7 gennaio 2009

Orrore e morte a Gaza: la testimonianza di Vittorio Arrigoni.


Riporto qui, dal blog dell'amico Vittorio alias guerrillaradio, l'ultimo degli articoli che ha preparato per il Manifesto.

Poichè Israele - nel vano tentativo di mascherare i propri crimini - non ha consentito e non consente l'accesso dei giornalisti nella Striscia di Gaza, quella di Vittorio Arrigoni è una delle poche, preziose testimonianze che ci consentono di comprendere in qualche modo la portata della brutalità e della determinata ferocia con cui i nazisti dell'Idf stanno conducendo l'operazione "Piombo Fuso" a Gaza, massacrando in modo bestiale una popolazione inerme e innocente, che non trova più alcun rifugio che possa definirsi sicuro.

Naturalmente Vittorio, mentre scriveva, non poteva ancora avere notizia degli ultimi crimini di guerra commessi dall'esercito israeliano, né poteva sapere che i morti, nel frattempo, erano saliti a 660 e i feriti a oltre 2900, secondo i dati forniti in tarda notte da al-Jazeera International.

Crimini come lo sterminio di 13 componenti della famiglia Al-Daiya, uccisi ieri da una cannonata che ha distrutto la loro abitazione sita nel quartiere Zeitoun di Gaza City (8 altri componenti della famiglia risultano tutt'ora dispersi).

Crimini come quello che - sempre a Zeitoun - ha colpito la famiglia "allargata" dei Samouni, 20 membri della quale sono intrappolati, per il terzo giorno oggi, insieme a 30 altri componenti della famiglia massacrati nella loro casa da un missile dell'aviazione israeliana nella mattinata di lunedì.

Crimini come l'uccisione di oltre 40 civili palestinesi ed il ferimento di altri 55 - molti dei quali bambini - che avevano cercato scampo dalla furia di Tsahal all'interno di una scuola elementare gestita dall'UNRWA nel campo profughi di Jabaliya, colpita ieri pomeriggio da almeno tre cannonate.

Se da una parte l'esercito israeliano (vale sempre la stessa giustificazione, potrebbero anche risparmiarsi la fatica...) ha affermato che dalla scuola proveniva il fuoco di militanti di Hamas, dall'altra il portavoce dell'UNRWA Christopher Gunness ha negato la circostanza e ha chiesto che si istituisca una commissione indipendente per investigare sull'accaduto e sanzionare gli eventuali crimini da chiunque commessi.

Ma Israele non ha mai consentito inchieste dell'Onu o di chicchessia sui bestiali crimini di guerra di cui si è macchiato nel corso di questi anni, e certo non ne consentirà alcuna che si riferisca all'operazione "Piombo Fuso", un crimine contro l'umanità che è sperabile almeno questa volta non resti impunito.


Il mio articolo per il manifesto di oggi
6.1.2009


"All' innocente gente di Gaza, la nostra guerra non è una guerra contro di voi ma contro Hamas, se non la smettono di lanciare razzi voi vi troverete in pericolo". E' la trascrizione di una registrazione che è possibile ascoltare rispondendo al telefono queste ore a Gaza.

L'esercito israeliano la sta diffondendo illudendosi che i palestinesi non abbiano occhi e orecchi. Occhi per vedere che le bombe colpiscono quasi esclusivamente obbiettivi civili, come moschee (15, l'ultima quella di Omar Bin Abd Al Azeez di Beit Hanoun), scuole, università, mercati, ospedali. Orecchie per non udire le urla di dolore e terrore dei bambini, vittime innocenti eppure predestinate di ogni bombardamento.

Secondo fonti ospedaliere, nel momento in cui sto scrivendo sono 120 i minori rimasti sotto le bombe, 548 i morti totali, più di 2700 i feriti, decine e decine i dispersi.

Due giorni fa all'ospedale della mezzaluna rossa nel campo profughi di Jabalia, la notte non è mia calata. Dal cielo elicotteri Apache hanno lanciato ordigni luminescenti in continuazione, tanto da non farci accorgere di una qualche differenza tra alba e tramonto. Il cannoneggiare ripetuto di un carro armato posto a meno di un chilometro dall'ospedale ha crepato seriamente le mura dell'edificio, ma abbiamo resistito fino alla mattina. Verso le 10 circa, bombe sul campo incolto adiacente all'edificio, fuoco di mitragliatrice tutt'attorno, per i dottori della mezzaluna rossa quello era un messaggio dell'esercito diretto a noi, evacuazione immediata, pena la vita. Abbiamo trasferito i feriti in altre infrastrutture ospedaliere, e ora la base operativa delle ambulanze è sulla strada Al Nady, il personale medico se ne sta seduto sui marciapiedi in attesa di chiamate, che si susseguono febbrilmente.

Per la prima volta dall'attacco israeliano ho visto negli ospedali alcuni cadaveri di membri della resistenza palestinese. Un numero infinitamente piccolo, proporzionato alle centinaia di vittime civili, che dopo l'invasione di terra si sono moltiplicate esponenzialmente. Dopo l'attacco alla moschea di Jabalia, coinciso con l'entrata dei carri armati, che ha causato 11 morti e una cinquantina di feriti, per tutta la notte di sabato scortando le ambulanze ci siamo resi conto della tremenda potenza distruttiva degli obici sparati dai tanks israeliani, come se di distruzione nei giorni precedenti se ne sentiva l'assenza.

A Bet Hanoun una famiglia che si stava scaldando nella propria casa dinnanzi ad un fornellino a legna, è stata colpita da uno di questi micidiali colpi di cannone. Abbiamo raccolto 15 feriti, 4 casi disperati. Successivamente verso le 3 e mezza del mattino abbiamo risposto ad una chiamata d'emergenza, troppo tardi, dinnanzi all'uscio di un'abitazione tre donne in lacrime ci hanno messo in braccio una bambina di quattro anni avvolta da un lenzuolo bianco, il suo sudario, era già gelida.

Ancora una famiglia colpita in pieno, questa volta dall'aviazione, a Jabalia, due adulti con in corpo schegge di esplosivo. I due figli hanno riportato ferite lievi, ma da come strillavano era evidente il trauma psicologico che stavano vivendo, qualcosa che li segnerà indelebilmente per tutta la vita più di uno sfregio su una guancia. Anche se nessuno si ricorda di citarli, sono migliaia i bambini afflitti da gravi turbe mentali procurate dal terrore dei continui bombardamenti, o peggio, dalla vista dei genitori e dei fratellini dilaniati dalle esplosioni.

I crimini di cui si sta macchiando Israele in queste ore vanno ben oltre i confini dell'immaginabile.

I soldati non ci permettono di andare a soccorrere i superstiti di questa immensa catastrofe innaturale.

Quando i feriti si trovano in prossimità dei mezzi blindati israeliani che li hanno attaccati, a noi sulle ambulanze della mezzaluna rossa non è concesso avvicinarsi, i soldati ci bersagliano di colpi. Avremmo bisogno della scorta di almeno un'ambulanza della croce rossa, e del coordinamento di questi ultimi coi vertici militari israeliani, prima di correre a cercare di salvare vite. Provate a immaginare quanto tempo necessiterebbe una procedura del genere, una condanna a morte certa per dei feriti in attesa di trasfusioni o di trattamenti di emergenza. Tanto più che la croce rossa ha i suoi di feriti a cui pensare, non potrebbe in nessun modo rendersi disponibile ad ogni nostra chiamata.

Ci tocca allora stazionare in una zona "protetta", eufemismo qui a Gaza, ed attendere i parenti che ci portino i congiunti moribondi, spesso in spalla.

Così è andata verso le o5.30 di stamane, abbiamo arrestato col motore acceso l'ambulanza al centro di un incrocio e indicato tramite telefono la nostra posizione ad uno dei parenti dei feriti. Dopo una decina di minuti di snervante attesa, quando aveva già deciso di ingranare la marcia ed evacuare l'area per andare a rispondere ad un'altra chiamata, abbiamo visto girare l'angolo e dirigersi verso di noi, lentamente, un carretto carico di persone sospinto da un mulo. Una coppia con i suoi due figlioletti.

La migliore rappresentazione possibile di questa non-guerra. Questa non è una guerra perché non ci sono due eserciti che si battagliano su di un fronte, è un trovarsi sotto assedio da un'aviazione, una marina, ed ora pure una fanteria fra le più potenti del mondo, sicuramente la più avanzata in fatto di equipaggiamento militare tecnologico, che ha attaccato una misera striscia di terra di 360 kmq, dove la popolazione si muove ancora sui muli e c'è una resistenza malearmata la cui unica forza è quella di essere pronta al martirio.


Quando il carretto si è fatto abbastanza vicino gli siamo andati incontro, e con orrore abbiamo scoperto il suo macabro carico. Un bimbo stava sdraiato con il cranio fracassato, gli occhi letteralmente saltati fuori dalle orbite dondolavano sul viso come quelli al termine dei peduncoli dei granchi, lo abbiamo raccolto che ancora respirava. Il suo fratellino invece presentava il torace sventrato, gli si potevano distintamente contare le costole bianche oltre i brandelli di carne lacera. La madre teneva poggiate le mani sul quel petto scoperchiato, come se cercasse di aggiustare quel che il frutto del suo amore aveva saputo generare, e l'odio anonimo di un soldato, obbedendo ferreamente a dei sadici ordini aveva per sempre distrutto.

Devo denunciare un ulteriore crimine, e nostro ennesimo personale lutto.


L'esercito israeliano continua a prendere di mira le ambulanze. Dopo il dottore e l'infermiere morti a Jabalia 4 giorni fa, ieri è toccato ad un nostro amico, Arafa Abed Al Dayem, 35 anni, lascia 4 figli.

Verso le 8.30 di ieri mattina abbiamo ricevuto una chiamata da Gaza city, due civili falciati da una mitragliatrice di un carro armato, una delle nostre ambulanza delle mezza luna rossa è accorsa sul posto. Arafa e un infermiere hanno caricato i due feriti sull'ambulanza, hanno chiuso gli sportelli pronti a correre verso l'ospedale, quando sono stati centrati in pieno da un obice sparato da un carro armato. Il colpo ha decapitato uno dei feriti, e ha ucciso anche il nostro amico, Nader l'infermiere che lo accompagnava se l'è cavata ma è ora ricoverato nello stesso ospedale dove lavora.

Arafa, maestro elementare, si offriva come volontario paramedico quando c'era carenza di personale. Siamo sotto una pioggia, nessuno se l'era sentita di chiamarlo in una situazione di così alto rischio. Arafa si era presentato da solo, e lavorava conscio dei pericoli convinto che oltre la sua famiglia c'erano anche altri essere umani da difendere, da soccorrere.

Ci mancano le sue burle, il suo irresistibile e contagioso sense of humour che rallegrava l'intero ospedale Al Auda di Jabalia anche nelle sue ore più cupe e drammatiche, quando sono più i morti e i feriti che confluiscono, e ci sente quasi colpevoli, inutili per non aver potuto fare qualcosa per salvarli, schiacciati come siamo da una forza micidiale inesorabile, la macchina di morte dell'esercito israeliano.

Qualcuno deve arrestare questa carneficina, ho visto cose in questi giorni, udito fragori, annusato miasmi pestiferi, che se avessi mai un giorno una mia progenia, non avrò mai il coraggio di tramandare. C'è qualcuno laffuori? la desolazione del sentirsi isolati nell'abbandono è pari alla veduta di un quartiere di Gaza dopo un'abbondante campagna di raid aerei.

Sabato sera mi hanno passato al telefono la piazza di Milano in protesta, ho passato a mia volta il cellulare agli eroici dottori e infermieri con cui stiamo lavorando, li ho visto rincuorarsi per un breve attimo. Le manifestazioni in tutto il mondo dimostrano che esiste ancora qualcuno in cui credere, ma le manifestazioni non sono ancora abbastanza partecipate per esercitare quella pressione necessarie affinché i governi occidentali costringano Israele in un angolo, ad assumersi le sue responsabilità come criminale di guerra e contro l'umanità.
Moltissime le donne gravide terrorizzate che in queste ore stanno dando alla luce figli frutti di parti prematuri.

Ne ho accompagnate personalmente tre a partorire. Una di queste, Samira, al settimo mese, ha dato alla luce uno splendido minuscolo bimbo di nome Ahmed. Correndo con lei a bordo verso l'ospedale di Auda e lasciandoci dietro negli specchietti retrovisori lo scenario di morte e distruzione dove poco prima stavamo raccogliendo cadaveri, ho pensato per un attimo che questa vita in procinto di fiorire potesse essere il beneaugurio per un futuro di pace e speranza.

L'illusione si è dissolta col primo razzo che è crollato a fianco della nostra ambulanza tornando da Auda al centro di Jabalia. Queste madri coraggio mettono tristemente al mondo creature le quali assorbono come prima luce nei loro occhi, nient'altro oltre il verde militare dei tanks e delle jeeps e i lampi intermittenti che precedono le esplosioni. Quali prospettive di vita attendono bimbi che fin dal primo istante della loro nascita avvertono sofferenza e urla di disgrazia?
Restiamo umani

Vik

Vittorio Arrigoni


P.S.: non mi vergogno a dire che, quando ho finito di leggere quel che ha scritto Vittorio, avevo gli occhi lucidi.

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3 Commenti:

Alle 12 gennaio 2009 09:29 , Anonymous Anonimo ha detto...

Restiamo Umani!!!ora più che mai mi dubito che noi tutti siamo umani, io non so come a certa gente non li pesa sulla coscienza e ancoera chiede solidarietà per il popolo israeliano ma quale solidarietà??? ma si pò paragorare le vittime di palestina con quele israeleiane, ma si pò capire uno stato occupante che segue le stesse misure come seguivano i nazisti ma fino a quando saremo così deboli noi pacifisti di vedere tutte queste masacre che succedono al mondo e incapaci ad avere un'influenza nelle scielte politiche dei nostri cosi detti rapprenentanti(ma quale rappresentanti)...palestinesi potremo essere ogniuno di noi in un prossimo futuro se il mondo va con questa logica del più forte senza nessuna ragione e senza nessun motivo

 
Alle 13 gennaio 2009 20:55 , Anonymous Anonimo ha detto...

io nn ci posso credere!!!!
sono 2 settimane che quasi nn dormo, nn mangio e nn studio perchè mi ritornano alla mente le immagini e le foto di quelle persone cn i corpi dilaniati, la buttati vicino ai soldati che nn li lasciano neanche soccorrere. questo è un altro olocausto. il 27 gennaio è il giorno della memoria, ke vada a farsi fottere quella dannata giornata, fatta poi per quegli ebrei del cazzo!!!!! io col cazzo ke vado a incitarli, li avesse uccisi tutti hitler!!!!!!!!!!!!!!!!!!
e poi qualcuno mi dice ke anche loro hanno patito! ma nn si vergognano di quello ke hanno fatto???? e quegli americani del cazzo ke li aiutano cn le armi. il fottuto onu ke nn ha fatto un cazzo per i plalestinesi oltre peggiorare le cose avendo a capo gli stati uniti.uccidono tutti...
nn fanno differenza tra uomini, donne, bambini, vecchi, medici....
mentre scrivo questo commento un fiumedi lacrime sta scorrndo sul mio viso...io nn ho parole!!! QUALCUNO FACCIA QUALCOSA!!

 
Alle 14 gennaio 2009 16:06 , Blogger vichi ha detto...

Le immagini video e fotografiche del massacro in corso nella Striscia di Gaza stanno facendo il giro del mondo e contribuiscono a peggiorare la già compromessa "immagine" che dello stato israeliano ha la pubblica opinione mondiale.
A me personalmente torna in mente sempre, come un incubo, l'immagine di Ahmed e dei suoi tre fratellini che vegliano accanto al corpo della loro madre morta, uccisa dai tank israeliani nel quartiere di Zeitoun, e salvati allo stremo delle forze da un team di soccorso della Croce Rossa.
Detto questo, e comprendendo lo stato d'animo di chi posta commenti su questo sito, non possono essere condivisi scritti come quello dell'anonimo n.2.
Noi sogniamo un mondo di pace e di giustizia per tutti i popoli del mondo, e non possiamo e non dobbiamo augurarci la morte di alcuno.
E, inoltre, non dobbiamo dare alibi a quanti agitano lo spettro dell'antisemitismo per tacitare le proteste di chi si indigna per i mostruosi crimini contro l'umanità posti in essere dall'esercito israeliano nella Striscia di Gaza.

 

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