8 gennaio 2009

Croce Rossa: Israele viola il diritto internazionale.


Una vera e propria leggenda racconta che Tsahal, l’esercito israeliano, sia in assoluto l’esercito più “morale” che esista al mondo, come hanno sempre sostenuto i leader israeliani, ancora in tempi recenti e a fronte degli efferati crimini commessi nel corso dell’operazione “Piombo Fuso”.

Che si tratti di una delle tante, colossali menzogne spacciate da Israele è facilmente riscontrabile dai report, dalle immagini e dai racconti dei sopravvissuti, che descrivono l’operazione israeliana come un unico, inaudito crimine contro l’umanità, condotto in violazione dei principi basilari del diritto umanitario posti a salvaguardia dei civili in zone di guerra.

Contrariamente a quanto affermato in questi giorni, infatti, le vittime civili non sono affatto un quarto del totale dei Palestinesi uccisi: alla data di ieri, i morti erano già 702 e, tra essi, almeno 220 erano bambini. Oltre il 30% dei Palestinesi uccisi durante i raid israeliani, dunque, erano bambini, e se ad essi aggiungiamo le donne e gli uomini inermi trucidati da Tsahal nel corso degli attacchi aerei e dei bombardamenti di terra e navali, alla fine, quando cesseranno le ostilità e si potrà procedere alla definitiva, tragica conta dei morti, è presumibile che la percentuale di civili palestinesi uccisi dai valorosi soldati di Tsahal si situerà intorno al 50/60% del totale, come è accaduto per l’operazione “Inverno Caldo” e, via via indietro nel tempo, in tutte le operazioni di “autodifesa” dei nazisti israeliani.

Ma i crimini di Israele non si limitano alle uccisioni illegali.

L’ultima accusa arriva in ordine di tempo dalla Croce Rossa Internazionale (ICRC) che, come riportato dalla Reuters (e ripreso da vari media tra cui Haaretz), ha accusato oggi Israele di ritardare l’ingresso delle ambulanze nella Striscia di Gaza e ha chiesto che venga garantita l’incolumità dei mezzi della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) al fine di poter permettere l’evacuazione dei molti feriti rimasti ancora senza soccorso.

Soltanto nel pomeriggio di ieri, infatti, a quattro ambulanze della PRCS e della ICRC è stato concesso di raggiungere per la prima volta diversi edifici nel quartiere Zeitoun di Gaza City, che erano stati fatti oggetto a pesanti bombardamenti da parte dell’esercito israeliano: degno di nota il fatto che la richiesta di accesso da parte della Croce Rossa era stata avanzata alle autorità israeliane addirittura il 3 gennaio.

Proprio il quartiere di Zeitoun, come abbiamo visto, era stato teatro di uno degli innumerevoli e orrendi massacri compiuti dalle truppe israeliane, l’uccisione di 30 componenti della famiglia Samouni ad opera di un missile della Iaf che, nella giornata di lunedì, aveva distrutto l’edificio in cui si trovavano, intrappolando tra le macerie, accanto ai cadaveri, altri 20 membri della famiglia.

Come è ovvio, i soccorritori si sono trovati di fronte a scene davvero terribili.

In uno degli edifici, quattro bambini piccoli stavano letteralmente morendo di fame seduti accanto al corpo della loro madre uccisa, troppo deboli per alzarsi in piedi da soli. Un altro Palestinese è stato rinvenuto ancora vivo, anch’egli estremamente provato, e in totale i soccorritori hanno rinvenuto 12 corpi senza vita che giacevano su materassi.

In un altro edificio, il team della Croce Rossa ha potuto soccorrere altri 15 sopravvissuti, tra i quali molti feriti; in un’altra casa ancora sono stati rinvenuti i cadaveri di altre tre persone. I soldati israeliani, appostati a circa 80 metri da quest’ultimo edificio, hanno intimato ai soccorritori di allontanarsi dall’area, ma essi coraggiosamente hanno rifiutato.

“E’ un incidente scioccante” ha dichiarato Pierre Wettach, il capo delegazione della Croce Rossa per Israele e i Territori palestinesi occupati. “L’esercito israeliano doveva essere a conoscenza della situazione ma non ha prestato assistenza ai feriti, né ha permesso a noi o alla Mezzaluna Rossa di assisterli”.

Grandi muri di terra, eretti dall’esercito israeliano, hanno impedito di far giungere le ambulanze all’interno del quartiere. Per questo motivo, i bambini e l’uomo ferito hanno dovuto essere trasportati fino alle ambulanze per mezzo di un carretto. In totale, il team congiunto ICRC/PRCS ha evacuato 18 feriti e altre 12 persone estremamente provate, oltre a due corpi senza vita. I cadaveri rimanenti sarebbero stati recuperati il giorno successivo.

La Croce Rossa è stata informata che vi sarebbero altri feriti all’interno di alcune case distrutte del quartiere, e ha chiesto che venga immediatamente garantito ai propri mezzi e a quelli della Mezzaluna Rossa un accesso sicuro alla zona al fine di poter cercare e soccorrere eventuali altri superstiti.

Ad ora, tuttavia, le autorità israeliane non hanno dato alcuna risposta.

La Croce Rossa ha denunciato con forza il comportamento dell’esercito israeliano, ritenendo che abbia mancato ai suoi obblighi derivanti dal diritto umanitario internazionale di prendersi cura e di evacuare i feriti. L’ICRC, inoltre, giudica del tutto inaccettabili i ritardi delle autorità israeliane nel consentire ai mezzi di soccorso di accedere alle aree di conflitto.

In precedenza, più volte, l’Onu e la Croce Rossa hanno denunciato l’esistenza di una grave crisi umanitaria a Gaza, negata dagli Israeliani.

Ancora oggi, sulle pagine di Repubblica, il Presidente israeliano Peres ha dichiarato: “mandiamo tutte le medicine e il cibo di cui hanno bisogno … Noi non vogliamo una crisi umanitaria”.

Peccato che questo mentitore assassino venga quotidianamente smentito dai resoconti delle varie organizzazioni che operano sul terreno per tentare di dare un minimo ristoro ad una popolazione massacrata ed esausta.

In queste ore, peraltro, a seguito dell’attacco ad un mezzo dell’Onu che, durante la tregua, stava andando a caricare aiuti umanitari ad un valico di frontiera – attacco che ha causato la morte del conducente – l’organizzazione ha deciso di sospendere ogni operazione di aiuto finché non verrà garantita da Israele la piena sicurezza dei membri del proprio staff.

Il portavoce Chris Gunness ha dichiarato: “Noi ci coordiniamo con loro (l’esercito israeliano) e tuttavia il nostro staff continua a essere colpito e ucciso”: l’automezzo centrato da un tank israeliano era chiaramente contrassegnato dalle insegne dell’Onu e ne portava la bandiera.

Ma i criminali nazisti – come è noto – non hanno mai avuto timore né esitazione a sparare sui mezzi umanitari o di soccorso.

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20 Commenti:

Alle 9 gennaio 2009 alle ore 17:18 , Anonymous Anonimo ha detto...

Hamas non ha pietà della sua gente

• da La Stampa del 8 gennaio 2009, pag. 1

di Avraham B. Yehoshua


La vigilia del nuovo anno, io e la mia famiglia abbiamo ritenuto opportuno mostrare solidarietà ai civili israeliani costretti nei rifugi del Sud e, anziché festeggiare, siamo rimasti a casa a guardare la televisione. Ci siamo sintonizzati sul canale televisivo ARTE che trasmetteva un balletto con la coreografia di Béjart eseguito dal corpo di ballo dell’Opéra di Parigi. Non riuscivamo però a dimenticare la guerra e, premendo un pulsante, passavamo da L’uccello di fuoco di Stravinskij ai devastanti uccelli di fuoco in volo tra Khan Younis e Sderot, tra Gaza e Beer Sheva; dal ritmo incalzante, insistente e straordinario del Bolero di Ravel a quello tragico, ripetitivo, infinito del conflitto israelo-palestinese. Solo due anni e mezzo fa noi, residenti del Nord, eravamo rintanati nei rifugi per difenderci dai razzi di Hezbollah e ora sono i civili del Sud a trovarsi nella stessa situazione. Le armi cambiano e si fanno più sofisticate, i mezzi di comunicazione migliorano e il mondo è sempre più globalizzato ma nella nostra regione il conflitto rimane immutato.

La caparbietà, l’idiozia, l’integralismo, l’ipocrisia, l’odio, la disperazione e l’utopia sono prerogativa di entrambi i fronti. Sì, entrambi i fronti! Non c’è quindi da meravigliarsi se cercammo rifugio dalle immagini della tv israeliana nella meravigliosa danza di Maurice Béjart che concludeva il reboante Bolero in un formidabile crescendo. Anche il conflitto israelo-palestinese, che prosegue da più di 130 anni, si concluderà in un formidabile crescendo? Sarà una catastrofe o una positiva catarsi di rappacificazione e accettazione della realtà «dell’altro»? Forse però posso dire ancora qualcosa di nuovo a quei lettori italiani che non ne hanno abbastanza del conflitto mediorientale e sono disposti a leggere l’ennesimo articolo sulla situazione, magari per tentare di capire, nella farragine di analisi e resoconti, da che parte stare, a chi garantire il proprio appoggio morale, chi - in questa fase - è l’aggressore, chi merita pietà e chi solo rabbia e biasimo e se la violenta reazione dell’aggredito sia legittima.

Per giudicare equamente le parti occorre avere una visione complessiva dello stato delle cose. I palestinesi di Gaza sono da condannare per il loro supporto delle azioni criminali di Hamas mentre i loro fratelli in Cisgiordania meritano compassione e simpatia per il comportamento aggressivo e iniquo che Israele mantiene ai check-point e nelle colonie. Agli israeliani che attaccano Gaza per distruggere le basi di lancio dei razzi sparati sui civili va piena comprensione ma in Cisgiordania, nel contesto dell’occupazione, quegli stessi israeliani continuano a commettere prepotenze e angherie. L’osservatore esterno dovrebbe dunque adottare un punto di vista meno semplicistico, un criterio di giudizio che, pur mantenendosi fermo ed equilibrato, non sia piatto e unidimensionale. Israele, dopo la guerra dei Sei giorni, ha governato Gaza per 38 anni. Tale periodo di dominio si è rivelato problematico soprattutto a causa degli insediamenti che vi erano stati eretti. Malgrado infatti la presenza di un milione di palestinesi Israele confiscò quasi un quarto del territorio della Striscia per costruire colonie in cui si insediarono solamente 9 mila ebrei. La violenta opposizione degli abitanti di Gaza all’esercito ebraico e ai coloni in quel periodo era dunque giustificata e si è dimostrata efficace. Tale opposizione, che per cinque anni, durante l’Intifada, è costata la vita a una quarantina di soldati e civili israeliani, ha costretto infine Israele al ritiro, allo smantellamento degli insediamenti e alla riconsegna dell’intero territorio di Gaza ai suoi abitanti, o, nella fattispecie, al governo di Hamas democraticamente eletto.

Ma i dirigenti di questa organizzazione, inorgogliti ed esaltati dalla sensazione di vittoria, invece di tirare un sospiro di sollievo, riappropriarsi delle terre evacuate dai coloni e dare il via a un accelerato processo di ricostruzione che tutto il mondo avrebbe guardato con favore concedendo ampie e generose sovvenzioni, hanno cominciato a programmare il proseguimento della lotta. Come se il ritiro israeliano non fosse che il primo passo per un definitivo annientamento dello Stato ebraico. Non bisogna infatti dimenticare che l’ideologia integralista di Hamas, condivisa da non pochi palestinesi, non riconosce la legittimità dell’esistenza di Israele, e non importa entro quali confini. Come dopo il ritiro unilaterale israeliano dal Libano meridionale gli esponenti di Hezbollah si erano illusi di poter sgretolare Israele e avevano aperto il fuoco sulle comunità civili del Nord portando morte e distruzione nel proprio Paese, così i palestinesi di Gaza hanno cominciato non solo ad accarezzare il sogno di una liberazione della Palestina ma anche quello di una utopistica grande rivoluzione islamica, ispirata da Iran e Hezbollah. E anziché rifornirsi di materiali edili e di macchinari per l’industria, hanno fatto scorta di razzi - anche a lunga gittata - cominciando a martellare i centri abitati israeliani del Sud. A tale pioggia di razzi Israele ha risposto chiudendo i valichi con la Striscia e ponendo un embargo sui rifornimenti a quella piccola e isolata regione. E allorché al termine di una tregua di sei mesi gli uomini di Hamas hanno ripreso a sparare contro le comunità civili (arrivando a lanciare fino a 70 razzi al giorno), è scattata l’attuale offensiva militare. Gli europei che osservano questa guerra, pur giustificando la reazione di Israele al lancio dei razzi, si domandano se non sia troppo violenta, «sproporzionata». Israele è uno Stato forte e moderno che dispone di armi letali e sofisticate ma si trova di fronte una popolazione a livello di Terzo Mondo. Sì, i palestinesi di Gaza possiedono razzi, ma i danni che questi provocano sono relativamente limitati.

E a riprova di questo è il fatto che le migliaia di razzi lanciati negli ultimi tre anni, dopo il ritiro dalla Striscia, hanno causato la morte di meno di 30 persone mentre l’esercito israeliano, in una sola settimana, ha ucciso centinaia di palestinesi. A questo punto occorre però chiarire una cosa fondamentale. È vero, la potenza di fuoco israeliana è decine di volte superiore a quella palestinese ma la capacità di sopportazione e di resistenza dei palestinesi è infinitamente superiore a quella degli israeliani. Se Israele avesse reagito in modo «proporzionato», rispondendo con un razzo per ogni missile caduto sul suo territorio, nessuno a Gaza ne sarebbe rimasto impressionato. I capi di Hamas avrebbero addirittura deriso una simile reazione e continuato a lanciare razzi a loro piacimento. Dopo un settimana di bombardamenti israeliani, che hanno causato enormi disagi alla popolazione e durante i quali sono morti centinaia di palestinesi (per lo più guerriglieri di Hamas ma anche parecchi civili) e sono stati distrutti numerosi edifici, non solo Hamas non mostra segni di resa ma non è nemmeno disposto a negoziare una tregua, a differenza di quanto fecero Egitto e Siria durante le passate guerre. Il governo di Hamas è indifferente alla sua popolazione. I capi e dirigenti si sono dati alla clandestinità o, più precisamente, si sono rintanati nei bunker sotterranei lasciando il popolo in preda alle sorti di un’irrealizzabile avventura fondamentalista. Non c’è da stupirsi che, a eccezione di alcune scontate e automatiche manifestazioni di sostegno, la maggior parte dei palestinesi di Cisgiordania e di Israele, nonché il mondo arabo, osservino con indifferenza ciò che avviene nella Striscia.

Che fare allora? Cosa è possibile e giusto sperare? Cosa può fare Israele per uscire dal circolo vizioso della violenza che domina la sua esistenza fin dal primo giorno della sua fondazione? Innanzi tutto evitare per quanto possibile un’offensiva di terra. Israele non ha la forza di sradicare il governo di Hamas e deve fare tutto ciò che è in suo potere per non peggiorare la situazione dei civili. Il tentativo di distruggere fino all’ultimo razzo nascosto nei bunker della Striscia costerebbe la vita a molti palestinesi e a non pochi soldati israeliani. Solo il popolo palestinese potrà sostituire i propri governanti. Israele può aiutare la gente di Gaza a cambiare opinione, a convincersi che occorre riconoscere la realtà dei fatti, abbandonare la via della violenza e concentrarsi sullo sviluppo e sul benessere. Non dimentichiamo che quella gente è nostra vicina, ha una patria in comune con noi che chiama Palestina e che noi chiamiamo terra di Israele e dovrà convivere con noi nel bene e nel male. Dobbiamo dunque fare il possibile per non inasprire e rendere ancora più sanguinoso il conflitto. Un simile peggioramento si imprimerebbe nella memoria collettiva rinfocolando sentimenti di amarezza e di vendetta. Anche i più estremisti tra i palestinesi non sono creature metafisiche, come non lo sono gli ebrei. Sono esseri umani soggetti a cambiamenti e persino un’organizzazione quale l’Olp, che in passato non era disposta a riconoscere in nessun modo la legittimità di Israele e aveva optato per la via del terrore, da anni mantiene un dialogo con lo Stato ebraico.

Ma un auspicabile cambiamento a Gaza, dopo l’avvento di una tregua, non dipenderà solo da quest’ultima e dall’apertura dei valichi di frontiera ma soprattutto da ciò che Israele farà in Cisgiordania. È laggiù che la politica degli insediamenti, da sempre uno dei maggiori ostacoli alla pace, dovrà subire un radicale cambiamento. Ridurre il numero delle colonie e smantellare subito tutti gli avamposti illegali significherebbe eliminare barriere divisorie e posti di blocco e agevolare la vita dei cittadini. Ogni modifica della politica israeliana in Cisgiordania a favore di una più rapida creazione dello Stato palestinese darà agli abitanti di Gaza, stremati e in lutto dopo i recenti avvenimenti, la speranza e la determinazione di voltare le spalle alla politica di Hamas che li ha condotti nel baratro.

 
Alle 10 gennaio 2009 alle ore 00:34 , Blogger vichi ha detto...

Se volessi leggere la Stampa, la comprerei, ma preferisco altre letture...
D'altra parte capisco bene che non sempre si è capaci di formulare un pensiero proprio, e dunque - anche per non perdere tempo - i cantori della peggiore propaganda sionista ricorrono al copia e incolla.
Non ho usato questo termine a caso, perchè il "trio delle meraviglie" - Oz Grossman e Yehoshua - questi "pacifisti" che vanno in giro per il mondo ben remunerati sottoscrivendo contratti in cui si impegnano a non criticare l'operato del governo israeliano, sono in queste ore chiamati a sostenere lo sforzo propagandistico israeliano, e rilasciano interviste a destra e a manca.
Questi "pacifisti" che appoggiano la guerra a Gaza come hanno appoggiato quella in Libano, evitando accuratamente di criticare l'esercito e il governo di Israele per l'utilizzo criminale delle cluster bombs e per le stragi di civili (oltre 1000).
Nello specifico, la ricostruzione di Yehoshua è totalmente falsa.
Come ho già avuto modo di scrivere ("Mattatoio Gaza", 5 gennaio 2006), il disengagement plan di Sharon è stata una mossa propagandistica in cui si sono ritirati 8000 coloni da Gaza mentre, contemporaneamente, ne entravano quasi il doppio (15800) nella West Bank.
L'idea - dimostratasi giusta - era di acquisire crediti nei confronti dell'opinione pubblica internazionale (noi ci ritiriamo...) senza aver concordato il ritiro con l'Anp, lasciandola a gestire l'anarchia di una Striscia con il 70% di disoccupazione e senza la possibilità di un import/export libero delle merci.
Perchè quello che Yehoshua si "dimentica" di ricordare è che Israele non ha mai rilasciato il controllo degli accessi di persone e merci da e per la Striscia, mantenendone uno stretto controllo dello spazio aereo, marittimo e delle frontiere di terra.
L'accordo AMA - quello per capirci che regolava gli accessi da e per Gaza con la presenza della missione europea a Rafah - è stato sabotato da Israele, che non ha mai adempiuto come promesso ai suoi obblighi di consentire collegamenti costanti tra Gaza e Cisgiordania.
Quel che più impressiona, comunque, è che Yehoshua, al pari della maggioranza degli Israeliani, ha giustificato e continua a giustificare i più orrendi crimini che la storia del conflitto israelo-palestinese ricordi, l'ultimo quello della strage della famiglia "allargata" dei Samouni, 110 persone a cui l'Idf aveva ordinato di riunirsi in un edificio, successivamente cannoneggiato da un tank (oltre 30 morti e decine di feriti).
Nessuna credibilità e nessuna tribuna di carattere etico può essere concessa a chi non spende nemmeno una parola per denunciare quelli che si delineano come chiari crimini di guerra brutali e spietati, né a Yehoshua né al Premio Nobel Peres, questo assassino nazista che ancora ieri negava la crisi umanitaria a Gaza.
Ma nemmeno la ben oliata macchina propagandistica israeliana riesce a tener testa alla cruda forza delle immagini del bagno di sangue in atto nella Striscia.
Verrà un giorno che, in un modo o nell'altro, chi si è macchiato di tali crimini inauditi sarà chiamato a risponderne.

 
Alle 10 gennaio 2009 alle ore 11:03 , Blogger arial ha detto...

Parroco di Gaza: in memoria di Cristine,morta di paura, di stenti di freddo
“Cristine è una vittima ‘indiretta’ dei bombardamenti israeliani di quest’ultima settimana… è morta di paura, di stenti e di freddo; e come lei ci sono migliaia di minori, di bambini e adolescenti, che non resistono al continuo martellamento dei bombardamenti, ai boati tremendi che il resto del mondo si ostina a non sentire o a definire incidenti collaterali”: padre Manuel Musallam, parroco della Sacra Famiglia, unica chiesa cattolica della Striscia, parla alla MISNA di Cristine al-Turk, una ragazza di 16 anni morta ieri nella sua casa della città di Gaza nel quartiere di Rimal non perché colpita da un ordigno israeliano o da un crollo ma di stenti, di freddo, dopo giorni e giorni di terrore. Nella Striscia, per divieto di Israele, non sono ufficialmente presenti operatori dell’informazione stranieri e padre Musallam è diventato, non solo per la MISNA, un punto di riferimento anche per notizie sulle condizioni dei circa 3000 cristiani presenti a Gaza. Le sue descrizioni, testimonianze senza fronzoli, chiare e inconfutabili, raccontano anche le storie dei ‘piccoli’, degli innocenti, della gente di solito anonima e ignorata come Cristine, quello che le grandi cronache di guerra e i freddi bilanci non fanno sapere. “Da giorni - continua - stanno colpendo Gaza dal mare con le loro navi da guerra, dall’alto con aerei ed elicotteri, da terra con carri armati e cannoni; vengono colpite case di civili con dentro persone”. Gli abitanti di Gaza uccisi in una settimana, dopo le 750 incursioni aeree ammesse da Israele, sono, secondo fonti mediche locali, 436, almeno un quarto civili dice l’Onu, inclusi 75 bambini e 21 donne. Cristine frequentava la scuola diretta da padre Musallam ed era una cristiana della piccola comunità greco-ortodossa. “Avrebbe potuto anche essere musulmana - continua padre Musallam - ma che importanza ha? Nelle stesse ore Iyad, Mohammed e Abdelsattar al-Astal – tre fratellini di età compresa tra i 7 e i 10 anni - sono stati uccisi da un missile vicino alla loro abitazione ad al-Qarara. I missili qui non guardano in faccia, non bussano a nessuna porta. Uccidono”. E’ stanco, ma non vuole fermarsi padre Musallam, racconta di come la gente abbia saputo di proteste e manifestazioni a loro favore in diverse città e paesi del mondo, racconta della rabbia di dover sentire solo una verità. “Riusciamo a vedere i vostri telegiornali – continua – e restiamo costernati per le bugie che sentiamo. Quanto vale la vita di un palestinese? Perché un razzo artigianale lanciato dalla resistenza palestinese - ordigni che dal 2002 ad oggi avranno causato al massimo una decina di vittime - fa più notizia di 432 persone morte in una settimana? Israele dice che teme le minacce palestinesi e intanto ci butta in mare; dice che teme i razzi e intanto ci bombarda; dice che siamo terroristi e intanto uccide indiscriminatamente…: la verità è il primo pilastro della pace; la verità è che fino al 1948 Israele non esisteva, la Palestina tutta non era un deserto ma era abitata dai palestinesi; la verità è che prima ci hanno cacciato e adesso tentano di cancellare quel che resta di un popolo mentre il resto del mondo gira gli occhi dall’altra parte. La verità è il solo strumento che abbiamo per riaprire il processo di pace; perché noi ancora ci crediamo”. Anche in memoria di Cristine che “aveva un sogno - ricorda padre Musallam - poter uscire da questa prigione dove è nata e viaggiare, vedere con i suoi occhi i posti di cui parlavamo in classe, vedere Gerusalemme, i luoghi dell’altra Palestina, la Cisgiordania, visitare i monumenti e le città che poteva vedere solo sui libri in foto; questo era il suo sogno, ma anche quello di migliaia di bambini che qui sono nati e morti”. (A cura di Gianfranco Belgrano)
le testimonianze di Misna e del Parroco di gaza parlano da soli.: sono nel mio blog e vale la pena conoscerle

 
Alle 10 gennaio 2009 alle ore 11:09 , Blogger arial ha detto...

Volevo aggiungere: non è importante citare il mio blog se si diffonde questo materiale, basta citare la provenienza: Misna
http://frammentivocalimo.blogspot.com/2009/01/parroco-di-gaza.html

 
Alle 10 gennaio 2009 alle ore 12:57 , Blogger arial ha detto...

Una domanda: come mai in 7 anni sderoto non è stata mai fortifiata eppure sotto sharon sono state rase al suolo case palestinesi per trovare i tunnel? come mai?

 
Alle 10 gennaio 2009 alle ore 20:01 , Anonymous Anonimo ha detto...

mi spieghi che vuol dire fortificare una città come sderot e come si fa??
voglio vedere proprio a che livelli arriva il tuo cervello...

 
Alle 10 gennaio 2009 alle ore 20:33 , Anonymous Anonimo ha detto...

Il concetto è sempre lo stesso: Israele si doveva tenere i "modesti" missili di Hamas e tacere , anzi , far finta di niente.Poi sgombrare il territorio ed organizzare un esodo biblico da qualche parte , magari in Australia o in Namibia!Questo vuole Hamas , questo vorrebbero tutti i paesi arabi , anche se non osano dirlo.Beh, se lo levino dalla testa , e inizino delle serie trattative di pace.

 
Alle 11 gennaio 2009 alle ore 10:40 , Anonymous Anonimo ha detto...

ne ho sentito di cose assurde ma fortificare una città per ripararsi dai missili le batte tutte. non siamo rimasti al medioevo dove erano delle frecce ad essere tirate,adesso arrivano i missili dall'alto.e pensare che ci si può riparare da un missile è veramente folle.
vorrei ricordare ad arial che dopo l'evacuazione da gaza,hamas ha pensato bene di comprare altre armi ed a costruire tunnel usando adolescenti palestinesi (ciò viola i diritti dei minori). non ha pensato invece di sviluppare il territorio magari costruendo scuole,strutture ospedaliere no....ha usato quelle già presenti per fornire rifugio ai suoi miliziani in caso di attacco israeliano. tutto ciò è passato inosservato grazie alla efficientissima propaganda di cui fa uso hamas..la sola arma che gli permette di sopravvivere..

 
Alle 11 gennaio 2009 alle ore 11:41 , Anonymous Anonimo ha detto...

http://www.youtube.com/watch?v=yWIFhKYiMqU

 
Alle 11 gennaio 2009 alle ore 12:47 , Anonymous Anonimo ha detto...

Il Giornale, 11 gennaio 2008

Documenti, risoluzioni, progetti, incontri: la diplomazia internazionale sbatte la testa contro una realtà micidiale, quella della volontà di Hamas di proseguire nella sua guerra, nella sua ragione di vita «anche in condizioni di tregua». Israele, peraltro, non intende continuare come negli ultimi otto anni, e senza garanzie non accetterà chiacchiere. «Tzi Filadelfi», il corridoio di Filadelfia, da cui le armi iraniane arrivano dall’Egitto, è il nome del gioco, e intanto l’Onu fa il suo mestiere, ovvero: nulla.
Condi Rice venerdì notte stava per votare la risoluzione dell’Onu palesemente sgradita a Israele insieme agli altri membri del Consiglio di Sicurezza. Da tempo il Segretario di Stato americano aveva il desiderio di mostrarsi dalla parte degli «underdog», di cancellare il gelo con gli amici europei. Poi Bush con una telefonata, si dice, l’ha fermata: al massimo ci possiamo astenere, ha detto, e così è avvenuto. È stato triste per Israele. Gli Usa, per la prima volta da molti anni, non hanno posto il veto a una di quelle tipiche risoluzioni sostenute da un lavoro di lobby gigantesco degli Stati Arabi e islamici in genere e da vari Paesi europei, attualmente dalla Francia e dall’Inghilterra. La risoluzione non menziona il diritto all’autodifesa di Israele, chiede alle parti di fermarsi, mettendo sullo stesso piano la difesa di un Paese democratico e l’attacco quasi decennale di un’organizzazione terrorista.
L’Onu ha scelto la strada più facile per affrontare una crisi difficile: non chiama Hamas per nome, crea confusione sulle responsabilità del conflitto, non affronta il problema che un cessate il fuoco senza condizioni rinnoverebbe la forza di fuoco di Hamas e la sua struttura di comando, che negli ultimi giorni si sono indebolite, tanto che di nuovo tre membri di Hamas sono al Cairo per decidere che fare. La risoluzione neppure chiama la comunità internazionale, specie l’Egitto, a fermare il flusso di armi per Hamas. Il nome di Gilad Shalit, il soldato rapito da quasi tre anni, non è neppure menzionato, non si parla degli scudi umani usati da Hamas. Insomma, l’Onu non si occupa di diritti umani, ma della propria immagine e dei propri equilibri interni, e lo fa promuovendo una realtà virtuale di cui Hamas non accoglie la proposta. Uccidere ebrei è la sua missione sociale: può decidere di fermarsi solo se obbligato. E Israele non può tornare allo status quo ante per motivi di sopravvivenza e perché deve rispondere agli 800mila cittadini ancora nei bunker di Sderot e Ashkelon. Israele è in un fase difficile della battaglia, con l’esercito turbato da una guerra dolorosa, e fermo nel profondo di Gaza. Ma la prospettiva appare più incerta da quando la proposta Mubarak-Sarkozy ha mostrato la sua falla centrale: l’Egitto non vuole lesioni della sua sovranità sullo Tzir Filadelfi, accetterà a Rafah solo ospiti tecnici e non una presenza militare intrusiva.
Ora il mondo intero cerca di promuovere una soluzione che darebbe nuova legittimità a Abu Mazen facendo dell’Autonomia Palestinese il partner per il controllo dei passaggi. L’Egitto lo accetterebbe, perché eviterebbe di assumersi la responsabilità di Gaza; nello stesso tempo accettando un partner minore, ma coadiuvato dagli Usa con tutto il quartetto, salverebbe il suo potere sul confine e riaprirebbe la strada a Fatah a Gaza. Ma è tutto da vedere se Hamas accetterebbe l’odiato Fatah dalle sue parti. Dunque, tutte le soluzioni per ora sono virtuali, e tutti guardano a un miracolo egiziano, che l’Iran certo non desidera.

 
Alle 11 gennaio 2009 alle ore 12:53 , Anonymous Anonimo ha detto...

“Lo stato di Israele non ha mai accettato che fosse un organismo esterno a decidere del suo diritto di difendere la sicurezza dei propri cittadini”. Lo ha dichiarato venerdì il primo ministro israeliano Ehud Olmert, in riferimento agli sviluppi diplomatici e in particolare all’approvazione della risoluzione 1860 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unte.
“Le Forze di Difesa israeliane – ha continuato Olmert – continueranno le operazioni volte a difendere i cittadini israeliani e per portare a termine gli obiettivi assegnati. Questa stessa mattina, gli incessanti lanci di razzi contro i civili israeliani che vivono nel sud del paese dimostrano che la risoluzione 1860 non è realistica e che nei fatti non verrà rispettata dalle organizzazioni terroriste palestinesi”.
“Israele – ha commentato il ministro degli esteri Tzipi Livni – ha agito, agisce e agirà unicamente in base alle sue valutazioni, alla sicurezza dei suoi cittadini e al suo diritto all'autodifesa”.
(Da: MFA, 9.01.09)

La risoluzione non nomina mai Hamas né l’ostaggio israeliano Gilad Shalit; parla di intese e garanzie con Gaza senza toccare la questione del regime illegittimo e golpista in vigore a Gaza e dunque senza indicare chi sarebbe l’interlocutore responsabile per Gaza di tali intese e garanzie; “condanna” gli atti di terrorismo senza chiedere la cessazione dei lanci di razzi su Israele come condizione minima per il ritiro delle forze israeliane.

Queste le clausole della risoluzione:

Il Consiglio di Sicurezza
1. Sottolinea l’urgenza e chiede un cessate il fuoco immediato, durevole e pienamente rispettato, che conduca al pieno ritiro delle forze israeliane da Gaza.
2. Chiede la fornitura e distribuzione senza impedimenti in tutta Gaza di assistenza umanitaria come cibo, carburante e cure mediche.
3. Vede con favore le iniziative volte a creare e aprire corridoi umanitari e altri meccanismi per la distribuzione prolungata di aiuti umanitari.
4. Chiede agli stati membri di sostenere gli sforzi internazionali per alleviare la situazione economica e umanitaria a Gaza, compresi contributi urgentemente necessari all’UNRWA e attraverso il Comitato di Collegamento Ad Hoc.
5. Condanna tutte le violenze e le ostilità dirette contro civili e tutti gli atti di terrorismo.
6. Chiede agli stati membri di intensificare gli sforzi per provvedere intese e garanzie a Gaza volte a sostenere un cessate il fuoco e una quiete durevoli, come prevenire il traffico illecito di armi e munizioni e assicurare la prolungata riapertura dei punti di passaggio sulla base dell’Accordo del 2005 su Movimenti e Accessi fra Autorità Palestinese e Israele; a questo riguardo, vede con favore l’iniziativa egiziana e altri sforzi regionali e internazionali in corso.
7. Incoraggia passi concreti verso una riconciliazione intra-palestinese, compreso l’appoggio agli sforzi di mediazione di Egitto e Lega Araba come espressi nella risoluzione del 26 novembre 2008, in conformità con la risoluzione 1850 (2008) del Consiglio di Sicurezza e altre risoluzioni pertinenti.
8. Chiede alle parti e alla comunità internazionale sforzi rinnovati e urgenti per arrivare a una pace globale basata sulla prospettiva di una regione dove due stati democratici, Israele e Palestina, vivano fianco a fianco in pace e sicurezza e confini riconosciuti, come previsto nella risoluzione 1850 (2008) del Consiglio di Sicurezza, e ricorda anche l’importanza della Iniziativa di pace araba.
9. Vede con favore l’idea del Quartetto, in consultazione con le parti, di un incontro internazionale a Mosca nel 2009.

Testo (in inglese) della risoluzione 1860
http://www.un.org/News/Press/docs/2009/sc9567.doc.htm

 
Alle 12 gennaio 2009 alle ore 11:10 , Blogger vichi ha detto...

Al di là della propaganda sionista, ormai inefficace di fronte ai tanti video e testimonianze fotografiche degli orrendi crimini commessi da Israele a Gaza, vi sono dei punti fermi:

1) Fin dalle elezioni del 2006, Hamas - e con lei tutta la popolazione di Gaza - è stata sottoposta ad un embargo durissimo e illegale (in quanto punizione collettiva); non bastando ciò a scalfire il consenso di Hamas, Israele ha deciso l'azione militare diretta.

2) La tregua è stata rotta da Israele con le incursioni a partire dai primi del mese di novembre.

3) Con il dichiarato scopo di far tornare l'Anp al potere anche nella Striscia di Gaza, Israele sta conducendo un'operazione militare con mezzi spropositati all'interno dell'area più popolata al mondo, macchiandosi di crimini inauditi di cui un giorno dovrà rispondere, in un modo o nell'altro.

4) Fa specie che si accusi Hamas di non preoccuparsi del benessere dei Palestinesi quando uno dei cardini dell'azione israeliana contro questa organizzazione è stato chiudere decine e decine di biblioteche, orfanotrofi, scuole e istituti di welfare nella West Bank. Vorrei peraltro ricordare che i famosi tunnel dai quali Hamas riceverebbe le armi "letali" con cui minaccia Israele, servivano anche e soprattutto per far entrare a Gaza cibo, carburanti e vari altri beni indispensabili ad una vita un minimo dignitosa e civile, di cui Israele ha vietato e vieta l'ingresso nella Striscia.

5) Fa specie, poi, che si continui a ricordare Shalit dimenticandosi di oltre 10.000 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, maltrattati e sottoposti a torture di vario genere.

6) Da quando il Consiglio di Sicurezza Onu ha preso in mano (si fa per dire...) la situazione di Gaza, a quando ha partorito questa inutile risoluzione, sono morti più di 450 Palestinesi, in grande maggioranza civili inermi. E' uno scandalo inaudito che la comunità internazionale permetta un massacro ed un crimine di tali proporzioni ai danni di una popolazione pressocché indifesa.
Cassese qualche giorno fa ha parlato di crisi del diritto umanitario, che non prevede sanzioni per chi lo viola. Ma questa è una ben più grave crisi etica che investe tutto il mondo, indifferente persino di fronte alle immagini di un vero e proprio genocidio del popolo palestinese.

 
Alle 12 gennaio 2009 alle ore 17:16 , Blogger arial ha detto...

Uri AdveneryNon aver capito la vera natura di Hamas non ha permesso di intuire i prevedibili risultati. Non solo Israele non può vincere la guerra, Hamas non può perderla. Anche se l'esercito israeliano dovesse riuscire a uccidere ogni combattente di Hamas fino all'ultimo uomo, perfino allora Hamas vincerebbe. I combattenti di Hamas verrebbero percepiti come punto di riferimento della nazione araba, gli eroi della gente palestinese, modelli da emulare per ogni giovane nel mondo arabo. La Cisgiordania cadrebbe nelle mani di Hamas come frutta matura, Fatah annegherebbe in un mare di disprezzo, i regimi arabi rischierebbero il crollo. E se la guerra si concluderà con Hamas ancora in piedi, insanguinato ma non annichilito dalla potente macchina militare israeliana, equivarrà a una fantastica vittoria, una vittoria della mente sulla materia. Quello che cicatrizzerà nella coscienza del mondo sarà un’immagine di Israele come mostro macchiato di sangue, pronto in qualsiasi momento a commettere crimini di guerra e impreparato a rispettare qualsiasi freno morale. Ciò avrà conseguenze gravi per il nostro futuro a lungo termine, la nostra posizione nel mondo, la nostra probabilità di conseguire la pace. In definitiva, questa guerra è un crimine anche contro noi stessi, un crimine contro lo stato d’Israele. [CO]MISNA - Missionary Service News Agency
http://frammentivocalimo.blogspot.com/2009/01/uri-avnery-hamas-non-si-nasconde-dietro.html

 
Alle 13 gennaio 2009 alle ore 00:35 , Blogger vichi ha detto...

Non si può che concordare con le parole di Avnery, naturalmente.
Questo massacro - altro che guerra, ha ragione D'Alema - porta in dote anche la perdita per la Ue di ogni residua possibilità di diventare un honest broker tra israeliani e palestinesi.
E sancisce definitivamente, se ce ne fosse stato bisogno, la totale irrilevanza della Ue nello scacchiere.
E' ormai chiaro che, spontaneamente, Israele non addiverrà mai ad una pace equa e duratura con i Palestinesi, non rinuncerà alla violenza, non cederà un centimetro quadrato di terra delle colonie.
Solo un boicottaggio politico e delle sanzioni economiche potrebbero ridurre alla ragione questo Stato canaglia che non ha eguali al mondo.
Ma non c'è da confidarci.

 
Alle 13 gennaio 2009 alle ore 15:06 , Anonymous Anonimo ha detto...

mi spiega da dove ha preso notizia di maltrattamenti di palestinesi nelle carceri israeliane??Gliel'ha detto qualche suo amico di hamas??certo in questo blog si accetta tutto purchè servi per boicottare e sputtanare Israele

 
Alle 14 gennaio 2009 alle ore 10:44 , Anonymous Anonimo ha detto...

non bisogna avere degli amici per sapere che nelle carcere israeliane non solo si maltratano ma vengono uccisi tutti coloro che non collaborano...inoltre israele non conosce nessun diritto,nessun organismo internazionale e pensaci quanto è facile fare tutto cio che l'le pare(ma io dico ma in quisti giorni non hai visto come vengono trattati e uccisi i palestinesi a Gaza, ma mi chiedo se le bastano questi fatti o cosa vuole di più)..le raccomando inoltre di vedere visto che sei interesato per i prigionieri come vengono trattati i prigionieri(schiavi)guatemala, le assicuro ch'è la stessa strategia che usano.Puoi basta dare la colpa ad Hamas(e eletto democraticamente) se lei mi da i criteri di un governo legittimo forse cominciamo a ragionare e se lei ha letto tutto l'ordinamento giridico d'Israele allora sì che si può fare un dibattito politico. Israele non solo non ha un costituzione ma ne anche dei confini e tutto ciò legittima la sua occupazione e le sue masacre. Io spero che il mondo arabo si sveglia e mette in ordine questa questione.

 
Alle 14 gennaio 2009 alle ore 16:26 , Blogger vichi ha detto...

Per chi non conosce i fatti, e per avventura non legga nemmeno i quotidiani israeliani (che tante volte hanno denunciato maltrattamenti e torture ai danni dei prigionieri palestinesi) consiglio l'utile visita al sito del Public Committee against Torture in Israele (PCATI).
E non c'è bisogno di conoscere bene l'inglese per capire...

 
Alle 18 gennaio 2009 alle ore 14:42 , Anonymous Anonimo ha detto...

per anonimo:
è facile parlare a vanvera...è invece difficile riportare fonti e dimostrare che ciò che si dice è vero...è giusto che hamas abbia il potere come è giusto che le brigate rosse lo abbiano in Italia. vada a vedere la costituzione di hamas poi ne riparliamo
per vichi:
sono abbastanza informato per sapere che si tratta di casi isolati...ma siccome lei fa uso di una propaganda becera e diffamatrice la generalizzazione è d'ordine.

 
Alle 19 gennaio 2009 alle ore 10:54 , Blogger vichi ha detto...

Hamas ha vinto libere e democratiche elezioni nel 2006, e aveva ogni titolo per guidare il governo.
Ma siccome in questo momento storico va di moda rovesciare i governi che non ci piacciono, anziché trattare con quelli che sono al potere, va bene così e allora quelli di Hamas sono solo "terroristi" o "banditi" (come si usava dire ai bei tempi andati dei partigiani...).
Per il resto, che la tortura e i maltrattamenti ai prigionieri palestinesi non fossero "casi isolati" lo testimonia il fatto che è dovuta intervenire in proposito persino l'Alta Corte israeliana.
Ma non è cambiato nulla.
Questo per tacere delle violazioni dei diritti umani dei prigionieri palestinesi, tipo non poter ricevere visite dai familiari, come accade per quelli "prelevati" da Gaza.

 
Alle 19 gennaio 2009 alle ore 16:32 , Anonymous Anonimo ha detto...

ma che dice??ma si può essere tanto ipocriti??Israele dovrebbe trattare con un gruppo integralista che non lo riconosce e desidera a tutti i costi la sua eliminazione??ma stiamo scherzando??..anche hitler fu eletto democraticamente e le devo ricordare cosa è successo?
Io apprezzo molto che c'è chi si interessa del popolo palestinese ma non può giustificare il terrore di hamas..sa che cos'è la sharia??sa che hamas cerca in tutti i modi di eliminare i suoi oppositori invece di trovare un comune accordo?
Giustificare Hamas è come supportare e participare al suo terrorismo...

 

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