9 ottobre 2004

Una riflessione sugli attentati nel Sinai.

Una serie coordinata di attacchi terroristici in alcune località turistiche nella penisola del Sinai, in Egitto, ha provocato giovedì notte la morte di almeno 31 persone ed il ferimento di altre 122, mentre ancora altre 38 persone risultano disperse, e tra queste due ragazze di nazionalità italiana.
La maggior parte delle vittime erano turisti israeliani, in vacanza per la festività del Sukkot, e lavoratori egiziani, mentre si sa con certezza della morte di una turista russa.
L'attentato più devastante è stato quello all'Hotel Hilton di Taba, a poche centinaia di metri dal confine israelo-egiziano, dove sono morte 28 persone, mentre altre due vittime, due ragazzi israeliani, si sono avute in una esplosione nel campeggio di Ras Sultan e numerosi feriti a Nueiba.
Non pare che sussistano dubbi sulla paternità di questi barbari attentati, riconducibili al terrorismo islamico internazionale del network di al Qaeda e, soprattutto, al medico egiziano Ayman al Zawahri, che giusto qualche tempo addietro, in un video, aveva preannunciato attacchi contro obiettivi israeliani.
Appartiene alle metodologie del terrorismo islamico l'attenta pianificazione e la contemporaneità nella esecuzione degli attentati, ed anche la scelta degli obiettivi tra i luoghi di vacanza, come era stato ad esempio a Bali o, ancor di più, nell'attentato del novembre 2002 al Paradise Hotel di Mombasa, in Kenya.
Una rivendicazione apparsa su un sito internet islamico ha sostenuto che l'attentato di giovedì notte è stato attuato per vendicare la morte del leader di Hamas Ahmed Yassin.
La questione palestinese, dunque, da conflitto di carattere squisitamente regionale rischia di essere risucchiata e inglobata nel più ampio contesto del terrorismo "globale".
E ciò avviene ad opera di Israele, che ha sempre cercato di iscrivere la sua lotta contro le organizzazioni palestinesi e la sua politica di esecuzioni "mirate" nel contesto della lotta al terrorismo su scala mondiale, per ottenere l'appoggio degli Usa e cercare di attrarre il consenso dell'opinione pubblica malgrado l'uso sproporzionato e indiscriminato della forza militare e i crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani commessi a danno della popolazione civile palestinese.
Ma ciò avviene anche ad opera dei terroristi islamici, che cercano di strumentalizzare la causa del popolo palestinese per giustificare i loro crimini abietti e spietati.
Ma chi sono questi terroristi, chi vorrebbero rappresentare, quale causa vorrebbero difendere?Non si tratta di altro che di feroci assassini, che non solo massacrano turisti ignari e inermi, ma uccidono persino altri fratelli arabi, persone della loro stessa religione.
Ed anche il riferimento alla questione palestinese ha un carattere "politico": si cita Yassin ma non si fa cenno alcuno al raid di Gaza o, più in generale, alle sofferenze della popolazione civile palestinese, il che val quanto dire una sostanziale indifferenza all'argomento.
Resta il problema di combattere il terrorismo, e se sull'obiettivo si è tutti d'accordo, non così è riguardo ai metodi.
Si spera che la tragedia irachena abbia insegnato al mondo, Stati Uniti inclusi, che il terrorismo non si combatte scatenando una guerra convenzionale in cui a morire sono soprattutto gli innocenti: il terrorismo cerca la violenza e si nutre di violenza.
Sono necessari sicuramente la collaborazione e gli scambi di informazioni tra i servizi segreti, le operazioni di intelligence, i sequestri dei beni ed il blocco dei canali di finanziamento.
Ma, soprattutto, bisogna cercare di togliere consenso al terrorismo, in primis disinnescando tutte le occasioni di scontro e risolvendo le questioni aperte di cui i terroristi si servono strumentalmente per raccogliere nuovi adepti e accrescere la propria popolarità.
Ed è indubbio che il primo posto in una tale agenda vada alla questione palestinese.
In questo esatto momento è in corso nella Striscia di Gaza un raid dell'esercito israeliano che ha già provocato, nel periodo 28 novembre - 7 ottobre, ben 104 morti (di cui circa 1/3 bambini) e oltre 360 feriti.
Il triplo dei morti e dei feriti di Taba, ma senza gli onori delle prime pagine dei giornali e dell'apertura di tutti i telegiornali, ma questo è un discorso che si ripete...
Al Consiglio di Sicurezza dell'Onu una risoluzione che semplicemente richiedeva lo stop del raid israeliano a Gaza, il ritiro dei soldati, la cessazione dell'uccisione di civili palestinesi, è stata bloccata dal solito veto Usa.
Se non si riescono a soddisfare minimamente le istanze e le esigenze del popolo palestinese, se la comunità internazionale ed il consesso delle nazioni "civili" non riesce nemmeno a difendere i diritti umani e persino la vita di civili inermi, donne, anziani, bambini, c'è davvero da meravigliarsi se qualcuno, in Palestina o in tutto il mondo arabo, arrivi a ritenere che il metodo della violenza sia non solo giustificato, ma l'unico che possa portare rimedio alle sofferenze ed alle ingiustizie patite dal popolo palestinese?

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