12 ottobre 2004

Cossiga, Bertinotti e il terrorismo internazionale.

Valeva davvero la pena di guardare la puntata di "Porta a Porta" di ieri solo per vedere Cossiga e Bertinotti compiere un'analisi del fenomeno terroristico con molti punti in comune.
Per entrambi, certamente il terrorismo non nasce con la guerra in Iraq, ma altrettanto certamente grazie alla guerra ed alla violenza trova nuovo alimento e nuovi proseliti.
Per entrambi, vi è una differenza all'interno dell'Iraq tra "terroristi" in senso stretto (riconducibili alla galassia di al Qaeda) e "resistenti", coloro i quali cioè si oppongono ad una invasione nemica - vera o supposta tale - con le armi, e dunque hanno diversa legittimità o, comunque, dignità rispetto ai primi, ed il pericolo vero consiste, dunque, in una eventuale saldatura tra questi due "campi".
Facendo un parallelo con la Palestina è stato proprio Cossiga a notare come i Palestinesi tradizionalmente fossero sempre stati un popolo laico e "occidentale", per la profonda influenza derivante dal mandato britannico, e come tali guardati con sospetto e diffidenza dalle altre popolazioni arabe, e che Hamas e la Jihad islamica si sono sviluppate in epoca più vicina ai giorni nostri.
Il pericolo, anche qui, è che l'islamismo estremista prevalga sulle componenti "politiche" della resistenza palestinese, o che, ancora peggio, si creino delle saldature ideologiche ed operative con il terrorismo internazionale, fino ad oggi evitate.
Ma chi e che cosa hanno portato Hamas e la Jihad islamica ad essere così forti e a godere di tanta popolarità?
Senza tacere degli errori e del malgoverno dell'Autorità palestinese, non si può tuttavia dimenticare che le organizzazioni estremistiche palestinesi siano state favorite, al loro sorgere, proprio da Israele, nel tentativo di diminuire il potere ed il prestigio di Arafat.
Non si può sorvolare sul fatto che Hamas e la Jihad islamica siano state agevolate dalla politica miope di Sharon e dell'alleato americano, che ha distrutto le infrastrutture dell'Anp ed ha ostinatamente cercato di isolare, fisicamente e politicamente, il vecchio raìs palestinese.
Nè si dimentichi che il proselitismo di queste organizzazioni si basa in gran parte su servizi di istruzione e di assistenza alle famiglie più povere, sempre più necessari a fronte della miseria dilagante nei Territori occupati.
Ora, tutti si rendono ben conto che uno dei passi principali da compiere in medio oriente è quello di giungere ad una composizione pacifica del conflitto israelo-palestinese.
Lo ha ricordato il Presidente pakistano Musharraf dvanti all'Assemblea dell'Onu, ma ancora ieri lo sosteneva con forza il nostro Presidente Ciampi, incontrando Mubarak.
Ieri i Ministri degi esteri dell'Unione europea si sono riuniti in Lussemburgo ed hanno ribadito che il disengagement plan di Sharon - cioè il ritiro unilaterale israeliano da Gaza e da quattro colonie del West Bank - non potrà in alcun modo sostituire un processo di pace basato sulle previsioni della road map.
L'Europa, hanno aggiunto, non potrà mai accettare un confine tra Israele ed il futuro Stato palestinese che sia diverso da quello esistente prima della guerra dei sei giorni, ossia la cd. green line.
Il problema è che questa posizione, ragionevole ed equa, dovrebbe essere spiegata anche agli Stati Uniti, che purtroppo, da tempo, hanno invece abbandonato il loro ruolo di "honest broker" nel conflitto, appiattendosi completamente sulle posizioni del governo Sharon.
E dire che, ancor prima dello scoppio della guerra in Iraq, in una conferenza stampa congiunta sia Bush sia Tony Blair avevano solennemente sostenuto che la "democratizzazione" di quel Paese avrebbe creato un benefico "effetto domino", con l'obiettivo primario di risolvere, per l'appunto, la questione palestinese.
Oggi l'Iraq - con molta benevolenza - si può definire ancora in mezzo al guado, e i Territori palestinesi sono ogni giorno oggetto di sanguinosi raid dell'esercito israeliano, con numerose, ingiustificate ed illegittime uccisioni di civili inermi, soprattutto bambini.
Sharon ha esplicitamente dichiarato di considerare morta e sepolta la road map, e ancora in questi giorni il suo Consigliere Dov Weisglass ha ribadito che il disengagement plan altro non è che un espediente per "congelare" il processo di pace e mantenere il controllo israeliano sul West Bank.
Gli Usa assecondano ormai in toto il disegno israeliano e dispiace vedere il buon Colin Powell andare in giro a dichiarare che il disengagement plan di Sharon è perfettamente compatibile con la road map, perchè tali dichiarazioni lo fanno sembrare un vecchietto un po' rimbambito che non si accorge di quello che gli capita sotto il naso: così non è, però, perchè si tratta di una vera e propria commedia degli equivoci che è utilissima ad entrambi gli attori.
In Consiglio di Sicurezza dell'Onu una risoluzione che mirava soltanto a fermare il massacro di civili palestinesi in corso nella Striscia di Gaza è stata bloccata dal solito veto americano, e le parole del rappresentante Usa all'Onu sembravano quelle di un esponente della destra religiosa israeliana.
Eppure se con la via del diritto e del ripristino della legalità internazionale non si riesce a dare giustizia alle legittime esigenze ed aspettative del popolo palestinese, e non si riesce nemmeno a difenderne i figli dalla furia omicida dell'esercito israeliano, allora la battaglia contro il terrorismo è persa in partenza.
Nell'un campo e nell'altro, infatti, la violenza, la barbarie ed il sangue sembrerà l'unica strada per affermare le proprie ragioni e la propria supremazia.

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