13 marzo 2008

Il popolo ebraico? Un'invenzione!

La Dichiarazione di Indipendenza di Israele afferma che il popolo ebraico proviene dalla Terra di Israele e che fu esiliato dalla sua patria. Ad ogni scolaro israeliano si insegna che ciò accadde durante il dominio romano, nell’anno 70 d.C. La nazione rimase fedele alla sua terra, alla quale iniziò a tornare dopo 2 millenni di esilio.
Tutto sbagliato, dice lo storico Shlomo Zand, in uno dei libri più affascinanti e stimolanti pubblicati qui (in Israele, n.d.t.) da molto tempo a questa parte. Non c’è mai stato un popolo ebraico, solo una religione ebraica, e l’esilio non è mai avvenuto – per cui non si è trattato di un ritorno. Zand rigetta la maggior parte dei racconti biblici riguardanti la formazione di una identità nazionale, incluso il racconto dell’esodo dall’Egitto e, in modo molto convincente, i racconti degli orrori della conquista da parte di Giosué. È tutta invenzione e mito che è servita come scusa per la fondazione dello Stato di Israele, egli assicura.
Secondo Zand, i romani, che di solito non esiliavano intere nazioni, permisero alla maggior parte degli ebrei di restare nel paese. Il numero degli esiliati ammontava al massimo a qualche decina di migliaia. Quando il paese fu conquistato dagli arabi, molti ebrei si convertirono all’Islam e si assimilarono con i conquistatori. Ne consegue che i progenitori degli arabi palestinesi erano ebrei. Zand non ha inventato questa tesi; 30 anni prima della Dichiarazione di Indipendenza, essa fu sostenuta da David Ben-Gurion, Yitzhak Ben-Zvi ed altri.

Se la maggioranza degli ebrei non fu esiliata, come è successo allora che tanti di loro si insediarono in quasi ogni paese della terra? Zand afferma che essi emigrarono di propria volontà o, se erano tra gli esiliati di Babilonia, rimasero colà per loro scelta. Contrariamente a quanto si pensa, la religione ebraica ha cercato di indurre persone di altre fedi a convertirsi al giudaismo, il che spiega come è successo che ci siano milioni di ebrei nel mondo. Nel Libro di Ester, per esempio, è scritto: “Molti appartenenti ai popoli del paese si fecero Giudei, perché il timore dei Giudei era piombato su di loro” (Ester, 8,17).

Zand cita molti precedenti studi, alcuni dei quali scritti in Israele ma tenuti fuori dal dibattito pubblico dominante. Egli descrive anche, e a lungo, il regno ebraico di Himyar nella penisola arabica meridionale e gli ebrei berberi del Nord Africa. La comunità degli ebrei di Spagna derivava da arabi convertiti al giudaismo che giunsero con le forze che tolsero la Spagna ai cristiani, e da individui di origine europea che si erano convertiti anch’essi al giudaismo.

I primi ebrei di Ashkenaz (Germania) non provenivano dalla Terra di Israele e non giunsero in Europa orientale dalla Germania, ma erano ebrei che si erano convertiti nel regno dei Kazari nel Caucaso. Zand spiega l’origine della cultura Yiddish: non si tratta di un’importazione ebraica dalla Germania, ma del risultato dell’incontro tra i discendenti dei Kazari e i tedeschi che si muovevano verso oriente, alcuni dei quali in veste di mercanti.

Scopriamo così che elementi di vari popoli e razze, dai capelli biondi o scuri, di pelle scura o gialla, divennero ebrei in gran numero. Secondo Zand, i sionisti per la necessità che hanno di inventarsi una eticità comune e una continuità storica, hanno prodotto una lunga serie di invenzioni e finzioni, ricorrendo anche a tesi razziste. Alcune di queste furono elaborate espressamente dalle menti di coloro che promossero il movimento sionista, mentre altre furono presentate come i risultati di studi genetici svolti in Israele.

Il Prof. Zand insegna all’Università di Tel Aviv. Il suo libro, ‘When and How Was the Jewish People Invented’, (Quando è come fu inventato il popolo ebraico), pubblicato in ebraico dalla casa editrice Resling, vuole promuovere l’idea di un Israele come “stato di tutti i suoi cittadini” – ebrei, arabi ed altri – in contrasto con l’attuale dichiarata identità di stato “ ebraico e democratico”. Il racconto di avvenimenti personali, una prolungata discussione teoretica e abbondanti battute sarcastiche non rendono scorrevole il libro, ma i capitoli storici sono ben scritti e riportano numerosi fatti e idee perspicaci che molti israeliani resteranno sorpresi di leggere per la prima volta.

Tradotto dall’inglese da Manno Mauro, membro di Tlaxcala, la rete dei traduttori per la diversità linguistica.
Titolo originale: An invention called 'the Jewish people', di Tom Segev, Ha'aretz 1.3.2008

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9 Commenti:

Alle 14 marzo 2008 01:47 , Anonymous Anonimo ha detto...

Ti leggo spesso perchè riporti notizie sulla situazione medio-orientale che spesso (sempre) vengono oscurate dai media, perchè sono stato in Palestina già due volte come volontario e ho molto a cuore la fine dell'occupazione Israeliana in terra straniera, con violazioni di diritti umani e civili annessi.
E ti giuro che vedere nel tuo blog questa propaganda anti-ebraica così esplicita e strumentale suscita in me un sentimento di repulsione e disprezzo. Un popolo che si sente e si dice ebreo esiste e si manifesta nella storia, al di là dei processi di costruzione di una identità, con un "uso" della storia a questo fine, come è successo per tutti i popoli europei.
L'esistenza del popolo ebraico è un dato in se: che proprio non centra con il diritto di diventare nazione che questo popolo vorrebbe esercitare (con la forza) in medio-oriente.
Vergognati!

 
Alle 14 marzo 2008 13:04 , Blogger vichi ha detto...

E' la prima volta che mi accade - ed è ben strano - che un lettore del blog che, a suo dire, è stato più volte in Palestina per fare volontariato, mi accusi di usare queste pagine web per fare della "propaganda anti-ebraica".
Mah!
Detto questo, mi sono limitato a riportare la traduzione di un articolo apparso sul quotidiano israeliano Ha'aretz, che citava gli studi di Shlomo Zand, professore all'Università di Tel Aviv.
E questo significa fare "propaganda anti-ebraica"?
Evidentemente ti rifiuti di cogliere l'idea che muove Zand, e che pure è esplicitata nel pezzo, e cioè che Israele non può e non deve essere uno Stato "ebraico e democratico" (una contraddizione in termini, come altri hanno già segnalato, vedi A. Burg), ma deve diventare lo "stato di tutti i suoi cittadini", siano essi arabi, ebrei o cristiani.
Ma questa semplice strada verso una convivenza civile e pacifica si scontra con la volontà di predominio e le pulsioni razziste insite nella società israeliana.

 
Alle 15 marzo 2008 16:37 , Blogger Antonio Candeliere ha detto...

concordo con te.

 
Alle 21 marzo 2008 16:01 , Anonymous emanuele ha detto...

ammesso e non concesso che questa rilettura storica sia veritiera, non vorrei che questo tipo di letture ci portassero per il sentiero sbagliato. Quelli che come noi non reputano corretto l'attuale assetto politico-geografico israeliano-palestinese non devono commettere l'errore di ragionare sullo stesso piano (sbagliato e fazioso) degli israeliani. La Storia dobbiamo scordarla perchè vecchia di 2000 anni, altrimenti -per lo stesso processo- io romano pretenderei metà eropa perchè i miei avi dell'impero romano la possedevano fino al 400 d.C., e questo è sbagliato oltre che scemo..!
Israele deve lasciare i territori occupati e vanno rivisti tutti gli attuali confini, ma per motivi politici ben più pragmatici di quelli che attingono alla Storia (ma anche alla storia teologica) di 2000 anni fa.
Ti abbraccio, Emanuele.

 
Alle 22 marzo 2008 12:01 , Blogger arial ha detto...

1 l'articolo molto interessante è su haaretzhttp://www.haaretz.com/hasen/spages/966952.html
2 ho sintetizzato i punti per me essenziali qui
http://frammentivocalimo.blogspot.com/2008/03/sintesi-di-un-articolo-molto.html

 
Alle 25 marzo 2008 13:05 , Blogger vichi ha detto...

x arial: grazie per la preziosa segnalazione!
x emanuele: hai perfettamente ragione, ma il punto non è l'analisi storica fine a sé stessa.
L'aspetto fondamentale del pensiero di Zand - come è evidenziato anche nell'articolo citato da arial - è quello di prospettare una società israeliana aperta verso il futuro, senza più distinzioni e discriminazioni nei confronti di etnie e religioni diverse.
Uno Stato non già "ebraico", ma l'esatto opposto, uno Stato per tutti i suoi cittadini, siano essi arabi, ebrei o cristiani.
Uno Stato, come dice Zand, in cui sia possibile commemorare oltre al giorno della memoria anche quello della nakba.
Che poi questa sia un'utopia irraggiungibile, beh questa è un'altra storia!

 
Alle 30 marzo 2008 18:15 , Blogger arial ha detto...

1 scusami ,ti volevo segnalare un altro documento sempre di Segev sulla "distruzione " del mito..sono parecchie le voci che si stanno levando e non i soliti , sulla necessità di liberarsi del "passato"http://www.haaretz.com/hasen/spages/969312.html
tradotto quihttp://frammentivocalimo.blogspot.com/2008/03/tom-segev-gli-ebrei-devono-finirla-di.html
2 questo è un documentario di un regista israeliano sui miti di morte:
http://frammentivocalimo.blogspot.com/2008/03/la-crisi-tra-israele-e-palestina.html
ciao e grazie

 
Alle 5 aprile 2008 14:00 , Anonymous Anonimo ha detto...

Ciao,
sono l'anonimo del primo commento a questo post - mi chiamo Davide, sono di Bologna.
Scusa se non ti ho risposto prima, ma quando ho visto che i commenti devono essere approvati da te prima di essere pubblicati ho dato per scontato che tu censurassi la mia critica, e non ti ho letto per un po'. Scusa della mancanza di credito, ti faccio i miei complimenti per aver pubblicato (in un blog non "commentatissimo") un commento come il mio che non era esattamente lusinghiero.

Riprendo il vostro discorso, riproponendo il mio commento.
Noi formuliamo una critica a Israele perchè questa nazione produce una sistematica violazione dei diritti umani, in primo luogo perchè mantiene una sanguinosa occupazione militare sui territori palestinesi.

Che senso ha in questa dimensione interrogarci se è giusto o meno che il popolo ebraico si possa autoproclamare "popolo"?
Nessuno.
Il rischio è quello di prendere il citato "sentiero sbagliato": ovvero "decidere" che il popolo ebraico non è un popolo, quindi non ha diritto a uno stato nazione; e non ha diritto a uno stato nazione anche se questo fosse al primo posto della classifica di amnesty international per il rispetto dei diritti umani e il territorio su cui si costituisse fosse il deserto del Nebraska, per intenderci.

Per questo, benchè capisco il contesto culturale in cui l'articolo che hai citato è stato scritto (che è proprio quello della rielaborazione dell'identità) ho ritenuto e ritengo sbagliata dal punto di vista editoriale la sua pubblicazione sul tuo blog.

Per il resto, complimenti di nuovo per avermi pubblicato (brava! chi ha il coraggio delle proprie idee non teme il confronto) e buon lavoro per il tuo blog.

 
Alle 8 novembre 2009 03:06 , Anonymous Anonimo ha detto...

Perche non:)

 

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