6 maggio 2009

La divisione della Palestina: un successo israeliano.

La propaganda israeliana ama presentare la Striscia di Gaza come una “entità” autonoma e non più soggetta ad occupazione a seguito del “disengagement plan” di Sharon del 2005.

Per controbattere questa palese falsità si può facilmente osservare come Israele controlli ancora adesso le frontiere terrestri e marittime nonché lo spazio aereo di Gaza, imponendo un disumano e infame assedio a un milione e mezzo di Palestinesi, costretti a ricorrere agli aiuti umanitari per la loro stessa sopravvivenza. E’ chiaro dunque che, a termini del diritto internazionale, nei confronti della Striscia Israele deve considerarsi come una potenza occupante, in quanto ne ha il pieno controllo.

Si dimentica spesso di ricordare, tuttavia, come un altro aspetto dell’occupazione consista nel controllo dei registri dello stato civile: come ricorda Amira Hass nell’articolo che segue – qui proposto nella traduzione offerta dal sito
Medarabnews – ai residenti di Gaza è proibito vivere, studiare e lavorare nella West Bank senza il permesso di Israele (permesso, naturalmente, concesso di rado). Degno di nota il fatto che i Palestinesi di Gaza non possano entrare in Cisgiordania nemmeno attraverso il confine con la Giordania.

Nel novembre del 2005 il Governo israeliano e l’Autorità palestinese siglarono in pompa magna il cosiddetto accordo AMA (
Agreement on Movement and Access), sotto l’egida orgogliosa degli Usa e della Rice. Tale accordo – non è peregrino ricordarlo – prevedeva tra le altre cose che il collegamento tra la Striscia di Gaza e la West Bank fosse assicurato da convogli di bus per le persone (da attuarsi entro il 15 dicembre) e da convogli di camion per le merci (da attuarsi entro il 15 gennaio 2006). Si prevedeva, inoltre, che sarebbero iniziati subito i lavori per il porto di Gaza, e che si sarebbe predisposto un tavolo di discussione per il ripristino dell’aeroporto.

Che fine abbia fatto l’accordo AMA è sotto gli occhi di tutti, e questa vicenda dimostra, ancora una volta, quanto ci si possa fidare di Israele e degli accordi che sottoscrive.

Magari l’auspicato cambio di rotta dell’amministrazione Usa in Medio Oriente potrebbe cominciare proprio da qui, ponendo fine al criminale assedio di Gaza e ripristinando il quadro dell’accordo sull’accesso e il movimento da e per la Striscia.

UN SUCCESSO ISRAELIANO
20.4.2009

La totale separazione tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza è una delle maggiori conquiste della politica israeliana, il cui principale obiettivo è prevenire una soluzione basata su decisioni e visioni internazionali, imponendo, al contrario, un compromesso basato sulla superiorità militare di Israele. Dinnanzi alla violenta rivalità tra i due movimenti in competizione per avere la meglio nel governo “farsa” palestinese, è semplice dimenticare lo sforzo che Israele ha profuso per separare famiglie, economie, culture e società tra le due parti dello stato palestinese in via di costruzione. Ai palestinesi, “aiutati” dalla geografia, non è rimasto altro che coronare questa divisione con il loro doppio regime.

Le restrizioni che Israele impose alla circolazione dei Palestinesi nel 1991 hanno invertito un processo che era stato avviato nel giugno del 1967. A quell’epoca, per la prima volta dal 1948, una cospicua porzione di Palestinesi viveva di nuovo nel territorio di un unico paese, senza dubbio un paese soggetto ad occupazione, ma per lo meno unitario. E’ anche vero che presto emersero tre categorie di residenti palestinesi: cittadini di Israele di terza classe, residenti di Israele (a Gerusalemme) e residenti dei “territori amministrati”. Eppure, il fatto di ripristinare vecchi legami sociali e familiari, e di creare nuove modalità di integrazione sociale, culturale ed economica si è rivelato più forte delle distinzioni amministrative. Il dinamismo, la creatività e l’ottimismo della prima Intifada (1987-1992) debbono molto alla realtà generata da questa libertà di movimento all’interno di un unico paese.

Israele ha posto un freno a questa libertà di movimento alla vigilia della prima guerra del Golfo. Dal gennaio del 1991, Israele ha solamente affinato la burocrazia e la logistica della scissione e della divisione: non solamente tra i Palestinesi dei Territori Occupati e i loro fratelli all’interno di Israele, ma anche tra i Palestinesi residenti a Gerusalemme e quelli residenti nel resto dei territori, e tra i residenti a Gaza e i residenti in Cisgiordania/Gerusalemme. Gli Ebrei vivono sullo stesso lembo di terra all’interno di un distinto e superiore sistema di privilegi, leggi, servizi, infrastrutture e libertà di movimento.

Un giorno, quando verranno aperti gli archivi, sapremo fino a che punto fu calcolato e pianificato questo processo. Nel frattempo, non possiamo ignorare il fatto che esso è iniziato nel momento in cui la Guerra Fredda e l’apartheid sudafricana stavano finendo, e mentre la comunità internazionale stava decidendo che era giunta l’ora di arrivare ad un accordo tra Palestinesi e Israeliani per la formazione di due stati sulla base dei confini del 4 giugno 1967.

Parallelamente al processo di Oslo, Israele ha intrapreso dei passi burocratici che vanificavano la clausola prevista dagli accordi di Oslo secondo la quale la Striscia di Gaza e la Cisgiordania sono un’unica unità territoriale. Ai residenti di Gaza è proibito vivere, studiare e lavorare in Cisgiordania senza il permesso di Israele (che è concesso raramente, e solamente a richiedenti favoriti). Ai residenti di Gaza è proibito entrare in Cisgiordania anche attraverso il confine con la Giordania. Amici e parenti vivono a soli 70 km di distanza, ma Israele non permette loro di incontrarsi. Oggi un Palestinese nato a Gaza che vive in Cisgiordania senza il permesso di Israele è considerato una “presenza clandestina”.

L’ambiguo disimpegno unilaterale da Gaza, compiuto da Israele nel 2005, ha perpetuato un processo iniziato nel 1991: la Striscia di Gaza e la Cisgiordania rientrano in tipi di amministrazione differenti, con Israele che abilmente presenta Gaza come un’entità indipendente non più soggetta ad una occupazione. Alle ultime elezioni palestinesi, Hamas si è dimostrato più convincente di Fatah nel momento in cui ha attribuito la “vittoria” palestinese e il ritiro israeliano a se stesso e alla propria lotta armata, e ha promesso che “Gerusalemme sarà la prossima conquista”. A ciò è seguita la presa di potere di Hamas a Gaza nel 2007, e la direttiva del presidente Mahmoud Abbas a decine di migliaia di impiegati dell’Autorità Palestinese di boicottare il loro posto di lavoro nella Striscia.

Negli ultimi colloqui per giungere ad un’unità palestinese, le domande sostanziali non sono state poste: l’opinione pubblica della Cisgiordania e di Gaza ha rinunciato al legame tra le due parti occupate nel 1967, fino alla remota realizzazione del sogno di un unico stato? I Palestinesi chiederanno conto alle loro due leadership dell’aiuto che esse hanno offerto a Israele nel separare i due territori? Per Hamas il legame con il mondo arabo e musulmano è più vitale del suo legame con la Cisgiordania? Il prestigio formale a livello internazionale, e i vantaggi di cui godono i loro burocrati, sono più cari all’ANP e all’OLP della popolazione di Gaza?

Le risposte devono provenire anche da parte israeliana, e soprattutto da coloro che affermano di appoggiare la pace. Prima della vittoria di Hamas alle elezioni del 2006, la sede amministrativa dell’ANP si trovava a Gaza. Ciò non ha impedito che Israele perfezionasse le condizioni di separazione e divisione che hanno trasformato la Striscia nel campo di detenzione che è oggi, mentre la maggior parte dei pacifisti israeliani stava con le mani in mano. Anche se al Cairo avvenisse un miracolo e i Palestinesi ritrovassero la loro unità, il governo di Israele non rinuncerà di buon grado alla sua più grande conquista: separare Gaza dalla Cisgiordania. Questa conquista, che non farà che alimentare un sanguinoso conflitto, rappresenta un disastro per entrambi i popoli.

Amira Hass è una nota scrittrice e giornalista israeliana; è l’unica giornalista israeliana ad aver vissuto per anni con i palestinesi, a Gaza ed in Cisgiordania; scrive abitualmente sul quotidiano Haaretz

Titolo originale:An Israeli achievement

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8 Commenti:

Alle 14 maggio 2009 14:02 , Anonymous Andrea ha detto...

Il viaggio del Papa in Terrasanta ha riportato sotto i riflettori il problema palestinese. Uno dei luoghi comuni, al riguardo, è che la soluzione sia quella di “due popoli e due Stati”. Anche se – si aggiunge – ci sono parecchi ostacoli: i coloni nei Territori Occupati, il problema dei rifugiati e, soprattutto, il rifiuto degli estremisti palestinesi. Infatti Hamas e gli estremisti islamici non vogliono una parte della regione, la vogliono tutta. Sono pazzi?

Forse meno di quanto si pensi.
Lo sarebbero certamente se sognassero, con le loro sole forze, di riuscire militarmente dove non sono riusciti tutti gli Stati arabi coalizzati. Ma forse è ragionevole che rifiutino un’offerta che non viene loro fatta. E facciano finta di chiedere di più.
La tesi sembra ardita ma non è detto che sia infondata.
Uno Stato è tale quando è sovrano, cioè quando ha l’indipendenza legislativa, amministrativa e soprattutto militare. Ebbene: un tale Stato non può essere tollerato da Israele. Gerusalemme può accordare al vicino una totale autonomia ma non potrà mai permettere la vera indipendenza militare, perché di questa indipendenza il nuovo Stato, secondo i suoi attuali programmi, si servirebbe per attaccarlo. Pure se molto debole, la Palestina potrebbe permettere ai suoi alleati – Siria, Egitto, Giordania e corpi di spedizione anche iraniani - di entrare nel proprio territorio per attaccare Israele dalle attuali frontiere. E perché mai Israele dovrebbe mettere a rischio la propria sopravvivenza, perché mai dovrebbe rinunciare al “cuscinetto” costituito dai Territori Occupati?
Nel 1948 i palestinesi si videro offrire uno Stato sovrano e lo rifiutarono. Dissero che non potevano contentarsi di più di metà della Palestina e tentarono – già allora – di “buttare a mare gli ebrei”. Persero e invece di piegarsi al responso delle armi, continuarono a rilanciare per decenni con altre guerre, tutte perse, fino a scrivere nello Statuto di Hamas il programma dell’eliminazione degli ebrei. L’eventuale nuovo Stato dunque sarebbe aggressivo, mentre se oggi Israele può dormire sonni tranquilli è perché i palestinesi sono fermati da una recinzione e perché, da quei Territori, non può venire un esercito dotato di armi pesanti.
In passato i palestinesi non hanno voluto l’indipendenza, oggi non possono più averla. Non hanno soltanto perduto tutte le guerre, hanno perduto anche la pace. Se oggi dicono orgogliosamente che non sono disposti a nessun compromesso, possono farlo gratis: infatti la Palestina, malgrado la sua bandiera e un’incessante retorica di guerra ed odio, è solo un Territorio Occupato. E tale rimarrà a tempo indeterminato. Israele infatti non può permettere che si costituisca a pochi metri dalle sue case una minaccia per la propria sopravvivenza. Se i palestinesi, sessant’anni fa, avessero avuto un minimo di buon senso e di tolleranza, il problema non si sarebbe neppure posto: ma è andata com’è andata.
Nelle guerre normali, il vincitore lascia al vinto una limitata autonomia e questo avviene per un tempo relativamente breve. Dopo la Prima Guerra Mondiale le potenze alleate imposero il disarmo alla Germania; quelle della Seconda Guerra Mondiale tennero loro basi militari sul suolo tedesco per decenni e anche l’Italia ebbe le sue limitazioni: per esempio non è un caso se non possediamo portaerei. Ma il tempo e i buoni rapporti smussano gli angoli. Le ostilità si dimenticano e anche i vinti recuperano la loro indipendenza. Trenta o quarant’anni dopo la fine della Guerra, i rapporti fra inglesi e americani da un lato, e italiani e tedeschi dall’altro, erano tutt’altro che nel segno della guerra. Al contrario, trent’anni dopo la guerra arabo-israeliana del 1948, di pace non si parlava neanche lontanamente. Dal 1978 sono passati altri trent’anni e Hamas sogna di buttare a mare gli israeliani. E allora non c’è speranza: il problema è insolubile.
L’unica via d’uscita sarebbe un atteggiamento pacifico che, alla lunga, rassicurasse Israele. Ma a questo punto non si deve sconfinare nella fantapolitica.

 
Alle 15 maggio 2009 11:13 , Blogger vichi ha detto...

Questo lungo commento contiene numerose inesattezze e tesi alquanto bizzarre.

Mi limito ad osservare che, ancora qualche giorno fa, Khaled Meshal in una intervista ufficiale si è dichiarato d'accordo ad uno Stato palestinese nei confini del 1967.

E, d'altra parte, non si vede chi oggi (o domani) possa realisticamente pensare di "buttare a mare" gli israeliani o di minacciare l'esistenza stessa di Israele, e dunque l'argomento "sicurezza" sempre sbandierato a copertura di ogni malefatta e di ogni crimine israeliano è semplicemente un espediente propagandistico.

Per il resto, la comunità internazionale conosce un suo diritto, che purtroppo diverge dai desideri di Israele, diritto che prevede l'inammissibilità dell'acquisizione di territori a mezzo della guerra e che imporrebbe ad Israele il ritiro dai Territori palestinesi occupati.

E soltanto l'incondizionato appoggio Usa in questi anni e l'uso indiscriminato del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza Onu consente ancora oggi ad Israele di perpetuare incredibilmente - al di fuori di ogni legalità internazionale - l'unica occupazione militare diretta oggi esistente al mondo.

Ed è davvero incredibile che esistano persone - per quanto accecate dalla propaganda - che possano considerare normale una tale situazione e che un territorio occupato possa restare tale "a tempo indeterminato"!

E, infine, parlare di "atteggiamento pacifico" a meno di un mese di distanza dall'uccisione di un Palestinese 17enne che manifestava pacificamente a Bil'in è francamente fuori luogo.

 
Alle 18 maggio 2009 19:12 , Anonymous Andrea ha detto...

Parliamoci fuori dai denti: ti dimentichi che nel 1948 i palestinesi si videro offrire uno Stato sovrano e lo rifiutarono. Dissero che non potevano contentarsi di più di metà della Palestina e tentarono – già allora – di “buttare a mare gli ebrei”. Persero e invece di piegarsi al responso delle armi, continuarono a rilanciare per decenni con altre guerre, tutte perse, fino a scrivere nello Statuto di Hamas il programma dell’eliminazione degli ebrei. L’eventuale nuovo Stato dunque sarebbe aggressivo, mentre se oggi Israele può dormire sonni tranquilli è perché i palestinesi sono fermati da una recinzione e perché, da quei Territori, non può venire un esercito dotato di armi pesanti. Pure se molto debole, la Palestina potrebbe permettere ai suoi alleati – Siria, Egitto, Giordania e corpi di spedizione anche iraniani - di entrare nel proprio territorio per attaccare Israele dalle attuali frontiere. In passato i palestinesi non hanno voluto l’indipendenza, oggi non possono più averla. Non hanno soltanto perduto tutte le guerre, hanno perduto anche la pace. Se oggi dicono orgogliosamente che non sono disposti a nessun compromesso, possono farlo gratis: infatti la Palestina, malgrado la sua bandiera e un’incessante retorica di guerra ed odio, è solo un Territorio Occupato. E tale rimarrà a tempo indeterminato. Israele infatti non può permettere che si costituisca a pochi metri dalle sue case una minaccia per la propria sopravvivenza. Se i palestinesi, sessant’anni fa, avessero avuto un minimo di buon senso e di tolleranza, il problema non si sarebbe neppure posto: ma è andata com’è andata. L’unica via d’uscita sarebbe un atteggiamento pacifico che, alla lunga, rassicurasse Israele.

 
Alle 19 maggio 2009 12:42 , Blogger vichi ha detto...

Vedo che in buona sostanza hai ripetuto quanto già detto, comunque ti rispondo:

a) nessun Paese arabo (e neanche tutti insieme...), anche se volesse, potrebbe mettere a repentaglio la sicurezza di una nazione che mantiene uno dei più poderosi eserciti al mondo. E questo senza nemmeno considerare che gli Usa correrebbero subito in aiuto degli amici ebrei.

b) La "sicurezza" di Israele è, dunque, una fandonia propagandistica. Anche laddove l'Iran volesse dotarsi di un'arma nucleare (e ad oggi non ce l'ha), ricordo che una prudente stima ritiene che Israele già possieda dalle duecento alle trecento testate già belle e pronte.

c) In questo quadro, non si vede quale minaccia possano costituire i Palestinesi o uno Stato palestinese indipendente. La verità, naturalmente, è che Israele non vuole abbandonare i territori occupati, non vuole sgomberare le colonie, non vuole rinunciare alle risorse naturali (soprattutto l'acqua) della West Bank.

d) Perchè la questione palestinese è così importante, tanto da concentrare così tanti sforzi di pacificazione, summit, conferenze, report e quant'altro? Perchè agli occhi del mondo arabo (ma non solo...) la questione palestinese rappresenta un paradigma dell'ingiustizia e della sopraffazione ai danni di un popolo indifeso. Perchè non si sono mai viste tante risoluzioni Onu e tanti accordi così palesemente e protervamente violati. Perchè Israele mantiene l'unica occupazione militare diretta oggi esistente al mondo, al di fuori della legalità internazionale. Grazie all'impunità che vergognosamente ancora oggi l'occidente riconosce a questo vero e proprio Stato canaglia.

e) Visto che l'attualità condanna Israele, i filosionisti prediligono affrontare le questioni storiche. Meno male che tu ti limiti a risalire al 1948, altri pretendono di riportare la questione agli anni precedenti la venuta di Cristo!

Ciò posto, vorrei solo ricordare che la risoluzione Onu che ha sancito la divisione della Palestina storica e la nascita di Israele attribuì maggiore estensione di terre agli ebrei che, pure, erano in minoranza rispetto agli arabi.

In questi anni Israele ha raccattato ebrei un po' in giro per il mondo, portando in m.o. gente che con quella regione non aveva avuto niente a che vedere da generazioni, continuando in maniera strisciante quell'opera di pulizia etnica iniziata in grande stile con il 1948 e la Nakba.

E pensare che, agli inizi del sionismo, tra le ipotesi sui luoghi in cui costituire il "focolare domestico" degli ebrei era stata avanzata anche l'Africa! Quanti guai si sarebbero risparmiati i poveri Palestinesi!

 
Alle 20 maggio 2009 14:29 , Anonymous Andrea ha detto...

La sicurezza di Israele non è una fandonia, la tua visione - permettimi la franchezza - è semplicistica.
Le bombe nucleari e i caccia non difendono dalle armi di Hamas: i missili kassam non sono intercettabili se lanciati da breve distanza, specie quando vengono lanciati da centri urbani, e contro i kamikaze non esistono valide difese.
Purtroppo per noi è facile giudicare stando al sicuro in Italia, un pò meno se ci mettiamo nei panni di un israeliano.
Il punto principale dei kassam è l’effetto terroristico: da otto anni una porzione sempre più importante della popolazione israeliana (oggi, un cittadino ogni dieci) è costretta a vivere sotto la perenne minaccia incombente e del tutto arbitraria di razzi che piovono dal cielo sui centri abitati (comprese scuole, fabbriche, giardini d’infanzia) senza nessuna logica né preavviso. Il danno in termini psicologici, sociali, economici e – perché no? – politici è incommensurabile. Per parafrasare Barak Obama, chi mai in tutto l’occidente accetterebbe che la propria famiglia fosse costretta a vivere sotto la costante minaccia di attacchi di questo tipo, regolarmente buttata giù dal letto dalle sirene nel pieno della notte? Chi mai, in tutto l’occidente, accetterebbe di sentirsi dire che una tale situazione non è poi così grave visto che i Qassam “non uccidono” spesso?
La Palestina non rappresenta in sè una minaccia, lo è se viene creata come futura base di lancio per i missili iraniani e siriani (cosa che succederebbe con l'attuale statuto di Hamas: lo conosci?). Il fulcro è tutto qui: gli israeliani sono stanchi di questi conflitti, non vedono l'ora che nasca una palestina libera e indipendente, ma non a scapito della sicurezza degli israeliani.

 
Alle 20 maggio 2009 14:42 , Anonymous Andrea ha detto...

Ah, dimenticavo di commentare la tua frase sul fatto che se Israele non esistesse, ora saremmo tutti più felici. Non è negando il diritto dell'uno, che si afferma il diritto dell'altro.
Non si può mai dimenticare che in Medio Oriente il conflitto non è tra un torto (la pretesa di Israele a esistere) e una ragione (l’aspirazione palestinese ad avere una patria), ma tra due ragioni. Sì, perché il conflitto in quella terra è tra due diritti: Israele ha diritto a vivere senza paura dei propri vicini, sicuro definitivamente del proprio futuro; e i palestinesi hanno diritto a vivere in un loro Stato indipendente. Sono due diritti ugualmente legittimi e soltanto riconoscendoli entrambi, entrambi potranno avere soddisfazione.

 
Alle 21 maggio 2009 08:50 , Anonymous Ulisse9 ha detto...

Ciao Vichi, credo che l'unico commento, per chi ancora crede nella leggenda del 1948, sia il seguente:

“Dobbiamo espellere gli arabi e prendere le loro terre. Dobbiamo utilizzare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca dei territori ed il taglio di tutti i servizi sociali per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba” . David Ben Gurion (come citato in “Ben Gurion e gli arabi palestinesi: dalla pace alla guerra”, Londra, Oxford University Press, 1985)



La pulizia etnica della Palestina da parte di Israele non è stata una conseguenza involontaria, o un fortuito evento, o anche un "miracolo", come ha, successivamente, proclamato il primo presidente di Israele Chaim Weitzmann.

"E 'stato il risultato di una lunga e meticolosa pianificazione", ha scritto Illan Pappé, professore di Scienze Politiche presso l'Università di Haifa, nel suo recente libro "La pulizia etnica della Palestina" (2007).
Tratto da "In Memoria di Deir Yasin" ( http://www.palestine-info.co.uk/en/default.aspx?xyz=U6Qq7k%2bcOd87MDI46m9rUxJEpMO%2bi1s7Gsee6RF9CRfjD9%2fFa4W6LyovBjOb0Qe%2bZP1YylpH51tXgzAYAszl8sJrGvRl2Fqq6W1WkZ77X5E6SnK2k1sqtwyLhfKmd9vwxIfvz4l%2fvx0%3d )
Versione in italiano qui:
http://francescoferrari.splinder.com/post/20423848/09.04.48%2C+Deir+Yasin%3B+oggi+Gaz
Forse il tuo lettore sionista dovrebbe informarsi sul "Piano Dalet" e sulla cronologia di ciò che avvenne nel 1948.
"Chi nel mondo occidentale accetterebbe di farsi cacciare dalla propria terra per essere rinchiuso in un Campo di concentramento a cielo aperto (Gaza), senza reagire?

 
Alle 21 maggio 2009 12:23 , Blogger vichi ha detto...

Naturalmente l'amico Ulisse9 ha ragione, e alle sue citazioni aggiungerei il racconto dei giorni che precedettero la risoluzione Onu del 1948 e l'astuta opera di lobbying condotta da Israele che permise di raggiungere un consenso sufficiente ad una risoluzione ingiusta e che già si appalesava come foriera di un disastro annunciato.

Ciò posto, volevo ricordare ad Andrea che i pericolosissimi qassam, nella storia del conflitto israelo-palestinese, hanno provocato un numero di vittime che supera di poco la decina.

La famosa frase di Obama ha senso laddove io e la mia famiglia ci limitiamo a vivere nella nostra villetta, non lo ha più se io ho già occupato - e pretendo di mantenerne il controllo - anche le villette dei miei vicini!

C'è un Paese occupante (in violazione palese e spudorata della legalità internazionale) e un popolo sotto occupazione, di cosa discutiamo se ci si "dimentica" di questa premessa?

Per il resto, sono anch'io d'accordo ad una soluzione a due Stati, non perchè sia la migliore ma perchè la ritengo l'unica praticabile nella realtà.

E però dev'essere una soluzione che rispetti le risoluzioni Onu, a partire dalla n.242 del 1967. E, come è facile osservare, se a questa soluzione ancora non si arriva non è certo colpa dei Palestinesi e del mondo arabo.

 

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