13 maggio 2009

Intervista a Re Abdullah di Giordania.

A margine della visita del Papa in Terra Santa – prima tappa la Giordania – re Abdullah ha rilasciato diverse interessanti interviste, tra le quali spicca quella rilasciata al Times lo scorso 11 maggio (qui proposta nella traduzione offerta dal sito Medarabnews), in cui il sovrano di Giordania parla delle prospettive del processo di pace in medio oriente, soffermandosi sull’importanza dell’iniziativa di pace araba che prevede il riconoscimento di Israele da parte di 57 Stati (anche se, vi è da dire, nel numero sarebbero ricompresi anche Iran e Sudan…) in cambio del ritiro israeliano dai Territori palestinesi occupati.

Su una cosa, soprattutto, ha ragione Re Abdullah: probabilmente questa è una occasione irripetibile per raggiungere una pace regionale stabile e duratura, e se non sarà colta nel breve periodo il rischio concreto è che il mondo venga risucchiato in una nuova guerra in medio oriente, dalle conseguenze imprevedibili ma sicuramente rovinose.

La palla, ora, è nel campo israeliano e, soprattutto, in quello statunitense, un vero e proprio banco di prova per l’auspicato cambio di rotta dell’amministrazione Obama in politica estera. Non sarà facile, infatti, convincere un interlocutore come quello costituito da Netanyahu e dal suo governo di estrema destra che, fino ad ora, esita persino a dichiararsi esplicitamente favorevole alla nascita di uno Stato palestinese.

Re Abdullah: “Questa non è una soluzione a due Stati, è una soluzione a 57 Stati”.
11.5.2009

Com’è andata la visita del papa?

Credo che sia andata estremamente bene. Ho detto a Sua Santità che questo è il momento giusto. Lei sta venendo qui in pellegrinaggio spirituale con un messaggio di pace…come un messaggio di speranza per ciò che stiamo progettando di fare sul piano politico. Fa tutto parte di un unico importante sforzo. Questo è un delicato crocevia dal quale dobbiamo trarre vantaggio.

Dunque questa è una buona scelta di tempo fra la sua visita a Washington, e prima della visita del presidente Obama al Cairo?

Nei miei colloqui con lui mi sono concentrato sul fatto che lui è la dimensione spirituale mentre io lavoro nella dimensione politica. L’effetto a cascata sulla gente è sempre stato la sfida maggiore. Perciò il messaggio di riconciliazione, il messaggio di speranza per il futuro di Gerusalemme giunge con un tempismo perfetto, poiché vi è stato un diluvio di attività nelle ultime sei settimane, dopo il vertice di Doha e ciò che i paesi arabi stanno facendo nell’ambito dell’iniziativa di pace araba. L’attesa visita di Netanyahu a Washington la prossima settimana sarà il punto di svolta.

Ovviamente, sono sicuro che il presidente Obama stia tenendo per sé le proprie carte fino a quando non avrà ascoltato ciò che il primo ministro Netanyahu ha da dire. Io credo che il presidente sia impegnato a favore della soluzione a due stati. E’ impegnato a favore di questa soluzione ora. Egli avverte l’urgenza di agire oggi. Poiché non stiamo lavorando per la pace in uno spazio vuoto, senza nessun altro che sia qui. Perciò, questo è un momento cruciale.

Un cinico potrebbe dire: abbiamo avuto la conferenza di pace di Annapolis, abbiamo avuto la road map, l’iniziativa araba, quasi un decennio senza risultati. Qual è la differenza adesso?

Quattro o cinque decenni! Ci sono due importanti fattori. Siamo stufi e stanchi di questo processo. Stiamo parlando di negoziati diretti. Questo è un punto importante. Stiamo affrontando la cosa in un contesto regionale. Si potrebbe dire: attraverso l’iniziativa di pace araba. Gli americani la vedono come noi, e credo anche gli europei. La Gran Bretagna sta giocando un ruolo attivo estremamente vitale, più di quanto io abbia mai visto in dieci anni di esperienza, nel mettere insieme le persone.

Ciò di cui stiamo parlando non sono israeliani e palestinesi seduti intorno a un tavolo, ma gli israeliani seduti con i palestinesi, gli israeliani seduti con i siriani, gli israeliani seduti con i libanesi. E con gli arabi e il mondo islamico schierati per aprire negoziati diretti con gli israeliani nello stesso momento. Dunque, è il lavoro che deve essere fatto nei prossimi mesi che fornisce una risposta regionale a questo – questa non è una soluzione a due stati, è una soluzione a 57 stati.

Questo è il punto critico che scuote i politici israeliani e l’opinione pubblica israeliana. Volete rimanere la Fortezza Israele per i prossimi dieci anni? La sventura che ciò implicherebbe per tutti noi, incluso l’Occidente? Questo è diventato un problema globale. Noi stiamo dicendo agli israeliani che questa è una questione molto più grande degli israeliani e dei palestinesi. Io credo che l’amministrazione Obama questo lo comprenda. Io sono estremamente preoccupato all’idea di avere una conferenza fra sei mesi, ed un’altra fra un anno; questo non funziona. Credo che dovremo fare molta diplomazia di mediazione, portare le persone attorno a un tavolo nei prossimi mesi e trovare una soluzione.

Dunque lei sta lanciando un’offerta agli israeliani che dice: se viene fatto un accordo, questi sono i popoli che faranno la pace con voi, i popoli con i quali aprirete delle ambasciate e con i quali commercerete?

Se lei considera che un terzo del mondo non riconosce Israele – 57 paesi delle Nazioni Unite non riconoscono Israele, un terzo del mondo – le sue relazioni internazionali non possono essere così buone. Vi sono più paesi che riconoscono la Corea del Nord che non Israele. E’ dunque una presa di posizione molto forte, se stiamo offrendo che un terzo del mondo li incontri a braccia aperte. Il futuro non è il fiume Giordano o le alture del Golan, o il Sinai; il futuro è il Marocco sull’Atlantico, fino all’Indonesia nel Pacifico. Io credo che ci sia questo in ballo.

Vi sono state alcune notizie secondo le quali gli americani vi avrebbero chiesto di chiarire alcune parti dell’iniziativa araba, in particolare lo status di Gerusalemme ed il futuro dei profughi palestinesi.

Sono stato estremamente preciso nel portare una lettera per conto della Lega Araba che metteva in rilievo la proposta di pace araba, il desiderio arabo di lavorare con il presidente Obama per far sì che essa abbia successo, l’impegno a tendere una mano amichevole agli israeliani, e molte altre cose che potremmo probabilmente fare per il mondo.

Si trattava di notizie maliziose?

E’ difficile dirlo. Mi piacerebbe pensare che non lo fossero, che si trattasse solo di persone che hanno molto tempo a loro disposizione. Ma sono speculazioni molto lontane dalla realtà.

Vi è un governo di estrema destra in Israele che non accetta nemmeno una soluzione a due stati. Come supererete questo problema?

Dobbiamo trattare con quelli che abbiamo a disposizione. Solo perché vi è un governo di destra in Israele, non significa che dobbiamo gettare la spugna. Ci sono un sacco di ebrei americani e di israeliani che mi dicono che ci vuole un governo israeliano di destra per fare la pace. Io dico, speriamo che sia così! Netanyahu ha una grossa responsabilità andando a Washington. Io credo che l’atmosfera internazionale non sia favorevole alle perdite di tempo.

Ha mai trattato con Netanyahu in passato?

Ebbi tre mesi di sovrapposizione con lui [dopo la morte di re Hussein]. Furono probabilmente i meno piacevoli dei miei dieci anni di regno. Tuttavia, molte cose sono accadute negli ultimi dieci anni, e noi stiamo guardando allo scenario complessivo, e a ciò che è meglio per Israele (che credo sia la soluzione a due stati).

E che mi dice di Gerusalemme?

Non è un problema internazionale, è una soluzione internazionale. Gerusalemme sfortunatamente è stata un simbolo di conflitto per così tanti secoli. Dal principio di questo nuovo secolo, ciò di cui abbiamo disperatamente bisogno è che Gerusalemme diventi un simbolo di speranza. Come incoraggiare le tre religioni monoteiste a fare di Gerusalemme un pilastro del futuro di questo secolo? Io avverto molta più maturità e comprensione, in questi tempi difficili di diffidenze culturali e religiose, che potrebbe essere l’elemento di unione di cui abbiamo bisogno.

Lei pensa che sarete in grado di prendere a bordo la Siria?

I siriani certamente vedono i vantaggi di un negoziato di pace con Israele, ed io confido nei miei colloqui con il loro ministro degli esteri in occasione della mia prossima visita a Damasco, confido che essi comprenderanno che questo è un approccio regionale; perché io credo fermamente che un approccio bilaterale fra Israele e la Siria sarebbe usato dall’una o dall’altra parte per perdere tempo. Io credo che questo approccio regionale a cui guarda Obama, e che è appoggiato da tutti noi, lanci un forte messaggio a Israele e sia un forte impegno a risolvere il problema siriano e quello libanese allo stesso tempo.

Dunque vi è un’enorme opportunità per la Siria di beneficiare del contesto regionale e di ingraziarsi l’Occidente. Perciò la mia speranza è che essi vedano come l’approccio dinamico sia cambiato; vi è la speranza che questa sia una situazione da cui tutti abbiano da guadagnare. Ciò che è bene per i palestinesi, è bene per i siriani, ed è bene per i libanesi.

Netanyahu si appresta ad andare al Cairo ed a Washington. Come pensa che si evolveranno le cose?

Il momento cruciale sarà cosa verrà fuori dall’incontro Obama-Netanyahu. Se vi sarà un tentativo di rinvio da parte di Israele sulla soluzione a due stati, o se non vi sarà una chiara visione americana di come portarla a termine nel 2009, allora tutta l’enorme credibilità che Obama ha nel mondo e nella nostra regione svanirà in una notte, se nulla verrà fuori a maggio. Tutti gli occhi saranno puntati su Washington, a maggio. Se non ci saranno chiari segnali per tutti noi, allora si affermerà la sensazione che questa è soltanto un’altra amministrazione americana che finirà col deluderci tutti.

Se i vostri piani di pace non avranno successo, avrà importanza?

Avremo una guerra. Prima della guerra libanese, dissi che ci sarebbe stato un conflitto con Israele. Lo dissi quattro o cinque mesi prima. Dissi che sarebbe accaduto o in Libano o a Gaza. Accadde in Libano. A novembre, dissi che ci sarebbe stata un’altra guerra in Libano o a Gaza. Pensavo che ci sarebbe stata una volta che Obama avesse assunto il suo incarico, ma si è verificata un mese prima. Se rimandiamo i nostri negoziati di pace, ci sarà un altro conflitto fra gli arabi – o i musulmani – e Israele nei prossimi 12 o 18 mesi. Accadrà per certo, così come ci sono stati gli altri conflitti.

Perciò questa è l’alternativa: avere un’altra guerra, altra morte e distruzione. Ma le sue implicazioni ora si riverbereranno molto più in là del Medio Oriente. Ci sono altre sfide in Afghanistan ed in Pakistan. C’è molto di più in ballo. Se a maggio verrà fuori che questo non è il momento adatto e che non c’è interesse per la pace, allora il mondo sarà risucchiato in un altro conflitto in Medio Oriente.

Intervista condotta da Richard Beeston

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