono rimaste uccise in incidenti nei tunnel, inclusi 5 bambini, e 115 persone sono rimaste ferite.
Il principale valico per il movimento dei Palestinesi da e per Gaza (il valico di Rafah al confine con l’Egitto) resta limitato al passaggio di 500 persone al giorno.
1. Il blocco di Gaza costituisce la negazione di diritti umani fondamentali, in violazione del diritto internazionale e corrisponde ad una punizione collettiva. Il blocco limita gravemente le importazioni e le esportazioni, al pari del movimento delle persone da e per Gaza, e dell’accesso ai terreni agricoli e alle acque pescabili. Gli abitanti di Gaza non sono in grado di provvedere alle loro famiglie e la qualità delle infrastrutture e dei servizi essenziali è peggiorata.
2. Le misure adottate per alleggerire il blocco nel giugno del 2010 hanno avuto limitati effetti reali. Anche se le importazioni sono aumentate, esse restano ancora solo al 45% dei livelli precedenti al 2007. Le esportazioni rimangono strettamente vincolate e sono limitate ai prodotti agricoli verso l’Europa, e gli operatori economici di Gaza non possono accedere ai loro tradizionali mercati in Israele e in Cisgiordania. L’accesso alla terra e al mare rimane estremamente limitato.
3. Anche se Israele ha approvato una serie di progetti infrastrutturali volti a migliorare a Gaza i servizi essenziali dello smaltimento dei liquami, dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria, pochi di questi progetti sono stati realizzati. Ciò è principalmente dovuto al lento e farraginoso processo di approvazione e alle difficoltà nell’importazione dei materiali. Questo significa che gli abitanti di Gaza non hanno visto alcun effettivo miglioramento della qualità dei servizi essenziali.
4. Migliaia di persone, molti di loro bambini, rischiano la vita introducendo di nascosto ogni giorno merci attraverso i tunnel che passano al di sotto del confine con l’Egitto. La fiorente industria dei tunnel è un diretto risultato delle restrizioni in atto all’importazione di materiali edili, della mancanza di opportunità di impiego, e delle enormi necessità di ricostruzione esistenti a Gaza.
5. Gaza rimane isolata e tagliata fuori dal resto del territorio palestinese occupato. Gli spostamenti attraverso il valico israeliano di Erez sono vietati per la quasi totalità degli abitanti di Gaza, nonostante le promesse di alleggerire le restrizioni. Il valico egiziano di Rafah rimane limitato a 500 persone al giorno, con centinaia di Palestinesi a cui ogni settimana viene negato il passaggio.
A questi dati, scarni e drammatici, si potrebbe aggiungere quanto ricordato in tempi recenti da Richard Falk, il Relatore Speciale dell’Onu per i Territori palestinesi occupati, il quale – citando i dati forniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità – denunciava che nella Striscia di Gaza, dei 480 farmaci contenuti nella lista delle medicine essenziali, 178 (il 37%) erano segnalati con livelli di stock pari a zero, e più di 190, pur presenti in magazzino, o erano scaduti oppure prossimi alla scadenza.
E, dunque, cos’altro significa vivere a Gaza se non condurre un’esistenza segnata dalla fame, dalle privazioni, dall’umiliazione di dover dipendere dagli aiuti umanitari per sopravvivere, dalla miseria, dalla mancanza di fogne, di scuole, di assistenza sanitaria, dall’impossibilità di porre rimedio alle immani distruzioni provocate dai raid israeliani di “Piombo Fuso”?
E come è possibile che gli Usa, l’Europa, il mondo “civile” consentano ad Israele di violare così palesemente e crudelmente il diritto internazionale e il diritto umanitario e, insieme, che i Palestinesi vivano in simili, disumane condizioni?
E allora, vi prego, diffondete più che potete questi dati e queste drammatiche e incontrovertibili verità, scrivete agli amici, ai giornali, ai parlamentari nazionali ed europei, a chiunque vogliate.
Non possiamo più tollerare che Israele condanni un intera popolazione ad una crudele e barbara morte civile (quando non fisica), non possiamo rassegnarci a questa notte del diritto, della moralità, della compassione, non possiamo lasciare soli i nostri fratelli di Gaza. Lo dobbiamo a loro e alla nostra coscienza.
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